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Giustizia: il pm di Palermo Di Matteo "sull'ergastolo così si coronano i sogni della mafia"

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di Giuseppe Lo Bianco

 

Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2015

 

"I benefici per gli ergastolani erano l'obiettivo di Cosa Nostra". Il magistrato minacciato dai clan: tradiscono una regola voluta da Falcone. Quella per cui solo chi collabora può avere benefici penitenziari (e per questo testimonia).

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Giustizia: riforma delle intercettazioni al via, subito più morbida la norma anti-Iene

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di Silvia Barocci

 

Il Messaggero, 16 settembre 2015

 

Da una parte il "rafforzamento" della delega sulle intercettazioni, per tentare di smorzare le polemiche su quella che l'Ordine dei giornalisti e l'Associazione nazionale hanno bollato come una "carta bianca" offerta all'esecutivo; dall'altra l'idea del Pd di limitare a una multa la pena fino a 4 anni prevista per chi diffonde il contenuto di registrazioni fraudolentemente carpite (il cosiddetto emendamento D'Addario o anti-Iene).

Nel mezzo, un accordo con Ncd sui casi di condanna per ingiusta detenzione con norme che l'Anm definisce "intimidatorie", al pari del termine di tre mesi che il pubblico ministero avrà a disposizione per esercitare l'azione penale se non vuole rischiare di vedere avocata la sua inchiesta dal Pg della Corte di appello.

Comincia in salita, con la ricerca di una difficile mediazione all'interno della stessa maggioranza e con il Movimento 5 Stelle sulle barricate, la discussione alla Camera del disegno di legge sul processo penale. L'accelerazione. Trentaquattro articoli che, grazie ai tempi contingentati, arriveranno al traguardo tra giovedì e venerdì prossimo, per essere poi trasmessi al Senato. Ottenuto il primo via libera dell'aula di Montecitorio, il Guardasigilli Andrea Orlando istituirà una commissione, composta da magistrati, avvocati e giornalisti, che getterà le basi dell'articolato di riforma delle intercettazioni.

Insomma, il governo Renzi ha tutta l'intenzione di bruciare i tempi rispetto alla prevista delega di un anno calcolata dall'approvazione definitiva del disegno di legge. Ma di novità il corposo testo ne contiene molte altre ancora, talune peraltro immediatamente operative. La prima: l'estinzione dei reati procedibili a querela nel caso in cui abbia riparato interamente il danno prima dell'apertura del dibattimento.

Per la Lega si tratta dell'"ennesimo sacrificio della sicurezza". L'esame dell'aula riprenderà oggi da questo punto, con tempi contingentati e 450 votazioni, alcune delle quali segrete. Ieri, nel corso dei un Comitato dei nove della Commissione Giustizia convocato per sciogliere i principali nodi, Pd e Ncd hanno trovato un'intesa su altri punti rispetto ai quali i magistrati sono già in allarme. Innanzitutto, l'obbligo per il pm di richiedere il rinvio a giudizio entro tre mesi dall'avviso di conclusione delle indagini.

La Commissione ha innalzato il termine a sei mesi nei casi di reati gravi quali terrorismo, mafia, pedofilia etc. Restano esclusi i reati di corruzione. Il che fa insorgere l'Anm: "Tre mesi o sei mesi cambia poco. Introdurre un termine ulteriore - denuncia il segretario Maurizio Carbone - significa compromettere la completezza delle indagini, senza comportare alcun vantaggio sui tempi del processo". La riforma della responsabilità civile, il taglio delle ferie estive e quello dell'età pensionabile sono per i magistrati la prima eredità pesante del governo Renzi.

Alla quale temono di dover aggiungere altre previsioni "infelici" del ddl sulla riforma del processo penale. Ncd punta i piedi sul "fenomeno grave" dell'ingiusta detenzione che fino ad oggi è costato allo Stato risarcimenti per 600milioni di euro. Il viceministro alla Giustizia Enrico Costa chiedeva il trasferimento degli atti ai titolari dell'azione disciplinare nei confronti dei magistrati. Il compromesso trovato non è certo al ribasso per gli alfaniani: la relazione sulle misure cautelari, che ogni anno il Governo presenta al Parlamento, dovrà contenere i dati relativi alle sentenze di riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione con le ragioni di accoglimento delle domande e l'entità dei risarcimenti.

"I magistrati dovranno rispondere del loro operato", chiosa Costa. "È una intimidazione nei confronti dei magistrati", ribatte Carbone dell'Anm La delega. All'accusa di aver concesso al governo una delega "in bianco" sulle intercettazioni, la Commissione Giustizia risponde con un emendamento che prevede il rafforzamento della norma, come è stato per la delega fiscale. In sostanza, se il governo non vorrà conformarsi ai pareri parlamentari, dovrà "trasmettere nuovamente i testi alle Camere con le sue osservazioni". Le Commissioni forniranno "entro dieci giorni" un ulteriore parere. Che, però, non potrà mai essere vincolante. Il pallino resterà sempre in mano all'esecutivo.

