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Giustizia: no-Expo; "mai stati a Milano", i cinque ragazzi francesi in cella senza prove

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di Damiano Aliprandi

 

Il Garantista, 7 maggio 2015

 

Sono nel carcere genovese del Marassi i cinque ragazzi francesi sospettati dalla Procura di aver fatto parte della guerriglia urbana durante l'Expo di Milano. Si dichiarano innocenti e dicono di non esserci proprio stati a Milano. Spetterà comunque ai magistrati e alla Digos della città della Madonnina cercare un fermo immagine, un frame o qualche foto in cui si veda che uno di questi stia spaccando una vetrina, scagliando una pietra o una molotov, oppure dando fuoco ad un'auto. Senza di ciò, i cinque risulterebbero estranei agli incidenti di venerdì scorso. Ma perché sono stati tratti in arresto? A Genova era una notte inoltrata di domenica - due giorni dopo i fatti di Milano - quando alla centrale operativa delle Volanti giunse una telefonata di una guardia giurata. Segnala quattro giovani, tre maschi ed una ragazza, che stavano sfasciando delle macchine in Largo Zecca.

La polizia arriva sul posto alle 5,40, ma gli autori dei danneggiamenti riescono a scappare e si barricano in casa. Uno dei poliziotti cerca di entrare da una finestra del primo piano, si arrampica da un tubo dell'acqua ma non è riuscito a salire. Ci sono voluti i vigili del fuoco per abbattere la porta di ingresso. Dentro la casa vi erano i quattro che hanno danneggiato le auto, un altro giovane ed una donna, la titolare del contratto della casa. Dentro l'appartamento sarebbero stati rinvenuti materiali riconducibili alla protesta da parte dei 500 Black Bloc a Milano e forse utilizzato durante la guerriglia e gli scontri con polizia e carabinieri. Spetterà comunque alla Procura di Milano cercare elementi per comprovare i loro sospetti.

Al vaglio della Digos genovese ci sarebbero l'abbigliamento (tute nere), alcune mascherine sanitarie, una bomboletta spray e soprattutto la cartina del capoluogo lombardo e il biglietto di ingresso al casello autostradale di Milano che porta la stampigliatura delle 22,59. I magistrati milanesi, però, dovranno cercare elementi che possano provare la partecipazione dei cinque francesi ai disordini di venerdì scorso: foto, video o qualche telefonata. Però uno degli arrestati si difende: "Non sono mai stato a Milano e tanto meno ho partecipato agli scontri dell'Expo. Sono a Genova da una settimana e sono venuto a trovare il mio amico Pierre Boilleau che studia qui".

Lo ha dichiarato al suo legale Luc Robert Gauthier, 24 anni, uno dei cinque presunti black bloc francesi arrestati. Gauthier ha sostenuto di non essersi mai allontanato dalla Liguria e di non avere partecipato ad alcuna manifestazione. Anche Boilleau, 24 anni, ha detto al suo legale "di non essere mai stato in Lombardia", ma di essere a Genova da sei mesi "a seguire un corso di studi Erasmus e di non avere mai preso parte a disordini". Di certo se mai dovessero essere accusati, il reato contestato sarebbe "devastazione e saccheggio".

Un reato con una pena pesantissima: può arrivare fino a 15 anni di galera. Il reato di devastazione e saccheggio è una eredità dal codice Zanardelli. Faceva parte delle imputazioni che attentavano alla sicurezza interna dello Stato, tant'è vero che in un unico articolo erano previste insieme "guerra civile, devastazione, saccheggio e strage".

