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Padova: 25 detenuti dell'Icat della Casa circondariale nuovi addetti all'igiene ambientale

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padovaoggi.it, 20 ottobre 2015

 

Alla voce "formazione" del loro curriculum, 25 detenuti dell'Icat della Casa circondariale dei Due Palazzi di Padova possono ora scrivere: "Addetto all'igiene e ambientale" con tanto di attestato. A renderlo possibile è stata la Cooperativa Solidarietà di Padova, cooperativa sociale di tipo B operante da oltre 30 anni in Triveneto, che ha promosso il percorso formativo pilota in collaborazione con Uo Sanità Penitenziaria Asl 16 di Padova e lo ha interamente finanziato.

"Questo attestato è una carta da giocare per il futuro fuori al carcere" - ha dichiarato la Direttrice della Casa Circondariale dei Due Palazzi Antonella Reale nel corso della cerimonia di consegna degli attestati professionali ai 25 detenuti, svolta stamattina nella "Sala ricreativa" Icat (Istituto Custodia Attenuata per Tossicodipendenti). "Questa esperienza è stata unica poiché realizzata in un contesto quale quello dell'Icat, che è unico nel Triveneto. Abbiamo così dato una risposta e una prospettiva concreta a quei detenuti che chiedono percorsi di formazione per la futura occupazionalità, strumento principe per contrastare il rischio di recidiva dei reati e favorire il loro reintegro nella società".

Secondo i dati di Italia Lavoro, infatti, il reinserimento degli ex detenuti con il conseguente abbassamento della recidiva, può produrre un risparmio per la collettività di 157 euro al giorno. "Oggi per alcuni di loro - hanno annunciato il presidente della Cooperativa Solidarietà Stefano Bolognesi e la vicepresidente Stefania Pasqualin - sono state ipotizzate nuove prospettive di reinserimento sociale e lavorativo: la Cooperativa Solidarietà ha chiesto l'autorizzazione alla Direzione del Carcere, da un lato di proseguire la formazione per conseguire la qualifica di "preposto", ossia con la responsabilità di organizzazione delle squadre di lavoro, spendibile in qualsiasi attività lavorativa; dall'latro, di rendere l'esperienza formativa permanente. Altri 10 detenuti, invece, a partire dalla primavera prossima potranno essere impegnati nella pianificazione delle sostituzioni estive e occupati con un part time all'interno delle squadre della nostra Cooperativa: metteremo a disposizione un mezzo di trasporto per gestire le trasferte da e per il carcere, offrendo loro la possibilità di un lavoro all'esterno dei locali di detenzione. La buona accoglienza di questo progetto ci conferma nella convinzione che la cultura del lavoro diffusa può restituire dignità e favorire l'integrazione sociale di persone svantaggiate. Grazie alla rete di collaborazione tra Cooperativa Solidarietà e i suoi partners e consulenti, Uo Sanità Penitenziaria Asl 16 di Padova, Direzione dei servizi sociali dell'Ulss 16 e Direzione del Due Palazzi, abbiamo creato una possibile prospettiva futura per queste persone, a costo zero sia per l'amministrazione penitenziaria che per la Pa e con un vantaggio sociale ed economico per tutta la collettività".

I detenuti hanno affrontato 4 moduli formativi di 16 ore complessive dedicate ai temi della sicurezza, alle conoscenze tecniche di prodotti chimici, attrezzature e macchinari, a diritti e doveri dei lavoratori. Peraltro, la formazione generale sulla sicurezza è riconosciuta sia da imprese profit sia da organizzazioni no profit su tutto il territorio nazionale, ha durata di 5 anni e sgrava i futuri datori di lavoro da un costo ed un onere formativo che sono obbligatori per legge. Alla conferenza stampa hanno partecipato anche il Responsabile Area Pedagogica della Casa Circondariale di Padova Domenico Cucinotta, l'Educatrice UO Sanità Penitenziaria ASL 16 di Padova Sonia Calzavara, la Responsabile Ufficio Sociale e progetti di inserimento lavorativo Cooperativa Solidarietà Giovanna Ferrari, il coordinatore dei consulenti della Cooperativa per il Sistema di gestione qualità ambiente e sicurezza e del medico competente per la sorveglianza sanitaria e titolare "Nobili e Associati" Carlo Nobile.

