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Giustizia: i nuovi demagoghi che cavalcano l'odio delle divise in piazza

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di Carlo Bonini

 

La Repubblica, 26 giugno 2015

 

C'è qualcosa di antico e di osceno nelle piazze che, ieri pomeriggio, a Roma, Milano, Palermo, il secondo sindacato di Polizia, il Sap, ha riempito di agenti per contrabbandare l'imminente primo voto parlamentare sull'introduzione del reato di tortura, come "una vendetta contro le forze dell'ordine".

E nelle parole con cui Matteo Salvini le ha cavalcate ed eccitate. In una sgangherata e ideologica operazione di manipolazione, il faticoso compromesso raggiunto dalla maggioranza di governo al Senato nel definire una norma che metta il nostro Paese all'onore del mondo con appena 26 anni di ritardo (dal 1990 l'Italia non ha dato seguito alla ratifica al la Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite che bandiva la tortura dichiarandolo crimine contro l'umanità) diventa occasione per una passerella di odio e paura un tanto al chilo.

Dismessa la "felpa" identitaria, Salvini si insacca nel fratino fosforescente dei poliziotti che manifestano ed entusiasti scattano selfie, dimenticando di chiedergli se il partito di cui è segretario, la Lega, non sia lo stesso che, tra il 2009 e il 2011 (governo Berlusconi), tagliò per 3 miliardi e mezzo di euro il bilancio delle Forze dell'Ordine. E se la Lega non sia lo stesso partito che, nel 2009, ridusse il turn-over del personale al 20 per cento e, un anno dopo, bloccò i fondi per adeguare i "tetti salariali" (quelli che consentono di adeguare le retribuzioni agli scatti di grado e alle indennità di servizio).

Del resto, nel Paese dalla memoria cortissima, la coerenza è un dettaglio. E nel suo stantio menù della paura, che, senza pudore, recita anche l'ex ministro dell'Interno Roberto Maroni, la sbobba "sott'odio" (per parafrasare Leo Longanesi) servita da Salvini è sempre la stessa. Migranti, Polizia, Rom, Antagonisti, Euro. E identico ne è il sapore. Perché Salvini parla di cose che non conosce o che manipola. Diverso è il discorso per le migliaia di poliziotti cui ha fatto ieri da mosca cocchiera. Gli agenti che hanno sfilato a Roma, Palermo, Milano, sanno infatti perfettamente che la norma faticosamente scritta e riscritta al Senato, accogliendo le preoccupazioni sollevate da ultimo anche dal capo della Polizia, Alessandro Pansa, definisce la tortura non come reato "proprio" del pubblico ufficiale.

Non è dunque norma pensata per colpire la polizia, ma la tortura, chiunque ne sia autore. Ed è norma dove la qualità del pubblico ufficiale diventa piuttosto un'aggravante, come è logico che sia. Quantomeno in una democrazia degna di chiamarsi tale. Dove il monopolio della forza riconosciuto allo Stato (e dunque alle Forze dell'ordine che ne sono Istituzione) è legittimo solo e soltanto se utilizzato nel perimetro delle garanzie dell'habeas corpus, principio di intangibilità del corpo e della sfera delle libertà individuali - civili, ed ebbene si, persino psicologiche - riconosciuto già nella Magna Charta, anno di grazia 1215.

La pessima notizia non è dunque Salvini. Ma il segnale che arriva da quelle piazze. Ennesima prova, ammesso ce ne fosse bisogno, di cosa si agiti, ormai da tempo, nella pancia della Polizia di Stato. Che è e resta un corpo democratico (ed è grottesco e insieme preoccupante l'obbligo pavloviano che si avverte nel doverlo ogni volta ripetere).

