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Giustizia: Iori (Pd); arrivano i docenti ruolo in carcere, potenziata offerta educativa

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9Colonne, 19 maggio 2015

 

"Il disegno di legge per la riforma della scuola contiene un'importante novità sul fronte dell'insegnamento destinato ai detenuti nelle carceri: arriveranno, infatti, per la prima volta, docenti di ruolo per la scuola primaria in possesso di un titolo specifico di specializzazione". Lo dichiara, in una nota, la deputata del Pd, membro della commissione Giustizia e responsabile nazionale del Pd per l'infanzia e l'adolescenza, Vanna Iori.

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Giustizia: media e processi, servono nuove regole

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di Francesco Cerisano

 

Italia Oggi, 19 maggio 2015

 

Dalla competenza territoriale (che deve essere certa in modo che il giudice competente a decidere di un processo sia chiaro e indiscutibile da subito) ai tempi di prescrizione passando per il sempre discusso rapporto tra giustizia e informazione. Per il codice di procedura penale sembra essere arrivato il momento del restyling.

Una revisione che dovrà rafforzare l'impianto del codice di rito colmandone alcuni profili di fragilità forieri di lungaggini processuali, gogne mediatiche e incertezze per l'attesa di giustizia reclamata dall'opinione pubblica. Perché se è vero che i tempi dei processi non possono essere gli stessi dei media, né tantomeno quelli attesi dalle imprese, è altrettanto innegabile che "vada fatto di tutto perché questi tempi non siano eccessivamente divergenti tra loro".

L'esigenza di rimettere mano al codice è stata riconosciuta da più parti. Dal presidente della Corte d'appello di Milano Giovanni Canzio, al capo della procura meneghina, Edmondo Bruti Liberati, fino al padre del codice del 1989, il professore Ennio Amodio. L'occasione è stata il convegno organizzato dal circolo della stampa di Milano che ha riunito attorno allo stesso tavolo autorevoli esponenti del mondo della comunicazione (su tutti Rosanna D'Antona presidente di Havas Pr Milan e Antonio Calabrò, consigliere di Assolombarda per la legalità e la responsabilità sociale d'impresa) e operatori del diritto per rispondere a interrogativi sempre d'attualità: come conciliare la "spettacolarizzazione" di inchieste e processi con il diritto alla difesa e alla presunzione di innocenza? E come tutelare la reputazione di imprese e aziende, spesso condannate mediaticamente e poi assolte nelle aule giudiziarie?

Apparentemente si tratta di interessi inconciliabili perché è inevitabile che l'attenzione dei media sia più alta nella fase investigativa (quando la competizione tra testate alimenta il rincorrersi delle anticipazioni) e meno nella fase processuale.

Ma qualche punto di incontro si può trovare. Come? Per esempio realizzando nelle procure strutture destinate alla comunicazione e ai rapporti con i media.

Oggi tutto è accentrato nella mani del procuratore capo, ma all'estero, per esempio in Francia, non è così e vi sono magistrati che a tempo pieno svolgono il ruolo di intermediazione con la stampa. In Italia, invece, iniziative di questo genere hanno avuto un'accoglienza tiepida. "Il Csm e la Scuola di magistratura hanno organizzato corsi di comunicazione per le toghe, ma la cosa è stata vista male da qualcuno", ha sottolineato Bruti Liberati, secondo cui invece una struttura comunicativa ad hoc nelle procure consentirebbe di rispondere alle esigenze informative della stampa, realizzando una pax tra testate concorrenti che dunque non avrebbero più interesse a farsi la guerra a colpi di scoop. E i giudici inquirenti dal canto loro "smetterebbero di consolidare rapporti privilegiati con i giornalisti".

Sulla necessità di intervenire per regolamentare le relazioni tra pm e stampa ha concordato anche Giovanni Canzio che ha puntato l'indice sulla spettacolarizzazione delle inchieste da parte di certi magistrati "spesso interessati alla costruzione di una propria immagine mediatica spesso propedeutica a una discesa in campo politica". "Dal punto di vista mediatico quello che interessa è la costruzione dell'ipotesi investigativa, mentre invece al centro dovrebbe esserci l'accertamento delle responsabilità all'interno del processo di cognizione". È quella "delocalizzazione", come la chiama il professor Amodio, che porta a realizzare una "presunzione di colpevolezza" in grado di travolgere la vita personale e professionale dell'indagato, ma ancor più grave quando ci sono in gioco gli interessi delle imprese, spesso costrette "ad allontanare talenti o a rivedere il rapporto con la clientela".