 

Giustizia: riforma delle intercettazioni, giusto difendere il diritto alla privacy

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di Francesco Petrelli (Segretario dell'Unione Camere Penali)

 

Il Garantista, 16 settembre 2015

 

Le intercettazioni delle comunicazioni private, si sa, dovrebbe essere un fatto eccezionale. Ciò che giustifica nel nostro ordinamento la violazione del precetto costituzionale secondo il quale tali comunicazioni sono "inviolabili", è la ricerca della prova nel processo penale. Si tratta di considerazioni piuttosto banali ed apparentemente inutili, se non fosse che il dibattito spesso si "incaglia" su alcuni luoghi comuni sui quali forse vale la pena di fare chiarezza.

Tanto è inviolabile, per la nostra Costituzione, il diritto di ogni cittadino alla segretezza delle proprie comunicazioni, che non basta sia ricercata la prova di un qualsiasi illecito. E infatti, solo per l'accertamento di alcuni specifici reati la prova può essere cercata violando tale diritto alla segretezza. Ma non basta ancora. Prevede la legge che l'intercettazione per essere ammessa sia "assolutamente indispensabile alla prosecuzione" di un'indagine. Non basta, dunque, che sia utile o opportuna, ma deve essere in ogni caso assolutamente necessaria.

Se, dunque, è solo la ricerca della prova a giustificare l'altrimenti insopportabile violazione della segretezza delle nostre comunicazioni e della nostra corrispondenza, tutto ciò che non risponde a tale nome e a tale qualifica sostanziale non potrà ritenersi "legittimamente" acquisito. È come se in una rete predisposta per pescare esclusivamente pesci di una certa taglia, finissero invece, per errore, dei pesciolini. Il pescatore solerte li ributta in mare.

Questa semplice verità stenta tuttavia a sedimentare e a collocarsi al centro del nostro modo di intendere, di leggere, di diffondere, di fruire delle intercettazioni, come si trattasse del risultato di un sondaggio di costume, di una notizia acquisita in un'intervista. A ben vedere, infatti, l'intercettazione non è affatto una "sonda" indistintamente calata nella vita di un indagato, abilitata a captare ogni suo possibile segreto, il suo modo di esprimersi, i suoi costumi, le sue frequentazioni... ma è uno strumento tecnico-investigativo terribile e malizioso che deve essere utilizzato in maniera rigorosa, chirurgica, esattamente delimitata.

Solo l'acquisizione della prova in quanto tale ne giustifica l'utilizzo processuale. È dunque improprio parlare di "bavaglio" allorché si intenda sottrarre alla diffusione mediatica quel materiale "collaterale" impropriamente acquisito, che devasta - violandone la privacy - non solo la vita dell'intercettato (indagato e non indagato), ma anche di tutti coloro che accidentalmente finiscono in quella "rete". Non si tratta, dunque, di "trovare" una regolazione equilibrata fra il "dovere del magistrato di indagare", quello del "giornalista di dare la notizia" ed il "diritto del cittadino alla privacy", perché quell'equilibrio sta già scritto nella Costituzione, nella legge e nella logica delle cose. Il resto è il frutto di una odiosa deriva, di una prassi distorsiva e di un evidente travisamento del buon senso, ai quali, con un po' di ragionevolezza, occorre porre rimedio.

 

Giustizia: Ferranti (Pd); niente più carcere per la diffamazione, con il mio ddl solo multa

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di Francesco Maesano

 

La Stampa, 16 settembre 2015

 

Il suo Ddl che sostituisce il carcere cori una multa in caso di diffamazione langue nei cassetti del Senato in attesa di trovare lo spazio giusto per essere discusso da tra le unioni civili e la riforma costituzionale. "Anche questo "Godot" arriverà presto, ed è giusto che sia così, pur non soddisfacendo in pieno gli standard della legislazione europea in merito", ha dichiarato quest'estate il presidente del Senato Grasso. E lei, Donatella Ferranti, è ottimista. "È solo una questione di calendario".

 

L'accordo politico regge?

"Sì, alla Camera il testo è passato col voto della maggioranza di governo. C'è qualche divergenza sulla querela temeraria ma dovremmo esserci".

 

Intanto c'è un condannato eccellente: Beppe Grillo ha preso un anno per diffamazione aggravata.

"Quando il nostro testo sarà legge la diffamazione a mezzo stampa non sarà più punita in quel modo".

 

È sufficiente o serviranno implementazioni successive?

"Si va verso un assetto sempre meno carcero-centrico. Il punto di equilibrio dopo la nostra riforma sarà la pena pecuniaria".

 

La pena pecuniaria non rischia di essere uno strumento dì pressione forte quasi quanto il carcere?