Ma che, a 35 anni dalla riforma che lo smilitarizzò, è con ogni evidenza sempre più privo di un sistema immunitario capace di renderlo impermeabile ai rigurgiti della peggiore demagogia di destra, alle tentazioni politicamente eversive di mettere in mora ieri un tribunale della Repubblica, oggi una Corte internazionale di Giustizia, un Parlamento, una Convenzione delle Nazioni Unite. Come se un pezzo della Polizia, improvvisamente inconsapevole della propria funzione, invocasse un principio di eccezione rispetto alla legge con i modi di una delle mille esasperate corporazioni del Paese.

Non a caso, con i suoi 18mila iscritti, il Sap, sindacato di centro-destra che ha riempito ieri le piazze, è lo stesso che, un anno fa, durante il suo congresso, tributò 5 minuti di standing ovation agli agenti riconosciuti colpevoli dell'omicidio di Federico Aldrovandi, un innocente.

Il suo segretario, Gianni Tonelli, è lo stesso che dopo la lettura della sentenza che mandò assolti tutti gli imputati per la morte dell'innocente Stefano Cucchi, non trovò altre parole che queste: "Se disprezzi la tua salute ne paghi le conseguenze". Il Sap non è un fungo. Altre sigle, come il Coisp, da tempo lo inseguono sullo stesso terreno di rancore, frustrazione, rabbia per chiunque si eserciti nell'ordinaria manutenzione di una democrazia e nella difesa dei suoi diritti fondamentali.

 

Giustizia: dalla Cassazione allarme sui ricorsi inutili, uno su dieci vale meno di 5.200 euro

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di Giovanni Bianconi

 

Corriere della Sera, 26 giugno 2015

 

Se la giustizia italiana non funziona, è anche per ciò che avviene al suo piano più alto, nell'ultimo e più importante grado di giudizio: la Corte di cassazione è sommersa da ricorsi che spesso si rivelano inutili e infondati, ma assorbono ugualmente una grande quantità di energie. Sottraendole a questioni che meriterebbero maggiore attenzione e soprattutto celerità.

Tutto questo si somma a organici sempre insufficienti (soprattutto nel personale amministrativo), che si traducono in una giustizia troppo spesso ritardata e negata. 700 sentenze "ferme". C'è un numero, acquisito di recente, che fa capire quanto incide, ad esempio, la mancanza di cancellieri e addetti vari: l'altro ieri il presidente della sezione Lavoro della Corte suprema ha comunicato che nel suo ufficio ci sono 700 sentenze già deliberate, scritte e firmate dall'estensore e dal presidente che attendono di essere pubblicate; per renderle esecutive ci vorranno altri mesi, fra i 60 e i 90 giorni.

Di questa "crisi di funzionalità che è, nella sostanza, vera crisi di identità", delle sue ragioni e di possibili soluzioni s'è discusso ieri nella assemblea generale (e straordinaria) della Cassazione convocata dal primo presidente Giorgio Santacroce, alla presenza del capo dello Stato. E proprio Santacroce lancia l'allarme più profondo: "Di fronte all'acuirsi di questa crisi è la stessa istituzione che rischia di essere affossata" se non si arriverà in tempo utile a interventi drastici ispirati a "una larga dose di radicalismo illuminista".

La questione più rilevante, sottolineata in tutte le relazioni, è quella della necessaria riduzione dei ricorsi. Partendo da un dato statistico, anch'esso molto significativo: il 61 per cento degli oltre 55.000 fascicoli trattati nell'ultimo anno al "palazzaccio" di piazza Cavour è stato dichiarato inammissibile; una cifra che dà la misura del tempo e delle forze impiegate in "procedimenti inutili che in un sistema ben ordinato non dovrebbero nemmeno giungere alla Corte suprema", spiega il segretario generale Franco Ippolito.

Il problema principale risiede nell'articolo 111 della Costituzione, riscritto nel 1999 con l'introduzione dei principi del cosiddetto "giusto processo": "Contro le sentenze e i provvedimenti sulle libertà personali, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge". Laddove la "violazione di legge" è estesa, ad esempio, al "difetto di motivazione" che molte volte rischia di trasformare il giudizio di legittimità (controllo del rispetto delle regole) in un terzo giudizio di merito, dopo quelli di primo e secondo grado.

