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Giustizia: Cassazione; non penalmente rilevante l'uso di circa 500 nuove droghe

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di Dario Ferrara

 

Italia Oggi, 3 marzo 2015

 

Ma solo per i fatti posti in essere fra l'entrata in vigore della legge 49/2006, dichiarata incostituzionale, e l'avvento del decreto legge 36/2014, approvato dal governo per porvi rimedio: si tratta delle sostanze inserite nelle tabelle soltanto dopo l'entrata in vigore delle modifiche apportate dalla Fini-Giovanardi al Testo unico degli stupefacenti. È quanto emerge in una delle tre informazioni provvisorie depositate dalla sezioni unite penali della Cassazione in materia di stupefacenti.

Trova sostanzialmente ingresso la tesi dell'ordinanza di rimessione 50055/14, secondo cui la pronuncia di incostituzionalità della norma incriminatrice ha determinato una vera e propria abolitio criminis perché viene a cadere l'intero sistema tabellare. Il massimo collegio chiarisce anche che i medicinali come il nandrolone, uno degli steroidi anabolizzanti più diffusi nel doping sportivo, sono compresi nella Tabella V introdotta dal decreto legge 36/2014 e sono sanzionati ai sensi dell'articolo 73 del Testo unico sugli stupefacenti "in quanto contengono i principi attivi di cui alle Tabelle da I a IV".

Veniamo alle droghe leggere. Gli "ermellini" hanno deciso che anche i piccoli pusher di hashish e marijuana che in passato hanno patteggiato la condanna in base alla "Fini-Giovanardi" hanno diritto al ricalcolo della pena. E ciò nonostante che l'entità della sanzione inflitta rientri a pieno titolo nella nuova cornice edittale applicabile.

Ancora: nel giudizio di cassazione, anche quando il ricorso risulta inammissibile, deve ritenersi rilevabile d'ufficio l'illegalità della pena scaturita dalla dichiarazione d'incostituzionalità della nonna che riguarda il trattamento sanzionatorio, come nel caso della legge 49/2006. Infine l'ipotesi dell'aumento di pena irrogato a titolo di continuazione per i reati di spaccio in relazione alle draglie leggere quando i delitti costituiscono reati satellite: anche in questo caso scatta il ricalcolo in base alla più favorevole cornice edittale della Vassalli-Jervolino.

 

Giustizia: Cassazione; il furto è solo "tentato" quando al supermercato c'è la vigilanza

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di Antonio Ciccia e Alessio Ubaldi

 

Italia Oggi, 3 marzo 2015

 

La condotta di sottrazione di merce all'interno di un supermercato, avvenuta sotto il costante controllo del personale di vigilanza che interviene subito dopo il superamento della barriera delle casse, si risolve in un mero tentativo di furto. È quanto hanno stabilito le sezioni unite della Corte di cassazione con la sentenza n. 52117, depositata il 16 dicembre 2014.

Nel caso di specie una coppia è stata sottoposta a processo per direttissima con l'accusa di furto all'interno di un supermercato. In dettaglio, secondo la procura, i due avrebbero prelevato alcuni beni di modico valore dagli scaffali (profumi, caffè e biscotti), rimuovendo i sistemi antitaccheggio per poi nascondere la refurtiva fin dopo il superamento delle casse. Una volta usciti dal magazzino, è prontamente intervenuta la sicurezza ed è scattato l'arresto in flagranza operato dalla polizia giudiziaria.

All'esito del giudizio di primo grado il tribunale ha condannato gli imputati per furto tentato, disattendendo la volontà del pm che aveva chiesto la (ben più grave) pena per furto consumato. Secondo il giudice, infatti, l'azione delittuosa si era "svolta sotto gli occhi dell'addetto alla sicurezza il quale aveva monitorato ogni spostamento", decidendo di bloccare gli imputati all'uscita dei locali solo per ragioni di opportunità, sicché l'apprensione definitiva del bene non poteva dirsi avvenuta.

Il verdetto è stato impugnato innanzi alla Corte di cassazione, cui è stato chiesto l'annullamento sul presupposto dell'erronea qualificazione del reato elaborata dal primo giudice. In particolare, la procura ha rimarcato come nel caso in questione la condotta furtiva fosse giunta a consumazione, poiché il superamento delle casse senza "dichiarare" i beni avrebbe segnato definitivamente la volontà degli imputati di impossessarsi arbitrariamente della merce.

