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Milano: tra San Vittore, Opera e Bollate, al via anche l'Expo dei detenuti

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di Luca Zanini

 

Corriere della Sera, 29 aprile 2015

 

Nel 1° Raggio del carcere di San Vittore la giornata "Pensando ExpoSitivo": 25 penitenziari offrono al pubblico le loro produzioni; dai dolci al vino, dal cachemire a borse in pvc e mobili. E nel carcere vicino alla fiera mostre d'arte, concerti, mercatini, visite guidate.

Due importanti iniziative legano Expo 2015 al mondo del sociale e ai progetti di reinserimento: un'esposizione di prodotti realizzati nelle carceri di tutta la penisola, in quello che sarà l'altro Padiglione Italia, dentro a San Vittore; e una serie di mostre d'arte, concerti, mercatini e visite guidate nel penitenziario di Bollate. Entrambe ben si inseriscono nel solco dei progetti volti al recupero sociale e lavorativo dei detenuti (dei quali, 100 avranno un impiego nell'Esposizione Universale). Nella casa circondariale in zona Sant'Ambrogio si tiene il primo maggio - in parallelo all'inaugurazione Expo 2015 - una mostra temporanea (che sarà seguita da mercatini periodici nel carcere di Bollate) di prodotti legati al cibo e all'ambiente, tutti realizzati nelle strutture penitenziarie italiane: 25 realtà made in jail saranno esposte a "Pensando ExpoSitivo", nel Primo Raggio.

Quella di San Vittore sarà una vetrina dedicata all'economia penitenziaria - sono 35 gli istituti di pena coinvolti dai progetti più importanti (guarda la mappa interattiva) - "che non solo produce e genera posti di lavoro per i detenuti ma, in raccordo con le istituzioni, consente di realizzare quell'intervento di inclusione sociale che mira complessivamente all'abbassamento della recidiva". Grazie al protocollo siglato tra Expo 2015 spa, Magistratura di Sorveglianza Milanese e Amministrazione Penitenziaria sono già al lavoro uomini e donne (detenute o in misura alternativa alla detenzione), che per sei mesi svolgeranno attività di informazione, accompagnamento dei visitatori agli ingressi, biglietterie, snodi di controllo e altro. Ma Milano scommette di più. La città vuole dare continuità al lavoro dei detenuti intrapreso grazie ad Expo.

L'idea di "Pensando ExpoSitivo" è nata da un progetto della A&I, una onlus costituita nel '92 da educatori, psicologi, assistenti e operatori sociali, con il proposito di studiare nuove forme di intervento nell'ambito dell'offerta dei servizi sociali. L'obiettivo dell'Expo dei detenuti è convincere i protagonisti dell'esposizione universale (imprenditori, ristoratori, commercianti, amministratori pubblici, cittadini) a visitare il carcere nel cuore di Milano - e in seguito i mercatini di Opera - per toccare con mano quanto si produce oltre le sbarre, assaggiare cibi e vini creati dai detenuti, e magari concordare strategie commerciali e stabilire contatti utili per proseguire una collaborazione futura, creando - si spera - nuove opportunità lavorative per il reinserimento di chi lascerà le celle con un bagaglio di formazione e competenze lavorative maturato in detenzione (secondo i dati ufficiali, chi è impegnato in attività lavorative durante la detenzione ha, fuori dal carcere, una recidiva del 2% a fronte di una del 70%). Ma anche per "dare commesse alle produzioni dei penitenziari". Il Padiglione Italia a San Vittore sarà aperto al pubblico dalle 15,30 alle 18,00 di venerdì 1° maggio.