Ammende non riscosse. Ecco allora che per mettere un freno alla "valanga smisurata di ricorsi veicolati verso il merito della controversia", dice il presidente Santacroce, bisognerebbe rimettere mano proprio a quell'articolo della Costituzione.

La modifica è indicata al primo punto delle nove proposte di riforma segnalate nel documento finale partorito dall'assemblea: lasciare inalterati i ricorsi contro i provvedimenti che incidono sulla libertà delle persone e limitare il resto "ai casi nei quali è ravvisabile la necessità di formulare principi giuridici di valenza generale". Ma i confini immaginati da Santacroce si stringono ulteriormente, limitando gli interventi della Corte alla "tutela dei diritti fondamentali, o con la previsione di un limite minimo di valore delle cause".

Affermazione, quest'ultima, che parte da un'altra statistica densa di sostanza: nel 2013 l'11,5 per cento delle cause trattate in Cassazione aveva un valore economico inferiore a 5.200 euro. Il che significa, considerando la durata media di 6-7 anni dei procedimenti prima di approdare a piazza Cavour, che per ognuno lo Stato ha affrontato costi economici di molto superiori al valore effettivo della controversia. In tempi di spending review sono considerazioni che dovrebbero sollecitare la ricerca di soluzioni.

Il procuratore generale Pasquale Ciccolo se la prende con una eccessiva "produzione normativa", spesso "di scarsa qualità", e invoca interventi legislativi che "assicurino l'effettiva riscossione delle somme da versare alla cassa per le ammende". Le quali, spiega uno dei relatori, "restano ineseguite per mancanza del necessario supporto organizzativo". Sul fronte degli avvocati il presidente del Consiglio nazionale forense Andrea Mascherin si dice disponibile a collaborare "per spezzare l'assedio dei fascicoli", ma invoca interventi come la depenalizzazione o il superamento dell'obbligatorietà dell'azione penale, senza ricorrere a "filtri che generano incertezza".

 

Giustizia: Caterina Malavenda "diffamazione, adesso fare i cronisti sarà più difficile"

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di Gianluca Roselli

 

Il Fatto Quotidiano, 26 giugno 2015

 

È una legge con luci e ombre. Si voleva eliminare il carcere per i giornalisti, ma poteva essere fatto con un tratto di penna. E invece si è aggiunto molto altro".

A parlare è Caterina Malavenda, avvocato specializzato nelle cause che riguardano la stampa, il giorno dopo l'approvazione in seconda lettura alla Camera della legge sulla diffamazione.

 

Avvocato, i giornalisti devono gioire o no?

L'abolizione del carcere è sicuramente un fatto positivo. Anche se in realtà era una norma che non veniva applicata, se non in casi eccezionali. Comunque, meglio che sia sparita. E poi la legge è stata fatta apposta per questo, quindi va bene. Peccato vi siano tante ombre accanto alle luci.

 

Partiamo dalle (poche) luci.

Per esempio, la rettifica tempestiva. Il giornalista che si accorge di aver dato una notizia errata può chiedere al direttore di pubblicare una rettifica di sua spontanea volontà. Il direttore è obbligato a pubblicarla. La pubblicazione della rettifica è causa di non punibilità.

 

Altri cambiamenti positivi?

L'ampliamento del segreto professionale anche ai giornalisti pubblicisti, che ora possono tutelare le loro fonti come i professionisti. Poi c'è il famoso emendamento salva-Conchita... Nato sull'onda del caso De Gregorio, avrebbe lo scopo di aiutare decine di giornalisti che si vedono costretti a risarcire danni a terzi al posto di editori falliti o che non vogliono pagare. La novità è che il cronista, dopo aver pagato di tasca propria, può rivalersi sull'editore come creditore privilegiato. La trovo una norma di difficile applicazione, ma è un passo avanti. Passiamo alle ombre. Tante, a partire dalla rettifica, che può diventare sconfinata, perché non è previsto un limite di lunghezza. Inoltre, deve essere pubblicata senza replica. Insomma, se tutti si mettessero a chiedere rettifiche, i giornali non conterrebbero più notizie. Si è potenziato in maniera eccessiva uno strumento legittimo. Poi c'è la questione dei due direttori.

