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Immigrazione: nell'Unione europea ognuno va per conto suo

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di Carlo Lania

 

Il Manifesto, 11 settembre 2015

 

Divisa su come accogliere i profughi, l'Europa si prepara al vertice di lunedì. La presidenza lussemburghese spinge su rimpatri e immediata ricollocazione dei profughi e valuta una possibile flessibilità del patto di stabilità.

Solo dieci giorni fa parlando del modo in cui gli Stati europei affrontano l'emergenza profughi, il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa Nils Muizniesks ha definito "isteriche" le risposte date dai vari governi alla crisi. Viste le cose accadute solo ieri, Muizniesks aveva ragione. Nell'ordine: la Danimarca ha riaperto i collegamenti ferroviari con la Germania che aveva bloccato mercoledì a tempo indeterminato. Nel frattempo però l'Austria ha fermato i treni da e per l'Ungheria, scelta spiegata da Vienna come una conseguenza del "sovraccarico" di migranti in arrivo da quel paese. A sera invece la Macedonia ha annunciato di voler costruire anche lei un muro, questa volta al confine con la Grecia, non escludendo la possibilità di schierare anche l'esercito. Con il rischio di provocare una crisi con Atene che va ben oltre quella riguardante i profughi. Infine la Polonia, Paese leader del blocco "no profughi" fino a ieri mattina, sarebbe invece pronta ad accettare il meccanismo delle quote proposto dal presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker, meccanismo che sempre ieri la Romania ha invece detto di voler rifiutare. Se questa non è isteria, di certo è il segno inequivocabile di come ognuno vada per conto suo.

In questo clima ieri il parlamento europeo ha approvato il piano presentato da Juncker e si prepara al vertice dei ministri degli Interni di lunedì, primo vero scoglio all'avvio della distribuzione dei profughi. A Bruxelles circola una bozza della nota che la presidenza di turno lussemburghese presenterà al vertice e basata essenzialmente su due punti: rimpatri dei migranti non riconosciuti come aventi diritto all'asilo, e avvio della divisione dei primi 40 mila profughi arrivati in Grecia e Italia dal 15 agosto scorso. Non è esclusa anche la possibilità di valutare una flessibilità del patto di stabilità per i Paesi che hanno sostenuto le spese per rifugiati e migranti.

La questione dei rimpatri, che preoccupa non poco le organizzazioni che si occupano di migranti, punta soprattutto sul ruolo svolto da Frontex. Viene proposta la creazione "immediata di un ufficio europeo per i rimpatri" senza escludere la possibilità di creare nei paesi maggiormente coinvolti dagli sbarchi e insieme all'Ufficio europeo per l'asilo, centri di accoglienza co-finanziati dal budget europeo dove esaminare le richieste di asilo.

C'è poi la questione ricollocamenti. Se il consiglio del 14 approverà il piano, potrebbero essere avviati già dal 16 settembre e riguarderanno 24 mila profughi sbarcati in Italia e 16 mila in Grecia. Gli Stati membri "devono cominciare subito a ricollocare" si legge nella bozza, nella quale però si sollecita ancora una volta Italia e Grecia ad aprire gli hotspot: "Priorità va alle infrastrutture per le identificazioni, registrazioni, raccolta impronte". Per i richiedenti asilo devono essere avviate "subito le procedure", è scritto ancora, mentre le registrazioni dei migranti devono essere collegate a "efficaci politiche di rimpatri".

Da notare che per ora si parla di soli 40 mila profughi (cifra ridotta a luglio a 32.256 per le resistenze di alcuni Paesi), e non si fa invece parola degli ulteriori 120 mila previsti da Juncker. Silenzio anche sull'intenzione di rendere il meccanismo dei ricollocamenti obbligatorio. Tutti argomenti su cui la divisioni all'interno della Ue sono pesanti e di cui si parlerà sicuramente oggi a Praga, dove è previsto un vertice dei Paesi del gruppo Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia) al quale parteciperanno anche il ministro lussemburghese Jean Asselborn, in qualità di rappresentante della presidenza di turno, e il ministro tedesco Frank-Walter Steinmeier. Se sono vere le indiscrezioni circolate ieri, che danno la Polonia disponibile ad accettare il meccanismo delle quote, anche il gruppo di Visegrad avrebbe perso l'unità mostrata finora. Intanto qualcosa si muove oltreoceano con gli Stati uniti che annunciano di voler prendere diecimila profughi siriani.

