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Padova: alla squadra della Pallalpiede la Coppa Disciplina, un permesso per ritirarla

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di Francesco Vigato

 

Il Mattino di Padova, 30 giugno 2015

 

Vallo a dire che sono dei galeotti, quelli della Pallalpiede. Se non fosse per il nome della squadra, che qualche dubbio lo fa venire, non ci crederebbe nessuno. I galeotti, appunto, o carcerati, o detenuti (come dir si voglia) della casa circondariale Due Palazzi di Padova, calciatori per caso grazie al progetto di Nairi Onlus, Polisportiva San Precario e Figc, hanno vinto, e qui scappa un simpatico sorriso, la Coppa Disciplina di Terza categoria.

E sabato sono andati anche a ritirarla al Novotel di Mestre. Di persona. Quattro detenuti, o meglio, tre detenuti e un pregiudicato, perché Aba Temple, arcigno capitano nigeriano, è stato scarcerato due mesi fa.

Noureddine Patis, Alessandro Sollo e Thomas Zandonà invece no, sono ancora dentro. Hanno potuto ricevere medaglia e trofeo (in una cerimonia pubblica) dal presidente del Comitato regionale della Figc Giuseppe Ruzza con un permesso premio concesso dal Magistrato di sorveglianza. Per Zandonà, tra l'altro, era la prima uscita dopo 12 anni, sei mesi e due giorni.

Il primo orizzonte dopo un'eternità. Fatto sta che i ragazzi della Pallalpiede non solo si sono portati a casa la Coppa Disciplina, che viene assegnata alle compagini più avvezze al fair play, ma l'hanno pure vinta con un punteggio da agnellini: 2, 55. Più i quattro punti, di penalità s'intende, rifilati al presidente Paolo Piva, responsabile dei sei cambi effettuati alla prima giornata, invece dei cinque consentiti dal regolamento.

Una svista che il professore ha pagato con un mese di squalifica. Cartellini rossi? Uno solo, per una planata sul fango in tackle più spettacolare che cattiva. Il totale di 6,55 ha permesso a Temple e compagni di battere la Dinamo Kave, che i 7,65 punti li ha racimolati tutti per le intemperanze dei giocatori. Dopo un campionato da protagonista (anche se fuori classifica) ,la Pallalpiede è già pronta a iniziare il secondo anno di attività: il tecnico Valter Bedin ha già programmato le prime selezioni. Con una novità: i giocatori dovranno avere almeno tre anni di pena da scontare, proprio per evitare defezioni a stagione

in corso, come già successo con il bomber Edwin Evbouwan, uscito dal carcere a metà stagione. Temple, il capitano, vorrebbe addirittura rientrare per allenarsi e disputare le partite. Impossibile, la legge parla chiaro. Potrà sperare comunque nel... calciomercato.

 

Libri: "Per la libertà. Il Rugby oltre le sbarre" di Antonio Falda

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met.provincia.fi.it, 30 giugno 2015

 

Alla Fondazione Stensen di Firenze Presentato il progetto "Rugby oltre le sbarre" che vede protagonista il Firenze Rugby 1931. Di fronte al pubblico delle grandi occasioni, venerdì 26 alle 19,30 presso la Fondazione Stensen di Firenze e coordinata da Marica Romolini, si è tenuta la presentazione del libro di Antonio Falda "Per la libertà. Il Rugby oltre le sbarre" Absolutely Free Editore, con il patrocinio del Ministero della Giustizia, Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, della Federazione Italiana Rugby e del Club Italia Amatori Rugby.

Nato da una ricerca svolta in otto istituti carcerari tra il 2013 e il 2014, il libro di Falda traccia l'influenza che il "Progetto Carceri", sviluppato e sostenuto dalla Federazione Italiana Rugby, ha sulla vita presente e futura dei detenuti che vi prendono parte. Il messaggio che Falda ha tratto dal suo lungo viaggio nelle carceri e dagli incontri con i detenuti e con chi con loro collabora nella costruzione di ipotesi di futuro è diretto, semplice nella sua complessità: non si può, non si deve lasciare, mai abbandonare chi ha sbagliato e sta pagando per gli errori commessi ma impegnarsi per dare a tutti coloro che lo vogliono un motivo e i mezzi per non cadere di nuovo.

Ed in questo l'etica e l'essere stesso del rugby sono di aiuto fondamentale, senza sostegno non esiste il gioco, senza avversari e senza il rispetto loro dovuto non siamo nessuno e vincere è bello perché hai creato le condizioni per farlo senza scorciatoie e con la fatica, l'impegno e il rispetto per e dei compagni. Perché si può cadere, ma si deve trovare la forza di rialzarsi sempre.