Reato politico per definizione, la sua applicazione richiedeva una violenza politica organizzata sotto il profilo associativo. Con il varo del codice Rocco, "devastazione e saccheggio" perde una parte della sua estensione e politicità. Le condotte incriminate vengono suddivise: alla vecchia "devastazione, saccheggio e strage finalizzati alla sovversione dello Stato", reato punito con l'ergastolo si affianca il semplice danneggiamento. In mezzo c'è il 419 cp, ovvero la sola "devastazione e il saccheggio", punita con pene che oscillano da 8 a 15 anni. Si tratta di un reato contro l'ordine pubblico, privo però di una precisa definizione per quanto riguarda l'estensione, l'intensità e la gravità dei fatti incriminati. Indeterminatezza che contrasta la Costituzione la quale prevede condotte "determinate e precise" per ogni reato. Questo reato è stato predisposto dal regime fascista per ovvi motivi.

Ma a renderlo efficace e più raffinato contro i movimenti di piazza è stata la magistratura che ha ridotto l'ambito di estensione delle condotte di danneggiamento e di furto per poter ritenere compiuto il reato più grave di devastazione, anche di fronte ad episodi circoscritti sia nel tempo che nello spazio. Il paradosso è che che i dirigenti di polizia che hanno permesso che si torturassero i ragazzi nelle caserme Ranieri a Napoli e Bolzaneto a Genova, sono stati condannati a pene di 3 anni, mentre i 10 manifestanti del G8 di Genova sono stati condannati a 100 anni di carcere. Vale più il bene materiale rispetto alla dignità di una vita umana?

 

Giustizia: liberazione anticipata e unificazione pene, sciogliere cumulo per verifica requisiti

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www.quotidianogiuridico.it, 7 maggio 2015

 

Cassazione Penale, Sentenza, Sezione Prima, 27 aprile 2015, n. 17412.

Pronunciandosi su una vicenda in cui il Presidente del Tribunale di sorveglianza aveva dichiarato inammissibile il reclamo presentato da un detenuto "su liberazione anticipata", la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17412/2015, - nell'accogliere la tesi difensiva con cui si rappresentava che il detenuto aveva già espiato la pena inflittagli per i reati c.d. ostativi all'applicazione del beneficio richiesto - ha affermato che, in presenza di un provvedimento di unificazione di pene concorrenti in esecuzione, è legittimo lo scioglimento del cumulo quando occorre procedere al giudizio sull'ammissibilità della domanda di concessione di un beneficio penitenziario, il quale trovi ostacolo nella presenza nel cumulo di uno o più titoli di reato inclusi nel novero dei delitti elencati nell'art. 4-bis della legge n. 354 del 1975, al fine di accertare se il condannato abbia o meno terminato di espiare la parte di pena relativa ai delitti cosiddetti ostativi.

 

Giustizia: Anac, così i dipendenti pubblici segnaleranno i colleghi "corrotti"

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di Gianni Trovati

 

Il Sole 24 Ore, 7 maggio 2015

 

Se tutti i dipendenti pubblici devono trasformarsi in "sentinelle anticorruzione", la riservatezza di chi segnala possibili reati ha bisogno di una tutela "effettiva ed efficace", e non di una protezione "generale e astratta" come quella prevista dalla legge anticorruzione e rilanciata dal decreto sulla Pa della scorsa estate.

Per passare dalla tutela promessa a quella reale, l'Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone mette in campo un sistema informatico di gestione delle segnalazioni, che confluiranno in una casella mail accessibile al solo presidente dell'Anac, il quale le assegnerà a un gruppo di lavoro ad hoc, con la promessa di "definire" entro 120 giorni la segnalazione, decidendo se debba avere effetti o no. A fissare le regole è la stessa Anac, nella determinazione 6/2015 diffusa ieri dopo una consultazione con le Pa che definisce le regole operative del whistle blowing. Come denuncia il nome (letteralmente:?"soffiare nel fischietto"), questa attività è tipica del mondo anglosassone ma praticamente sconosciuta da noi, e consiste nel denunciare illeciti di cui si viene a conoscenza in ufficio.

