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Internet e Skype per i detenuti, il Dap detta le regole

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di Daniela Casciola

 

Il Sole 24 Ore, 4 novembre 2015

 

Internet e Skype per i detenuti, con precise limitazioni. Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria detta le linee guida sulle moderne tecnologie informatiche a sostegno dei percorsi rieducativi dei singoli detenuti e per ampliare le potenzialità dei progetti "trattamentali" attivati in collaborazione con il mondo dell'imprenditoria, del privato sociale e con gli enti locali.

La circolare 2 novembre 2015 fa il punto sul monitoraggio delle sperimentazioni in corso all'interno di diverse strutture penitenziarie e, in attesa che sia strutturato un modello di riferimento per l'uso dell'infrastruttura tecnologica, spiega quali sono le regole.

Connessione Internet - È del 2000 la norma che consente la possibilità di tenere personal computer nelle camere di pernottamento e nelle sale destinate alle attività comuni ma senza alcuna possibilità di collegamento all'esterno. La circolare conferma questa preclusione e prevede che l'accesso ad internet, per studio, formazione e aggiornamento professionale, avverrà esclusivamente dalle postazioni attivate nelle aree adibite allo svolgimento di progetti, quali ad esempio le biblioteche. La configurazione delle postazioni e la predisposizione delle politiche di sicurezza saranno curate a livello centrale, mentre le limitazioni poste all'infrastruttura di rete consentiranno di instradare il singolo utente esclusivamente verso una white list di siti selezionati per i quali è stato autorizzato.

Accesso a Skype - La circolare autorizza, inoltre, i detenuti a utilizzare Skype per facilitare i rapporti con i familiari. L'esperienza e gli sviluppi normativi hanno convinto le autorità che l'utilizzo di questi strumenti potesse essere consentito.

Nella stessa direzione va il Parlamento che, con il Ddl di riforma dell'ordinamento penitenziario, ora all'esame del Senato, sostiene il diritto all'affettività in carcere e alle relazioni parentali, anche utilizzando collegamenti audiovisivi.

Gli obiettivi - Il Capo del Dap Santi Consolo evidenzia l'importanza del provvedimento che "garantisce alla popolazione detenuta l'utilizzo delle tecnologie informatiche nel pieno rispetto delle esigenze della sicurezza. Si tratta, infatti, di un autentico progetto di inclusione sociale che passa anche attraverso la conoscenza e l'utilizzo della tecnologia da parte dei detenuti; soprattutto per quelle persone che provengono da situazioni di marginalizzazione e che, proprio in carcere, potranno avere la possibilità di sperimentare nuove tecniche di apprendimento, di studio e di formazione".

Per realizzare l'ambizioso obiettivo di estendere questa possibilità a tutti i detenuti anche per conseguire titoli di studio e abilitazioni professionali, il Capo del Dipartimento ha intrapreso una collaborazione con Poste Italiane e Fondazione Poste Insieme Onlus al fine di ottenere computer da destinare a tutti gli istituti penitenziari.

 

Grande distribuzione, il direttore del punto vendita risponde degli alimenti avariati

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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 4 novembre 2015

 

Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 3 novembre 2015 n. 44335.

È il direttore del singolo punto vendita e non il rappresentante legale della catena di supermercati a rispondere penalmente della vendita di prodotti in cattivo stato di conservazione. A meno che non si accerti la presenza di un vizio a monte come, per esempio, la mancata adozione da parte dell'intera azienda delle procedure comunitarie sul controllo dei prodotti. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza 44335/2015, accogliendo il ricorso di un amministratore condannato a pagare un'ammenda di 350 euro.

