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Santa Maria Capua Vetere (Ce): Giornata mondiale Teatro, due spettacoli per i detenuti

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Corriere del Mezzogiorno, 8 marzo 2015

 

Nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere su iniziativa di Casmu e PulciNellaMente.

In occasione della Giornata mondiale del Teatro il carcere di Santa Maria Capua Vetere apre ancora una volta le sue porte alla cultura, trasformandosi in un palcoscenico in cui si rivela la straordinaria attitudine del teatro a parlare al cuore di ciascuno di noi e, contemporaneamente, farci riflettere sui grandi temi che toccano la nostra vita, sia come persone che come collettività, mettendo in scena i valori, i sentimenti, le sfide e le speranze in un domani più belle e sereno.

Presso il penitenziario casertano saranno due gli eventi che andranno in scena in due diverse date: l'atteso spettacolo "Viviani e non solo", ideato e magistralmente interpretato da Antonio Buonomo, l'ultimo artista vero della tradizione napoletana, si terrà venerdì 13 marzo 2015, alle ore 15; lo spettacolo "Pericolosamente", commedia in un atto unico scritta da Eduardo de Filippo nel 1938, appartenente al filone della "Cantata dei giorni pari", sarà interpretato dalla Compagnia Teatrale Letizia venerdì 27 marzo 2015, alle ore 10.30.

L'iniziativa, ancora una volta, è promossa grazie alla felice intesa tra l'Associazione Casmu, presieduta da Mario Guida, la Rassegna Nazionale di Teatro scuola PulciNellaMente, rappresentata dal direttore Elpidio Iorio, e i vertici i vertici della Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere, diretta da Carlotta Giaquinto, con il comandante commissario Gaetano Manganelli e il dottor Bruno Boccuni responsabile del progetto per i detenuti.

"Da anni - dichiarano il coordinatore Mario Guida e il direttore di PulciNellaMente Elpidio Iorio - non lesiniamo energie pur di testimoniare una solidarietà concreta - piuttosto che evocata - a quanti la vita purtroppo ha riservato sofferenza e disperazione.

Il nostro auspicio è che questa iniziativa possa indurci a riflettere sull'importanza del teatro sia a livello artistico che etico: la cultura può, anzi deve, rappresentare per ciascuno di noi il motore per una rinnovata spinta verso il futuro traducendo in realtà le nostre speranze di cambiamento. Un grazie sentito a quanti hanno offerto la loro collaborazione per la realizzazione di questo evento, dai dirigenti al personale del carcere, dagli artisti al personale tecnico".

Dunque appuntamento a venerdì prossimo, presso il teatro della struttura sammaritana dell'Amministrazione Penitenziaria, dove andrà in scena il primo evento: lo spettacolo "Viviani e non solo". Un evento teatrale imperdibile per quanti amano l'attore teatrale, il compositore, il poeta e scrittore Raffaele Viviani. I protagonisti di questo spettacolo sono Antonio Buonomo e Patrizia Masiello, al pianoforte il M° Ciro Brancaccio, alle percussioni il M° Bruno Del Grosso, al flauto Noemi Granato. Presenta la serata Cristina Del Grosso, mentre Giordano coordina i services tecnici di audio e luci.

Ancora una volta Antonio Buonomo, una grande personalità del teatro e della canzone napoletana, compie un gesto di grande vicinanza verso i detenuti offrendo loro uno spettacolo in cui restituisce una nuova luce all'intramontabile canzone classica napoletana, protagonista dei suoi spettacoli di varietà e prosa, spaziando in particolare tra i capolavori tratti dalla vasta opera del grande Viviani.

 

Cinema: "A tempo debito", un film che racconta il carcere, dall'interno di una stanza

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recensione di Elton Kalica

 

Ristretti Orizzonti, 8 marzo 2015

 

Presentato in anteprima al Cinema Multiastra di Padova il film "A tempo debito".

La stanza composta di banchi e sedie sistemate in cerchio fa pensare a un'aula scolastica qualsiasi, se non fosse per quella porta pesante e le finestre rinforzate con delle sbarre di ferro che rivelano la vera natura di ciò che circonda quel luogo: un carcere.