 

Immigrazione: Renzi "il Trattato di Dublino ora va cambiato". Usa: sì a 10 mila profughi

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di Alberto D'Argenio

 

La Repubblica, 11 settembre 2015

 

Oggi prevertice europeo in vista del summit dei ministri degli Interni Ue E anche l'Austria ha deciso di bloccare i treni. Lunedì si darà il via libera al ricollocamento dei 40mila migranti sbarcati in Italia e Grecia a giugno La Danimarca ha riaperto i confini. L'Ungheria trasferisce verso Vienna anche i migranti non identificati.

"Occorre superare la logica dell'egoismo nazionale". In una lettera Matteo Renzi risponde all'appello con il quale ieri tredici giornali europei, tra i quali Repubblica, hanno chiesto ai leader dell'Unione coraggio nell'affrontare la crisi dei migranti. Il premier italiano insiste sulla necessità- ora che i governi devono approvare il pacchetto presentato dalla Commissione Ue - di "superare Dublino", ovvero di cancellare la norma che impedisce una spartizione permanente dei richiedenti asilo tra i paesi europei.

"Giusto - prosegue il presidente del Consiglio - che gli hotspot (i centri per registrare i migranti chiesti a Italia Grecia in cambio delle quote, ndr) siano gestiti a livello europeo, ma ciò sarà possibile solo se ogni Paese accoglierà un certo numero di ospiti (quote) e i rimpatri per chi non ha diritto di asilo verranno organizzati dall'Unione Europea, non dai singoli Stati".

Si tratta di misure comprese nella proposta di Bruxelles che lunedì prossimo sarà esaminata dai ministri degli Interni dei Ventotto. Al momento si dà per scontato che i ministri daranno il via libera formale al ricollocamento, che partirebbe mercoledì prossimo, dei primi 40 mila migranti sbarcati in Italia (24mila) e Grecia (16mila) deciso a giugno. L'ok alla ripartizione di altri 120mila persone e le altre misure tra cui l'emendamento del regole di Dublino richiederà tempi più lunghi.

Polonia, Slovaccha, Repubblica Ceca e Ungheria (che pure verrebbe alleggerita di 54mila migranti) sono contro la ripartizione obbligatoria dei 120mila. Proprio oggi i ministri degli Esteri dei quattro paesi del gruppo di Visegrad si riuniscono a Paraga con la presidenza di turno dell'Unione, il Lussemburgo, e il capo della diplomazia tedesca Frank-Walter Steinmeier per cercare un compromesso che permetta, con qualche modifica cosmetica al piano Juncker, di venire incontro ai paesi ribelli ed approvare il testo senza strappi.

Se così non sarà i 4 verranno comunque messi in minoranza anche se c'è ottimismo sulla possibilità di evitare la rottura almeno con il Paese politicamente più pesante vi- sto che la Polonia, spiegano da Bruxelles, sta virando ed è pronta a cedere.

A quel punto Budapest, Praga e Bratislava si troverebbero isolate. Per questo ci si aspetta che lunedì arriverà un accordo politico al ricollocamento dei 120mila che verrà formalizzato dopo il voto del Parlamento europeo. Per le modiche a Dublino, con la trasformazione delle quote in un meccanismo permanente, bisognerà invece aspettare ottobre.

Se la diplomazia è al lavoro per cercare di tenere l'Unione compatta dopo la drammatica spaccatura registrata a giugno, arriva la notizia - comunicata dal ministro degli Esteri Nikola Poposki - che la Macedonia sta esaminando la possibilità di erigere una "barriera difensiva" alla frontiera con la Grecia simile a quella ungherese. In alternativa verrà dispiegato l'esercito al confine.

