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Guinea Equatoriale: l'infermo di Roberto Berardi, da due anni recluso e torturato

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di Andrea Spinelli Barrile

 

L'Espresso, 23 maggio 2015

 

L'imprenditore italiano doveva essere rilasciato in questi giorni dopo aver scontato 2 anni e 4 mesi. Ma dovrà attendere fino a luglio per riavere la libertà. Ed è solo l'ultimo sopruso che si aggiunge a una storia di violenze e ingiustizie. Un giornalista che sta collaborando con la sua famiglia ricostruisce qui la sua vicenda.

Martedì 19 maggio sarebbe dovuta finire la pena detentiva di Roberto Berardi, un imprenditore di Latina detenuto nel carcere di Bata Central, in Guinea Equatoriale, piccolo ma ricchissimo paese dell'Africa subsahariana. Ciononostante Berardi, condannato a 2 anni e 4 mesi di carcere in seguito ad una diatriba con il socio africano, il secondo vice-presidente Teodorin Nguema Obiang Mangue, 40enne figlio del presidente e dittatore Teodoro Obiang, non è stato liberato.

Arrestato il 18 gennaio 2013 a Bata Roberto Berardi è stato inizialmente detenuto per 23 giorni in una putrida cella di isolamento nel commissariato della città africana, trasferito agli arresti domiciliari dal 24esimo giorno e infine in carcere, dietro ordine del Tribunale, dal 7 marzo 2013. Questa iniziale custodia cautelare, interamente eseguita in stato di fermo di Polizia -che secondo le leggi della Guinea Equatoriale può protrarsi al massimo per 72 ore- non è stato conteggiato dall'autorità giudiziaria nel computo dei giorni di pena sin qui scontati.

Il risultato è che la piccola delegazione diplomatica inviata dall'ambasciata italiana a Yaoundè, in Camerun, composta dai consoli Roberto Semprini e Massimo Spano ha dovuto fare mesto ritorno a casa: secondo quanto comunicato, solo verbalmente, da un segretario della Cancelleria del Tribunale di Bata la pena di Berardi verrà considerata estinta solo il prossimo 7 luglio.

Berardi è stato condannato per appropriazione indebita il 16 luglio 2013 a 2 anni e 4 mesi di carcere, 1,4 milioni di euro di risarcimento all'ex socio e la sua detenzione è stata caratterizzata da abusi e soprusi di ogni tipo: oltre al fermo di polizia protrattosi ben oltre i termini da quando è in carcere Berardi ha perso tra i 30 e i 40 chili, soffre di enfisema polmonare ed ha contratto la malaria, manifestatasi in modo particolarmente violento nelle ultime ore per via del carico di stress emotivo cui il connazionale è stato sottoposto, e la febbre tifoide. Questo quadro clinico estremamente precario è aggravato da condizioni detentive inumane e degradanti: Berardi è stato picchiato e torturato in almeno due occasioni certificate e verificate ed è costretto quotidianamente a subire le angherie dei suoi carcerieri, che sono militari e rispondono direttamente al suo ex-socio Teodorin Nguema.

Il cibo spesso non viene consegnato e quando ciò accade spesso è vecchio o scaduto. Non riceve cure mediche adeguate - ha trascorso, in totale, appena 30 ore non continuative ricoverato nella clinica La Paz di Bata - e ha a disposizione solo qualche aspirina che utilizza per abbassare la febbre. Non riceve visite in carcere, il console quando lo incontra riesce a parlargli solo tramite un portone tenuto semi-aperto dai militari di guardia e mai nella sezione del carcere in cui si trova detenuto, ha trascorso la maggior parte della sua permanenza in isolamento e spesso privato di luce elettrica. All'ambasciatrice italiana Samuela Isopi, non senza forti prese di posizione, è stato permesso di incontrarlo in ambiente controllato.

Secondo il legale equatoguineano di Berardi, Ponciano Mbomio Nvò, quello di martedì è l'ennesimo abuso commesso dalla giustizia nguemista: secondo il codice di procedura penale adottato dal piccolo paese africano infatti l'amministrazione giudiziaria è tenuta a prendere in considerazione anche i giorni trascorsi in custodia cautelare in stato di fermo.