Quella camera è adibita ad aula per svolgere corsi scolastici. E infatti i banchi sono spesso occupati da detenuti che seguono la scuola media oppure i corsi di alfabetizzazione. Sulla lavagna le tracce del tema non dicono se si trattava di un compito da svolgere in classe, o in cella. La porta viene aperta in continuazione da detenuti che infilano la testa per vedere cosa succede. Ma il curioso di turno viene sempre richiamato da qualcuno e la porta si richiude.

Il tanto interesse su cosa sta succedendo è dovuto ad una voce di corridoio, secondo la quale in quella stanza si sta girando un film. Infatti nei reparti detentivi è girato un volantino strano che informava la popolazione detenuta che si stavano cercando degli attori per un film. Poi c'era stato il casting, e adesso quindici detenuti sono stati chiamati e si trovano in questa stanza. Di fronte a loro, una donna sistema la telecamera, un'altra regge in alto un microfono, mentre un uomo comincia a parlare di cinematografia, di attori e di interpretazione.

Si chiama Christian Cinetto ed è un regista vero che vuole realizzare un cortometraggio. Ha scelto la Casa circondariale perché, dice, "vogliamo mostrare il carcere preventivo, quello dove le indagini sono ancora aperte, e i detenuti non sanno né dove né per quanto saranno ancora rinchiusi". Per fare questo è stato autorizzato ad incontrare il gruppo dei detenuti due volte a settimana nell'aula scolastica. Sono state inoltrate richieste al Ministero per poter girare anche in altri spazi, come il campo da calcetto, qualche corridoio, un reparto detentivo. Intanto c'è una stanza e quindici detenuti con la voglia di sperimentare. Solo due di loro sono italiani, gli altri tredici rispecchiano un po' la composizione degli stranieri che vivono oggi in Italia. Colori diversi, lingue diverse, vite diverse. La prima cosa da fare è coinvolgerli in un progetto comune. Fargli raccontare la loro condizione detentiva può essere un punto di partenza. "Abbiamo capito che se davvero volevamo trovare un punto d'incontro, quello non poteva essere che il loro stesso stato di detenuti in attesa di giudizio", spiega il regista.

Inizia così un percorso che dura cinque mesi. Si riprende tutto, le conversazioni e ogni loro espressione, le difficoltà nell'insegnare e ogni loro imbarazzo. Ogni incontro offre la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo sulla loro quotidianità, spesso ti permette perfino di scavare nelle loro anime, ed è tutto prezioso. Il regista lo chiama raccontare il loro "limbo", senza conoscere i reati che questi uomini hanno commesso, per dare una visione autentica dell'essere umano oltre il suo crimine.

Le persone imparano a studiare le loro parti, superano gli imbarazzi e interpretano scene di quotidiana galera. Questo le fa avvicinare di più. Scherzano tra di loro, si appassionano insieme, e alla fine sembrano una vera troupe cinematografica. "Abbiamo scavato per trovare qualcosa in comune per creare, tutti e quindici insieme, nonostante le difficoltà culturali, una storia da condividere, nella quale ciascuno di loro fosse protagonista", racconta Christian.

I cinque mesi passano in fretta. Le riprese finiscono. Il regista lascia il carcere con decine di ore di registrazione su cui lavorare, mentre i detenuti tornano nelle loro celle ad aspettare il processo. La loro avventura cinematografica è finita. La troupe invece, con quelle riprese, ha realizzato un documentario dal titolo "A tempo debito" per offrire al pubblico la possibilità di vedere un altro racconto della "realtà" dentro le mura della Casa circondariale di Padova. "Lo abbiamo intitolato "A tempo debito", spiega Cinetto, "perché il tempo è l'elemento essenziale: lo è per i detenuti, che vivono in un'attesa che non dipende dal loro arbitrio, ma da chi deciderà per loro; lo è per noi che abbiamo lavorato nel tempo per mettere insieme queste persone e portare avanti un progetto nonostante gli attriti e le chiusure. Debito perché tutti i protagonisti hanno un debito da pagare".