 

Ovvero?

Il direttore di un giornale on line è stato parificato a quello della carta stampata. Ma, per esempio, sull'omesso controllo il primo è svantaggiato perché un giornale on line è sempre aperto e per un direttore è impossibile controllare tutto ciò che viene pubblicato.

 

Lei ha criticato anche le modifiche sui blogger...

Sì, perché d'ora in avanti un blogger querelato dovrà difendersi nel tribunale del luogo in cui abita la persona offesa, col rischio di dover girare qua e là per difendersi, tutto a spese proprie e senza rimborso. Parliamo delle multe, molto criticate per via dei tetti (da 5 mila a 10 mila euro) molto alti.

 

Sembra quasi la compensazione per la scomparsa del carcere...

Può essere che si sia allungato da una parte e mollato dall'altra. Stando così le cose, un giudice non potrà comminare una multa inferiore ai 5 mila euro. Solo se il giornalista è incensurato, con le attenuanti generiche, la multa è ridotta di un terzo, mentre chi è recidivo viene sospeso dalla professione da 1 a 6 mesi. Il testo, invece, è soddisfacente sul potenziamento del risarcimento che i giornalisti possono ottenere nelle liti temerarie, che potrà arginare le richieste in sede civile, spesso totalmente fuori mercato.

 

Insomma, la legge peggiorerà la vita ai giornalisti?

Ripeto, ci sono luci e ombre. Il testo è migliorato, ma restano tanti punti oscuri: si poteva fare di più e meglio. È stato eliminato il carcere, ma d'ora in poi fare i giornalisti potrebbe risultare più complicato e rischioso.

 

Giustizia: chi fa causa al fisco pur sapendo di avere torto rischia di pagare a caro prezzo

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di Valerio Stroppa

 

Italia Oggi, 26 giugno 2015

 

Dal 1° gennaio 2016 chi fa causa al fisco pur sapendo di avere torto rischia di pagare caro. Oltre alla condanna alle spese, il giudice potrà obbligare il contribuente a risarcire all'ente impositore il danno causato dalla lite "temeraria". Lo stesso potrà succedere a parti invertite, quando cioè l'ufficio resiste in contenzioso a fronte di un accertamento manifestamente infondato, senza procedere all'annullamento in autotutela dell'atto. Stop anche alla compensazione "selvaggia" delle spese nel processo tributario.

Quello che oggi avviene in tre cause su quattro diventerà sostanzialmente l'eccezione: i giudici potranno ripartire i costi del giudizio tra le parti solo in caso di soccombenza reciproca, oppure quando sussistano "gravi ed eccezionali ragioni" che dovranno essere adeguatamente motivate nella sentenza.

Si ricorda che nel 2014 le Ctp e Ctr italiane hanno compensato le spese rispettivamente nel 75 e nel 70% dei casi. È quanto prevede lo schema di dlgs recante la revisione degli interpelli e del contenzioso tributario, attuativo della legge delega n. 23/2014, oggi all'esame del consiglio dei ministri. Il primo via libera di palazzo Chigi al provvedimento, che passerà poi alle camere per i pareri, dovrebbe così arrivare a poche ore dalla scadenza per l'esercizio della delega, fissato a domani.

Risarcimento danni. In via generale, nelle intenzioni del governo le spese del processo devono seguire la soccombenza. Ma attraverso una modifica all'articolo 15 del dlgs n. 546/1992, viene anche introdotta la possibilità di addebitare un ulteriore costo a carico della parte (contribuente o ente impositore) che ricorre alla giustizia in maniera capziosa, agendo o resistendo "con malafede o colpa grave". In questi casi il giudice tributario potrà condannare, su istanza del soggetto chiamato impropriamente in causa, anche al risarcimento danni. Danni che potranno essere liquidati d'ufficio nella sentenza. La modifica recepisce così nel rito tributario quanto previsto dall'articolo 96 dal codice di procedura civile, togliendo ogni dubbio circa la possibilità di estendere l'istituto della responsabilità aggravata alle cause fiscali (tema sul quale dottrina e giurisprudenza si sono divise in passato).