"Non riconosciamo in alcun modo la data del 7 luglio come fine pena legale per la detenzione di mio fratello: riteniamo ogni giorno di carcere in più un abuso commesso dalla giustizia e dal governo della Guinea Equatoriale. Per noi la condanna terminava il 19 maggio 2015 e non c'è ragione giuridica o umanitaria che non sia così. Roberto è il prigioniero personale del vice-presidente Teodorin" dice il fratello di Roberto Berardi, Stefano. A rendere oltremodo grottesca la vicenda della mancata scarcerazione c'è anche un'implicita ammissione dello stesso Tribunale sull'abuso subito da Berardi con il fermo prolungato perché, ha spiegato la Cancelleria alla delegazione italiana recatasi a Bata, lo stesso Tribunale non intende "rispondere degli abusi commessi dalla Polizia".

I recenti eventi si inseriscono inoltre in un quadro giudiziario piuttosto controverso: Berardi è stato accusato dal suo ex-socio di aver distratto alcuni fondi dai conti correnti della società edile di cui erano titolari, la Eloba Construction SA, accuse mai dimostrate nelle carte processuali. A questo si unisce un patteggiamento, nel novembre scorso, dello stesso Teodorin Nguema negli Stati Uniti. Dalle carte del processo americano emerge infatti come i fondi di Eloba siano stati trasferiti in Nord America su conti correnti direttamente collegati all'ex-socio di Berardi, che quindi sembra essere stato il frodatore di se stesso. Il vice capo di Stato africano è inoltre rincorso da mesi da un mandato di cattura spiccato dalla magistratura francese per corruzione e riciclaggio internazionale.

In tutto questo, da martedì la Farnesina non ha ancora contattato la famiglia Berardi per informarla della mancata scarcerazione del congiunto e per spiegare cosa sia andato storto. Lo stesso Roberto Berardi non è stato in alcun modo avvisato, apprendendo la notizia semplicemente attendendo il tramonto, privato della razione di cibo. E poi la notte. Amnesty International, che sulla vicenda di Berardi è attiva da tempo, come anche il Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato Luigi Manconi, in un comunicato stampa del 20 maggio ha invocato un intervento concreto del governo italiano, che nei fatti ad oggi ha fatto ben poco per tutelare la sicurezza e i diritti del connazionale detenuto in Guinea Equatoriale.

Circa un mese fa il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni aveva inviato una lettera alla famiglia nella quale assicurava ogni assistenza e tutela dell'incolumità di Berardi e lo stesso aveva fatto l'Alto commissario Ue Federica Mogherini. Il 5 maggio era stato il viceministro Lapo Pistelli, in Commissione Esteri alla Camera, a ribadire l'impegno della Farnesina già manifestato dal ministro. Tuttavia dell'"impegno profuso sin da subito" che il viceministro ha sommariamente descritto alla Commissione nei fatti non c'è alcuna traccia tangibile: Roberto Berardi, se mai uscirà dalla galera di Bata, lo dovrà unicamente a se stesso ed agli sforzi della sua famiglia, mai veramente assistita dal Ministero degli Esteri.

 

Ucraina: Amnesty; nuove schiaccianti prove sulle torture e sulle uccisioni di prigionieri

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di Riccardo Noury

 

Corriere della Sera, 23 maggio 2015

 

Amnesty International ha diffuso oggi nuove e schiaccianti prove sui crimini di guerra in corso in Ucraina, in particolare torture e uccisioni sommarie di prigionieri ad opera di entrambe le parti coinvolte nel conflitto. Oltre 30 ex detenuti hanno riferito di essere stati picchiati fino a spezzargli le ossa, torturati con la corrente elettrica, presi a calci, accoltellati, appesi al soffitto, privati del sonno per giorni e di cure mediche urgenti, minacciati di morte e sottoposti a finte esecuzioni. Dei 33 ex prigionieri intervistati da Amnesty International - tutti detenuti per vari periodi di tempo tra il luglio 2014 e l'aprile 2015 e incontrati tra marzo e maggio di quest'anno - 32 hanno descritto brutali pestaggi e altri gravi abusi commessi dai gruppi separatisti e dalle forze pro-Kiev. Amnesty International ha corroborato le testimonianze degli ex prigionieri con ulteriori prove, tra cui radiografie di ossa fratturate (vedi foto), cartelle cliniche, fotografie di bruciature e altre ferite, di cicatrici e di denti mancanti. Al momento dell'intervista, due di loro erano ancora in cura in ospedale.