A riflettori spenti, quella stanza composta di banchi e di sedie sistemate in cerchio sicuramente oggi è tornata alla sua routine carceraria, occupata da detenuti, mentre gli insegnanti si danno i turni per riempire la lavagna di parole e di numeri. Ma forse proprio grazie a quell'aula scolastica, oggi tutti hanno la possibilità di conoscere un pezzo di carcere in attesa di giudizio.

 

Droghe: legalizzare la cannabis e tassarla... è inutile regalare questo bancomat alla mafia

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di Dimitri Buffa

 

Il Tempo, 8 marzo 2015

 

Legalizzare la cannabis e tassarla tanto la fumano tutti in Italia ed è inutile regalare questo bancomat alla mafia, alla camorra e alla 'ndrangheta. Il concetto non è nuovo ma adesso la legalizzazione delle droghe leggere non la chiede solo Marco Pannella, che lo fa da 45 anni, o Rita Bernardini, da qualcuno di meno. Né i centri sociali delle feste per la semina o gli hippy post sessantottini. A prendersi la responsabilità di "cambiare verso", è la Direzione nazionale antimafia che nel proprio ponderoso rapporto per l'anno 2014 dedica svariate pagine a questo tema. Sei cartelle piene di proiezioni statistiche.

"Ricordiamo - si legge - per dare un significato concreto ai dati che riguardano il presente anno, che, nel periodo precedente a quello in esame (dunque, dal 1 Luglio 2012 al 30 Giugno 2013), in Italia, venivano intercettati: kg 3.748 di cocaina - dato che, già all'epoca, non faceva che confermare la fortissima offerta di questo stupefacente in Italia - kg 830 di eroina (stupefacente che risultava meno richiesto sul mercato rispetto al precedente trend) kg 63.132 di cannabis di cui 35.849 di marijuana, kg 27.282 di hashish e kg 4074 di piante".

Poi la considerazione che fa da premessa a una richiesta di depenalizzazione della cannabis: "Quanto al dato sui sequestri di cannabis, lo stesso, come anticipato, evidenzia un picco che appare altamente dimostrativo della sempre più capillare diffusione di questo stupefacente. Per avere contezza della dimensione che ha, oramai, assunto il fenomeno del consumo delle cd droghe leggere, basterà osservare che - considerato che il quantitativo sequestrato è di almeno 10/20 volte inferiore a quello consumato - si deve ragionevolmente ipotizzare un mercato che vende, approssimativamente, fra 1,5 e 3 milioni di Kg all'anno di cannabis, quantità che soddisfa una domanda di mercato di dimensioni gigantesche. In via esemplificativa, l'indicato quantitativo consente a ciascun cittadino italiano (compresi vecchi e bambini) un consumo di circa 25/50 grammi pro capite (pari a circa 100/200 dosi) all'anno".

Duecento canne, di media, a testa per ogni italiano, compresi poppanti e novantenni. Quindi il dato quasi certo è che nella popolazione attiva, tra i sedici e i sessanta anni, il consumo potrebbe investire il 50, 60 per cento di tutti loro. Prosegue la relazione a pagina 355 sostenendo che "invero, di fronte a numeri come quelli appena visti - e senza alcun pregiudizio ideologico, proibizionista o anti-proibizionista che sia - si ha il dovere di evidenziare a chi di dovere, che, oggettivamente, e nonostante il massimo sforzo profuso dal sistema nel contrasto alla diffusione dei cannabinoidi, si deve registrare il totale fallimento dell'azione repressiva...

E quando si parla di "massimo sforzo profuso" in tale specifica azione di contrasto, si intende dire che attualmente, il sistema repressivo e investigativo nazionale, che questo Ufficio osserva da una posizione privilegiata, è nella letterale impossibilità di aumentare gli sforzi per reprimere meglio e di più la diffusione dei cannabinoidi.