Calcolo parcelle. Un'ulteriore precisazione viene apportata in merito all'importo delle spese di lite. Dal 2016 vi saranno ricomprese, oltre al contributo unificato, gli onorari e i diritti del difensore (compreso il contributo previdenziale integrativo e l'Iva), le spese generali e gli esborsi sostenuti. Ctp e Ctr dovranno disporre in merito alle spese anche al termine della fase cautelare, quando cioè si pronunciano sull'accoglimento o meno delle istanze di sospensione. Il dlgs ribadisce che le parcelle dei difensori devono essere liquidate sulla base dei parametri previsti per i singoli ordini professionali. Per i patrocinatori senza albo (per esempio i periti esperti delle camere di commercio, i funzionari delle associazioni di categoria o i dipendenti dei Caf) si applicheranno i parametri vigenti per i commercialisti. Invariato invece il criterio di calcolo dei compensi spettanti ai difensori degli uffici impositori: continueranno ad applicarsi i parametri degli avvocati, ridotti del 20%. La riscossione di tali somme avverrà mediante iscrizione a ruolo a titolo definitivo dopo il passaggio in giudicato della sentenza.

Mediazione e conciliazione. Il dlgs attuativo dell'articolo 10 della delega (si veda anche articolo a fianco) aggiunge anche dei meccanismi di determinazione delle spese nei casi in cui le parti hanno tentato vanamente un accordo bonario. A cominciare dalle controversie relative al reclamo/mediazione, che dal 2016 diventerà obbligatorio per tutti gli accertamenti di importo fino a 20 mila euro (e non più solo per quelli emessi dall'Agenzia delle entrate).

In questi casi, le spese di giudizio saranno maggiorate del 50%, a titolo di rimborso delle maggiori spese del procedimento. Aggravio in arrivo pure per chi respinge senza giustificato motivo la proposta di conciliazione (giudiziale o extra-giudiziale) pervenuta dalla controparte. Laddove la somma effettivamente ritenuta dovuta dal giudice sia di importo inferiore, la parte che ha respinto al mittente l'accordo più favorevole dovrà sobbarcarsi per intero le spese del processo. Se invece la conciliazione va a buon fine, le spese saranno di regola compensate, salvo che il verbale di accordo non preveda diversamente.

 

Giustizia: la dinastia rossa dei Marroni, così gli uomini del Pd lavorano con il clan

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di Lirio Abbate

 

L'Espresso, 26 giugno 2015

 

Mafia Capitale. Il deputato Umberto Marroni e il padre Angiolo: a loro si rivolgeva Buzzi per ogni problema, dalle tangenti al business immigrati. Due figure chiave del Pd a Roma, travolto dall'inchiesta e dalla crisi della giunta Marino.

La sua foto, i suoi sms e pure le sue indicazioni telefoniche ai capi del clan di "mafia Capitale" sono finite agli atti dell'inchiesta giudiziaria. Non è un caso. Il ruolo di Umberto Marroni diventa sempre più evidente nei collegamenti fra la politica romana e il "compagno" Salvatore Buzzi. Il patron delle coop sembra pendere dalle labbra di questo parlamentare per gli affari che deve concludere. Per gli appalti da accaparrare e i finanziamenti da gestire. E soprattutto per le tangenti da pagare ad altri uomini di partito.

A leggere le intercettazioni, ci sono settori in cui Buzzi e Carminati sembrano non fare un passo prima di ottenere il suo parere. È un'altra ombra pesante che si staglia sul Pd capitolino, già tormentato dalle inchieste giudiziarie e dallo scontro politico sul destino del sindaco Ignazio Marino, estraneo al malaffare ma con il dito inquisitorio di Matteo Renzi puntato sulla sua faccia.

