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Verbania: progetto "Compagnia verde", reinserimento sociale con pulizia e taglio boschi

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di Filippo Rubertà

 

La Stampa, 1 settembre 2015

 

Il progetto è semplice: ricavare reddito dalla pulizia dei boschi facendo lavorare persone che faticano a trovare un reinserimento sociale, come gli ex detenuti. È già all'opera la cooperativa sociale che vuole creare posti di lavoro, nell'ambito della filiera del legno, per persone svantaggiate. La scommessa era partita in primavera dalla parrocchia di San Leonardo a Pallanza, trovando subito un sostenitore nel Comune di Verbania. Un inizio in punta di piedi, quasi scaramantico, temendo gli ostacoli della burocrazia e qualche defaillance tra i soci fondatori. Invece durante l'estate il gruppo si è allargato fino a 34 soci ed è stata costituita la cooperativa che ha subito iniziato a operare nei boschi del Verbano.

È stata battezzata "Compagnia Verde": ha sede a Ungiasca, frazione di Cossogno, nella vecchia scuola messa a disposizione dall'amministrazione comunale. All'iniziativa hanno già aderito quattro comuni: oltre a Verbania e Cossogno, Gravellona Toce e Premeno. Stanno inoltre per dare l'adesione Baceno e Crodo. Compito degli enti locali sarà quello di mettere a disposizione i boschi. Dalla coltivazione sarà possibile avviare quella che viene chiamata "filiera del legno": una serie di attività che prevede pulizia del bosco, taglio degli alberi e utilizzo energetico della legna e dei suoi derivati nell'ambito del teleriscaldamento e di altri processi produttivi.

"È un settore - spiega Francesco Priolo, presidente della cooperativa - che ha grandi potenzialità, soprattutto se intorno a noi cresceranno aziende private orientate all'utilizzo di energia termica". Per il momento la cooperativa ha a libro paga due lavoratori del settore, dotati del patentino di forestali, che si occuperanno anche della formazione, e due operai generici. Questi ultimi sono un detenuto e un ex detenuto del carcere di Pallanza.

"Il primo fine della cooperativa - spiega Priolo - è quello di avviare al lavoro le persone svantaggiate. È per questo che nel progetto avranno un ruolo importante il Consorzio dei servizi sociali del Verbano e il "gruppo famiglia" della parrocchia di San Leonardo". Per allargare il giro, dalla cooperativa lanciano un appello ai privati affinché diano in affidamento i loro boschi: "Sono una risorsa - specifica il presidente -. Se si abbandonano diventano un pericolo per l'equilibrio idrogeologico del territorio".

Tra i primi lavori, il taglio di due fichi, cresciuti sui campanili delle chiese di San Leonardo e di Santo Stefano: i frutti maturi cadevano sulle teste dei passanti. L'attività vera e propria inizierà a ottobre quando verrà dato il via all'intervento nei boschi del Monterosso sopra Verbania. La parte scientifica del progetto è curata dall'Università di Torino.

 

Rovigo: nuovo carcere; i tempi si allungano, l'entrata in funzione rischia di slittare al 2016

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Corriere Veneto, 1 settembre 2015

 

La speranza che il nuovo carcere dì viale Tre Martiri possa entrare in funzione con la fine dell'anno, pare destinata ad arenarsi. "Ho la sensazione che le priorità dell'amministrazione penitenziaria siano, al momento, altre - osserva il prefetto Francesco Provolo - e, dunque, l'avvio di nuove strutture penitenziarie potrebbe avere tempi più lunghi rispetto a quelli auspicati".

Un tema che, da tempo, tiene banco in città, dato che la casa circondariale, la cui prima pietra fu posata all'epoca del secondo Governo Prodi dall'allora Guardasigilli Clemente Mastella) e di fatto ultimata, ma non operativa per la mancanza di un numero di guardie congruo. Questione che è stata già posta nel recente passato ad Andrea Orlando, ministro competente in materia, e su cui il sindaco di Rovigo, Massimo Bergamin, ha annunciato nei giorni scorsi la volontà di intervenire in sinergia con tutti i parlamentari del territorio, ossia il deputato Crivellari (Pd) con i senatori Amidei (Fi), Endrizzi (M5S) Munerato (Fare con Flavio Tosi). Attualmente, secondo i dati della Cgil, ci sono 62 agenti in organico, di cui 33 non operativi a fronte di 60 detenuti, in via Verdi. Il nuovo penitenziario dovrà accogliere 250 ristretti.