La Cooperativa Solidarietà (cooperativa sociale di tipo B) opera dal 1982 nel Triveneto È specializzata nella pulizia industriale e sanitaria e dà lavoro a circa 400 persone, tra cui circa 90 extracomunitari da 16 paesi diversi e un centinaio di persone dai servizi socio sanitari del territorio del Veneto (Sert, Servizio Integrazione Lavoro), dal Ministero di Grazia e Giustizia e dal Carcere di Padova, considerando i soggetti deboli definiti tali dalla Comunità Europea. Svolge soprattutto attività di pulizia sanitaria e industriale, logistica, facchinaggio, servizi cimiteriali e disinfestazione nelle aree di Padova, Venezia e territori limitrofi in ospedali, case di riposo, Comuni, aziende municipalizzate, ecc.

Ha come mission aziendale "la progettazione e realizzazione di percorsi di integrazione sociale e lavorativa, finalizzati a promuovere il benessere della collettività". Fin dalla costituzione, la Cooperativa Solidarietà si è posta la finalità di promuovere, sostenere e diffondere l'idea di Impresa Sociale, capace di coniugare competenze manageriali e obiettivi sociali: uno spazio dove economia e solidarietà convivono e si rafforzano e dove il lavoro diventa uno strumento di promozione della dignità umana, di valorizzazione massima di ogni individuo e di miglioramento della qualità della vita di persone deboli e sole.

 

Palermo: all'Ucciardone nascono cooperative agricole per il reinserimento dei detenuti

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redattoresociale.it, 20 ottobre 2015

 

Sono 350 i reclusi italiani e stranieri presenti attualmente nel carcere Ucciardone, uno dei più antichi d'Italia. Un numero di detenuti che, non appena verrà completata la ristrutturazione delle altre due sezioni, raggiungerà, secondo i limiti europei previsti, un massimo di 600. In cantiere tra i progetti di reinserimento sociale c'è la realizzazione di alcune cooperative agricole e di trasformazione dei prodotti coltivali dentro il carcere. A renderlo noto è la direttrice della casa circondariale Rita Barbera intervenuta presso l'aula magna del tribunale di Palermo all'interno del seminario formativo per giornalisti e avvocati promosso dall'Aiga.

"Nonostante il sistema carcerario italiano così com' è organizzato risulti fallimentare - dice la direttrice Barbera, alla guida dell'istituto di pena da 4 anni e mezzo, dobbiamo lo stesso però sforzarci continuamente di favorire tutte le iniziative finalizzate a garantire una maggiore dignità umana alla detenzione". "Il primo dei problemi è che il carcere è ancora riservato a troppe persone quando invece a molti andrebbero riconosciute misure alternative. Ho avuto detenuti che per contraffazione di cd hanno preso 8 anni che se ci pensiamo sono tantissimi e possono incidere fortemente sulla persona. Il carcere andrebbe riconosciuto solo a chi si è macchiato di reati gravi".

"Quello che, soprattutto, molti detenuti chiedono è la giusta attenzione per sentirsi utili dentro e poi fuori dal carcere. La creazione di misure alternative al carcere è un obiettivo principe. Un altro aspetto importante è, infatti, che dobbiamo pensare a progetti che iniziano in carcere ma che vengono inquadrati nella prospettiva di un inclusione lavorativa futura della persona. Tante possono essere le attività e le forme di impegno che possono dare un senso alla detenzione.

Attualmente con il Centro Padre Nostro abbiamo un detenuto che cura il verde pubblico fuori dal carcere, poi stiamo cercando di realizzare alcune cooperative di tipo agricolo ma anche di trasformazione dei prodotti coltivati all'interno del carcere che poi potranno svilupparsi anche all'esterno. Attualmente produciamo, infatti, ortaggi per un uso interno ma che poi speriamo ci siano le basi per venderle e proporle fuori". "Mi piace ricordare anche che tra i detenuti abbiamo avuto anche persone che grazie al periodo di detenzione hanno scoperto, attraverso dei laboratori specifici, dei talenti artistici come il teatro o la pratica sportiva - conclude la direttrice -. Questi per noi sono chiari segnali di speranza che possono aprire per queste persone finestre nuove".