La vicenda - A seguito della segnalazione di un cliente, gli ispettori della Asl accertarono la presenza di "prodotti alterati e scaduti" nel reparto salumi del banco frigo e nella cella frigorifera. La Corte di merito ne addossò la responsabilità al rappresentante legale in quanto la funzione di controllare lo stato della merce non era stata attribuita con delega scritta a nessuno dipendente. Il ricorrente, però, si è difeso sostenendo che la complessità dell'organizzazione aziendale - la società gestiva 10 punti vendita - comportava l'automatica divisione delle responsabilità, del resto il negozio aveva un suo "direttore" che esercitava in concreto tutti i poteri ed i doveri gestori.

La motivazione - Una ricostruzione condivisa dalla Suprema corte. I giudici di Piazza Cavour, infatti, pur non ignorando l'esistenza di un diverso indirizzo interpretativo che ritiene necessaria sia la delega che la forma scritta, hanno affermato che "in casi di organizzazioni complesse, la sussistenza di una delega di responsabilità, anche organizzativa e di vigilanza, per le singole sedi, si deve presumere "in re ipsa", anche in assenza di un atto scritto". Per cui, con riferimento alla disciplina degli alimenti, "il legale rappresentante della società gestrice di una catena di supermercati non è responsabile qualora essa sia articolata in plurime unità territoriali autonome, ciascuna affidata ad un soggetto qualificato ed investito di mansioni direttive, in quanto la responsabilità del rispetto dei requisiti igienico-sanitari dei prodotti va individuata all'interno della singola struttura aziendale, non essendo necessariamente richiesta la prova dell'esistenza di una apposita delega" (n. 11835 /2013).

In definitiva è lo stesso organigramma aziendale a disegnare funzioni e responsabilità in seno all'azienda, al punto che, prosegue la sentenza, sarebbe "contraddittorio" escludere sotto il profilo penalistico una responsabilità, quella derivante dalla conduzione di un ramo dell'impresa, che invece viene pacificamente riconosciuta sotto il profilo civilistico in quanto parte del sinallagma contrattuale e determinante ai fini della retribuzione. Dunque, mentre in ambito amministrativo si richiede sempre un atto scritto, nel settore privato "la realtà delle delega è nell'articolazione dell'azienda".

Dunque la responsabilità del titolare, "che resta il destinatario principale del precetto penale", va ricostruita su altre basi, ed in particolare sulla possibilità o meno di costruire un addebito colposo. Per questo la Cassazione ha accolto il ricorso con rinvio ed ora la Corte territoriale dovrà accertare se le dimensioni del supermercato fossero tali da non permettere un controllo effettivo da parte del direttore, la sua "idoneità e capacità tecnica", e soprattutto l'assenza di "cause strutturali" dovute a scelte di pertinenza esclusiva del titolare dell'impresa, quale, in ipotesi, l'omessa adozione delle procedure di autocontrollo contenute nei manuali adottati in conformità al Regolamento CE n. 852/2004 sull'igiene dei prodotti alimentari e validati dal ministero della Salute.

 

Lettere: boss, Papa, politica... a ciascuno il suo

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di Gian Marco Chiocci

 

Il Tempo, 4 novembre 2015

 

In questo mondo di mezzo ci saranno sommersi e salvati col maxiprocesso di Mafia Capitale. Ci saranno sommersi e salvati perché è la legge naturale dei procedimenti giudiziari, che ridefinisce e spiega dinamiche, rapporti, ruoli. Vedremo come andrà a finire questo verseggiare quasi epico su una nuova mafia che tante suggestioni nazionalpopolari ha suscitato diventando un fenomeno di culto, culturale, tristemente cinematografico.

Vedremo se sarà mafia o se "soltanto" corruzione. Vedremo se davvero abbiamo avuto a che fare con incalliti criminali e vedremo anche se e quanto macchiettismo della Roma dei bassifondi criminali davvero c'è in certi atteggiamenti, certe frasi, certi folkloristici modi di fare che in questi mesi sono trapelati dalle carte processuali. Vedremo se questo affresco umano di figure che si mettono l'una a fianco all'altra sarà davvero il ritratto della fine di un'epoca cittadina. Se non altro, però, lo start, la linea di inizio, è assodata. Si parte da un'incrostazione di malaffare, intrecci non trasparenti, condizionamenti della cosa pubblica inaccettabili in una società culturalmente evoluta e per questo in grado di distinguere tra il bene e il male.