 

Mantova: la triste vicenda del carcere-modello di Revere, destinato a restare incompiuto

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di Tommaso Papa

 

Il Giorno, 1 settembre 2015

 

Dentro le stanze del carcere: gli arredi esistenti sono stati rubati o vandalizzati negli anni Dentro le stanze del carcere: gli arredi esistenti sono stati rubati o vandalizzati negli anni. "Per recuperare quel carcere mai completato abbiamo mandato al ministero progetti preparati gratis, proprio per evitare che un'opera a buon punto finisse in abbandono. Ma è stato tutto inutile".

L'architetto mantovano Mario Berni, studio a Poggio Rusco, per la ditta costruttrice Acea di Mirandola, ha partecipato sin dai primi passi alla storia maledetta del carcere di Revere, estremo sud della provincia di Mantova, a 35 chilometri dal capoluogo: un istituto di pena che non è stato mai usato, ed è costato tanti soldi pubblici, tanta energia e anche qualche sogno di chi avrebbe dovuto rendere più umana la prigione.

Il carcere oggi ha un che di spettrale: è circondato da fitti campi di mais alti tre metri, un muro bianco di cemento armato ricorda la sua originaria funzione, la strada è coperta di ailanto e di altri infestanti, arrivarci è quasi impossibile. A riuscirci sono gli animali, qualche barbone che si ferma a dormire e soprattutto i ladri che l'hanno spolpato dei sanitari e dei termosifoni ancora imballati, delle finestre di sicurezza da montare, delle suppellettili e alla fine del rame contenuto nei fili elettrici.

Abbandonato dal 2000, era costato 5 miliardi, due milioni e mezzo di euro, dal momento della progettazione nel 1988. Voluto dall'allora ministro Giuliano Vassalli doveva essere un istituto mandamentale, destinato a detenuti per reati minori: 32 celle per 60 persone circa, più mensa, ambulatorio, parlatorio: "La parte comune per la direzione e le guardie era quasi finita - racconta l'architetto Berni - ma poi è arrivato un primo stop alla fine degli anni Novanta".

Le motivazioni dell'arresto dei lavori è legata alla mancanza di fondi ma anche all'attenuazione del regime penale e all'introduzione delle pene alternative. Mentre i lavori languono, la parte realizzata si deteriora e iniziano le prime incursioni di balordi e malintenzionati, gli amministratori di Revere chiedono conto a ministero: perché non si va avanti? Nessuna risposta, anzi la decisione del Guardasigilli di cancellare i progetti di alcune carceri mandamentali "non" riguarda Revere. Che però resta nel limbo delle opere incompiute.

Allora il Comune lo chiede per sé, magari per realizzarci una casa di riposo o qualche altra opera utile, come un ostello per gli infermieri dell'ospedale di Pieve di Coriano, che si trova dall'altra parte della strada. Archiviato ufficialmente il progetto nel 2003, il ministero di via Arenula si decide a rinunciare alla disponibilità dell'opera nel 2011. Il carcere fantasma passa al Comune, che intanto, a causa della legge di stabilità non può più effettuare investimenti. Per riutilizzarlo servirebbero 2 milioni e mezzo di euro, per demolirlo altrettanto che nelle casse non ci sono. I privati che hanno provato a più riprese ad affrontare la scommessa ci hanno rinunciato. Lo Stato centrale, in questo bel borgo gongaghiano a ridosso del Po, se l'è data a gambe da 15 anni e nulla fa pensare che batta un colpo.

"Riprendetevelo". Sergio Faioni, sindaco di Revere per una lista civica legata al centrosinistra, con pazienza e dedizione accompagna i visitatori tra le rovine del carcere mai aperto, si sbraccia in Consiglio e fuori, partecipa a dibattiti e talk-show, e tutto per evitare che un'assurda vicenda di spreco del denaro pubblico si concluda nel peggiore dei modi. Ma ogni tanto perde le staffe e vorrebbe restituire quel "magone" a chi glielo ha dato. "Ero stato eletto da appena due mesi quando la disponibilità dell'edificio è passata al Comune" racconta l'ex tabaccaio divenuto primo cittadino. E da allora quel carcere è uno dei suoi incubi.