Ieri intanto la Danimarca ha riaperto le linee ferroviarie da e verso la Germania, un blocco pensato per impedire ai migranti di attraversare il suo territorio per raggiungere la Svezia, Paese che concede l'asilo a tutti i siriani. L'Austria invece, paladina della solidarietà insieme alla Germania, ha dovuto chiudere il transito dei treni in arrivo dall'Ungheria a causa di un sovraccarico dovuto all'afflusso di migranti. Proprio l'Ungheria ha registrato un livello record di arrivi: 3.321 persone hanno varcato le sue frontiere in 24 ore, mentre 2.800 hanno raggiunto l'Austria e sono stati subito assistiti dalle autorità locali prima di essere trasportati a Vienna.

E in serata è arrivata notizia che per la prima volta da settimane la polizia ungherese ha deciso di aiutare i profughi a raggiungere l'Austria: quattro autobus e tre minivan sono arrivati alla stazione di Szegeb, assediata dai migranti in cerca di riparo da freddo e pioggia, per portare oltreconfine anche le persone non identificate. Intanto il presidente Usa Barack Obama ha dato ordine ai suoi di prepararsi ad ospitare 10mila siriani nel 2016.

L'Isis invece nella sua rivisita (Dabiq) pubblica un macabro anatema accompagnato dalla foto del piccolo Aylan: i migranti che "volontariamente abbandonano la casa dell'Islam per recarsi nelle terre degli infedeli compiono un grave e pericoloso peccato e mettono a rischio la vita e le anime dei loro figli".

 

Immigrazione: Gabriel (Spd) svela l'arcano "i rifugiati ci servono come manodopera"

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di Jacopo Rosatelli

 

Il Manifesto, 11 settembre 2015

 

"Se riusciamo a integrare in fretta i profughi nel mondo del lavoro, risolviamo uno dei maggiori problemi per il futuro economico del nostro paese: la mancanza di personale qualificato". Nelle parole del vicecancelliere e ministro dell'Industria Sigmar Gabriel, pronunciate ieri di fronte al Bundestag, c'è l'importante risvolto economico dell'accoglienza dei richiedenti asilo: i migranti possono fornire alla Germania quei circa 6 milioni di lavoratori che mancheranno entro il 2030. La popolazione invecchia, il tasso di natalità è basso, e senza il contributo della persone che arrivano "da fuori", "è in pericolo non solo il sistema delle imprese, ma anche il benessere generale della società", sostiene il leader del partito socialdemocratico.

A preoccupare sono, in particolare, le proiezioni sulla parte orientale del Paese: tra quindici anni nei Länder della ex Repubblica democratica tedesca un terzo degli abitanti sarà oltre i 64 anni, contro l'attuale 24%. Nel 2060 la popolazione complessiva dell'Est si sarà ridotta di un quarto rispetto ad oggi: da 12,5 a 8,7 milioni.

All'Ovest le variazioni sono inferiori, ma il trend è lo stesso: più anziani in una popolazione che nel suo insieme decresce. Risultato: se oggi il 66% dei tedeschi è in età da lavoro, tra vent'anni lo sarà soltanto il 58%. L'istituto dell'economia tedesca (Institut der deutschen Wirtschaft), centro di ricerche di area confindustriale con sede a Colonia, calcola che già nel prossimo decennio potrebbero mancare al sistema produttivo fino a 390mila ingegneri.

Il ministro dell'Industria Gabriel prende sul serio questi rischi e si erge a paladino del matrimonio d'interessi fra richiedenti asilo e datori di lavoro. Quella del leader Spd è una posizione pragmatica, di buon senso, che contribuisce a favorire il clima di accoglienza. Concentrandosi sull'utilità dei profughi per l'economia tedesca, però, Gabriel perde di vista un elemento fondamentale: i siriani che in questi giorni arrivano nel suo paese sono persone che fuggono da una guerra. E la Germania è fra i maggiori esportatori mondiali di armi: nella prima metà di quest'anno il volume d'affari è di circa 6,5 miliardi. Lo ha ricordato, ieri nell'aula del Bundestag, Roland Claus della Linke, che ha sottolineato come l'export di armi sia autorizzato dal ministero che guida lo stesso Gabriel: "C'è un modo per contrastare davvero le cause delle fughe di massa, e cioè negare quelle autorizzazioni".

