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Catanzaro: concerto di Antonio Grosso e le Muse nella Casa circondariale

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ntacalabria.it, 20 dicembre 2015

 

Si è svolto nei giorni scorsi in occasione del periodo natalizio, il concerto di Antonio Grosso e le Muse del Mediterraneo all'interno della casa circondariale di Catanzaro. Un evento importante e di forte significato basti pensare che in precedenza sullo stesso palco si erano esibiti Mimmo Cavallaro, Cosimo Papandrea ed Eugenio Bennato.

L'evento, fortemente voluto dall'Associazione Promocultura presieduta dal Maestro Tommaso Rotella e dal direttore del carcere Dott.ssa Angela Paravati, è stato organizzato per portare gli auguri di Natale alla popolazione detenuta in modo da creare un'atmosfera allegra e ludica in un periodo dell'anno che da sempre suscita forti emozioni. Un regalo per oltre 400 detenuti provenienti non solo dalla Calabria ma più in generale da ogni Regione del Sud.

Antonio Grosso e le Muse del Mediterraneo con una formazione insolita con a capo il grande maestro d'organetto, che l'Italia tutta ci invidia, e 5 ragazze musiciste, ballerine e cantanti. Dopo aver calcato i palcoscenici di tutto il mondo con la loro musica e con il loro spettacolo fatto di tradizione e innovazione musicale, hanno potuto esibirsi in una situazione insolita per loro ma sicuramente stimolante e ricca di emozioni. La musica come mezzo di conciliazione e aggregazione, rinascita e speranza. Un gesto sicuramente ammirevole e di vicinanza a favore della popolazione detenuta visto anche il periodo giubilare dedicato alla "Misericordia".

"È stato un grande piacere - ha dichiarato Emy Vaccari del gruppo di Antonio Grosso e le Muse del Mediterraneo - poter regalare una nostra esibizione e suonare per i detenuti del carcere di Catanzaro, un'esperienza particolare che abbiamo vissuto come un arricchimento interiore. Vogliamo ringraziare tutto il personale e i detenuti stessi per l'accoglienza. Questo invito ci ha dato l'opportunità di offrire una giornata diversa a queste persone che sicuramente hanno bisogno di un sostegno e un segnale di presenza e vicinanza da parte della società cosiddetta "esterna"; Ci siamo commossi con loro, e abbiamo sentito il loro calore vedendoli ballare e acclamarci con tanto entusiasmo, è stato come ritrovarsi tra amici".

Il gruppo si è esibito anche in alcune session con l'ensemble "Suoni, Colori e Ritmi del Mediterraneo - Ugo Caridi" formato da detenuti dello stesso carcere di Catanzaro che hanno trovato appunto, nella musica, un buon metodo catartico per ripartire e ritrovarsi. Il concerto ha previsto una serie di canzoni "popolari" talune composte anche da loro stessi e l'esibizione di detenuti che si sono appassionati agli strumenti popolari. Una grande collaborazione e quindi un grazie alla polizia penitenziaria e al suo comandante e a tutto il personale amministrativo ed educativo.

 

Sansonetti torna con "Il dubbio"

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Il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2015

 

Piero Sansonetti ci riprova. Dal prossimo anno sarà alla guida de "Il dubbio", quotidiano cartaceo e online, e web tv sponsorizzato, questa volta, dal Consiglio Nazionale Forense (il sito sarà online in febbraio. Il giornale cartaceo andrà in edicola ai primi di marzo, apprendiamo dal sito del Cnf). L'obiettivo degli avvocati è quello di portare il "garantismo fuori dalla clandestinità", quella dell'ex condirettore de l'Unità e poi direttore di Liberazione, Gli Altri, e il Garantista, lo spiega così al congresso di Nessuno Tocchi Caino, organizzato nel carcere di Opera a Milano: "Le notizie che vengono date tutti i giorni, vengono date secondo uno schema che risponde a determinate esigenze.

