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Capodanno a Ponte Galeria

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di Carlo Lania

 

Il Manifesto, 2 gennaio 2016

 

Nel Cie romano sono presenti solo 40 donne, la maggior parte delle quali nigeriane. "Fuck Nigeria" c'è scritto sul muro intonacato di bianco della casetta circondata da sbarre. Qui ci vivono - si fa per dire - le nigeriane, qualcuna delle quali non deve avere proprio un bel ricordo del suo paese. Sono 23, la maggioranza delle 40 donne richiuse l'ultimo giorno dell'anno nel Cie romano di Ponte Galeria. Dopo la rivolta dell'11 dicembre scorso, quando la sezione maschile venne data alle fiamme, i 79 uomini presenti sono stati tutti trasferiti. Restano quindi solo loro, le donne, a popolare insieme a poliziotti e operatori la struttura alla periferia della capitale.

Oltre alle nigeriane si conta qualche signora sudamericana, una donna cinese che dice di avere ottenuto la status di rifugiata in Francia (e per la quale sono in corso accertamenti) e qualcuna proveniente dai paesi balcanici e dall'Egitto. Vite sospese in attesa di conoscere il proprio destino, di essere identificate e, nel caso, rimpatriate. Un'attesa che stando alla legge può durare fino a 90 giorni ma che - sulla base di quanto previsto da due direttive europee recentemente recepite dall'Italia - può prolungarsi fino a 12 mesi nel caso dal Cie venga fatta una richiesta di asilo da qualcuno ritenuto per vari motivi socialmente pericoloso dalla questura.

Molte delle donne oggi presenti a Ponte Galeria sono qui per aver ricevuto un decreto di respingimento dopo essere sbarcate. I respingimenti sono la novità del 2015 che si è appena chiuso. Provvedimenti emessi nei nuovi hot spot imposti dall'Unione europea a Grecia e Italia in cambio della promessa, finora non mantenuta, di ricollocare tra gli stati membri qualche decina di migliaia di richiedenti asilo. Finora quelli operativi sono due (a Lampedusa e Trapani) sui sei che l'Italia si è impegnata ad aprire. Molto probabilmente le 23 nigeriane che si trovano a Ponte Galeria sono vittime della tratta e come tali potrebbero ottenere presto la protezione internazionale. Nel frattempo però restano chiuse in gabbia a Ponte Galeria, tra i panni stesi ad asciugare tra le sbarre.

"L'unica cosa che possiamo fare per voi è portare un po' di conforto, farvi sentire che non siete sole", spiega a tutte il presidente della commissione Diritti umani del Senato, Luigi Manconi. Insieme alla deputata di Sinistra italiana Monica Gregori, al segretario dei Radicali Roma Alessandro Capriccioli e al segretario dei Radicali italiani Riccardo Magi (possibile futuro candidato alla poltrona di sindaco della capitale), Manconi ha compiuto una visita-ispezione al Cie romano per verificare le condizioni in cui si trova chi è costretto suo malgrado a vivere in questi "non luoghi", come usa definirli il senatore del Pd.

C'è stato un momento in cui si è pensato che i Cie potessero essere un'esperienza finalmente lasciata alle spalle. A settembre scorso quelli ancora aperti erano solo cinque: oltre a Ponte Galeria, c'erano quelli di Bari, Trapani, Caltanissetta e Torino. Poi, secondo quanto previsto dalla road map inviata dal governo italiano alla Commissione europea, sono stati riaperti quelli di Crotone, Brindisi e Gradisca e presto riaprirà i battenti anche quello di Milano.

"La tranquillità è importante, ma la libertà è tutto" ha scritto un'altra mano anonima sui muri del Cie di Ponte Galeria. Sembra banale, ma qui dentro niente è scontato. Anche perché è davvero difficile capire la logica che ha portato alla creazione di luoghi che, pur non essendolo, sembrano in tutto e per tutto delle prigioni. Luoghi dove puoi anche trovare storie come quella di Fatima, 34 anni. Rom originaria della Bosnia. Arrivò in Italia all'inizio degli anni '90 in fuga dalla guerra che stava devastando l'ex Jugoslavia. Da allora vive qui, ha avuto quattro figli, il più piccolo ha undici mesi il più grande 14 anni, ma al contrario di loro non è mai riuscita ad avere un documento di identità. Motivo per il quale è richiusa a Ponte Galeria.