Anche la capogruppo in pectore della Linke, Sahra Wagenknecht, allarga lo sguardo: "Perché nessuno dice il motivo che costringe le persone a lasciare la propria terra? In Medioriente non c'è alcuna catastrofe naturale: all'origine dell'esodo c'è una politica di guerra e destabilizzazione di cui sono responsabili la Germania, l'Europa e soprattutto gli Stati Uniti".

Le risorse per l'emergenza andrebbero dunque chieste anche a Washington: "Mi piacerebbe che il governo tedesco avesse il coraggio di farlo", afferma Wagenknecht. Assai improbabile che Angela Merkel ascolti il consiglio dell'esponente dell'opposizione. Piuttosto la cancelliera, che ieri ha visitato un centro di accoglienza a Berlino e si è concessa anche per qualche selfie, continua nella sua "operazione-ottimismo" all'insegna dello slogan "la Germania ce la farà". Incurante delle grida d'allarme che si levano da più parti: i 6 miliardi messi a disposizione dal governo federale sono troppo pochi.

 

Immigrazione: il nuovo muro è macedone

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di Teodoro Andreadis Synghellakis

 

Il Manifesto, 11 settembre 2015

 

Il ministro degli Esteri di Skopje: "Ci sarà bisogno o di soldati o di una barriera".

Il ministro degli Esteri dell'ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom), Nikola Poposki, in una intervista al settimanale ungherese Figyelo, ha annunciato che il suo paese, sul modello dell'Ungheria, sta valutando la possibilità di costruire "una barriera" sul confine con la Grecia, per fermare i migranti in arrivo dal Sud. Poposki ha aggiunto che il paese avrà bisogno di "un qualche tipo di difesa materiale", anche se questa non rappresenterebbe una soluzione definitiva. "Se prendiamo seriamente ciò che l'Europa ci sta chiedendo, ce ne sarà bisogno. O di soldati, o di una barriera, o una combinazione di questi due elementi". Nella giornata di lunedì hanno attraversato i confini meridionali della ex Repubblica jugoslava di Macedonia settemila siriani, il più alto numero registrato sinora nell'arco di ventiquattro ore.

I migranti affrontano un cammino quasi interminabile, con condizioni meteorologiche che in queste ore sono tutt'altro che favorevoli: piove senza sosta, la temperatura ha registrato un forte calo e il fango ostacola notevolmente gli spostamenti. Nelle settimane scorse, decine di migliaia di profughi avevano oltrepassato il confine, dalla zona greca di Kilkìs, attraversando la Fyrom, e arrivando in Serbia e infine in Ungheria.

La stessa ministra responsabile per la gestione dei flussi migratori del governo Tsipras, Tassia Christodulopulu, aveva dichiarato recentemente al manifesto che la Grecia non incoraggia la partenza dei profughi, "ma non può certo militarizzare tutti i suoi confini di terra, che sono estremamente estesi".

Ufficialmente Atene non commenta la notizia, anche perché la Grecia, come è noto, è in campagna elettorale e almeno fino al 21 settembre rimarrà in carica il governo ad interim, presieduto dalla presidente della corte di cassazione Vasilikì Thanou. L'unico che potrebbe esprimersi, a massimo livello, è il presidente della Repubblica, Prokopis Pavlopoulos, che non intende, tuttavia, alimentare alcun tipo di tensione.

È chiaro, tuttavia, che se il progetto di Skopje dovesse essere realmente attuato, andrebbe inevitabilmente a influenzare negativamente i rapporti tra i due paesi. Da una parte la Grecia si tramuterebbe nuovamente in un limbo per decine di migliaia di profughi e migranti. I tentativi, seppur difficili e informali, di superare di fatto Dublino 2, e dare libertà di movimento ai profughi, verrebbero bruscamente bloccati.