Anche l'intervento dei privati si è rivelato senza sbocco. "Le ipotesi di recupero si sono susseguite. Una cordata di imprenditori di Treviso ha pensato di farne una residenza socio-assistenziale, ma i costi erano troppo elevati. Stessa musica per un altro progetto nato nel Modenese. Si è parlato della trasformazione in una residenza sanitaria per dimissioni protette, e anche di un condominio da destinare agli operatori dell'ospedale di Pieve di Coriano". Il carcere fantasma, però, continua a costare. "Certo, siamo costretti a frequenti sopralluoghi per i furti a raffica che si verificano nella struttura" L'unica consolazione per i cittadini di Revere è che il loro non è l'unico carcere-beffa. In Italia ne sono stati contati 38 iniziati e mai finiti.

 

Terni: detenuto magrebino tenta il suicidio, salvato da un agente

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Giornale dell'Umbria, 1 settembre 2015

 

Ha tentato di uccidersi, impiccandosi nella sua cella del carcere di Terni, dove pochi giorni un altro detenuto si era tolto la vita: stavolta, fortunatamente, l'uomo è stato salvato dal tempestivo intervento di un agente della penitenziaria in servizio. L'episodio viene reso noto da Donato Capece, segretario generale del sindacato autonomo di polizia penitenziaria Sappe, secondo il quale si tratta dell'ennesimo "evento critico accaduto in un carcere italiano, dove peraltro pochi giorni fa un altro ristretto si tolse la vita, è sintomatico di quali e quanti disagi caratterizzano la quotidianità penitenziaria". Fabrizio Bonino, segretario regionale umbro del Sappe, rende noto che il fatto è avvenuto verso le 13.20 di lunedì nella sezione di media sicurezza.

L'uomo, di nazionalità magrebina, era giunto da poco nell'istituto ternano e si trovava nel reparto isolamento. "Per altro - continua Bonino, sempre nel carcere di Terni venerdi in tarda mattina nella sezione media sicurezza si e verificata una rissa tra detenuti di origine straniera e italiani". Secondo Capece "non si può e non si deve ritardare ulteriormente la necessità di adottare urgenti provvedimenti: non si può pensare che la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri umbre e del Paese sia lasciata solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della polizia".

 

Bologna: detenuto psichiatrico di 39 anni scappa dalla Rems, è sfuggito a un operatore

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Corriere della Sera, 1 settembre 2015

 

L'uomo, 39 anni, stava scontando una pena per incendio e danneggiamento: si è diretto verso la stazione. Un 39enne marocchino, detenuto psichiatrico internato nella Rems di Bologna (struttura sanitaria che ha preso il posto degli ospedali psichiatrici giudiziari), si è allontanato oggi durante una passeggiata che stava facendo in un parco pubblico, sfuggendo all'operatore che lo accompagnava.

A quanto si apprende si tratta di un piromane, che stava scontando una condanna per incendio e danneggiamento (reati commessi a Ravenna) nella residenza di via Terracini, aperta il 27 marzo scorso dopo la chiusura degli Opg. I detenuti internati in queste strutture sono ritenuti socialmente pericolosi, ma incapaci di intendere e volere al momento della commissione del reato. La legge prevede che scontino la pena in maniera riabilitativa, e nell'ambito di questo percorso oggi il marocchino, grazie a un'autorizzazione specifica della magistratura, era stato accompagnato a fare un giro nel parco di Villa Angeletti, in via Carracci, dove è riuscito a sfuggire all'operatore che era con lui.

Si sarebbe allontanato in direzione della stazione, facendo per ora perdere le proprie tracce nonostante diverse ricerche in zona da parte delle forze dell'ordine. Lo scorso aprile, a poche settimane dall'apertura della Rems, un detenuto 60enne internato nella residenza di Bologna era fuggito e si era barricato in casa con la madre a Bellaria, minacciando di uccidersi col gas, ma l'intervento dei carabinieri lo aveva fatto desistere. A luglio, 41 psichiatri dell'Ausl avevano sottoscritto un documento per denunciare le insufficienti misure di sicurezza nella Rems di Bologna.

 
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