A San Vittore ci saranno, tra gli altri prodotti che vengono realizzati negli istituti di pena italiani, quelli alimentari: la rivista web "Detenzioni" ha recentemente ricordato come nella nostra penisola dietro le sbarre ci sia una fiorente industria del cibo, dai biscotti di Siracusa e Verbania al cioccolato di Busto Arsizio, ai formaggi sardi di Is Arenas; dalle uova delle quaglie allevate a Opera ai vini di Velletri e del carcere piemontese di Alba. Ogni produzione ha un suo nome, spesso evocativo, come il novello Fuggiasco che si vendemmia nei pressi della casa circondariale dei Castelli Romani, o i dolci della Banda Biscotti di Verbania, il miele e l'olio di Galeghiotto a Isili e Mamone, il Caffè Lazzarelle di Napoli, dove l'omonima coop produce anche tè all'interno del Carcere Femminile di Pozzuoli (materie prime biologiche e del commercio equo, lavorate da detenute con regolare contratto). Miscele di qualità arrivano anche dalla cooperativa Pausa Caffè, nata nel 2004 nella Casa Circondariale di Torino: in torrefazione vanno chicchi di Huehuetenango (presidio Slow Food) del Guatemala e della Sierra Cafetalera in Costa Rica.

Apprezzato il lavoro dei 120 detenuti impegnati nel carcere di Padova, una ventina solo occupati dalla pasticceria che sforna i Panettoni di Giotto: 70 mila l'anno, distribuiti in 200 negozi. Mini panettoni vengono prodotti anche dai detenuti di Busto Arsizio grazie al laboratorio di cioccolateria e pasticceria "Dolci in Libertà", creato nel 2010, che partecipa anche ad Expo 2015 nel cluster Cocoa & Chocolate. Nella casa circondariale di Monza, invece, è attivo il laboratorio di pasta fresca Verde Grano, che produce ravioli ripieni di verdure di stagione, tagliatelle ma anche biscotti con farine bio e integrali, e taralli dolci senza uova e senza burro. I prodotti carcerari sono meno spendibili degli altri nel settore sociale e per vendere, per essere competitivi, vengono realizzati con la massima qualità.

In Italia esistono numerose associazioni di volontariato che operano nelle carceri: tra le più ramificate c'è Sapori Reclusi nata per "riunire uomini e donne che vivono nascosti agli occhi dei più con il resto della società". Il cibo è per Sapori Reclusi un pretesto "per entrare laddove solitamente si trovano barriere fisiche o mentali, porte chiuse, ovvero nell'intimità delle persone, per ascoltarle e capirle al di là di stereotipi e preconcetti". C'è, dicevamo, la Banda Biscotti, che "produce biscotti all'interno del multiforme mondo della pena" e crea "golosità artigianali da dietro le sbarre, impiegando materie prime accurate" negli istituti di pena di Verbania e Saluzzo. C'è la cooperativa sociale Agroromano che inserisce i carcerati procurando loro lavoro. Ci sono i ragazzi di Alice, associazione costituita nel 1992 nel carcere di San Vittore a Milano che qui come a Opera forma le detenute per le professioni di stilista, sarte, responsabile del negozio. E di maglieria si occupano le ragazze detenute a Verziano (Brescia), che producono la linea di cachemire "Carpe Diem". Ci sono poi i volontari di Campo dei Miracoli che in Puglia, nella Casa Circondariale di Trani, hanno insegnato ai detenuti produrre artigianalmente taralli salati. Oppure la cooperativa Apriti Sesamo che nella Casa Circondariale di Alghero ha creato un'officina di stampa e serigrafia, una falegnameria, una legatoria, e perfino un laboratorio elettrico per le luminarie natalizie.

E per tornare al tema gastronomico, patatine fritte, pizzette, pasta e dolci, aperitivi, piatti salati sono le prime cose che assaggeranno i visitatori a San Vittore, dato che qui la "Libera scuola di cucina" già coinvolge le ospiti donne della Casa circondariale. Parallelamente al Padiglione Italia in carcere, la Libera scuola continuerà a proporre appuntamenti all'interno di uno dei giardini più antichi e segreti di Milano, il giardino della Sezione Femminile. Si tratta dei "Sanvi-Tour", serie di incontri con aperitivo: un'occasione speciale per visitare, con l'accompagnamento e la guida di persone detenute, il cuore pulsante dell'Istituto: la rotonda al centro dei sei raggi del carcere.