Una delle quali, ma importante, è del populismo e del populismo nel campo penale. Tutto il sistema dell'informazione in Italia da vent'anni si è spostato a corpo morto su una posizione forcaiola". Ecco perché farlo: "C'è chi è sicuro: c'è chi c'ha il Fatto. E c'è chi ci ha il Dubbio. Noi abbiamo il Dubbio", dice Sansonetti. Instillandoci il dubbio, che per quella faccenda della clandestinità si dovrà aspettare.

 

Il fronte turco della Nato

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di Chiara Cruciati

 

Il Manifesto, 20 dicembre 2015

 

Dopo la risoluzione Onu sulla processo di pace, il Patto Atlantico manda aerei e navi in Turchia La Russia risponde a tono: "Invieremo altri mezzi militari". In Iraq un raid Usa uccide 9 soldati governativi: mea culpa a metà del Pentagono.

Che strana la pace siriana. Mentre l'Onu dava il via libera alla risoluzione sul processo per uscire dalla quinquennale crisi, la Nato decideva di inviare alla Turchia navi, caccia e aerei di sorveglianza Awacs per rafforzarne il sistema di difesa. Una pace da mettere sotto assedio, fittizio ramoscello ulivo intrecciato ad una pistola carica.

A gennaio, dopotutto, manca poco. Manca poco all'apertura del negoziato a cui trascinare parti scettiche, il governo Assad e il fronte fumoso delle opposizioni. Il tempo va usato per definire rapporti di potere. Con Mosca che gestisce buona parte delle operazioni anti-Isis, il Patto Atlantico si schiera alla frontiera, riconoscendo così legittimità all'aggressività turca contro l'alleato-avversario russo.

La versione atlantica è opposta. Il segretario generale Stoltenberg precisa che il pacchetto di aiuti è una misura meramente difensiva e fonti interne aggiungono che è volto ad evitare incidenti simili all'abbattimento del jet russo. Insomma, serve a monitorare i turchi e raffreddare le tensioni con la Russia. Risponde a tono Putin: "Vediamo come sono efficienti i nostri piloti, la marina, l'esercito. Non sono il massimo delle nostre capacità. Abbiamo altri mezzi militari. Li useremo, se necessario", ha detto ieri il presidente russo riferendosi alla lotta all'Isis, a poche ore dall'adozione della risoluzione 2254.

Quella risoluzione, salutata come un risultato storico (cessate il fuoco entro maggio, lancio del negoziato a gennaio) resta però invischiata nel non-detto: del futuro del presidente Assad non si parla, come non si parla di quali opposizioni potranno partecipare al negoziato. Nodi da sciogliere che spingono i vari protagonisti a ribadire le proprie posizioni. Se il ministro degli Esteri francese Fabius e il collega britannico Hammond insistino sulla necessità di assicurare l'uscita di scena di Assad, il segretario di Stato Usa Kerry non risparmia staffilate a Mosca: "Dobbiamo lavorare sulla percentuale di raid russi che effettivamente colpiscono l'Isis: se l'80% centrano le opposizioni, è una sfida da affrontare".

Più soft è la posizione dell'Iran. Ieri Teheran ha abbassato le armi e dichiarato di adeguarsi alla posizione russa: Assad non è più una precondizione insuperabile. Secondo fonti interne alla Repubblica Islamica, l'ammorbidimento sarebbe frutto dell'incontro tra Putin e l'Ayatollah Khamenei, il mese scorso, ma anche del protagonismo russo che potrebbe limitare il tradizionale ruolo iraniano a Damasco.

Screzi fiorivano anche intorno alla lista giordana di 157 gruppi esclusi dal negoziato: furiosa Teheran per l'inserimento (poi ritirato) delle Guardie Rivoluzionarie, infastidita la Turchia per l'esclusione del Pkk. L'impasse va superata: si tratta di un elemento centrale, base per i futuri raid. Che troppo spesso colpiscono obiettivi sbagliati. Venerdì è toccato alle truppe irachene, centrate a Fallujah da bombe Usa: "La coalizione stava coprendo l'avanzata delle truppe di terra vicino Fallujah perché i nostri elicotteri non potevano alzarsi in volo per il cattivo tempo - ha detto il ministro della Difesa al-Obeidi - Il bilancio finale è di 9 soldati uccisi, tra loro un ufficiale".