Atene, alle prese con la ben nota crisi economica, non riesce a fornire assistenza a lungo termine a centinaia di migliaia di "disperati del mare". Parallelamente, si incrementerebbero gli affari dei trafficanti che cercano di offrire speranze a chi lascia dietro di sé guerre e disperazione, promettendo approdi in Italia, con nuove, rischiosissime traversate dell'Adriatico. Già il 21 agosto il governo dell'ex Repubblica jugoslava di Macedonia aveva mandato l'esercito ai confini con la Grecia, per cercare di evitare il passaggio dei profughi. E i mezzi di informazione greca avevano sottolineato che "ai confini con Skopje l'aria inizia a puzzare di polvere pirica".

La Serbia, al contrario, desiderosa di entrare a far parte dell'Ue, ha fatto sapere che non intende erigere nessun tipo di muro al fine di "impedire l'entrata dei migranti nel suo territorio". Il ministro degli esteri Poposki, conscio delle critiche che pioveranno sul suo paese, ha anche dichiarato che "ogni volta che il suo governo prende sul serio quello che gli chiede l'Europa, cercando di controllare i confini e fermare le persone, arriva subito una reazione internazionale negativa". Resta agli atti che Budapest e Skopje mostrano di non riuscire a comprendere che l'Europa- finalmente - sembra decisa a cambiare rotta sulla questione dei flussi migratori, privilegiando il dialogo e l'integrazione, e non la costruzione di nuovi muri, che creano "profughi prigionieri" e alimentano nuove e imprevedibili tensioni.

 

Immigrazione: ridisegnare le città dell'accoglienza

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di Alberto Ziparo

 

Il Manifesto, 11 settembre 2015

 

Altro che Cie: il flusso di profughi è destinato a modificare l'assetto urbano europeo.

Quanto sta finalmente succedendo - sia pure con molte difficoltà e contraddizioni - sul fronte delle migrazioni verso l'Europa, la ancora incerta "svolta", spinge a considerare dinamiche e processi in atto non tanto come emergenze contingenti, ma quali fenomeni di fase destinati a segnare e probabilmente a trasformare strutturalmente l'organizzazione sociale e ambientale europea e occidentale. È il caso forse di assumere che l'enorme flusso di immigrazione dai sud del mondo è destinato in tutto o in parte a caratterizzare, connotare, i futuri assetti delle città e dei sistemi insediativi del Vecchio Continente, e non solo.

Tra coloro che "stanno arrivando" ci sono certamente i futuri italiani, francesi, tedeschi, spagnoli ecc., che costituiranno una componente rilevante, al pari degli altri che, con mobilità crescente, sono destinati a trascorrere periodi più o meno lunghi, ma contingenti, nella nostra penisola come in altri paesi, in attesa di destinazioni diverse, anche extraeuropee; o di possibili "ritorni a casa". Pure oggi così difficili da intravedere.

È allora il caso che si pensi alla chiusura - abbandono definitivo - delle strutture di accoglienza temporanee: le tristi sigle di questi anni, Cie, Cat, Cae, Cdt, ecc.; e si assuma l'accoglienza come tema foriero di meccanismi funzionali ad una nuova domanda aggiuntiva di cittadinanza, di abitanza. Che può contribuire ad orientare i nuovi programmi di riuso e di rigenerazione urbana, quanto mai necessari; al di là dell'arrivo dei migranti (per cui in ogni caso nel breve periodo appare inutile la distinzione tra le varie tipologie di migrazione).

Va tenuto conto in questo quadro che su tale terreno, la situazione delle strutture è, almeno quantitativamente, assai meno drammatica di quanto ogni giorno ci prospetta la vulgata politica e mediatica. Anzi tale tipo di domanda aggiuntiva può fornire senso ed utilità sociale ad un'offerta esuberante da iperproduzione edilizia che, non solo nel clamoroso caso italiano, costituisce un monumento allo spreco economico e ambientale, vista l'enorme realizzazione di case (spesso vuote) e di cemento che ha contraddistinto le ultime fasi. Il vuoto o sottoutilizzato non interessa solo le città italiane o dell'Europa occidentale: per citare solo casi molto noti, i comparti deserti nelle città dell'Europa orientale (quella dei nuovi muri) assomigliano ai centri interni collinari e montani italiani; per dieci mesi all'anno la Costa del Sol, come quelle siciliane e calabresi, presenta centinaia di migliaia di case e villette vuote; in molte sub regioni del continente i centri rurali sono stati svuotati dal gigantismo della città diffusa. I dati relativi al nostro paese ci forniscono un patrimonio edilizio impressionante quanto sovrabbondante, in cui un decimo degli edifici ed un quarto degli alloggi esistenti sono vuoti o sottoutilizzati. Le dimensioni del fenomeno sono tali per cui oggi è consistente il rapporto abitanti/edificio, laddove ieri si contavano gli abitanti/alloggio e ancora prima l'abitante/stanza.