La scuola organizza eventi didattici (simulazione di buffet, cene, compleanni, feste a tema) dove le donne coinvolte acquisiscono competenze per il mondo della ristorazione. Gli aperitivi si terranno (anche in caso di maltempo) alle 19 e 30. La capienza massima è di 70 persone e le iscrizioni si effettuano sul sito della onlus A&i (collegati). Le date degli aperitivi in carcere durante Expo sono: 14 e 26 maggio; 11 e 30 giugno; 9 e 30 luglio; 27 agosto; 10 e 24 settembre; finale di stagione l'8 ottobre.

Quanto all'offerta di Bollate una serie di mostre animerà la casa di reclusione che si trova vicinissima al sito di Expo. Con "Jail Expo", dal prossimo 8 maggio e fino al 31 ottobre, il penitenziario diverrà una galleria d'arte con artisti, principalmente provenienti dall'Accademia di Brera, che insieme ai detenuti coloreranno i muri del carcere con una ventina di pannelli. Ogni venerdì il pubblico potrà assistere a vere e proprie mostre, ma potrà anche acquistare cibo preparato dai detenuti ad una delle bancarelle del mercatino o assistere ad eventi e concerti serali o ancora partecipare ad una delle viste guidate all'interno del carcere - dalle 10 alle 12 - tradotte in italiano, inglese, spagnolo, francese e perfino in arabo e cinese. Saranno gli stessi detenuti, provenienti da vari Paesi del mondo, a mostrare ai visitatori come si vive in questa struttura penitenziaria. Le visite vanno prenotate con almeno 48 ore d'anticipo sul sito del Carcere di Bollate.

 

Foggia: l'Associazione Radicale "Mariateresa di Lascia" in visita al carcere di Lucera

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www.radicali.it, 29 aprile 2015

 

L'associazione radicale di Foggia "Mariateresa di Lascia" nell'occasione dell'anniversario della liberazione del nostro paese ha deciso di effettuare una visita presso la Casa circondariale di Lucera proseguendo la propria azione politica rivolta alla tutela dei diritti umani. Ad effettuarla una delegazione composta da Anna Rinaldi, presidente dell'associazione, Norberto Guerriero, Segretario,download e da Ivana De leo membro dell'associazione e impegnata nella battaglia sulle carceri. I radicali da anni denunciano l'emergenza del nostro sistema giudiziario per il quale invocano, come necessario ma non sufficiente, un organico provvedimento d'amnistia ed indulto che possa ridurre la mole dei procedimenti penali e civili pendenti, primo passo per una riforma complessiva del sistema.

Le denunce, purtroppo sempre più solitarie, dei radicali e le condanne in sede europea subite dall'Italia per tortura, hanno determinato nell'ultimo anno qualche timido seppur incoraggiante miglioramento della condizione delle nostri carceri.

Questo leggero trend positivo di miglioramento è stato registrato anche nella visita condotta dai radicali foggiani presso la casa circondariale di Lucera. Dopo anni di sovraffollamento, dopo la pesante condanna in sede di giurisdizione europea con il caso Torregiani, oggi l'amministrazione penitenziaria è attenta affinché ogni detenuto abbia garantiti almeno 3 metri quadrati di spazio vitale nella cella.

Nella Casa circondariale di Lucera attualmente, con una popolazione di 137 detenuti, si riescono a garantire anche oltre 4 metri quadrati. Si potrebbe erroneamente immaginare che la situazione d'emergenza sia superata. Purtroppo no. Nonostante gli sforzi profusi dall'amministrazione del carcere, a Lucera permangono molteplici criticità.