Il deputato Umberto Marroni, 49 anni, incarna la tradizione militante della sinistra romana. Il papà Angiolo è stato un influente consigliere regionale ed è oggi garante dei diritti dei detenuti del Lazio; la madre Leda Colombini è stata una partigiana e poi figura di primo piano del Pci. Le carte dell'indagine raccontano però un atteggiamento del parlamentare che deve essere ancora valutato politicamente e giudiziariamente. Perché il clan Buzzi-Carminati attende sempre il suo consiglio prima di muoversi su alcuni affari. Il boss sarebbe coinvolto in un traffico internazionale di cocaina. E anche se andava in giro a dire che "la droga mi fa schifo", utilizza il narcotraffico per rafforzare il suo potere criminale

Sono episodi, fatti e circostanze registrati dai carabinieri del Ros che mettono in evidenza il ruolo di Marroni. Una figura chiave. È stato capogruppo di opposizione durante gli anni al Campidoglio di Alemanno, mentre ai tempi del sindaco Veltroni faceva coppia fissa con Matteo Orfini, attuale commissario del Pd romano: per le loro posizioni dalemiane, i due erano stati ribattezzati "i dalebani".

"Umberto" è considerato da Buzzi un punto di riferimento in più occasioni. Lo chiama per nome, a testimoniare gli stretti rapporti: una liason benedetta pure da Massimo Carminati, il socio-padrino con il quale condivideva idee e proposte. Marroni non è stato destinatario di alcun provvedimento giudiziario. Ma il lavoro del pool dei pm avanza di giorno in giorno, cercando riscontri e verifiche alle indicazioni emerse durante intercettazioni e pedinamenti.

Tra i tanti episodi di corruzione che vengono analizzati e approfonditi, uno riguarda la proposta di "vendita" di appartamenti da parte di un consigliere comunale del Pd, Pierpaolo Pedetti, arrestato nelle scorse settimane, e di un ex dirigente Dem di Roma, Andrea Carlini che lo stesso Buzzi definisce "uomo di Marroni". Secondo gli investigatori a gennaio 2014 Carlini avrebbe preteso da Buzzi l'acquisto di due case: il socio di Carminati, intercettato, sosteneva che questa operazione era funzionale per ottenere vantaggi in alcuni procedimenti di appalti che dovevano essere fatti con il Campidoglio. Buzzi in questo caso utilizza una metafora che ha spesso ripetuto: "la mucca tu la devi mungere, però gli devi dà da mangià".

Anche la compagna di Buzzi, Alessandra Garrone, pure lei coinvolta nell'inchiesta, commentava sarcasticamente la scarsa coerenza di principi di Pedetti, con la sua doppia morale, che arrivava da una militanza nella sinistra giovanile: all'epoca professava "i grandi valori", mentre "adesso piglia i soldi".

Buzzi si lamenta con Carminati della richiesta che gli hanno fatto "l'uomo di Marroni" e Pedetti. Non appare turbato per la pretesa, ma per i modi: la considera fuori luogo sia per la maniera con cui Carlini l'aveva avanzata, sia per uno sproporzionato rapporto costi-benefici. Rivolgendosi all'uomo di Marroni diceva: "fateme fà un campo nomadi. Te ne compro tre di case, no una!". E poi spiegava a Carminati che comunque era in attesa - come scrivono gli investigatori - di "disposizioni da parte di Umberto Marroni": "Mò aspetto Umberto. Se Umberto me dice de comprà, la compro".

Ecco, la risposta di Marroni è indispensabile a Buzzi per poter procedere. E spiega a Carminati che Pedetti e Carlini "raccoglievano i soldi per Marroni per la campagna elettorale", ricordandogli che gli amici di Umberto avevano preteso "l'uno per cento" quando la cooperativa si era aggiudicata un appalto all'Atac, l'azienda dei trasporti dove Carlini occupava un posto nel consiglio di amministrazione.