Nelle metropoli le stanze vuote di contano a centinaia di migliaia; nelle città medio-grandi a decine di migliaia. Ma anche i piccoli comuni sono segnati da palazzine e ville vuote o semiabbandonate, una circostanza che caratterizza molti centri interni. Certo va considerato che la gran parte di questo patrimonio - più dell'80% - è privato.

E specie negli ultimi anni à stato costruito non per rispondere alla domanda sociale né alle dinamiche economiche del settore, ma soprattutto per realizzare le basi di meccanismi di speculazione finanziaria; ovvero per riciclare capitali illegali. La riprova è fornita dalla presenza di aree di forte disagio abitativo locale, a fronte di una domanda inevasa totale nazionale pari a poco più del 10% dell'offerta inutilizzata (circa 850 mila nuclei, per lo più monofamiliari, a fronte di circa 8 milioni di alloggi vuoti o sottoutilizzati).

Ricerche come Riutilizziamo l'Italia, condotta dal Wwf insieme a diverse università, o gli "Osservatori" della Società dei Territorialisti illustrano, oltre all'urgentissima esigenza di messa in sicurezza del territorio, quella di rigenerare e riusare la città a partire dal blocco del consumo di suolo e dal riuso dell'enorme mole di vuoto o inutilizzato; nonché dalla domanda di riqualificazione eco-paesagistica e di valorizzazione del patrimonio storico culturale presente.

Queste elaborazioni hanno colto come l'innovazione sociale - oltre che tecnologica - espressa da nuove soggettività, stia contribuendo a riqualificare i luoghi delle città a partire dalla particolarità delle istanze espresse in tali situazioni urbane: si pensi ai processi di riciclo e ristrutturazione "leggera" promossi da associazionismi artistici e culturali o alle stesse "occupazioni spontanee" come segnalazione di forte disagio sociale e di soluzione "diretta" dei problemi. A questi temi utili al ridisegno ecologico e socialmente innovativo della città - che ritessono tessuti urbani in sparizione- si può aggiungere oggi l'accoglienza; da assumere anche come nuova ricchezza rappresentata dalle culture espresse dalle molte, diverse, soggettività provenienti dall'esterno.

Si impone però per questo l'esigenza di politiche urbane differenti dal passato e autenticamente innovative; che le istituzioni attuali, incrostate e spesso dominate da interessi speculativi, che aggravano sovente una sistematica riluttanza all'innovazione, difficilmente possono proporre.

Questo tipo di azione può muovere dal censimento del patrimonio vuoto o inutilizzato di ciascun comune: un dato di cui spesso l'amministrazione è ben consapevole o che può facilmente e rapidamente acquisire.

Da questo e dalle più evidenti emergenze di riqualificazione urbanistica può muovere un efficace e utile "Piano casa sociale", che integra appunto rigenerazione urbana e accoglienza. Anzi ne è connotato. È necessaria l'azione dal basso, di comitati e associazioni, perché si diffondano i pochi esempi virtuosi esistenti (vedi il comune di Riace in Calabria), di capacità di acquisizione del patrimonio vuoto anche privato, e del suo riutilizzo anche con opzioni di "comodato d'uso di pubblica utilità", perché nella nuova qualità ecologica e civile delle nostre città, oltre alla risposta a bisogni già emersi, non può mancare la ricerca di soddisfacimento delle domande dei "nuovi abitanti".

 
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