Si parte da un filo di malcostume che avvolge tre diverse amministrazioni (checché ne dica Marino) e l'ultimo quindicennio, dove il colore delle foglie è cambiato con le stagioni della democrazia ma il sottobosco è rimasto sempre lo stesso, umido e marcio. Aver scoperto questo sottobosco, aver tirato quel filo è e sarà il merito del procuratore Giuseppe Pignatone. Non c'è bisogno di aspettare questo percorso, di stilare, appunto, la lista dei sommersi e dei salvati per comprendere come Roma, già oggi, non sia più la stessa.

Insieme al disfacimento politico-delinquenziale oggi assistiamo al diroccamento delle due colonne di quella che per oltre un secolo e mezzo è stata l'architettura civile di questa città, poste l'una al di là e l'altra al di qua del Tevere. Politica e Chiesa. La prima, messa sottovuoto dopo il disastro dell'amministrazione Marino (i cui influssi, inutile negarlo, si ravvisano nella storia di Mafia Capitale) in un disastro che si tenta di anestetizzare nell'illusione di un "dreams team" e di un rispettabilissimo Mister Wolf che risolva tutti i problemi, quando il problema numero uno è democratico. L'altra, la Chiesa, bersagliata da uno sciame di scandali ancora tutti da scoprire, destinati a pungere il nervo scoperto del rapporto tra il fedele e l'autorità della Fede, cioè la gestione delle finanze e il rapporto tra realtà ed aspettative. Roma è in ginocchio, oggi. E ognuno deve fare il suo mestiere. La magistratura accertare le responsabilità. La Chiesa, come direbbe il Papa, custodire le anime. E la politica sanare le ferite di questa città. Ecco, ognuno ora faccia il suo e remi per sé. Altrimenti si affonda.

 

Lettere: lezione d'Oltretevere, non confondere giustizia con buonismo

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di Carlo Nordio

 

Il Messaggero, 4 novembre 2015

 

La reazione severa e immediata della Santa Sede alla divulgazione illegale di notizie segrete si inserisce, e ne siamo lieti, nella migliore tradizione penitenziale della Chiesa: la quale non concede gratuitamente il perdono, ma lo subordina alle condizioni canoniche della confessione, della espiazione e del fermo proposito redentivo. Questo dovrebbe esser di avvertimento a quanti, buonisti interessati, vedono il Cristianesimo come un'incondizionata paternità indulgenziale.

Al di là di questo, la procedura che ha condotto all'arresto dei due collaboratori infedeli ci sollecita ad alcune considerazioni, costituenti, tanto per restare nel lessico liturgico, un monito salutare. La prima. La signora Chaouqui, incriminata di un reato che il Vaticano considera, e a ragione, molto grave, è stata liberata subito dopo aver manifestato l'intenzione di collaborare. Quando questo accade in Italia, si scatena in genere un'ondata di indignazione, e si accusa la magistratura di usare le manette per costringere alla confessione e alla delazione.

Noi magistrati rispondiamo, in genere, che l'arresto è un caso che riguarda persone socialmente pericolose, e come tale va isolato. Ma quando c'è la decisione di dissociarsi viene meno la pericolosità, e quindi anche l'esigenza cautelare. È consolante vedere che anche la Chiesa, maestra di vita e carità, ha seguito lo stesso criterio. Speriamo che ciò sia un suggello definitivo alla correttezza - con le dovute eccezioni - anche della magistratura italiana.

La seconda. Nell'imminenza della pubblicazione dei libri contenenti le rivelazioni illegali, la Santa Sede ha voluto colpire subito e per primi i responsabili della fuga di notizie. Questo atteggiamento è saggio e significativo. Orbene, noi da anni ci battiamo perché la porcheria delle divulgazioni delle intercettazioni venga severamente repressa.

