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Iraq, tra i curdi alla diga di Mosul. "Italiani? Siete benvenuti, ma mandateci più armi"

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di Lorenzo Cremonesi

 

Corriere della Sera, 23 dicembre 2015

 

Mosul, catturata dall'Isis nel 2014, è stata riconquistata grazie ai raid americani. Il 15 dicembre Renzi ha annunciato l'invio di 450 militari italiani a difesa della diga, che sarà ristrutturata da una ditta italiana. Arrivando alla diga è impossibile non restare impressionati da quanto vicine siano le prime linee dei peshmerga e la terra di nessuno ove opera l'Isis.

Ci sono lunghi tratti di strada, almeno quattro o cinque chilometri, dove la barriera di terra smossa dai bulldozer con davanti le trincee fatte per fermare i mezzi jihadisti corrono parallele a solo una cinquantina di metri dal nastro d'asfalto. Le postazioni curde sono piccole roccaforti circondate da muri di cemento poste sulle alture più prominenti. Arrivando in prossimità dei punti delicati gli autisti schiacciano sull'acceleratore e i soldati di scorta guardano nervosi verso sud.

Così avveniva anche martedì pomeriggio sul tardi, quando siamo giunti ai larghi bastioni della diga. Alla luce ambrata del tramonto le prime lampadine stavano accendendosi nei villaggi sunniti ben visibili tra il paesaggio collinoso e dolce che permette allo sguardo di spaziare lontano. Alcuni sono posti solo quattro a cinque chilometri dalla strada. "I villaggi sono punti pericolosi. Si chiamano Aski Mosul, Tel Zaab, Sdhelich, Hadhemi, Masraj, Tanniah.

La loro popolazione sostiene in massa l'Isis, nasconde i terroristi, li aiuta a occultare armi, munizioni e mine. Per questo motivo abbiamo dovuto ridurre in macerie i più militanti. Non avevamo alternative se volevamo assicurarci il controllo della diga", spiegano gli accompagnatori peshmerga. Parole confermate dal paesaggio. Già all'inizio del vasto bacino, dove il Tigri entra nel lago, le rovine di decine di abitazioni sono mute testimonianze delle battaglie dell'agosto 2014, quando l'Isis per alcuni giorni riuscì a prendere possesso dello sbarramento. Appena prima dei recinti che segnano la cittadella di tecnici e operai della centrale elettrica e degli impianti idrici, il villaggio di Semelhi è stato completamente raso al suolo.

Le case minate una per una. Restano in piedi solo la moschea, un edificio adibito a pronto soccorso e la villona del capo degli Hadida. "Sono uno dei clan che con più forza aiuta Isis", dicono ancora i peshmerga, che ora usano l'edificio come caserma.

La calma del lago, una trentina di anatre che giocano nell'acqua immobile, i tappeti di erba verde tutto attorno, sembrano rassicurare. Ma in lontananza, verso Mosul, si odono i rombi cupi dei bombardamenti americani. Le loro squadre speciali sono sul terreno assieme ai curdi con il compito specifico di fornire le coordinate delle postazioni Isis all'aviazione. È appena stata colpita una base jihadista, che qui chiamano "la fabbrica delle medicine". Due colonne di fumo nero si stagliano nette all'orizzonte.

Sulla diga il 41enne comandante delle Zerevani, le truppe speciali curde incaricate di difendere il sito, colonnello Adnan Osman Salah, ci accoglie con un grande sorriso. "Benvenuti gli italiani. Grazie per la vostra disponibilità ad effettuare i lavori di mantenimento della diga e grazie per l'offerta di mandare truppe. A dire il vero noi abbiamo più bisogno di armi tecnologicamente avanzate, munizioni e missili, che soldati.

Ma saremo ben contenti di cooperare con qualsiasi forza militare straniera sia stata coordinata con il nostro governo di Erbil", dice. E non nasconde la portata della rinnovata tensione tra l'enclave curda e il governo centrale a Bagdad, questa volta provocata proprio dal progetto di arrivo del contingente italiano. I media iracheni segnalano che le autorità di Bagdad vorrebbero farne a meno. Lo avrebbe specificato anche il ministro delle Risorse Idriche, Mohsen al Shammari, all'ambasciatore italiano nella capitale.

"I nostri soldati sono perfettamente in grado di garantire i vostri tecnici e operai civili", avrebbe detto. Per contro, Erbil sarebbe ben contenta di ricevere i soldati stranieri. In gioco torna il braccio di ferro tra il centralismo iracheno e le aspirazioni indipendentistiche curde, come è stato evidente anche per la recente vicenda del contingente di truppe turche a nord di Mosul, che ha causato una mini crisi tra Ankara e Bagdad.