Ciò per la semplice ragione che, oggi, con le risorse attuali, non è né pensabile né auspicabile, non solo impegnare ulteriori mezzi ed uomini sul fronte anti-droga inteso in senso globale, comprensivo di tutte le droghe (impegno che assorbe già enormi risorse umane e materiali, sicché, spostando ulteriori uomini e mezzi su tale fronte, di conseguenza.. neppure, tantomeno, è pensabile spostare risorse all'interno del medesimo fronte, vale a dire dal contrasto al traffico delle (letali) droghe "pesanti" al contrasto al traffico di droghe "leggere".

In tutta evidenza sarebbe un grottesco controsenso. La parola depenalizzare è in realtà un eufemismo per legalizzare, così come il termine liberalizzare è un vocabolo che denota la disonestà intellettuale di chi lo usa, e che vorrebbe prefigurare una sorta di anarchia e di "fate tutti come vi pare" che però è più la caratteristica della realtà odierna dominata dal proibizionismo e dal monopolio della criminalità organizzata".

Qui finiscono le sei cartelle con cui la Direzione nazionale anti mafia descrive il fenomeno della diffusione delle canne in Italia e il possibile rimedio. A questo punto, fatti due conti a tavolino sono i radicali italiani dei su nominati Marco Pannella e Rita Bernardini, con i loro esperti di area, a dare una cifra sul possibile introito per l'erario, sia in termini di risparmio sulla repressione sia in termini di vere e proprie accise sulla cannabis: dai 7 ai 10 miliardi di euro l'anno. Tanto per cominciare.

 

Gambia: due pescatori italiani arrestati. Appello delle moglie a Renzi "cerchi di salvarli"

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di Monica Ricci Sargentini

 

Corriere della Sera, 8 marzo 2015

 

Un peschereccio italiano della Italfish di Martinsicuro è stato posto sotto sequestro dalle autorità marittime del Gambia per la presunta violazione delle dimensioni delle maglie di una rete. E due italiani sono in carcere da lunedì 2 marzo, dopo essere stati per una decina di giorni in stato di fermo.

Si tratta del capitano della nave Idra Sandro De Simone di Silvi Marina, in provincia di Teramo, e del direttore di macchina Massimo Liberati di San Benedetto del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno. La società armatrice parla di condizioni di detenzione disumane: "Sono senza cibo da lunedì - hanno riferito all'Ansa. Non abbiamo modo di parlarci, non sappiamo neanche se siano ancora vivi e temiamo per ciò che potrebbe accadere andando avanti così".

Finora l'unico che è riuscito a incontrarli, giovedì 5 marzo, è stato il console onorario in Gambia, secondo cui i marinai "non sono in buone condizioni né fisiche né mentali". A bordo ci sarebbe un altro italiano il 60enne Vincenzino Mora, nativo di Torano Nuovo ma da diversi anni residente a Martinsicuro, che svolge le mansioni di nostromo. Mentre il comandante e il primo ufficiale sono detenuti, il nostromo - che è separato e ha un figlio - si trova sull'imbarcazione ormeggiata nel porto della capitale Banjul senza poter scendere dalla nave. L'equipaggio è sorvegliato a vista da guardie armate.

Allarmata la moglie di Sandro De Simone che, attraverso l'agenzia Ansa, lancia un appello al premier Renzi e al ministro degli Esteri Paolo Gentiloni "Ogni giorno in più in quel carcere è un giorno di vita in meno. Mio marito rischia di morire, quel posto è come un lager: sono senza servizi igienici e senza cibo, neanche l'assassino più feroce viene trattato così. Sto male solo all'idea che lui stia subendo queste cose da tanti giorni. Chiediamo l'aiuto di Renzi e del ministro degli Esteri, affinché intervengano".

Gianna De Simone, dalla sua abitazione di Silvi, ripercorre anche i suoi ultimi contatti con il marito. "Domenica l'ho sentito per telefono, quando era ancora in stato di fermo, e mi aveva detto che il giorno dopo si sarebbe risolto tutto, che avrebbero pagato una multa e la vicenda si sarebbe chiusa. Era tranquillo. Lunedì, verso le 14, mi ha mandato un sms in cui c'era scritto "non si è risolto nulla, ti chiamo appena posso". Ho provato a contattarlo, ma non ho avuto risposta, fino a quando l'armatore mi ha detto che erano stati arrestati. Da quel momento non l'ho più sentito.