La struttura, ricavata dalla ricoversione di un convento del '700 nel centro della città, è un vecchio rudere fatiscente inadatto a garantire condizioni dignitose di vita al suo interno. Spazi angusti, resi ancor più scuri da "gelosie" che impediscono l'ingresso della luce, dove abbondano le barriere architettoniche mentre mancano i più elementari dispositivi di sicurezza e prevenzione. Le celle hanno bagni a vista privi di finestre e divisi dal resto dell'ambiente con semplici tramezzi. L'arredamento delle celle è vecchio e malconcio, le docce sono esterne e, per stessa ammissione dell'amministrazione carceraria, gelate. Infatti nonostante oltre 11mila euro spesi fino ad ora, l'impianto idraulico e la caldaia sono troppo vecchi per garantire acqua calda corrente in tutto il carcere. Anna Rinaldi, presidente dei radicali foggiani afferma che "Sorge il dubbio di come la pena carceraria, costituzionalmente destinata alla rieducazione e al reinserimento sociale, possa assolvere la propria funzione se un detenuto è costretto a vivere in un ambiente così degradante".

Un'altra rilevante criticità che vive il carcere di Lucera, nonostante l'impegno dell'amministrazione, è l'allarmante condizione cui sono costretti gli operatori e la polizia penitenziaria. Il personale sanitario impiegato è insufficiente e si registra una sistematica scarsità di farmaci in quantità e qualità, in molti casi per far fronte a medicinali più specifici l'amministrazione ricorre ad un fondo comune caritatevole.

La polizia penitenziaria, che dovrebbe avere 105 unità in servizio, registra giornalmente quasi il 50% di defezioni anche a causa di una media di età oltre i 50 anni, molto alta ed incompatibile con le caratteristiche usuranti delle mansioni.

Per il segretario dei radicali foggiani, Norberto Guerriero, "vanno denunciate con forza le condizioni inumane nelle quali sono costretti a lavorare gli agenti a loro volta veri e propri reclusi". I radicali foggiani riconoscono gli sforzi che in questi ultimi anni l'amministrazione del carcere di Lucera ha posto in essere per migliorare la condizione di vita della propria popolazione e dei propri operatori. Questa è solo la prima di una serie di visite che i radicali foggiani svolgeranno nelle prossime settimane presso le strutture detentive di capitanata, auspicando che le amministrazioni comunali, a partire da quella di Foggia, introducano la figura del Garante comunale del detenuto, prevista dall'ordinamento penitenziario ma rimasta in molti comuni lettera morta.

 

Napoli: il Tar ordina il reintegro dell'ex direttrice, assolta da procedimento disciplinare

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di Gianluca Abate

 

Corriere del Mezzogiorno, 29 aprile 2015

 

"Il carcere di Poggioreale è tra quelli italiani che presentano maggiori criticità", annunciò il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria in una laconica nota del 28 aprile 2014 con la quale annunciava il futuro cambio al vertice. Teresa Abate, la direttrice, fu rimossa (prima del minimo di tre anni di permanenza previsto dalla legge) nel periodo delle polemiche su sovraffollamento, scarsa igiene, malati non curati adeguatamente, suicidi e presunte violenze, in riferimento ai pestaggi che sarebbero avvenuti nella cosiddetta "cella zero".

Determinante, in particolare, fu la relazione della Commissione libertà civili del Parlamento europeo, che dopo un'ispezione effettuata il 28 marzo 2014 e guidata dal socialista spagnolo Juan Fernando Lopes Aguilar definì "medioevale" la situazione del carcere. Esattamente un anno dopo, ieri, un tribunale ha deciso che invece Teresa Abate deve tornare al suo posto, ordinando al ministero della Giustizia di "eseguire la sentenza".

E le osservazioni critiche degli europarlamentari? C'è spazio anche per quelle, nel provvedimento del Tar Campania. Ché Teresa Abate, nel frattempo, è stata sottoposta a procedimento disciplinare. "Ma è stata completamente prosciolta".

La sentenza - depositata il 24 aprile scorso - è stata emessa dalla settima sezione del Tar Campania, composta dai giudici Alessandro Pagano (presidente), Marina Perrelli e Luca De Gennaro (estensore), che hanno annullato il decreto con il quale l'11 luglio 2014 il Ministero trasferì l'ex direttrice e nominò al suo posto Antonio Fullone.