Parlando della logistica per accogliere gli italiani, il colonnello Salah pare propendere per la costruzione di una base di container nella zona della diga: "Qui è assolutamente sicuro. L'Isis si trova a 13 chilometri di distanza, non dispone di cannoni o mortai pesanti" spiega.

E tuttavia non nasconde le grandi capacità combattenti dei jihadisti. "Sono ottimi soldati, non vanno mai sottovalutati. Pericolosissimi, pronti a morire, sanno adattarsi alle circostanze. I loro volontari arrivati dai conflitti in Cecenia, Afghanistan, Africa e Medio Oriente combinano le loro esperienze in una macchina militare ben oliata. Ma noi ora conosciamo le loro tattiche. La copertura aerea alleata è di grande aiuto. Li stiamo battendo".

 

Medio Oriente: 90 studenti dell'Università di Birzeit detenuti nelle carceri israeliane

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di Domenica Zavaglia

 

infopal.it, 23 dicembre 2015

 

Il portavoce del blocco islamico all'università di Birzeit presso Ramallah, Mohammed Zaid, ha rivelato che il numero di studenti detenuti dalle forze di occupazione israeliane ha superato i 90. In una dichiarazione al Quds Press, il portavoce ha spiegato che gli studenti trascorrono mesi o addirittura anni interi in prigione. Ha inoltre aggiunto che le forze di occupazione israeliane hanno recentemente arrestato 16 studenti attivisti dell'università, 12 dei quali sono membri del blocco islamico, incluso il segretario del Comitato Culturale del Consiglio degli studenti, Asmaa Abdul HakimKedah, 20 anni, che è stata arrestata sabato mattina proprio mentre si recava all'università.

Il blocco islamico all'università di Birzeit ha denunciato la pratica israeliana, sottolineando che la feroce campagna di arresti condotta dalle forze di occupazione nei confronti degli studenti avrà come unico effetto quello di "aumentare la forza, la determinazione e la costanza nel perseguire il loro dovere nazionale ed accademico".

Soppressione del ruolo degli studenti. Per quanto riguarda il motivo degli arresti, il portavoce ha affermato che "tutti gli arresti sono privi di accuse o giustificazioni, e molti degli studenti sono stati trasferiti in detenzione amministrativa senza interrogatorio o accusa".

Zaid pensa che l'occupazione israeliana "stia cercando di ostacolare il lavoro del consiglio, e del movimento degli studenti all'università, il cui ruolo è stato efficace durante l'Intifada di Gerusalemme. Ha aggiunto: "E inoltre diventato chiaro che l'occupazione vuole logorare il blocco islamico, e sospendere i suoi servizi accademici per gli studenti universitari". Ha citato il fatto che lo stesso giorno dell'arresto del Presidente del Consiglio e dei leader del blocco, all'alba di Mercoledì scorso, c'era una festa organizzata a supporto della moschea di al-Aqsa. Tuttavia, il blocco islamico ha portato a termine l'evento, che ha fatto tanto parlare i media israeliani in merito al suo successo e alla capacità di continuare il proprio lavoro malgrado le difficili circostanze.

Zaid ha osservato che il Consiglio degli Studenti e il blocco islamico presso l'università sono stati in grado di eccellere in tutti gli ambiti; dal sindacato al servizio civile, compreso il livello di impegno nazionale. Ha inoltre fatto notare che l'occupazione israeliana insieme all'Autorità Palestinese con i loro continui arresti che avevano come principale target gli studenti del blocco islamico, hanno causato un forte ritardo nella laurea di molti studenti per anni. Alcuni studenti, invece di passare solo 4-5 anni al college, non riuscivano a laurearsi prima dei 10 anni trascorsi tra vita universitaria e detenzione nelle carceri israeliane e in quelle dell'Autorità Palestinese.

A sua volta, l'Università di Birzeit ha condannato la feroce campagna dell'occupazione israeliana contro gli studenti. L'università ha sottolineato, in un comunicato, che l'istruzione è un diritto garantito da tutte le leggi internazionali, e che l'adesione dell'università alla campagna per il diritto allo studio consentirà di rendere pubbliche le pratiche repressive dell'occupazione israeliana, che continua a dire al mondo che è uno stato democratico.

L'università ha osservato che si rivolgerà a tutte le istituzioni accademiche e alle organizzazioni per i diritti umani di tutto il mondo, per informarli dei crimini dell'occupazione israeliana contro il diritto all'istruzione in Palestina, che si impegna con falsi pretesti. L'università ha invitato le istituzioni internazionali a mettere sotto pressione l'occupazione israeliana per la liberazione dei prigionieri palestinesi nelle sue carceri, compresi gli studenti.