"I Cie e la detenzione amministrativa si sono dimostrati in questi anni strumenti inefficaci, utili solamente a provocare sofferenza e precarietà", commentano i radicali Magi e Capriccioli all'uscita dal Cie romano. "Siamo sicuri che il destino del nostro paese debba essere quello di aprire nuovi centri di identificazione ed espulsione per trattenere e rimpatriare quanti fuggono dalla miseria in cerca di un'opportunità di vita?".

 

La "guardia di frontiera" Ue divide la Grecia dalla Turchia

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di Dimitri Deliolanes

 

Il Manifesto, 2 gennaio 2016

 

Egeo. Atene di fronte alla riapertura ad Ankara in scontro con Mosca. La proposta della Commissione Europea di istituire una guardia di frontiera comunitaria è stata accolta con grandissima diffidenza da Atene. La proposta è stata gettata sul tavolo dopo mesi di duro confronto tra Atene con la Commissione sulla gestione della nuova massiccia ondata di rifugiati. Da parte europea c'è un evidente tentativo di arginare il flusso verso il nord Europa, bloccando i migranti nel paesi di primo ingresso, come esige il famigerato accordo di Dublino. Ma questo ancora non basta. Atene è accusata sempre più spesso di essere incapace di "difendere" le frontiere esterne dell'Europa. In sostanza, si chiede ad Atene di tornare alle pratiche dei precedenti governi di destra che respingevano i barconi in mezzo al mare, incuranti delle vite umane.

Con la nuova Guardia di frontiera la controversia viene risolta in favore di Bruxelles: al contrario di Frontex, sarà un organo comunitario gestito direttamente dalla Commissione e potrà intervenire come e quando vuole, senza richiedere l'autorizzazione del paese interessato. La proposta inoltre prevede la facoltà di procedere a "accordi di collaborazione" con paesi terzi, in modo da tracciare, in piena autonomia, una "propria politica" di gestione dei flussi. Nel caso specifico, la Guardia europea potrà accordarsi con la confinante Turchia senza render conto ai greci. In pratica, ritorna dalla finestra la vecchia proposta dei pattugliamenti congiunti greco-turchi nella acque dell'Egeo, fermamente respinta da Atene.

Le preoccupazioni di Atene hanno due motivi. Il primo è l'atteggiamento finora tenuto da Bruxelles verso Erdogan. Il governo turco dal 2010 ha sottoscritto numerosi accordi con l'Ue per la reintroduzione dei migranti, ma non li ha mai applicati. Anche adesso, dopo aver incassato ben tre miliardi, la Turchia fa ben poco per frenare il flusso, mentre non ha voluto neanche prendere in considerazione la proposta di Atene di collocare gli hot spots direttamente sul suo territorio.

Poi c'è l'atteggiamento di Juncker. Nei suoi ripetuti incontri con il premier turco Davudoglu, il presidente della Commissione si è mostrato così entusiasta della prospettiva di riattivare i negoziati di adesione all'Ue che si è anche spinto a promesse che non può mantenere: in una lettera lo ha assicurato che "ben presto" anche i cinque capitoli bloccati unilateralmente da Cipro saranno aperti. In risposta, Davudoglu ha ripetuto che il suo paese non ha alcuna intenzione di riconoscere la Repubblica di Cipro, paese membro dal 2004.