Il Pentagono fa mea culpa a metà: ammette il raid, ammette l'uccisione di alleati, ma scarica la responsabilità su Baghdad che avrebbe fornito informazioni sbagliate. "Il premier iracheno al-Abadi e io abbiamo concordato sull'apertura di un'inchiesta, ma sono cose che succedono, un incidente che coinvolge entrambe le parti", lo scarno commento del segretario alla Difesa Carter. Intanto all'ospedale Yarmouk di Baghdad i familiari dei soldati affollavano disperati i corridoi: "Pensavamo fosse fuoco di Daesh - racconta un militare sopravvissuto al The Washington Post - Ho visto tanti cadaveri". Cadaveri che non aiutano la debole credibilità Usa: ieri erano in tanti, tra familiari e miliziani sciiti accorsi in ospedale, a puntare il dito contro il paese che considerano responsabile della tragedia irachena.

 

Migranti, il 73% dei minori che sbarcano in Italia sono soli

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di Andrea Scutellà

 

Il Mattino di Padova, 20 dicembre 2015

 

Oltre le tragedie dei morti nel Mediterraneo ci sono i fantasmi tra i 9 e i 17 anni, che vagano solo per il nostro paese. Save the Children: "Preoccupati per le posizioni Ue sull'inasprimento dei controlli ai confini". I 700 bambini morti in mare dall'inizio del 2015 riempiono gli occhi e le cronache. I numeri della fondazione Migrantes sono di qualche giorno fa, ma di fatto sono già vecchi. Le tragedie del Mar Egeo non erano ancora accadute. Per quelli che ce la fanno, però, la vita non è facile: spesso diventano fantasmi in transito o si perdono nel vortice dello sfruttamento sessuale e lavorativo. Nella maggior parte dei casi non hanno un adulto al loro fianco: Il 73% di loro è senza una guida. Il Ministero dell'Interno li identifica con l'acronimo Msna: Minori stranieri non accompagnati, appunto. Una percentuale cresciuta immensamente rispetto allo scorso anno, quando circa la metà dei 26mila bambini e adolescenti approdavano sulle nostre coste in solitudine.

Oltre 11mila minori non accompagnati nel 2015. Secondo le stime di Save the children fino al 16 dicembre 2015 sono arrivati in Italia 15.670 bambini, di cui circa 11.560 non accompagnati, "costretti alla fuga spesso attraverso viaggi terribili da conflitti, violenze, fame o dittature feroci", spiega Raffaela Milano, direttrice delle campagne Italia-Europa dell'organizzazione indipendente che tutela i diritti dei bambini. "I gruppi più numerosi tra i minori soli arrivati - prosegue - che nella maggioranza hanno dai 14 ai 17 anni ma anche 9, 10, 11 o 12 anni, rappresentano un assoluto bisogno di protezione adeguata per evitare il rischio reale di violenze, tratta o sfruttamento nel nostro paese o lungo il percorso in Europa".

I gruppi più numerosi in Italia. I minori eritrei sbarcati soli in Italia nel 2015 sono circa 2.955 e rappresentano il gruppo più numeroso, seguito dai 1.709 egiziani, i 1.083 somali e i 924 nigeriani (raddoppiati rispetto allo scorso anno). Ogni gruppo presenta delle criticità specifiche, che Save the Children aveva già evidenziato nel rapporto "Piccoli schiavi invisibili".