Dobbiamo renderci conto che tutti i paesi del mondo - tranne i paesi dove i musulmani hanno imposto la loro religione araba in cui esiste solo la legge del crimine a livello istituzionale - strutturano il loro sistema giudiziario su impostazioni mutuate dal diritto occidentale senza essere ancora attuate in modo completo di accusa, difesa, carcerazione preventiva, istruttoria, prove dibattimentali etc. Il dramma della detenzione è ancora più grave di quanto sia in Italia.

 

Egitto: eseguita la prima condanna a morte contro i Fratelli musulmani

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di Giuseppe Acconcia

 

Il Manifesto, 8 marzo 2015

 

In corso una faida tra l'élite militare e gli uomini vicini all'ex presidente Mubarak che potrebbe costare la poltrona dello stesso al-Sisi. Mahmud Ramadan è il primo sostenitore dei Fratelli musulmani a essere condannato a morte. Sono state centinaia le pene capitali disposte dalle Corti di Minya, Alessandria e Giza in seguito alla resistenza che gli islamisti opposero alla deposizione forzosa dell'ex presidente Morsi nel luglio 2013. La condanna riguarda l'ormai noto processo di Alessandria, costruito su prove video che mostrerebbero due giovani defenestrati da un palazzo del quartiere di Sidi Gaber. Il primo dei due morì sul colpo, il secondo Hamad Badr, 19 anni, sulla strada verso l'ospedale.

Negli scontri del 3 luglio 2013, giorno del golpe militare, ad Alessandria morirono 18 persone, in una manifestazione venne ucciso, a coltellate, anche l'insegnante canadese Andrew Pochter. Il padre di una delle vittime ha raccontato che suo figlio sarebbe stato prelevato dal suo appartamento e condotto da Ramadan sul terrazzo del palazzo e gettato nel vuoto.

La Fratellanza si è sempre dichiarata estranea ai fatti. Nei processi sommari e di massa degli ultimi mesi, centinaia di islamisti sono stati condannati a morte nella più dura repressione che il movimento ha subito sin dalla sua formazione. Molte delle pene capitali sono state poi trasformate in ergastoli, ma i leader del movimento ancora rischiano la forca.

Dopo il golpe e il massacro di Rabaa, migliaia di sostenitori dei Fratelli musulmani risultato scomparsi in Egitto. Sono centinaia poi le opere caritatevoli, gli ospedali e le scuole chiuse in questi mesi per impedire una rinnovata partecipazione politica del movimento.

L'intero movimento è stato dichiarato illegale dalla magistratura egiziana colpendo al ventre la principale forza di opposizione in Egitto. Eppure con l'approssimarsi delle elezioni parlamentari, ora rinviate sine die, sembrava che il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi avesse avviato un tentativo di riconciliazione con quei politici islamisti che avessero rinnegato la loro appartenenza al movimento.

In realtà, l'esecuzione della prima condanna a morte, sebbene di un caso molto particolare che con le immagini video mostrate dalla televisione pubblica, ha provocato lo sdegno di molti egiziani, arriva a poche ore dal rimpasto di governo che ha visto avvicendarsi al ministero dell'Interno Mohamed Ibrahim, il politico che ha messo in atto la strage di Rabaa, con l'ex capo della Sicurezza di Stato (Amn el-dawla), Abdel Ghaffar. Sarebbe in corso una faida tra l'élite militare e gli uomini vicini all'ex presidente Mubarak che potrebbe costare la poltrona dello stesso al-Sisi in favore dei faccendieri riabilitati del dissolto Partito nazionale democratico in vista di un possibile voto per le parlamentari.

Da mesi c'è uno scontro negli atenei e per le strade con continui scoppi di ordigni rudimentali. L'ultimo ha causato un morto a Mahallah al-Kubra, città del Delta del Nilo nota per l'attivismo dei movimenti operai.

 
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