Il messaggio è diretto tanto quanto chi lo sta trasmettendo. Sembrerebbe uno come tanti Antonio, ma appena apre bocca ti rendi conto che non è così. Nel silenzio della sala dello Stensen non ce la fa proprio a stare seduto, gesticola, guarda tutti e improvvisamente ti senti investito da un treno a tutta velocità.

"Se qualcuno vuole farmi qualche domanda mi interrompa pure!", impossibile, non ce la fai mica a fermarlo e d'altra parte non poteva che essere così, entrante, travolgente, uno tosto insomma. Perché per fare certe cose, per avventurarsi in certi ambienti ci vuole anche coraggio. Certe realtà ti segnano, una volta che ci vieni a contatto non ne esci come prima.

"Quando si pensa alla realtà carceraria, beh meno se ne parla e meglio è, questo è un argomento di nicchia. Il rugby è uno sport di nicchia... insomma hai messo insieme due sfighe". Come si direbbe in certi casi, parla come mangia e ha ragione, però da una somma di sfighe possiamo affermare che il risultato invece sia uscito piuttosto bene. La presentazione ha concluso la lunga giornata iniziata presso il carcere di Sollicciano, dove i tecnici del Firenze Rugby 1931 che ne seguiranno lo sviluppo, Antonio Abussi e Alessandro Ippolito, hanno illustrato il progetto "Rugby oltre le sbarre".

 

Stati Uniti: la Corte suprema Usa assolve il farmaco delle iniezioni letali

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di Paolo Mastroilli

 

La Stampa, 30 giugno 2015

 

Respinto il ricorso di alcuni condannati che si erano appellati alla Costituzione che vieta le punizioni "inusuali e crudeli". Dopo le due sentenze "liberal" che la settimana scorsa hanno cambiato la storia degli Stati Uniti, quella che ha salvato la riforma sanitaria del presidente Obama e quella che ha legalizzato i matrimoni gay, la maggioranza conservatrice è tornata a fare quadrato ieri alla Corte Suprema, emettendo due decisioni nella direzione opposta.

La prima ha difeso la pena di morte, giudicando costituzionale l'uso dei tre veleni che compongono l'iniezione letale; la seconda ha cancellato una iniziativa del governo per proteggere l'ambiente limitando alcune emissioni delle centrali elettriche a carbone. Il boicottaggio europeo Per giustiziare i condannati a morte si usano tre sostanze: una per addormentarli, e due per togliere loro la vita.

La prima in passato veniva dall'Europa, ma la campagna condotta dagli oppositori della pena capitale ha spinto i produttori ad interrompere le forniture. Le autorità carcerarie l'hanno sostituita con il midazolam, che però non ha funzionato bene. Nell'aprile dell'anno scorso, ad esempio, Calyton Lockett si era risvegliato durante l'esecuzione, mostrando chiaramente che stava soffrendo. Quindi quattro condannati dell'Oklahoma avevano fatto causa, sostenendo che questo modo di gestire la pena di morte violava l'Ottavo emendamento della Costituzione, che vieta le punizioni "inusuali e crudeli".

Stavolta il giudice conservatore Anthony Kennedy e il presidente della Corte John Roberts si sono schierati insieme agli altri tre nominati dai repubblicani, Scalia, Thomas e Alito, bocciando il ricorso. La costituzionalità La liberal Sotomayor, scrivendo il giudizio della minoranza, ha notato che in questo modo il massimo tribunale americano ha evitato di fermare una punizione che equivale a "bruciare vivo il condannato". Due colleghi però, la Ginsburg e Breyer, sono andati anche oltre, chiedendo di rimettere in discussione l'intera costituzionalità della pena di morte, proprio sulla base dell'Ottavo emendamento. Finora i giudici non si erano mai avventurati su questo terreno, riconoscendo che la legge fondamentale del Paese consentiva le esecuzioni: solo due su nove, ma è l'inizio di un dibattito.

Il secondo pronunciamento è venuto invece sull'ecologia. L'Environmmental Protection Agency, cioè l'agenzia federale per la protezione dell'ambiente, aveva imposto pesanti multe alle centrali elettriche alimentate a carbone, che non riducevano le emissioni di alcune tossine come il mercurio. I cinque giudici conservatori, però, si sono ancora trovati d'accordo nel considerare il provvedimento esagerato, chiedendo che venga riscritto. Se la pena di morte è un terreno di dibattito sociale, su cui la Casa Bianca non si è schierata come nel caso dei matrimoni gay, l'iniziativa ecologista era invece uno dei provvedimenti esecutivi voluti da Obama per proteggere l'ambiente e i cittadini, ma la Corte Suprema ha deciso di fermarlo.