L'Anac ci crede, e per questa ragione forza nei limiti del possibile una normativa piuttosto zoppicante, chiede a Governo e Parlamento di intervenire per migliorarla ma soprattutto getta le basi per attuarla nel modo più ampio. Oggetto di tutela sono tutti i dipendenti delle Pa, compresi gli enti di diritto privato a controllo pubblico, che segnalano possibili atti di corruzione o cattiva gestione purché, spiega la determinazione, non siano fondati solo su "sospetti o voci". Attenzione:?a far scattare la segnalazione non serve un sospetto di reato, perché l'Anac chiede di vigilare anche su "sprechi, nepotismo, demansionamenti, ripetuto mancato rispetto dei tempi procedimentali, assunzioni non trasparenti, irregolarità contabili, false dichiarazioni, violazione delle norme ambientali e di sicurezza sul lavoro" e così via. La segnalazione andrà fatta al responsabile anticorruzione di ogni ente, che girerà il tutto all'Anac con un modulo informatico già disponibile sul sito dell'Autorità:?modulo, assicura l'Anac, che arriverà in una botte di ferro, cioè nella casella mail letta dal solo Cantone.

 

Giustizia: la mediazione civile non va, gli organismi iscritti sono diminuiti da 1.000 a 300

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di Gabriele Ventura

 

Italia Oggi, 7 maggio 2015

 

Fuggi fuggi dalla mediazione. Gli organismi iscritti al registro tenuto dal ministero della giustizia sono infatti passati dagli oltre mille di fine 2011, quando la mediazione obbligatoria era a pieno regime, ai poco più di 300 attualmente registrati nel nuovo albo istituito un mese fa dal ministero della giustizia. Stesso discorso per gli enti di formazione: da oltre 400 sono passati a 110 iscritti nel nuovo elenco.

L'occasione per fare i conti sull'istituto avviato dal dlgs n. 28/2010 e rinnovato dal dl n. 69/2013, è l'avvio del nuovo registro informatizzato del ministero della giustizia, nel quale, dal 6 aprile 2015, sono iscritti solo gli organismi e gli enti che hanno inoltrato i propri dati mediante il sistema informatico, secondo quanto previsto nella circolare 18 settembre 2014. E se da un lato via Arenula afferma che sono in fase di compilazione, lavorazione da parte dell'amministrazione o in coda per il controllo e la chiusura della procedura, in tutto circa 200 domande da parte di organismi di mediazione e altre 100 di enti di formazione, il crollo degli operatori interessati a investire nella mediazione è di almeno il 50%.

Basti pensare, tra l'altro, che dalle ultime statistiche diffuse dal ministero della giustizia, aggiornate a novembre 2014, gli organismi attivi risultavano 933: 87 delle camere di commercio, 642 privati, 114 aderenti all'ordine degli avvocati e 90 di altri ordini professionali. Ricordiamo, infatti, che dal 6 aprile scorso, nella pagina web del sito del ministero della giustizia, alla voce registro organismi di mediazione ed elenco enti di formazione, sono presenti i soli organismi che hanno provveduto a inoltrare all'amministrazione tutti i dati mediante il sistema informatico.

L'amministrazione, dopo aver validato i dati inseriti dagli organismi e dagli enti che, nel loro stesso interesse, abbiano provveduto agli adempimenti previsti dalla stessa circolare, provvederà all'inserimento nei nuovi registro ed elenco e ad oscurare i dati presenti sul vecchio registro e sul vecchio elenco. Con il sistema rinnovato avviato da via Arenula è possibile consultare anche l'elenco dei mediatori, che attualmente risultano essere circa 12.600. I formatori iscritti al nuovo albo, invece, sono oltre 600, e si dividono in docenti di ordine pratico, teorico, o entrambi. È consultabile anche il numero di enti per cui opera il mediatore e il formatore.

Nella pagina web dedicata dal ministero della giustizia (mediazione.giustizia.it), infine, è possibile effettuare: richieste di iscrizione di nuovi organismi ed enti di formazione, operazioni di richiesta di modifica e di cancellazione, comunicazioni.