L'università ha aggiunto che la perseveranza delle pratiche repressive da parte dell'occupazione israeliana contro il popolo palestinese in generale e gli studenti in particolare, non farà altro che aumentare le azioni internazionali delle campagne di boicottaggio accademico contro le istituzioni di occupazione israeliane. Essa afferma, inoltre che tali pratiche non impediranno mai all'università di Birzeit di svolgere il suo ruolo di primo piano nei confronti dell'occupazione. Il numero di studenti detenuti nelle carceri israeliane ha raggiunto i 90, tra maschi e femmine, oltre ad un dipendente presso l'Università e a due professori.

 

Stati Uniti: il software sbaglia a fare i conti, detenuti scarcerati per errore

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di Lucio Di Marzo

 

Il Giornale, 23 dicembre 2015

 

È successo a Washington, per un "baco" del programma che calcola la buona condotta. In 3.200 fuori dalle celle. Nessuno, in tredici anni, si era mai accorto di nulla. Sono 3.200 i detenuti che in questi anni sono stati scarcerati per errore a Washington.

Un errore di cui ora qualcuno si è accorto. La colpa è del software che calcola i crediti necessari per essere rilasciati per buona condotta. Un baco del programma aumentava sistematicamente i "punti" di chi si trovava in carcere e ha portato alla scarcerazione anticipata di più di tremila persone che avrebbero dovuto trascorrere più tempo in detenzione.

Tutto è iniziato nel 2002, quando una sentenza della Corte suprema ha imposto di calcolare i punti guadagnati durante i soggiorni nella prigioni delle contee anche per le sentenze statali. "Che questo problema si sia protratto per tredici anni mi delude profondamente", ha commentato il governatore Jay Inslee. E fino a che le cose non torneranno a posto, i conti saranno fatti a mano.

 

Malawi: l'Anno della Misericordia nelle carceri nei racconti di un missionario

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fides.org, 23 dicembre 2015

 

"Dopo l'iniziativa di Patrizia Lavaselli di portare i disegni delle donne della prigione di massima sicurezza di Zomba all'Accademia Carrara di Bergamo, questa nuova avventura ha del miracoloso" scrive all'Agenzia Fides p. Piergiorgio Gamba, missionario monfortano, commentando la nomina dell'album "I have no everything here" eseguito dalla Zomba Prison Band, formata da detenuti del carcere malawiano, al Grammy Awards che verranno assegnati il 15 febbraio 2016 a Los Angeles. "Un sogno, una tappa nuova nel lungo cammino di riconciliazione con se stessi e con il mondo, una preghiera e un lamento, ma anche un segnale che la Misericordia non ha confini" afferma il missionario.

Nell'anno della Misericordia anche in altre carceri del Malawi, uno dei Paesi più poveri del mondo, si moltiplicano i progetti per dare condizioni di vita dignitose. "La popolazione del Malawi raddoppia ogni diciotto anni fino a raggiungere gli attuali diciassette milioni di abitanti. Di questi circa quattordici mila sono rinchiusi nelle stesse carceri che già cinquanta anni fa erano insufficienti. Il sistema giudiziario e penale rimane una delle eredità del periodo coloniale ed è tutto incentrato su un unico metodo: la punizione del carcerato. Un sistema che disumanizza la persona rendendola incapace di ricostruire la propria vita" sottolinea p. Gamba, che è Chairman del Prison Felloship Malawi e membro dell'Ispettorato delle Prigioni. Grazie a questi incarichi p. Gamba partecipa alla stesura del Rapporto Annuale sulle carceri per il Parlamento. Tra le iniziative promosse dal missionario c'è il rinnovamento del carcere di Ntcheu, un lavoro effettuato dagli stessi detenuti che "hanno quasi completato l'opera di un carcere dove vivere con dignità di persone durante la detenzione al fine di riscattare la propria vita". "Una storia che vuole aiutare chi ha offeso e chi è stato offeso, nel nome della Misericordia" conclude il missionario.

 

Il Consiglio Europa fissa gli "spazi minimi" delle celle

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Ansa, 22 dicembre 2015

 

Sei metri quadrati, a cui va aggiunto lo spazio per i servizi sanitari: queste le dimensioni minime che deve avere una cella occupata da un solo detenuto secondo lo standard fissato e reso noto oggi dal Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d'Europa. Ogni carcerato deve comunque avere a disposizione come minimo 4 metri quadri - sanitari esclusi - anche se occupa una cella con altri detenuti.

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