I torturatori appartengono ad ambo i lati del conflitto: 17 delle vittime sono state detenute dai separatisti, 16 dall'esercito, dalla polizia e dai servizi segreti di Kiev. Amnesty International ha inoltre ricostruito - sulla base di testimonianze oculari, cartelle cliniche, prove pubblicate sui social network e notizie di stampa - almeno tre casi recenti in cui i gruppi separatisti hanno passato sommariamente per le armi otto combattenti pro-Kiev. In un'intervista, il leader di un gruppo separatista ha apertamente ammesso di aver ucciso soldati ucraini, attribuendosi dunque un crimine di guerra.

Alcune delle violenze peggiori vengono commesse in centri non ufficiali di detenzione, soprattutto nei primi giorni. I gruppi che agiscono al di fuori della catena di comando effettiva o ufficiale tendono ad avere comportamenti brutali e fuorilegge. La situazione dal lato separatista è particolarmente caotica: gruppi differenti trattengono prigionieri in almeno 12 diverse località.

Quanto al lato pro-Kiev, uno dei racconti fatti da un ex prigioniero nelle mani della milizia nazionalista "Settore destro" è risultato estremamente sconvolgente.

"Settore destro" ha preso decine di civili in ostaggio, li ha portati in un centro giovanile in disuso e qui li ha sottoposti a crudeli torture per poi estorcere ampie somme di denaro tanto ai detenuti quanto alle loro famiglie. Amnesty International ha segnalato la vicenda alle autorità ucraine senza ricevere alcuna risposta.

Le ricerche di Amnesty International hanno verificato che entrambe le parti hanno arbitrariamente trattenuto civili che non avevano commesso alcun reato, per il mero fatto di aver espresso simpatia per la parte avversa o per organizzare scambi di prigionieri. Amnesty International sta chiedendo alle agenzie e agli esperti delle Nazioni Unite - tra cui il Sottocomitato per la prevenzione della tortura, i Gruppi di lavoro sulle detenzioni arbitrarie e sulle sparizioni forzate e il Relatore speciale sulla tortura - di svolgere una missione urgente in Ucraina per visitare tutti i centri di prigionia, compresi quelli non ufficiali, in cui si trovano persone detenute nel contesto del conflitto in corso.

 

Gran Bretagna: con "Immigration Bill" di Cameron carcere per stranieri senza permesso

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di Leonardo Clausi

 

Il Manifesto, 23 maggio 2015

 

L'immigrazione in Uk è in aumento più o meno costante da metà anni Novanta, e la tanto strombazzata crescitina dell'economia nazionale, costruita sulla flessibilizzazione selvaggia e sullo smantellamento del welfare, ha reso una volta di più il Paese quel che sotto molti aspetti è sempre stato: l'America di un'Europa oggi sovradimensionata e nelle tenaglie dell'austerity.

C'è insomma poco da meravigliarsi se le ultime cifre dall'ufficio nazionale di statistica (Ons) parlano di 318mila ingressi in più per il 2014. Per la precisione, sono entrate nel Paese 641mila persone, appunto 318mila in più di quelle che ne sono uscite (ovvero il tasso migratorio netto). Si sale di 20mila dal quadrimestre precedente e appena sotto il picco massimo, raggiunto sotto al governo Labour del 2005. E non si tratta solamente dell'incremento degli ingressi dall'Ue (saliti a 42mila soprattutto grazie a quelli da Romania e Bulgaria, raddoppiati in un anno): sono aumentati anche gli ingressi di extracomunitari, a quota 67mila. Si stima inoltre che nel Paese l'accumulo di persone che sono rimaste nonostante la scadenza del visto e di cui s'ignora il domicilio sia di circa 300mila. Una stima: nessuno sa esattamente quanti siano.