"Per riequilibrare i pesi tra giustizia e informazione", ha osservato D'Antona, "è più che mai indispensabile una gestione strategica dei processi di comunicazione nel corso di una controversia legale". Gli anglosassoni, che hanno coniato questa particolare tipologia di pubbliche relazioni con l'obiettivo di sostenere le tesi difensive e la salvaguardia della reputazione della parte, la chiamano "litigation pr".

Ma per attenuare gli effetti deleteri sulle imprese c'è bisogno, come auspicato da Antonio Calabrò, di una giustizia "efficiente ed efficace" in grado di ridurre il più possibile il "pregiudizio mediatico" che mina la reputazione delle imprese coinvolte in inchieste giudiziarie. Accorciare ulteriormente i tempi di prescrizione? Per il presidente della Corte d'appello di Milano, non serve. "Non è attraverso il taglio della prescrizione che si risponde alle richieste dei cittadini e delle imprese di avere un giudizio rapido, quanto piuttosto attraverso l'efficientamento della macchina processuale", ha osservato Canzio che ha espresso apprezzamento per la riforma, approvata a marzo dalla camera e ora in discussione al senato, che sospende la prescrizione per due anni dal deposito della sentenza di condanna di primo grado sino alla sentenza d'appello e per un anno dal deposito della sentenza di secondo grado sino alla pronuncia della sentenza definitiva.

 

Giustizia: riforma delle intercettazioni, il governo accelera sul giro di vite

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di Alberto Gentili

 

Il Messaggero, 19 maggio 2015

 

La bocciatura al Csm della legge anticorruzione fa infuriare il premier. Verso lo stralcio degli ascolti dalla riforma del processo penale, subito dopo le regionali. L'indicazione era di affrontare lo scoglio insieme alla riforma del processo penale.

Ma Matteo Renzi, a sorpresa, ha deciso di accelerare. E tale è la voglia del premier mettere le nuove norme sulle intercettazioni nero su bianco, che è circolata la voce di un blitz al prossimo Consiglio dei ministri. Ma sembra prevalere la linea di affrontare la questione dopo le elezioni regionali, quando verranno stralciate dalla riforma del processo penale le nuove regole sugli ascolti. Così come chiede da tempo il Ncd di Angelino Alfano.

A spingere Renzi a rompere gli indugi, racconta chi frequenta palazzo Chigi, è stato venerdì scorso l'intervento a gamba tesa della VI commissione del Csm che ha bocciato la legge anti-corruzione. Un giudizio pesante ("provvedimento disorganico e insufficiente") che ha fatto infuriare il premier. Tanto più perché il testo della legge sarebbe stato scritto sulla base delle osservazioni di numerosi magistrati.

Tant'è che David Ermini, responsabile giustizia del Pd, venerdì ha messo a verbale: "Sono sorpreso e sconcertato, il giudizio è incomprensibile e va in senso contrario a quello espresso da magistrati in prima linea come Cantone e Greco". E il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, è corso a gettare acqua sul fuoco: "La proposta della Commissione deve essere ancora votata dal plenum, per me la legge anti-corruzione è un indiscutibile passo avanti".

Il testo cui lavorano il premier e il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, non sarà in ogni caso un provvedimento contro i magistrati: "Nessuno vuole colpire un importante strumento d'indagine", dice una fonte ben informata. Ma la legge che verrà battezzata in giugno conterrà un giro di vite sulle intercettazioni "non rilevanti ai fini delle indagini", imponendo il divieto di diffondere e pubblicare le conversazioni di soggetti terzi non coinvolti nelle inchieste "per impedire l'ormai consueta gogna mediatica" Saranno previste sanzioni per magistrati e avvocati che le diffondono e anche per i giornalisti che le pubblicano. "Ma è da escludere che tra queste sanzioni ci sia il carcere", garantisce un'altra fonte che ha in mano il dossier.