Il debito degli eritrei. Gli eritrei hanno come meta finale il Nord Europa: Svezia, Novergia, Svizzera e Germania sono le destinazioni più ambite. Durante il viaggio hanno subito violenze e abusi di ogni genere, per lo più nell'attraversamento del deserto e nelle carceri libiche. In Italia, poi, per proseguire il viaggio contraggono debiti con i loro connazionali trafficanti: chi ha parenti nel paese che vuole raggiungere è ritenuto un "debitore affidabile", mentre per chi non ha soldi c'è il sistema del "mikerkar", l'incastro: "un piccolo gruppo si rivolge ad un trafficante e si accorda per far partire anche colui che non può pagare, facendosi carico dell'intera somma", si legge nel rapporto di Save the children.

Schiavi del sesso e del lavoro: nigeriane ed egiziani. Saldare il debito di viaggio è un problema grave anche per le minori nigeriani, vittime di sfruttamento sessuale, e per quelli egiziani, vittime di sfruttamento lavorativo. Per entrambi i gruppi la metà finale è l'Italia. Secondo Save the children il debito iniziale che le nigeriane devono pagare, in un periodo compreso tra i 3 e i 7 anni, varia dai 30mila ai 60mila euro. "Per questo motivo le ragazze - è scritto in "Piccoli schiavi invisibili" - si vedono dunque costrette a concedere prestazioni sessuali anche a bassissimo costo (a partire da 10 euro), anche senza protezioni, esponendosi a rischi e conseguenze per la loro salute particolarmente gravi". Per gli egiziani, invece, il destino è quello dei mercati generali, dove caricare un camion da 12 pancali frutta circa 10 euro, o di lavorare in un autolavaggio, per una paga di 2-3 euro l'ora. Il tutto per estinguere un debito di viaggio che, altrimenti, graverebbe sulle spalle delle loro famiglie già oppresse dalla povertà.

Save the children: "Preoccupati per posizioni Ue". Per questo Save the children, alla vigilia del Consiglio Europeo del 17 e del 18 dicembre si è detta "gravemente preoccupata rispetto alle recenti posizioni sull'inasprimento dei controlli ai confini, con l'invito ad utilizzare la forza per ottenere le impronte digitali e l'intenzione di prolungare la detenzione fino a 18 mesi per le verifiche di sicurezza". Di contro ha chiesto agli stati europei di dare priorità al "diritto di richiesta della protezione internazionale" dei bambini e delle famiglie e "la disponibilità di un'assistenza adeguata per il riparo, il cibo e l'aiuto sanitario". È da evitare, inoltre, "la criminalizzazione o la detenzione dei bambini a causa dello status di migranti dei loro genitori, con la garanzia che il loro superiore interesse venga sempre tutelato rispetto al rimpatrio o alla deportazione". Ma i nodi cruciali restano quelli dell'offerta di "più canali di arrivo sicuro e legale in Europa" e del contrasto delle "cause all'origine nelle aree di crisi". Nodi rimasti inesplorati anche in questo Consiglio Ue.

 

"I vostri gioielli per il welfare", il ricatto danese ai migranti

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di Andrea Tarquini

 

La Repubblica, 20 dicembre 2015

 

La proposta shock del governo di destra sarà discussa in Parlamento. Ma è già polemica internazionale. Il premier: "Esagerano a paragonarci ai nazisti". La polizia dovrebbe perquisire ogni nuovo arrivato.

Vuoi avere asilo ed essere accettato da profugo e migrante a casa nostra? Bene, allora ci darai tutti i tuoi gioielli preziosi e averi, così almeno pagherai per parte del nostro generoso welfare. La proposta-shock ha scosso il mondo, i massimi media mondiali, dal Washington Post alla Bbc,gridano allo scandalo, denunciano "l'estrema crudeltà".

E il premier stesso dal cui governo è scaturita la proposta si difende ammettendo che evoca i ricordi peggiori: "Esagerano a paragonarci coi nazisti". Ma la Memoria del mondo ormai è svegliata: fu il Terzo Reich, prima in Germania poi nell'Europa occupata, a confiscare oro, gioielli di famiglia, ogni oggetto di valore, agli ebrei poi destinati alla "Soluzione finale". Attenti, non siamo nell'Ungheria di Orbàn o nella Polonia di Kaczynski: la legge andrà al voto al Folketing, il Parlamento di quella Danimarca classificata dall'Onu primo paese al mondo per qualità della vita. L'Europa più civile mostra il suo volto più orrendo.