La Corte, consapevole del serrato dibattito sulla questione, ha chiesto alle sezioni unite di risolvere una volta per tutte i dubbi sulla qualificazione giuridica della condotta furtiva consistente nel prelievo di merce dai banchi di un supermercato e nel successivo occultamento della refurtiva all'atto del passaggio davanti al cassiere, quando tutta l'azione delittuosa si sia svolta sotto il controllo costante del personale addetto alla vigilanza, intervenuto solo dopo che il soggetto attivo abbia superato la barriera delle casse.

Gli ermellini riuniti, nel rispondere al quesito, hanno dapprima ricapitolato i due opposti orientamenti maturati nel corso degli anni. Per alcuni, infatti, la condotta in questione integra gli estremi del delitto di furto consumato, a nulla rilevando, al riguardo, il dato che il fatto sia avvenuto sotto il costante controllo del personale del supermercato incaricato della sorveglianza; per altri, tra cui il tribunale di primo grado, proprio detta "sorveglianza continua dell'azione criminosa" impedisce la consumazione del reato di furto, in quanto la refurtiva, appresa e occultata permane nella "sfera di vigilanza e di controllo diretto dell'offeso, il quale può in ogni momento interrompere" la commissione definitiva del crimine. Dato questo scenario, i giudici romani hanno scelto di aderire all'orientamento da sempre minoritario che riconduce la condotta di cui trattasi nell'ambito del delitto tentato.

Nella sentenza in rassegna, si motiva l'adesione alla tesi più benevola sul presupposto che l'impossessamento, da soggetto attivo del delitto di furto, postula "il conseguimento della signoria del bene sottratto, intesa come piena, autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva da parte dell'agente".

Detta disponibilità deve ritenersi esclusa dalla concomitante vigilanza, attuale e immanente, della persona offesa e dall'intervento esercitato a difesa della detenzione del bene materialmente appreso che, proprio per questo motivo, non esce dalla sfera del controllo del suo legittimo titolare.

Peraltro, ha osservato la Corte, la condanna alla pena prevista per il furto consumato, oltre a violare il disposto dell'art. 624, c.p., infliggerebbe un duro colpo anche al principio di offensività della condotta.

In conclusione, dunque, il monitoraggio durante l'azione furtiva avviata, esercitato sia mediante la diretta osservazione della persona offesa (o dei dipendenti addetti alla sorveglianza o delle forze dell'ordine presenti in loco), sia mediante appositi apparati di rilevazione automatica del movimento della mercé, e il conseguente intervento difensivo a tutela della detenzione, "impediscono la consumazione del delitto di furto, che resta allo stadio del tentativo, in quanto l'agente non ha conseguito, neppure momentaneamente, l'autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza e di controllo diretto del soggetto passivo".

 

Giustizia: Papa Bergoglio; davanti al carcere è bene pensare "lo meriterei anch'io..."

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Agi, 3 marzo 2015

 

"Vado per la strada, passo davanti al carcere e penso: eh, questi se lo meritano". Papa Francesco ha esemplificato così il "sentirsi giusto" che caratterizza molti cristiani. Secondo il Papa sarebbe meglio invece dire a se stessi: 'Ma tu sai che se non fosse stato per la grazia di Dio tu saresti lì? Hai pensato che tu sei capace di fare le cose che loro hanno fatto, anche peggio ancora?". "Questo - ha spiegato nell'omelia di oggi alla Domus Santa Marta - è accusare se stesso, non nascondere a se stesso le radici di peccato che sono in noi, le tante cose che siamo capaci di fare, anche se non si vedono".

Nella sua omelia, infatti, Bergoglio ha indicato oggi "un'altra virtù: vergognarsi davanti a Dio, in una sorta di dialogo in cui noi riconosciamo la vergogna del nostro peccato e la grandezza della misericordia di Dio". "A te, Signore, nostro Dio, la misericordia e il perdono. La vergogna a me e a te la misericordia e il perdono", ha pregato ad alta voce il Papa. "Questo dialogo con il Signore - ha poi spiegato ai fedeli - ci farà bene di farlo in questa Quaresima: l'accusa di se stessi. Chiediamo misericordia". "Nel Vangelo - ha poi concluso - Gesù è chiaro: "Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso". Quando uno impara ad accusare se stesso è misericordioso con gli altri perché dice: 'Ma, chi sono io per giudicarlo, se io sono capace di fare cose peggiori?'".