Il secondo motivo ha a che fare con le mire revisioniste di Ankara nell'Egeo. La storia dura da quasi mezzo secolo, da quando cioè sono stati scoperti giacimenti di idrocarburi sul fondo a questo mare. La Turchia rivendica la sovranità sulla metà dell'Egeo e nel 1995 il suo parlamento ha approvato un documento che considera casus belli ogni espansione delle acque territoriali greche. Ma anche le ricerche petrolifere off shore, nella cosiddetta Zona Economica Esclusiva prevista dalla convenzione Onu sul mare, sono impedite dalla Turchia, che non ha sottoscritto la convenzione. Più di recente la posizione turca si è ulteriormente aggravata, sostenendo che anche lo status di molte isole greche è di "incerta sovranità". Proprio sui limiti di reciproca compentenza, i due paesi si sono trovati sull'orlo della guerra ben due volte negli ultimi decenni. Per risolvere la controversia, Atene ha più volte chiesto il ricorso alla Corte internazionale dell'Aja ma Ankara preferisce un accordo bilaterale. Alle tensioni greco-turche si è aggiunta quella tra Ankara e Mosca. Due settimane fa l'incidente tra le flotta russa in transito verso la Siria e un peschereccio turco. Il transito di navi di guerra russe nell'Egeo continuerà a lungo. Cosa farà la Guardia di frontiera europea?

 

Terrorismo: l'allarme di Monaco e le "troppe" sfide, così il nemico saggia le forze di sicurezza

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di Guido Olimpio

 

Corriere della Sera, 2 gennaio 2016

 

È necessario aumentare la presenza di unità intermedie, poliziotti con equipaggiamento e training a metà tra agenti ordinari e forze d'élite. Un terrorismo diffuso, una realtà che costringe a rivedere la gestione. Le ultime 24 ore hanno detto molto. A Monaco di Baviera, pochi minuti prima della mezzanotte, è scattato un piano d'emergenza. Evacuata la stazione centrale e quella di Pasing per il timore di un attacco di un commando di sette kamikaze siriani e iracheni. Una nota trasmessa dai servizi americani e francesi indicava una minaccia specifica. Tutto è poi rientrato.

Situazione simile a Mosca, con due fermate del metrò evacuate. Nello Stato di New York arrestato un simpatizzante Isis pronto a compiere un attacco a colpi di machete. In Francia, a Valence, un uomo si è lanciato alla guida di un'auto contro una pattuglia di guardia a una moschea. I militari hanno aperto il fuoco: ferito l'aggressore, un passante e un soldato. Ripetizione di un modus operandi visto in Israele ma anche sul territorio francese.

Episodi dove l'estremismo si mescola o si sovrappone alla follia, senza però cambiare l'esito. Paura, angoscia, senso di debolezza. Condizioni per le quali servono risposte su più livelli. Intanto nella comunicazione. Le autorità tedesche hanno informato in tempo reale via Twitter sulle misure prese. Metodo innovativo. Domanda: quante volte si potrà riprodurre questo schema? L'allerta perenne ha impatto economico, alimenta il senso di insicurezza, favorisce i criminali. A ogni minimo sospetto sarà chiuso un metrò o un aeroporto? O un intero distretto scolastico come è avvenuto a Los Angeles?

I governi devono sensibilizzare l'opinione pubblica senza però fare il gioco di chi intende sovvertire il vivere comune. Questo presuppone: 1) Valutazione della fonte che segnala la minaccia; 2) realtà della minaccia stessa; 3) diffusione delle news senza innescare una reazione a catena. Il terrorismo non è certo un pericolo inedito per l'Europa, però quello che preoccupa è l'ampiezza degli input ricevuti. Troppi. E con il rischio che i militanti li moltiplichino per mettere alla prova gli apparati. Alla lunga c'è la possibilità di sottovalutare il segnale.

Poi il "teatro". Agenti e soldati sono dei target e non solo perché proteggono un sito. Devono tutelare il bersaglio, ma anche badare alla loro sicurezza. Diverse inchieste hanno dimostrato che i jihadisti vogliono colpire gli uomini in divisa. Questo comporta un tipo di addestramento nuovo, pratico e psicologico.