 

Giustizia: abbiamo un problema... la violenza ci piace, basta che stia lontano

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di Alessandro Robecchi

 

Il Fatto Quotidiano, 7 maggio 2015

 

Siccome durante gli anni di piombo ero già abbondantemente sceso dal triciclo, conosco l'importanza della presa di distanza. Erano tempi in cui la premessa era d'obbligo per non insozzare qualunque possibile discorso: "Premesso che sono contro il terrorismo". Bene, comincerò allo stesso modo: premesso che sono contro i black bloc, che non ne subisco il fascino nichilista e simil-punk, e che ho un alibi di ferro per la giornata del primo maggio (ero a casa guardare i black bloc alla tivù).

Ecco, premesso tutto questo e guardando la questione da una prospettiva più politica, dirò che abbiamo qualche problemino con la violenza, la protesta, la ribellione. Come in molte altre cose, siamo un po' schizofrenici, e parlo soprattutto di informazione (una cosa un po' più complessa di giornali e telegiornali, ma ci stanno dentro anche loro). È una specie di visione asimmetrica, uno strabismo variabile. Perché invece le rivolte piacciono molto. I giovani di Hong Kong hanno tenuto le prime pagine per giorni, le varie primavere arabe, dove pure è scorso molto sangue, hanno trasformato certi commentatori in tifosi da curva.

Persino le violente manifestazioni di Francoforte (c'erano anche i black bloc) per l'inaugurazione della nuova sede della Bce costata un miliardo e 300 milioni hanno raccolto qualche vaga simpatia, o almeno comprensione. Per non parlare delle rivolte urbane dei giovani neri negli Stati Uniti, con o senza mamme che li portano via. Insomma, non è vero che non ci piace la protesta, la rivolta, la ribellione, e anzi sembriamo gradire parecchio quando avviene in casa d'altri, lontano.

Eppure anche qui l'atto di ribellione è spesso evocato e anzi paternalisticamente consigliato. Si dice ai giovani, spesso e volentieri, ma perché non vi ribellate? Siete apatici, inani, sdraiati... è ormai un refrain quello della generazione delle rivolte che dice ai figli un po' seccata: ma insomma, perché non fate casino? Non mancherebbero i motivi, diciamo, anche solo per restare ai casi di cronaca come l'Expo. In un paese che ha il 43 per cento di disoccupazione giovanile, per esempio, il Grande Evento che deve fare da volano all'economia utilizza oltre diecimila giovani volontari non pagati, con la promessa che riceveranno in cambio un sorriso da mettere nel curriculum.

Che affiori un po' di rabbia e che possa volare qualche sasso, cosa sempre spiacevole, mi parrebbe da mettere nel conto. Ma c'è di più. La violenza non piace mai, ma è fotogenica. Chiedere per esempio alle migliaia e migliaia di insegnanti che hanno fatto flash-mob contro la riforma della scuola, hanno acceso lumini, hanno protestato civilmente, pacificamente e persino elegantemente. Zero titoli, zero righe, manco un trafiletto.

Avessero preso a martellate un Bancomat o divelto lo specchietto a un taxi, sarebbero finiti con gran clamore sui giornali e nei Tg. Dunque abbiamo un problema con la violenza: che se c'è, la protesta viene resa visibile (a volte tra le righe dell'indignazione si trova persino qualche noterella sulle motivazioni); se non c'è e protesti pacificamente e con grande senso civico, per dirla tecnicamente, non ti caga nessuno e al massimo le tue ragioni finiscono accanto alle farmacie di turno e a "cerco dog-sitter".

Quando le parti saranno invertite - che so, le prime dodici pagine di quotidiano dedicate al corteo pacifico e solo un trafiletto per l'auto bruciata dai teppisti - avremo risolto in parte i nostri problemi con la violenza, la protesta e la rivolta. E con l'ipocrisia.

 
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