 

Giustizia: Sappe; è allarme per crisi penitenziari per minorenni, subito interventi urgenti

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Comunicato Sappe, 3 marzo 2015

 

L'evasione di un detenuto maggiorenne (tuttora in fuga) dal carcere minorile Ferrante Aporti di Torino ed i gravi disordini accaduti all'interno della struttura detentiva per minori di Airola, in provincia di Benevento, determina la dura reazione del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, il primo e più rappresentativo dei Baschi Azzurri.

"Questi gravi episodi sono il sintomo di un Dipartimento, quello della Giustizia Minorile, allo sbando, senza una guida certa e definita, gestita da un Capo Dipartimento reggente, e quindi non titolare, che per altro subisce le decisioni incomprensibili della politica, che ha previsto la permanenza nelle carceri per minori di delinquenti adulti fino a 25 anni", denuncia Donato Capece, segretario generale del Sappe.

"Da quando sono stati assegnati detenuti adulti, per effetto di una recente legge, questi si comportano con il personale di Polizia e con alcuni minorenni ristretti con prepotenza e arroganza, caratterizzando negativamente la quotidianità penitenziaria. È quel che è accaduto l'altro giorno ad Airola, con i gravi disordini provocati da detenuti maggiorenni arrivato nel carcere minorile e giovanissimi. Ed era maggiorenne anche il detenuto evaso sabato a Torino dal Ferrante Aporti".

Il Sappe, alla luce dei gravi fatti accaduti in questi giorni in alcune carceri minorili, denuncia di aver da subito ritenuto "impensabile inserire detenuti di venticinque anni nei penitenziari minorili, come è previsto oggi dalla legge, perché è impensabile far convivere negli stessi ambienti carcerari adulti di venticinque anni con bambini di quattordici. E quello che è accaduto ad Airola e Torino conferma le nostre previsioni, purtroppo.

Quel che ci vorrebbe è una complessiva riorganizzazione della giustizia minorile, che metta a capo dei Reparti negli Istituti e servizi della Giustizia Minorile i Funzionari Commissari del Corpo di Polizia penitenziaria. Ma si deve seriamente riflettere se non sia giunta l'ora di sopprimere il Dipartimento della Giustizia Minorile, utile solo a distribuire poltrone dirigenziali, e ricondurre il circuito penitenziario minorile (poco meno di 400 le presenze detentive in tutta Italia) nel suo naturale alveo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, com'era una volta. Visto che la Giustizia minorile non ha neppure un Capo Dipartimento in pianta stabile, ma un magistrato che temporaneamente regge l'incarico".

 

Giustizia: agenti sospesi per insulti via Facebook, l'Osapp diserta l'incontro con il Dap

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Ansa, 3 marzo 2015

 

L'Osapp non parteciperà alla convocazione per il nuovo accordo quadro nazionale indetta presso il Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, per il 4 marzo: un segno di protesta contro la sospensione di 16 agenti per il caso degli insulti via Facebook a un detenuto suicida. Sospensione che, secondo il sindacato di polizia penitenziaria, è stata presa "per ragioni assolutamente non chiare ma comunque in dispregio alle regole vigenti" e ha comportato una sospensione cautelare "senza alcuna scadenza", eludendo "i principi del giusto processo disciplinare".

Il sindacato lo ha comunicato ieri con una lettera, firmata dal segretario generale Leo Beneduci, inviata al capo del Dap, Santi Consolo, ai presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, al ministro della Giustizia Andrea Orlando.

L'organizzazione sindacale ritiene che, con al sua decisione, l'Amministrazione penitenziaria non abbiamo messo gli agenti nelle condizioni di "contestare gli addebiti" e di "fornire i prescritti elementi di discolpa anche relativi al proprio stato di servizio, nella maggioranza dei casi immacolato e pluridecennale".

L'Osapp ricorda inoltre che a diversi agenti viene contestato non il fatto si aver postato dei commenti, ma di aver cliccato "Like" a commenti altrui. Il sindacato contesta inoltre "l'ennesima ed immutabile prassi di criminalizzare pubblicamente i poliziotti penitenziari in maniera del tutto avulsa da fatti e circostanze" e lamenta "lo stato di abbandono senza difese istituzionali che da tempo grava sull'intero Corpo", chiedendo un intervento delle autorità politiche.

 
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