Ed è proprio il parlamentare del Pd a bloccare l'acquisto delle case. Le intercettazioni rivelano che a febbraio dello scorso anno Umberto Marroni risponde a Buzzi con un sms: "Aspetta per vicenda Carlini e Pedetti". E Buzzi replica: "Ok fammi sapere tu". A questo punto Carlini e Pedetti si agitano, creano confusione. Allora il patron delle coop chiede e ottiene ancora una volta l'intervento di Marroni per calmare tutto. E così sarà.

Ma non c'è solo l'ipotesi corruzione sullo sfondo di questa relazione pericolosa. Forse è solo questione di etica politica? Buzzi è preoccupato dopo aver incontrato in un bar dell'Ostiense il deputato. Nelle conversazioni successive Mister Coop spiega ai suoi collaboratori di aver appreso che vi è un'indagine della Digos su una dipendente comunale in contatto con loro. E quindi ordina di non parlarle più a al telefono. Ma Marroni, di fronte alle prime indiscrezioni trapelate sui giornali, respinge le "ricostruzioni fantasiose", sostenendo che il colloquio era legato solo alla campagna per le Europee. E che la coop di Buzzi "era considerata da tutti un modello nel recupero degli ex detenuti".

I rapporti tra Buzzi e il parlamentare, come con tanti altri esponenti della sinistra romana, hanno questa origine. Che parte dal padre, Angiolo Marroni: l'uomo chiave nell'ascesa del ras delle coop. Il 28 novembre 1990 il consiglio regionale del Lazio approva la mozione proprio di Angiolo Marroni (Pci) che impegna al recupero civile e sociale degli ex detenuti. Quel giorno erano presenti in aula alla discussione della mozione alcuni detenuti in semilibertà tra cui l'ex brigatista Alberto Franceschini e lo stesso Buzzi.

Marroni senior si è sempre dedicato al tema delle carceri e della legge Gozzini: nel 2004, dopo vent'anni trascorsi a contatto con le coop dentro e fuori i penitenziari, viene nominato garante dei detenuti del Lazio e appena insediato rilascia un'intervista nella quale magnifica il lavoro della "29 giugno", la creatura di Buzzi. Ma l'impegno sociale si trasforma in un interesse diverso.

Due anni fa Angiolo Marroni avrebbe fatto da mediatore per far concludere un affare al patron della 29 giugno, eliminando i concorrenti, e quindi concordando "un patto di non belligeranza" e "di piena condivisione degli interessi economici in gioco con Auxilium (la cooperativa lucana dei fratelli Pietro e Angelo Chiorazzo che si occupa della gestione dei centri per immigrati)" per un nuovo centro di accoglienza a Roma. È il primo a cui telefona Buzzi dopo avere vinto la commessa, esultando: "Dodici milioni di euro ci siamo portati via... Ne abbiamo regalati a Chiorazzo sei, ricordalo... abbiamo vinto la gara cò un prezzo buono, insomma proprio bella è andata, benissimo...Siamo arrivati prima di Cascina, abbiamo fatto l'accordo e siamo comunque arrivati prima di Cascina".

Angiolo Marroni si congratula "non tanto per la vittoria, quanto per l'accordo che hai fatto". Buzzi trasmette il suo entusiasmo pure a Mirko Coratti, allora presidente Pd del consiglio comunale e poi arrestato. Gli scrive un sms: "Ho fatto contento te e Marroni per Chiorazzo. Sempre in squadra". Si tratta dell'assistenza a 1200 migranti, per ciascuno dei quali sono riusciti a portare il pagamento da 30 a 33 euro al giorno: centomila euro in più al mese.