I Tories sono tradizionalmente anti-immigrazione, ovvio, anche se sanno riconoscere benissimo un flusso costante di manodopera a basso costo come un bene inestimabile. L'importante è che non se ne manifestino troppo i segni vicino a casa loro, o alla scuola dei figli. Ma il recente avvento dell'Ukip costringe Cameron ad una delle sue prodezze d'equilibrismo non solo riguardo sul referendum europeo, ma anche a proposito dell'immigrazione.

Si ignora cosa abbia portato il premier a fidarsi di qualche geniale spin doctor che deve avergli detto che portare gli ingressi dei migranti sotto le 100mila unità annuali fosse un obiettivo spendibile già nella campagna elettorale del 2010. Per poi fargli addirittura insistere - recidivo e quindi diabolicum - con la stessa promessa in queste ultime elezioni, vinte quasi per sbaglio. Tuttavia l'immigrazione è pari a circa tre volte il minimo promesso da David Cameron, in un Paese dove certi obiettivi non si sbandierano con troppa facilità, pena la perdita irrevocabile di credibilità. E sì che doveva crederci pure lui, e molto: qualora non fosse riuscito in simile impresa, il premier aveva invitato gli elettori a "mandarlo a casa". Tanta largesse nel promettere impone di solito il famigerato rimedio peggiore del male. Per questo Cameron ha cercato di scrollarsi l'imbarazzo di dosso annunciando, sempre giovedì, una mirabolante controffensiva del governo contro la marea di "turisti sociali" che prima di lanciarsi all'arrembaggio delle isole britanniche studiano meticolosamente la procedura per meglio avvalersi di sanità, alloggi e di tutto il benefit system.

Ora costoro, nelle parole del Premier, troveranno "la Gran Bretagna un posto meno piacevole per ingressi e lavoro illegale". Per questo ha promesso che il discorso della corona del prossimo mercoledì 27 conterrà un Immigration Bill volto al controllo dell'immigrazione clandestina e a introdurre il reato di lavoro illegale.

I migranti autorizzati a stare ma che lavorano illegalmente potranno essere perseguiti secondo l'Immigration Act del 1971 e subire la condanna sommaria a sei mesi oltre che a una multa. Il Bill punirà anche coloro che lavorano dopo essere entrati illegalmente o sono rimasti oltre lo scadere del permesso di soggiorno.

L'immigrazione resta una patata bollente. Ed è uno degli argomenti costati al Labour di Ed Miliband la recente sconfitta elettorale: l'imbarazzato silenzio rispetto al risentimento diffuso nel Paese per la crescente pressione migratoria, che ha abbassato i salari a messo la sanità pubblica sotto pressione, ha istigato il blocco storico della working class laburista tra le braccia dello xenofobo Farage.

Dal canto loro, Cameron e il ministro dell'interno Theresa May, resteranno in balia del loro incontrollabile controllo: per uscire dal velleitarismo, alla nuova draconiana legislazione dovranno seguire la rinegoziazione bizantina dei trattati con un'Ue in gran parte fredda verso le esigenze di Londra, ma soprattutto una qualche piega favorevole nei flussi del mercato del lavoro europeo.

 

Nepal: 20 detenuti morti nelle carceri crollate durante il sisma

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di Christopher Sharma

 

asianews.it, 23 maggio 2015

 

Varie Ong denunciano "ancora oggi la presenza di persone chiuse in strutture danneggiate e pericolanti". Il 55% delle carceri è crollato e non potrà essere riutilizzato. Il governo non fornisce i dati ufficiali sul numero di carcerati morti durante il terremoto del 25 aprile. Le famiglie chiedono che sia garantita la sicurezza dei sopravvissuti e il trasferimento in altri luoghi.

"Sono almeno 20 i prigionieri morti durante il sisma e più di 100 sono rimasti feriti. Ma non disponiamo dei dati ufficiali e temiamo che il numero sia molto più alto". È la denuncia di Sudip Pathak, attivista e membro della Commissione nazionale per i diritti umani del Nepal. Secondo fonti non ufficiali infatti, il violento terremoto che ha colpito il Paese il 25 aprile - e che ha superato le 8mila vittime accertate e 17mila feriti - ha distrutto o danneggiato più della metà delle prigioni nepalesi. Tra i 20 prigionieri morti nel crollo delle case detentive, almeno 16 si trovavano nel carcere centrale di Kathmandu. Ora i parenti delle vittime e attivisti chiedono al governo di garantire la sicurezza di chi è sopravvissuto.