"Abbiamo previsto tra le cause dì non punibilità la rettifica tempestiva e poi bisogna considerare che si tratta in ogni caso di un reato che ha una sua delicatezza".

 

Che intende?

"Sicuramente c'è la lesione dell'onore. Noi eliminiamo il carcere che non è adatto alle fattispecie di reato, anche con riferimento ai principi che ha stabilito la corte europea, ma l'onorabilità è un bene che dev'essere tutelato, specie quando vengono attribuiti fatti falsi. Quello è il caso più grave, dal quale è più difficile difendersi".

 

Specie al tempo dei social network. Occorre una disciplina anche per quelli?

"Nel testo non abbiamo affrontato i blog e gli altri mezzi informali. Lì ci ritroviamo nella diffamazione comune, ma è certamente vero che gli strumenti telematici rendono ancora più cogente una disciplina e un codice di norme che salvaguardino la reputazione".

 

Giustizia: Mafia Capitale. Buzzi in isolamento a Nuoro "minacciato perché non parlassi"

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di Cristiana Mangani e Sara Menafra

 

Il Messaggero, 16 settembre 2015

 

Tutta colpa di quel "pentimento" annunciato ai pm, e anche di quella lettera accorata che il detenuto Salvatore Buzzi ha scritto a Papa Bergoglio, e che gli ha fatto passare dei brutti quarti d'ora. Cambio immediato di reparto e cella, urla dei detenuti contro di lui, minacce pesanti, impossibilità di condividere l'ora d'aria, e chissà che altro.

Tanto che il 2 luglio scorso l'ex ras delle cooperative ha deciso di recarsi dal Comandante di reparto dell'istituto per spiegargli che temeva per la sua incolumità. E che non poteva più restare all'interno della sezione AS3 del carcere di Badu e Carros, dove è rinchiuso da mesi. Dice Buzzi, e le sue dichiarazioni vengono inviate in una nota riservata al Ministero della giustizia, che le rappresaglie nei suoi confronti si erano scatenate subito dopo la diffusione della notizia della lettera al Papa. La missiva parla di pentimento religioso, di presa di coscienza. Ma in un istituto di pena la parola pentimento suona sempre male, e così si ritrova i detenuti contro, perché pensano - sottolinea l'indagato - "che si sia trattato di un pentimento giudiziario e l'intera sezione diventa ostile nei miei confronti".

C'è anche chi lo avvicina e gli dice in malo modo: "Andiamo a fare i pentimenti religiosi, i pentimenti li facciamo all'aria". Facendo chiaramente riferimento all'ora d'aria durante la quale i detenuti stanno tutti insieme. "Per queste ragioni - aggiunge ancora l'ex ras delle coop - oggi non sono andato all'aria e ho deciso di chiedere l'isolamento e il divieto di incontro con tutta la popolazione detenuta. Chiedo, laddove possibile, di rimanere presso l'istituto di Nuoro dove mi sento al sicuro o di essere spostato nel distretto del Lazio, in un circuito protetto".

Il Comandante prende atto delle dichiarazioni e fa le sue verifiche e nelle comunicazioni al Ministero conferma: "Da fonte confidenziale, di provata affidabilità, apprendo che i timori manifestati sono assolutamente fondati. Proprio al fine di tutelare l'incolumità del detenuto ho provveduto all'allontanamento dalla sezione, ho disposto divieto di incontro con i detenuti e lo ho allocato temporaneamente in una delle stanze dei "nuovi giunti".

Suggerisco la semisezione già 41 bis Area riservata, attualmente priva di detenuti". L'ex ras delle coop viene quindi messo in isolamento. Una circolare agli atti dell'inchiesta specifica che persino i pasti debbano essergli portati in cella, per evitagli di andare a mensa con gli altri. Della sua decisione di aderire all'appello del Papa contro la corruzione, Buzzi aveva già scritto anche al suo avvocato, Alessandro Ditti: "Caro Alessandro - si legge - io all'interrogatorio del 31 marzo sono stato conservativo perché se non ho garanzie corro seri rischi. Ho parlato con Alessandra (Garrone, ndr) e siamo d'accordo nel voler chiarire tante cose. Ti dirò di più aderisco all'appello del Papa, cercherò, per quanto di mia competenza, di chiarire ed estirpare i fenomeni corruttivi a mia conoscenza, e mi difenderò ovviamente dell'accusa di mafia".

Ai magistrati ha poi raccontato di Panzironi, dell'Ama, del Cara di Mineo, si è definito "un cazzaro, uno che straparlava", anche se i pm della dda di Roma sembrano credergli poco. Tanto che ancora al suo legale aggiunge: "Non vedo l'ora divedere la mia figlia grande, che ha scoperto di avere il padre Al Capone. Ma quale Al Capone, mi viene meglio Fantozzi".

 
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