 

Torino: in carcere con t-shirt "No Tav", educatrice licenziata in tronco

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di Jacopo Ricca

 

La Repubblica, 20 ottobre 2015

 

L'amministrazione penitenziaria: "È amica degli anarchici". Lei. "Sempre stata corretta, mi negano il lavoro". Quanto costa essere No Tav? Forse non la libertà di parola, ma un posto di lavoro nella Casa circondariale Lorusso e Cutugno almeno sì.

Almeno questo è quello che pensa Angela Giordano, educatrice a contratto nel padiglione E delle Vallette rimasta senza lavoro dal 17 settembre probabilmente per una maglietta No Tav indossata prima delle state mentre faceva terapia con i suoi pazienti e per un abbraccio a un'amica incontrata all'uscita dal lavoro, e quindi dal carcere, durante un presidio di solidarietà agli arrestati per gli assalti al cantiere di Chiomonte.

Da quella mattina di settembre per lei le porte del carcere non si sono più aperte: "Sospensione temporanea del permesso di accesso" le ha detto la guardia all'ingresso "Motivi di sicurezza" la spiegazione. Quel provvedimento temporaneo il 30 settembre è diventato definitivo, sempre per decisione del direttore della struttura Domenico Minervini. La motivazione ufficiale fa riferimento a due episodi: "Essersi intrattenuta scambiando baci e abbracci con simpatizzanti dell'area anarco-insurrezionalista" e ancora "aver pubblicato sul suo profilo Facebook numerose fotografie di anarchici recentemente arrestati".

L'associazione Morgana, con cui aveva una collaborazione a partita Iva da 40 ore settimanali, non ha potuto far altro che accettare la decisione della direzione e da settembre non ha più pagato la donna. L'organizzazione infatti gestisce, in convenzione con il Sert di corso Lombardia, i percorsi riabilitativi per i detenuti tossicodipendenti e il carcere è l'unico posto di lavoro: se non puoi entrare non lavori.

Tutto però è iniziato con una maglietta, indossata prima dell'estate, dove campeggiava la scritta No Tav. Un t-shirt di quelle comprate per finanziare la lotta contro il treno ad Alta velocità che non è passata in osservata e ha suscitato le critiche dei superiori: "Non è un abbigliamento consono, può essere visto come una provocazione" gli avvertimenti fatti all'educatrice che da quel momento aveva smesso di mettere la maglietta e non si sarebbe aspettata di perdere il lavoro per quello.

La donna conferma di essere simpatizzante del movimento No Tav, ma assicura di non aver mai avuto rapporti con gli anarchici e l'incontro cui si fa riferimento nel provvedimento è avvenuto a metà settembre, quando era stato organizzato un presidio in solidarietà degli 8 arrestati dove uscendo del lavoro è stata chiamata da una sua amica che partecipava alla manifestazione. E anche le foto, ancora visibili sul suo profilo social, ritraggono i giovani che avevano assaltato il cantiere di Chiomonte e che non appartengono all'area anarchica, ma all'autonomia torinese. Il suo legale, Roberto Lamacchia, spera che si sia trattato di un malinteso: "Non era mai successa una cosa simile e le motivazioni che abbiamo non rispondono alla realtà - spiega l'avvocato - Nei prossimi giorni cercheremo di ottenere una revoca".

Il direttore del carcere Minervini invece non vuole entrare nel merito della decisione, ma precisa: "Io ho scritto nel provvedimento le motivazioni. Per volontari e dipendenti di enti convenzionati si valuta il comportamenti e si prende una decisione sulla correttezza. All'inizio non avevamo spiegato le circostanze che mi hanno fatto prendere questa decisione, ma ora sono nero su bianco". Critica l'associazione Antigone: "Serve più chiarezza e un contraddittorio su queste decisioni - commenta Giovanni Torrente del direttivo del gruppo che tutela i diritti dei detenuti - A monte c'è la questione che l'amministrazione penitenziaria ha un potere quasi feudale e con le esigenze di sicurezza giustifica qualsiasi scelta. Questo dovrebbe cambiare".

 

Asti: Anna Celamaro nominata Garante comunale dei diritti dei detenuti

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di Alessandro Franco

 

atnews.it, 20 ottobre 2015

 

Anche il Comune si doterà di un Garante per i detenuti, che è stata individuata nella dottoressa Anna Celamaro. "È stato un processo molto lungo - afferma Piero Vercelli, assessore ai Servizi Sociali - ora siamo contenti della scelta ricaduta su una persona che ha collaborato con noi nel corso degli anni attraverso molti progetti".