 

India: arbitrato internazionale per i marò, sarà creato tribunale ad hoc di cinque membri

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di Maurizio Salvi

 

Ansa, 30 giugno 2015

 

L'Italia ha voltato pagina nella vicenda dei Fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone chiedendo un arbitrato internazionale e l'India si è limitata per il momento a constatare, senza però far trapelare minimamente i sentimenti che la animano di fronte alla nuova piega presa dagli avvenimenti.

Venerdì scorso il governo italiano ha fatto un passo formale attivando le procedure per la costituzione di un tribunale ad hoc presso la Corte permanente di arbitraggio dell'Aja e contemporaneamente ha notificato ufficialmente a New Delhi la sua iniziativa, motivandone le ragioni. E si è detto determinato, in attesa dell'avvio concreto dell'arbitrato, "a chiedere immediatamente l'applicazione di misure che consentano la permanenza di Latorre in Italia e il rientro in Patria di Girone".

Di fronte a questo scenario, il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Vikas Swarup, ha risposto così alla domanda di una giornalista locale: "Siamo a conoscenza di questo sviluppo. I nostri esperti legali lo stanno esaminando". Una posizione molto simile a quella che in passato il governo di Delhi prese riguardo alle notizie circolanti di una "proposta" italiana per una soluzione consensuale della crisi determinata dalla morte 40 mesi fa di due pescatori indiani al largo del Kerala, in cui appunto sono implicati Latorre e Girone.

E risuonano ancora forti le affermazioni del ministro degli Esteri Sushma Swaraj lo scorso 31 maggio: "Abbiamo ripetutamente sollecitato il governo italiano a unirsi al processo giudiziario in quanto il caso è sub judice".

L'Italia, aveva aggiunto, "non ha finora neppure partecipato al processo giudiziario. Se accetta di parteciparvi, la vicenda potrà avanzare". Cosa succederà nei prossimi giorni? È molto difficile prevederlo perché nessuno sa se i "contatti segreti" tenuti fra le parti da quando a ottobre è stata presentata la proposta di Roma hanno permesso di raggiungere una qualche intesa. Ma luce verrà fatta presto, non appena cioè le fonti ufficiali indiane reagiranno alla richiesta italiana di arbitrato internazionale.

Quale firmataria della Convenzione Unclos, l'India non può rifiutarsi di partecipare all'arbitrato, e avrà voce in capitolo nella formazione del tribunale di cinque membri. Quello che si potrebbe fare è non collaborare per un giudizio rapido, e questo ovviamente allungherebbe i tempi del processo, che già si prevedono abbastanza lunghi. Intanto di certo c'è che fra due settimane (il 14 luglio) è prevista un'udienza presso la Corte Suprema riguardante il ricorso italiano sull'utilizzo della polizia antiterrorismo Nia e sulla giurisdizione.

Quell'udienza era in calendario il 7 luglio, ma è stata spostata di una settimana, facendola cadere a ridosso della data (15 luglio) in cui termina il nuovo permesso concesso a Massimiliano Latorre per seguire il percorso riabilitativo dell'ictus che lo ha colpito il 31 agosto 2014. In mancanza di un'intesa fra le parti che implichi almeno un allungamento di tale permesso, in definitiva, la situazione potrebbe farsi fra Italia e India nuovamente rovente.

Infine il primo luglio è in calendario una nuova udienza del giudice 'ad hoc' che dovrebbe processare i due Fucilieri di Marina. Per il momento tutto è fermo per ordine della Corte Suprema sulla base delle eccezioni presentate dalla parte italiana alla presenza nell'inchiesta della polizia antiterrorismo Nia. Quindi, come le altre, anche questa udienza subirà un rinvio.

 

Siria: 3.027 persone giustiziate dallo Stato islamico in un anno

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Nova, 30 giugno 2015

 

Lo Stato Islamico ha giustiziato più di 3 mila persone in Siria, da quando ha proclamato, il 29 giugno il "califfato islamico". L'Osservatorio siriano per i diritti umani, con sede nel Regno Unito, ha detto di aver documentato 3.027 esecuzioni dal 29 giugno 2014.

"Tra i giustiziati ci sono 1.787 civili, di cui 74 bambini" ha detto che l'Osservatorio. Circa la metà dei civili assassinati (930) sono membri della tribù sunnita di Shaitat, nella Siria orientale. Il bilancio comprende anche le recenti uccisioni di massa commesse dallo Stato islamico nella città curda siriana di Kobane.

 
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