Che il tema sia ormai maturo, Renzi l'ha detto più volte. "Le intercettazioni sono uno strumento molto utile, rinunciarvi sarebbe stupido e autolesionista", ha affermato il premier il mese scorso in una intervista a "Il Messaggero", "ma il modo con il quale vengono diffuse da alcuni avvocati e alcuni magistrati e anche da alcuni media, è francamente inaccettabile.

Siamo tutti d'accordo sulla necessità di intervenire con misure che non blocchino i magistrati e contemporaneamente consentano di soddisfare il sacrosanto diritto di cronaca. La soluzione è a portata di mano. Siamo la maggioranza che ha superato l'articolo 18, declassificato i segreti di Stato, introdotto la responsabilità civile... dunque toccherà a noi anche risolvere il nodo delle intercettazioni e non ci tireremo indietro".

E adesso, improvvisamente, a pochi giorni dalle elezioni, torna d'attualità un vecchio progetto del governo e del Ncd: stralciare le norme sulle intercettazioni dal disegno di legge sulla riforma del processo penale, per le quali l'esecutivo ha già la delega a intervenire con un articolato ad hoc. E di varare un disegno di legge ex novo, volto a limitare la divulgazione delle conversazioni intercettate "non rilevanti".

Una mossa che coglie di sorpresa chi alla Camera lavora al provvedimento: "Stralciando le intercettazioni dalla riforma del processo penale non si guadagna tempo, visto che ormai è tutto incardinato in commissione Giustizia", dice un'altra fonte autorevole, "ma certo il governo si potrà muovere con più libertà. Forse vorrà dare un segnale all'elettorato moderato...".

Irritazione contro il Csm a parte, deve essere questa una delle ragioni che spingono Renzi a rilanciare subito l'intervento per limitare la "gogna mediatica". Dopo il decreto sulle pensioni che accontenta 3,7 milioni di pensionati, ma ne scontenta 650mila con assegni sopra i 3.200 euro, il premier intervenendo sulle intercettazioni probabilmente punta a conquistare proprio la fetta di opinione pubblica tradizionalmente legata a Forza Italia. E ogni voto, dato che la battaglia elettorale in Regioni come Liguria e Campania si gioca sul filo, è estremamente prezioso.

Ciò che è certo, è che appelli a intervenire sono piovuti sulla testa di Renzi da più fronti. Il garante della privacy, Antonello Soro in una lettera ha sollecitato il premier a un "intervento immediato". E proprio la VI commissione del Csm ha espresso un giudizio positivo sulla bozza fatta filtrare dal governo. Sì al "filtro" per selezionare le conversazioni intercettate, secretando quelle irrilevanti ai fini delle indagini. E sì alla maggiore tutela "dei cittadini non indagati".

 

Giustizia: "Dentro la Corte" di Sabino Cassese... una Consulta moderna è indispensabile

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di Enrico De Mita

 

Il Sole 24 Ore, 19 maggio 2015

 

Per inquadrare correttamente nella giurisprudenza costituzionale la sentenza della Corte 70/2015 sul blocco della rivalutazione delle pensioni occorre partire da alcune considerazioni di carattere generale sulle quali ha richiamato l'attenzione Sabino Cassese nel suo originale libro "Dentro la Corte".

Le questioni della Corte sono filtrate attraverso il diritto; non si affronta direttamente il problema politico. La Corte è davvero un organo giudiziario che riconduce i conflitti politici o costituzionali ai criteri di razionalità logica, alla coerenza. Molti casi hanno implicazioni politiche o costituiscono decisioni politiche sia pure a seguito di analisi tecnico-giuridica e sulla base di elementi di razionalità riconducibili alla ragionevolezza. La Corte "motiva ma non spiega".

Ecco perché le sentenze della Corte difficilmente sono capite dall'esterno. E tuttavia il peso della Corte dipende dalla forza con la quale i poteri dello Stato la sorreggono. Tutte le sentenza della Corte sono fondate sul precedente. La sentenza 70/2015 è frutto di una concatenazione di precedenti, di riferimenti a decisioni già prese sicché non è agevole comprendere il decisum che viene formulato alla fine della decisione. Lo sforzo delle sentenze, la motivazione, è la dimostrazione della coerenza decisione con il precedente. Le sentenze vengono istruite sulla base di una collaborazione degli assistenti dei giudici che sono giudici e professionalmente tendono a non vedere la questione costituzioni e politiche.