Teresa Abate - difesa dal professor Antonio Palma e dagli avvocati Francesco Rinaldi e Carolina Felicella - fu rimossa prima della scadenza minima del termine (il 22 maggio 2015, perché fu nominata il 22 maggio del 2012) con quello che il Tar definisce "un provvedimento non accompagnato da alcuna motivazione, e dunque palesemente viziato".

E a nulla è valsa la difesa del Ministero, secondo il quale l'ex direttrice avrebbe manifestato verbalmente il proprio consenso al cambio di incarico: "Tale consenso - scrivono i giudici - non risulta agli atti", e comunque "l'accordo andava stipulato in forma scritta a pena di nullità" (così come "sommario ed eventuale" viene ritenuto il riferimento al "riordino delle sedi dirigenziali"). Decisivo, poi, il tema delle presunte responsabilità della ex direttrice, non citate dal ministero della Giustizia nel decreto di destinazione a nuovo incarico ma prodotte come prova davanti al Tar nel corso del contenzioso.

I giudici definiscono "irrilevanti gli atti difensivi con i relativi allegati critici sull'attività dirigenziale svolta, peraltro controbilanciati da documentazione di segno opposto". Rilevano che "la motivazione postuma è inammissibile, perché la stessa deve precedere e non seguire un provvedimento amministrativo". E, soprattutto, sottolineano che "la contestazione principale che emerge dagli atti, attinente alle problematiche sorte e riscontrate nell'ambito di una visita di una delegazione di parlamentari europei, è stata oggetto di completo proscioglimento disciplinare", deciso dallo stesso Dap con un decreto il 20 gennaio 2015.

Antonio Palma, l'amministrativista che ha assistito l'ex direttrice, spiega che ora "la sentenza verrà notificata al ministero della Giustizia, il quale dovrà adempiere all'ordine dei giudici" perché "non è emerso alcun addebito per un dirigente che ha fatto sempre il suo dovere". Lei, Teresa Abate, della sentenza ha saputo al telefono. E - dice al Corriere del Mezzogiorno - "ho accolto quella decisione come un atto di grande giustizia per l'enorme lavoro svolto quando a Poggioreale c'erano tremila detenuti. Un periodo che non ha alcun precedente nella storia delle carceri italiane".

 

Napoli: Rita Bernardini (Radicali) "è assurdo, tocca al Dap scegliere chi nominare"

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di Gianluca Abate

 

Corriere del Mezzogiorno, 29 aprile 2015

 

Rita Bernardini, segretaria dei Radicali, una vita a indagare sulle condizioni delle carceri e sul rispetto dei diritti dei detenuti. Il Tar ha reintegrato l'ex direttrice di Poggioreale: decisione giusta? "No, ma non lo dico in riferimento alla persona".

 

E a cosa si riferisce allora?

"Non capisco perché il Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, non possa decidere liberamente chi mettere a dirigere un istituto. Se è il Tar a decidere chi ci può stare e chi no, significa che il Dap non amministra nulla. Ma in che mondo viviamo?".

 

Sa benissimo che esistono delle norme. E quelle regole, secondo i giudici, sono state violate.

"Già, ma sono regole che imbrigliano la gestione. Il Dap deve essere libero di scegliere quale sia il direttore migliore nel posto migliore".

 

Dice che quella del Tar va considerata come un'ingerenza?

"Sì. E dico anche che in Italia abbiamo un'amministrazione gestita senza alcun buon senso. Tutto resta fermo perché ogni spostamento sembra un delitto, poi - per una volta che questo spostamento lo fanno - interviene la giustizia e lo annulla. Assurdo. E le valutazioni, si badi, sono relative".

 

Cioè?

"Un direttore può andar bene in un certo carcere in un determinato periodo. Non esiste un giudizio assoluto".

 

È il caso di Poggioreale?