Pathak critica l'inefficienza del governo "nel garantire la sicurezza di coloro che si trovano sotto il suo controllo. Continuare a detenere i prigionieri in strutture vecchie, fatiscenti e danneggiate è un crimine di Stato. Il governo non è in grado di fornirci i dati esatti sulla capienza totale delle prigioni, il numero dei detenuti - distinto tra cittadini e stranieri - e dei feriti. Questo non è un governo democratico. Siamo riusciti a raccogliere le informazioni non ufficiali da varie organizzazioni non-governative, dato che lo Stato ha paura delle vittime".

Bed Bahadur Karki, guardia carceraria della prigione centrale della capitale, conferma il numero di 16 vittime - tutte di nazionalità nepalese - ma non sa dare informazioni sulla situazione delle altre carceri. "Circa 200 persone erano presenti durante la scossa di terremoto. Tutti sono terrorizzati ma non abbiamo soluzioni alternative e non possiamo spostarli in un'altra area. I detenuti sono morti a causa del collasso dei vecchi edifici, quando le pareti si sono accartocciate su di loro", riferisce.

Nira Tamang, vedova di Som Bahadur Tamang deceduto nella prigione centrale, ha ricevuto il corpo del marito defunto. La donna denuncia ad Asia News: "I crimini devono essere puniti ma il Paese non ha il diritto di uccidere le persone, costringendole a vivere in luoghi fatiscenti che possono crollare in ogni momento". "Mio marito - continua - sarebbe dovuto uscire dal carcere una settimana dopo. Ma è stato ucciso. Il governo deve pagare per tale crimine. Tutti i detenuti sopravvissuti soffrono di traumi psicologici, perché la polizia non gli consente di uscire all'aperto nemmeno quando la terra trema".

Puskar Karki, Capo della Divisione investigativa della polizia a Kathmandu, si difende dalle accuse: "Noi ci occupiamo degli arrestati imputati di qualche crimine, ma dopo il trasferimento all'amministrazione penitenziaria non abbiamo più nulla a che fare con loro". Anche Surya Siwal, segretario del ministro degli Affari interni, non si assume la responsabilità di quanto accaduto: "Noi trattiamo in modo serio la questione, ma le conseguenze di simili disastri naturali sono al di là del nostro controllo. Stiamo fornendo le cure necessarie ai sopravvissuti e progettando dei posti più sicuri".

Secondo i dati diffusi dal governo, il 55% delle case detentive nelle zone colpite dal terremoto non sono in condizioni di sicurezza e poche di queste potranno essere riutilizzate. Nel Paese ci sono circa 17.000 reclusi in 72 distretti del Paese. Durante il terremoto del 25 aprile il 90% degli edifici della capitale ha riportato seri danni strutturali e il governo nei giorni scorsi ha deciso di sospendere tutti i progetti di costruzioni approvati in precedenza perché "non soddisfano i criteri di pubblica sicurezza".

 

Stati Uniti: detenuto malmenato un chiede maxi-risarcimento, licenziati due poliziotti

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direttanews.it, 23 maggio 2015

 

Negli Stati Uniti, due poliziotti sono stati licenziati per aver picchiato un detenuto ammanettato all'interno di una cella del Dipartimento di Las Cruces, New Mexico. Ripresi dalle telecamere, i due ora rischiano di ritrovarsi imputati a processo dato che il galeotto 47enne Ross Flynn è intenzionato a chiedere anche risarcimenti milionari alla città. L'uomo (in carcere da dicembre per aggressione armata e resistenza a pubblico ufficiale) nel pestaggio avrebbe riportato un trauma cranico, fratture alle costole e contusioni multiple.

Nel video registrato dalle telecamere di sorveglianza, si può vedere come Flynn prenda a calci la grata della cella per richiamare l'attenzione di qualcuno. A quel punto, due agenti (Richard P. Garcia e Danny Salcido), senza alcuna ragione apparente, iniziano a malmenare l'uomo con spintoni e ginocchiate, scaraventandolo contro il muro e poi sul pavimento. Di seguito, le immagini dell'accaduto.

 
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