Le carte dell'inchiesta parlano chiaro. Quando c'è timore che il Partito democratico si metta di traverso su alcune scelte, l'antica amicizia di famiglia si aziona. "Cò Umberto ce posso parlà io" sottolinea Buzzi a Giovanni Fiscon, finito in manette nelle ultime retate. In quell'occasione si discute della sua nomina come direttore generale dell'Ama, la municipalizzata sui rifiuti. In un'altra intercettazione, Buzzi dichiara: "Se vince il centrosinistra siamo rovinati, solo se vince Marroni andiamo bene".

In questo caso, gli elementi raccolti dagli investigatori sono quasi speculari alla radiografia politica condotta da Fabrizio Barca, che dopo la prima ondata di arresti e il commissariamento del Pd romano affidato a Orfini, ha setacciato i circoli sul territorio, individuando i danni nella base. Il risultato dell'istruttoria è impressionante: 27 sono stati definiti "dannosi" per il partito. E fra questi vi sono molti che fanno riferimento a Umberto Marroni, anche se il deputato replica sui social: "Segnale ai naviganti: non so se è buono o cattivo ma io sono iscritto al circolo di Monteverde, dove abito". Un partito senza più identità. Sembrano proprio le parole di Massimo Carminati, che discute di un incontro con "Marroni". Lo definisce "amico di Gianni Letta". E poi chiosa: "Ma si però mò... sai che c'è? È un mondo che si sta cappottando questo".

 

Il tributo di cocaina alla "signoria" di Massimo Carminati

 

Il boss sarebbe coinvolto in un traffico internazionale di cocaina. E anche se andava in giro a dire che "la droga mi fa schifo", utilizza il narcotraffico per rafforzare il suo potere criminale. Massimo Carminati andava dicendo a Roma che con la droga non aveva nulla a che fare. E urlava: "Finché mi accusano di omicidi... pedofilia... mi sta pure bene, ma la droga no".

Eppure nell'ultima inchiesta su mafia Capitale c'è un collaboratore di giustizia, Roberto Grilli, che racconta come Carminati ha trovato i finanziatori ed ha fatto da intermediario per un traffico di 503 chili di cocaina. Un carico partito dal Sudamerica e diretto al mercato romano che nell'estate 2011 venne bloccato e sequestrato ad Alghero. Grilli che ne era il corriere fu arrestato. E adesso racconta il retroscena in cui descrive Carminati come l'uomo a cui si era rivolto per fare da intermediario, e cioè "autorizzare" e far finanziare il traffico di coca. Il cecato pur affermando "la coca mi fa schifo", riesce però a fare in modo che la droga arrivi direttamente a Roma per essere spacciata.

Il collaboratore di giustizia spiega che, nel momento in cui aveva posto il tema di una eventuale "retribuzione" per la mediazione fatta da Carminati ("io in qualche modo per questa cosa come posso ringraziarti?"), il "Nero" sottolineava la propria personale distanza dal mondo della droga: "Guarda, tu non devi fà niente, anche perché io queste cose non mi impiccio, a me non mi interessa quello che fai". E poi dice a Grilli che sarebbe stato opportuno destinare una parte del carico al suo uomo di fiducia Riccardo Brugia. "Prendi un box, prendi una cantina, ci metti 20, 30 quelli che pensi, quello che reputi giusto, che chiaramente ti verrà pagato, ti verrà pagato quello che è corretto pagartelo, ti metterai d'accordo con Riccardo, gliela porterai a lui e ci penserà lui".

Per gli inquirenti l'intermediazione di Massimo Carminati "non deve essere letta in termini di mero coinvolgimento nell'importazione, alla quale, peraltro, non pare interessato, tant'è che non chiede alcuna utilità per sé in termini monetari o di partecipazione ai guadagni, ma rappresenta l'esercizio di una signoria criminale che gli consente di rafforzare il proprio potere criminale". I magistrati del pool mafia Capitale per spiegare meglio questo passaggio fanno riferimento ad una affermazione registrata dai carabinieri del Ros e fatta da Salvatore Buzzi, in cui evidenzia che "l'esercizio di una signoria criminale", nell'ambito dell'organizzazione criminale "vale molto di più per il boss del risultato economico".

 
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