"Ho visitato quel carcere molte volte. È una struttura che ha sempre avuto mille punti oscuri, a partire dalla famigerata cella zero. E io ho sempre avuto la fortissima sensazione che alcuni padiglioni fossero governati dalla camorra, piuttosto che dall'amministrazione penitenziaria".

 

Che c'entra l'ex direttrice del carcere con tutto ciò?

"Nulla. So che ha avuto addebiti disciplinari, ma alla fine è stata prosciolta. Forse però il Dap - anche in considerazione della riduzione della popolazione carceraria - ha voluto dare all'istituto una gestione un po' diversa".

 

La sua suona come un'accusa, senza prove, a Teresa Abate.

"Non la conosco, quindi non potrei mai giudicarla. Conosco però l'attuale direttore, Antonio Fullone. E lo conosco molto bene".

 

Crede sia un dirigente migliore?

"Non faccio paragoni, ma so qual è il suo valore. È un direttore che quando era a Lecce, pur nelle difficoltà estreme, si è mostrato molto attento ai detenuti e alla loro rieducazione. È un grande, insomma. Ed è evidente che un dirigente con una mentalità così aperta tenda a non fare del carcere quel luogo oscuro che s'è rivelato essere Poggioreale".

 

Napoli: Riccardo Polidoro (Ucpi) "il problema è il carcere, non chi lo deve dirigere"

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di Gianluca Abate

 

Corriere del Mezzogiorno, 29 aprile 2015

 

Riccardo Polidoro, responsabile dell'"Osservatorio carcere" dell'Unione nazionale delle Camere penali italiane. Il Tar ha deciso che l'ex direttrice di Poggioreale Teresa Abate deve tornare al proprio posto. Scelta giusta o così si condiziona l'autonomia decisionale dell'amministrazione penitenziaria? "Direi né l'una né l'altra".

 

Perché?

"Perché questo è un ragionamento che parte dalle persone".

 

Beh, c'è un direttore in servizio e uno che è stato appena reintegrato: da cosa dovremmo partire?

"Il problema è il carcere, non le persone che lo devono dirigere".

 

Cioè?

"Poggioreale andrebbe chiuso. E anche subito".

 

Addirittura?

"Certo, è una struttura che non ha alcuna possibilità di diventare un carcere che rispetti la normativa prevista dall'ordinamento penitenziario".

 

Veramente in queste ore chi spinge per la conferma di Antonio Fullone (e dunque contro il reintegro di Teresa Abate) fa notare che nel frattempo le condizioni sono migliorate perché il numero di detenuti si è ridotto. Non è un buon segnale?

"Innanzitutto va precisato che è vero che i numeri sono scesi, ma Poggioreale resta sempre sovraffollato".

 

E poi?

"Il numero di detenuti è calato in tutt'Italia, non solo a Napoli. Quindi non ci vedo nulla di clamoroso".

 

Il motivo?

"Ci sono stati moltissimi trasferimenti in altre carceri, fatti tra l'altro senza rispettare le regole della residenza. E ciò è avvenuto in molti casi anche a Poggioreale. A questo vanno aggiunte le scarcerazioni dovute alla dichiarazione di incostituzionalità della legge Giovanardi e all'ampliamento del range della liberazione anticipata, che è stata aumentata a 70 giorni per ogni sei mesi trascorsi in carcere".

 

Insomma, non è merito del nuovo direttore?

"Chiariamoci, quando ci sono i presupposti un buon dirigente fa la differenza. Ma a Poggioreale non esistono le condizioni per fare bene il direttore".

 

Cos'è che ancora non va?

"Tutto. La struttura, che nonostante il restauro di alcuni spazi presenta ancora padiglioni fatiscenti. L'unica cucina che esiste e che dovrebbe sfornare pasti per migliaia di detenuti, con il risultato che il cibo è immangiabile e viene buttato, perché lo consumano solo il 5% dei reclusi. E poi le 22 ore trascorse in cella, illegali. Tornassero oggi, i parlamentari europei direbbero le stesse cose di un anno fa".

 
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