I riferimenti al diritto comune sono fatti con l'adeguamento al "diritto vivente", alla giurisprudenza dei giudici ordinari, il che può essere un limite alla impostazione in termini costituzionalmente rilevanti della questione. Complessivamente si può dire che c'è una certa autoreferenzialità, che rende la Corte prigioniera di se stessa. Le critiche alla sentenza 70/2015 sono di carattere esterno e riguardano il rapporto con gli altri poteri dello Stato. La motivazione è semplicistica: la Corte non può fare cose riconducibili al potere politico.

È una tesi che prova troppo. Allora bisogna chiedersi (come disse il presidente Ambrosini nel 1992) che cosa ci stia a fare la Corte se non può stabilire i limiti che incontra il parlamento nella sua discrezionalità politica, che pure è un altro punto fermo della giurisprudenza costituzionale: il parlamento può fare tutto ciò che non viola la Costituzione. La sentenza 70/2015 non può essere capita dall'esterno se la critica è così radicale. La ragione è che la Corte non ha saputo spiegare in termini semplici e chiari che non esisteva il vincolo di bilancio.

Nella sentenza 10/2015 il riferimento al principio di bilancio fu un modo come un altro per giustificare la deroga alla retroattività della decisione presa. La sentenza 70/2015 appare un po' frettolosa, anche se, a parer mio, giuridicamente corretta.

Sta nascendo in Italia un orientamento che non solo critica la Corte ma rischia di produrre come osserva Cassese, un arretramento di due secoli nella configurazione dei rapporti della Corte con gli altri poteri. Le Corti costituzionali esistono in quasi tutti i paesi democratici a cominciare dalla Corte federale degli U.S.A.

I limiti alla competenza delle Corti possono essere indagati dalla comparazione degli orientamenti delle diverse Corti e la Corte italiana non è certo ultima nell'apprestare una giurisprudenza soddisfacente. Ma si sostiene che la Corte e tutti gli altri giudici in specie il TAR sono un grosso impedimento alla responsabilità politica. Si critica "il peso sempre maggiore che le decisioni delle varie branche della giurisdizione hanno sull'attività di governo.

E non si manca di rilevare che c'è un potere giudiziario anche in America.

E in soccorso di tale disinvolta teoria viene aggiunto il corollario "il modo in cui è stato esercitata l'azione penale in modo persecutorio". Il che la dice lunga sui limiti auspicati delle diverse giurisdizioni.

Tornando alla sentenza 70/2015 essa è sostanzialmente corretta. Forse si poteva guadagnare tempo aspettando che la Corte fosse al completo o ricorrere a qualche manipolazione con una sentenza additiva. Ma l'isolamento della Corte e l'aspirazione alla vanificazione della sua giurisprudenza, in nome del primato della politica, sono tentazioni pericolose.

Come ha osservato giustamente Gustavo Zagrebelskj l'equilibrio di bilancio non deve diventare un automatico lasciapassare al libero arbitrio della politica. Il legislatore deve sempre tener presente "l'eguaglianza nella giustizia". Il riferimento ai conti conformi della richiesta dell'Europa non deve diventare una super norma costituzionale. Ma non c'è dubbio che il rispetto degli accordi nella Comunità pone problemi che se oggi non possono essere risolti non con accorgimenti sbrigativi, va affrontato dagli stati con normative che ancora non esistono. Ma all'esterno è stato rivendicato "il primato della politica".

Sembra di sentire Togliatti quando non capiva come ci potesse essere un altro organo dello Stato che fosse al di sopra del parlamento. Ora la Corte non è al di sopra del parlamento, ma giudica della costituzionalità delle leggi. I rapporti tra poteri non possono essere configurati se non come correttezza della propria competenza. E il parlamento ha tutti gli strumenti nella legge costituzionale per dimostrare la costituzionalità delle leggi di spesa. Semmai la Corte può chiedere al parlamento e al governo chiarimenti sulle questioni dubbie. Qui diventa rilevante il ruolo dell'Avvocatura di Stato che difendendo la legge ha l'onere di illustrare come essa non violi il principio dell'equilibrio di bilancio.