Ma con altrettanta energia predichiamo, inutilmente, che la soluzione non risiede nel punire il giornalista, che fa il suo dovere, ma il depositario infedele - magistrato, cancelliere, avvocato o altro - che ha passato callidamente al cronista la velina. Ora pare che il Parlamento stia affrontando la questione. Impari dal Vaticano e curi il cancro alla fonte.

La terza. Nel caso odierno, l'unanime e giusta reazione di sdegno è stata indirizzata ai responsabili del grave reato. Nessuno si è sognato di prendere le loro difese sostenendo che i fedeli hanno comunque diritto di sapere cosa si decida tra le mura leonine, come la pensi il Papa, e cosa di lui pensino i Cardinali. Nessuno ha invocato il diritto di cronaca, né la trasparenza né la completezza informativa. Ed è giusto che sia così, perché tutte le persone, dal Sommo Pontefice al più umile mendicante hanno un sacrosanto diritto alla riservatezza. Peccato che da noi accada esattamente l'opposto. Quando sono stati intercettati, più o meno legalmente, capi di stato, ministri e privati cittadini, e quando sono state diffuse, quasi sempre illegalmente, le loro chiacchierate intime e ininfluenti alle indagini, nessuno ha gridato allo scandalo.

Eppure ce ne sarebbe stato buon motivo, anche giuridico, visto che l'art 15 della Costituzione protegge come inviolabile la segretezza delle nostre conversazioni. No, qui da noi il coro è stato quasi unanime: poco importa che una mano criminale abbia allungate delle veline riservate, e magari alterate: noi abbiamo il diritto di sapere. Così molte reputazioni sono state distrutte e, guarda caso, molte poltrone sono state liberate. Forse il prudente atteggiamento odierno deriva dal rispetto verso S.Pietro. O forse dal fatto che il suo seggio non è in gioco, e comunque è inaccessibile.

 

Lettere: il brutto scherzo del Ris su Yara, un video falso confezionato per i media

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di Claudio Cerasa

 

Il Foglio, 4 novembre 2015

 

Yara Gambirasio, di Brembate di Sopra, fu uccisa nel 2010. Il processo contro Massimo Giuseppe Bossetti, presunto assassino, è in corso. Ma il processo mediatico contro di lui è già stato celebrato. Non è simpatico, Bossetti.

Al pubblico, soprattutto, piace "la prova schiacciante" con cui è stato individuato: un mega screening del Dna di mezza bergamasca. Prova scientifica. Noi possiamo solo sperare che, se verrà condannato, lo sarà per prove certe: il solo Dna, al momento non sembra esserlo. Ma al processo è accaduta una cosa più grave, se osservata con il necessario rigore del garantismo.

Il quotidiano Libero ha riportato un dialogo tra l'avvocato difensore e il comandante del Reparto investigazioni scientifiche (Ris) di Parma, Giampietro Lago, a proposito di un video divenuto famoso sui media, e a cui è stata data grande rilevanza "accusatoria", anzi "probatoria".

Vi si vede il furgone bianco di Bossetti transitare in loop davanti alla palestra in cui Yara fu vista viva l'ultima volta. Ebbene, Lago ha ammesso che quel video, diffuso con il logo dei Carabinieri, è falso. È un fake, è un montaggio "concordato con la procura a fronte di pressanti e numerose richieste di chiarimenti della circostanza che era emersa". Insomma è una "prova", ma solo per il processo mediatico. Per chiarezza: il suddetto falso è già stato scartato come prova processuale. Bene così.

Ma che un gruppo investigativo specializzato delle Forze dell'ordine abbia anche solo potuto pensare di manomettere una possibile fonte di prova, e in modo "concordato con la procura", a uso e consumo della stampa, non può passare sotto silenzio. È un fatto che non può esistere in uno stato di diritto. Che poi, ahinoi, più o meno è sempre quello del caso Tortora.

 
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