Il carcere di Asti oggi viaggia tra i 240 e i 260 detenuti, con una decina di detenuti a lunga o lunghissima detenzione. Nell'ordinario, le questioni più importanti sono problemi sanitari o legati ad una maggiore integrazione con i progetti lavorativi. "Bisognerà lavorare in maniera intensa sul personale, con maggiore comunicazione tra la parte educativa e quella di custodia del carcere - spiega la Celamaro - e programmando momenti di incontro per spiegare alla cittadinanza l'attività e la situazione della struttura di Quarto. Tra sei mesi porterò le prime risultanze al Consiglio Regionale".

"Il primo obiettivo è stato quello di costituire una rete di garanti comunali - racconta Bruno Mellano, responsabile del servizio dei garanti per la regione Piemonte - il percorso per arrivare al riconoscimento di questa figura è stato molto lunga. Entro fine anno la rete dovrà essere completata per arrivare a quanto la Corte dei Diritti dell'Uomo ha raccomandato all'Italia, cioè una rete terza ed indipendente di garanzia nei confronti dei detenuti. Il garante ha il potere di fare visite ispettive senza preavviso ed avere colloqui personali con gli stessi. Il garante può diventare così la figura di riferimento con cui relazionarsi nel caso di segnalazioni per condizioni di detenzione non idonee".

"Vorrei spendere due parole per il personale, che spesso lavora sotto organico - questo l'intervento del comandante della polizia penitenziaria Ramona Orlando - a pieno regime il carcere può arrivare a 300 detenuti con un personale di 180 agenti. Avremmo bisogno di una ventina di agenti in più. "Avere la figura del garante comunale è un arricchimento delle nostre speranze - afferma Elena Vallauri, direttrice del carcere di Asti - il fatto che sia stato nominato in questo periodo di trasformazione da casa circondariale a casa di reclusione può aiutarci per rendere il periodo detentivo utile e trasparente per tutti".

"Con il garante abbiamo effettuato una visita alla casa circondariale di Quarto - così Angela Motta, consigliere regionale - per prendere visione dei problemi che affliggono il carcere come la cronica mancanza di personale soprattutto nella fase di transizione che ha coinciso con le ferie estive. Pur in una situazione di obiettiva difficoltà, abbiamo trovato una grande disponibilità da parte della direttrice e della comandante, e credo che con l'inserimento della nuova figura del garante, molti problemi potranno essere risolti. Al presidente della Regione Piemonte, Chiamparino, chiederemo che con la trasformazione dell'Istituto ci sia un adeguato rinforzo di personale per gestire al meglio la struttura. Credo che l'aiuto delle Istituzioni sia quello di far arrivare personale adeguato per garantire sia ai detenuti sia agli operatori la massima sicurezza". Ancora da individuare la sede logistica del nuovo garante: probabilmente sarà a Palazzo Mandela in Piazza Catena.

 

Reggio Emilia: poco personale nelle carceri reggiane, i sindacati dal prefetto

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reggionline.com, 20 ottobre 2015

 

Nella mattinata di ieri si è tenuto un incontro a Palazzo Allende per discutere del problema del sovraffollamento degli istituti a fronte di un esiguo numero di addetti alla sicurezza". Si è tenuto questa mattina in prefettura un incontro tra le sigle sindacali e il prefetto Ruberto per discutere della situazione in cui è costretto a operare il personale addetto agli istituti penitenziari reggiani, a seguito del trasferimento degli ospiti dell'ex Opg.

"Il ministero della Giustizia - hanno reso noto i sindacati - ha già annunciato che utilizzerà le strutture dell'ex Opg, attualmente pressoché inutilizzate, per trasferivi detenuti da altri istituti. A ciò si aggiunge poi il tema del reparto detentivo femminile che, per l'esiguo numero di detenute che mediamente ospita, potrebbe essere accorpato a quello di Modena".

L'incremento quantitativo della popolazione detenuta, a fronte della progressiva riduzione del personale a disposizione, "potrebbe inoltre generare rischi per la tenuta della sicurezza all'interno degli istituti sia per quanto riguarda il personale addetto ai servizi di custodia sia per quanto riguarda la stessa popolazione detenuta. È necessario quindi rivedere e rivalutare la dimensione quantitativa del personale a disposizione incrementandolo".

 
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