 

Giustizia: riforma delle prescrizioni, reazioni della magistratura né nuove né inaspettate

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di Giunta dell'Unione Camere Penali

 

camerepenali.it, 19 maggio 2015

 

L'indipendenza e l'autonomia della magistratura devono essere preservate e, tuttavia, sono proprio le insofferenze nei confronti dell'esercizio di prerogative che appartengono al legislatore, e il trasmodare in una visione quasi proprietaria della giustizia, ciò che maggiormente nuoce all'autorevolezza ed all'indipendenza (interna ed esterna) del CSM e dell'intera Magistratura e che inesorabilmente finisce con l'alterare quell'indispensabile equilibrio fra i diversi poteri dello Stato che costituisce la garanzia fondamentale di ogni democrazia liberale.

Non sono né nuove né inaspettate le reazioni della magistratura di fronte ai doverosi ripensamenti del Parlamento sulla riforma della prescrizione. L'Anm, per bocca del suo Presidente Rodolfo Sabelli, è tornata infatti ad invocare una sospensione della prescrizione con la sentenza di primo grado, rinviando così riforme ed annullamenti ai tempi imperscrutabili di una giustizia libera da ogni vincolo. È intervenuto sul punto anche il Procuratore antimafia Roberti il quale, al contrario, ritiene che sarebbe meglio sospendere definitivamente la prescrizione con l'esercizio dell'azione penale, ricordandosi poi di rilevare che, tuttavia, una norma che consentisse processi troppo lunghi finirebbe per violare l'art. 111 Cost. che fissa il principio della ragionevole durata.

Piuttosto nuove nei contenuti, nei toni e negli accenti, le incursioni del Csm volte non solo ad interdire ogni possibile rimodulazione della riforma, ma a formulare vere e proprie proposte di legge, spiegando al Parlamento cosa e come fare. Nella sua proposta di parere che andrà all'esame del Plenum mercoledì prossimo. La VI Commissione del Csm, all'unisono con le critiche dell'Anm, formula un durissimo attacco nei confronti del Governo e del Parlamento, definendo "sporadiche", "frammentarie", "disorganiche" e "insufficienti" le ipotesi di riforma all'esame del Senato. E nel far ciò spiega puntualmente al Governo quale sia la riforma della prescrizione da eseguire. Dice il Vice Ministro Costa che "ogni giorno che passa si rafforza l'esigenza di riformare il Csm. Le invasioni di campo sono solo una sfumatura delle criticità che sono sotto gli occhi di tutti".

Quella che si evidenzia in questo contesto è tuttavia una di quelle criticità che destano allarme, perché rendono evidente non solo la natura e la qualità di uno squilibrio interno al CSM ed alla intera magistratura, ma anche un insopportabile alterazione del corretto equilibrio che deve mantenersi fra i diversi poteri dello Stato. L'Organo di governo autonomo della Magistratura, diviso fra anime contrapposte (non solo quella dei laici e dei togati), dilaniato fra correnti, non opera più opinabili pareri tecnici su questo o quel singolo disegno di legge, ma agisce come un vero organo politico. Come un partito in campagna elettorale, entra nel vivo delle complesse scelte politiche del Parlamento, auspicando vere e proprie "rotture epistemologiche" con la passata ideologia del processo.

L'indipendenza della magistratura e l'autonomia del suo governo, non solo non sono in discussione, ma devono essere preservate, sottolineando tuttavia come proprio questi straripamenti, queste insofferenze nei confronti dell'esercizio di prerogative che appartengono al legislatore, questo trasmodare in una visione quasi proprietaria della giustizia, è proprio ciò che maggiormente nuoce all'autorevolezza ed all'indipendenza (interna ed esterna) del Csm e dell'intera Magistratura e che inesorabilmente finisce con l'alterare quell'indispensabile equilibrio fra i diversi poteri dello Stato che costituisce la garanzia fondamentale di ogni democrazia liberale.

 
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