"È terribile, sono scosso, la ministro per l'integrazione signora Inger Stoejberg è semplicemente una stupida, spera di vincere voti di destra e umori xenofobi, ma presentando questa proposta oscena ha commesso persino un errore imperdonabile", spiega durissimo il grande giallista Jussi Adler Olsen, massimo scrittore danese contemporaneo. E aggiunge: "Chiedendo agli sventurati migranti di cedere i gioielli e gli averi, si è persino permessa di mentire. Ha detto che le leggi danesi impongono già lo stesso ai cittadini del regno. Eh no: i danesi che chiedono aiuti del welfare devono disfarsi di grandi patrimoni, come investimenti in banca o immobili, non certo di gioielli e argenteria di casa. Confido che il paese e il mondo diranno di no alla sua orrida stupidità. Ma certo il danno all'immagine del paese è fatto, la memoria corre inarrestabile ai ricordi più bui".

La paura dell'ondata di migranti domina la politica danese già da prima delle elezioni dell'estate scorsa, in cui la destra guidata da Lars Loekke Rasmussen e i populisti xenofobi del Dansk Folkeparti spodestarono la premier laburista Helle Thorning-Schmidt. Ella stessa aveva tentato di restare al potere promettendo la linea dura. Dopo la svolta, Copenaghen ha lanciato a livello mondiale una campagna per spaventare gli aspiranti profughi: "Non venite da noi, si vive male, è durissimo".

La proposta di legge è implacabile. La polizia del regno dovrà essere autorizzata a perquisire ogni aspirante profugo o esule per fare l'inventario di tutto ciò che egli possiede, dice il testo. E sulla base di quell'inventario, sarà possibile esigere da loro di cedere ai pubblici poteri ogni avere del valore a partire da 3.000 corone (402 euro), per contribuire a finanziare i costi che i migranti causeranno al welfare danese. "Soltanto fedi nuziali, orologi od oggetti di alto valore sentimentale-emotivo in quanto ricordi familiari o personali potranno essere esentati dalla confisca", ha precisato la ministro.

La legge, dicono gli esponenti del Venstre (il partito del premier Rasmussen, appunto) e gli xenofobi del Dansk Folkeparti, dovrebbe appunto passare a febbraio: tempo di festeggiare natale e capodanno, poi man bassa su oro e gioielli dei migranti.

"È pazzesco, talmente pazzesco che non si capisce nemmeno se sia una minaccia a vuoto per spaventare gli stranieri, come quelle della propaganda all'estero che dipinge la Danimarca a tinte fosche, o se favvero facciano sul serio", ha dichiarato al Washington Post Zachary Whyte, ricercatore dell'Università di Copenaghen specializzato sui problemi dell'asilo politico e dell'integrazione dei migranti. E fa notare un dettaglio: "In generale gli aspiranti esuli o migranti non arrivano da noi con grandi quantità di contanti, né con gioielli di valore, quindi oltre che crudele questa misura sarebbe inutile rispetto all'obiettivo di batter cassa".

Ma il vento xenofobo investe ormai anche i paradisi scandinavi. La Danimarca in parte più di altri: tagli ai sussidi e restrizioni al diritto di residenza sono già operative, sebbene gran parte di chi arriva vuol poi proseguire per la Svezia. "Dalla Danimarca alla Svezia: l'itinerario sognato da tanti migranti dovrebbe ricordarci quel nostro momento di gloria, quando noi occupati dalla Wehrmacht portammo in salvo in barca gli ebrei nella Svezia neutrale, che oggi stiamo calpestando e dimenticando", dice un'alta fonte dell'intelligentsija danese.

 
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