Infine l'organizzazione. Durante il massacro di Parigi le teste di cuoio sono intervenute con grande ritardo, vittime di strutture troppo ampie e non capillari. Il nemico ormai si affida a missioni sacrificali, nuclei votati al martirio, dotati di kalashnikov. È necessario aumentare la presenza di unità intermedie, poliziotti con equipaggiamento e training due gradini sopra a quelli di un agente di una volante e due sotto rispetto alle forze d'élite. Molto mobili, distribuiti sul territorio. Il gruppo di fuoco si contrasta, nell'immediatezza, con un dispositivo analogo, in modo da dare tempo agli "specialisti" di intervenire. Una linea di difesa indispensabile per salvare delle vite.

 

L'appello del Papa: di fronte all'odio vincere indifferenza e falsa neutralità

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di Luigi Accattoli

 

Corriere della Sera, 2 gennaio 2016

 

Ieri, primo dell'anno, Francesco ha aperto la sua quinta "porta santa", ha celebrato la "giornata mondiale della Pace", ha tenuto due omelie - in San Pietro e in Santa Maria Maggiore - e a mezzogiorno ha parlato a una gran folla in piazza San Pietro: forse 60 mila persone. Al centro di tutti i messaggi dell'interminabile giornata papale è stato l'appello a vincere "l'indifferenza" e la "falsa neutralità" che imprigionano l'umanità benestante nell'egoismo e le impediscono di coinvolgersi nei drammi dell'umanità vicina e lontana.

Si avverte dalle parole del Papa che davanti ai suoi occhi continuano a sfilare le torme dei derelitti che scappano dalle guerre e dalla fame. "Fino a quando la malvagità umana seminerà sulla terra violenza e odio, provocando vittime innocenti?" si è chiesto nell'omelia del mattino, nella Basilica Vaticana, ricordando le "moltitudini di uomini, donne e bambini disposti a rischiare la vita pur di vedere rispettati i loro diritti fondamentali".

La sua proposta ovviamente è quella dell'uomo di fede: "Siamo chiamati tutti a immergerci nell'oceano della misericordia divina (alla quale ha intitolato il Giubileo, ndr) e a lasciarci rigenerare, per vincere l'indifferenza che impedisce la solidarietà, e uscire dalla falsa neutralità che ostacola la condivisione". La grazia di Cristo - ha argomentato - "ci spinge a diventare suoi cooperatori nella costruzione di un mondo più giusto e fraterno, dove ogni persona e ogni creatura possa vivere in pace".

Papa Bergoglio confida che la vocazione cristiana possa più dell'umanesimo, nel motivare l'impegno per la giustizia: "Dove non può arrivare la ragione dei filosofi né la trattativa della politica, là può giungere la forza della fede che porta la grazia del Vangelo di Cristo". Nel "messaggio per la Giornata della pace" che aveva pubblicato il 15 dicembre aveva trattato ampiamente del ruolo di animazione dell'impegno per la giustizia sociale e mondiale che le Chiese cristiane potrebbero svolgere in contrasto con l'attuale "globalizzazione dell'indifferenza", che tende a renderci "incapaci di provare compassione per gli altri, come se ciò che accade a loro fosse una responsabilità estranea a noi".

Sempre in quel messaggio aveva affermato che la pace va perseguita come il "frutto di una cultura di solidarietà, misericordia e compassione". Nel pomeriggio di ieri Francesco ha aperto la "porta santa" della Basilica di Santa Maria Maggiore: era la quinta porta giubilare che apriva dopo quelle di Bangui (29 novembre), San Pietro (8 dicembre), San Giovanni in Laterano (13 dicembre), Ostello Caritas di via Marsala (18 dicembre).

Egli vede nella moltiplicazione delle "porte della misericordia" - come le ha chiamate - una mano tesa dalla Chiesa a un'umanità smarrita e bisognosa di ogni soccorso. Nel discorso di mezzogiorno dalla finestra ha mandato un saluto di gratitudine al presidente della Repubblica Sergio Mattarella "per gli auguri che mi ha rivolto ieri sera nel suo messaggio di fine anno, che ricambio di cuore".

 

L'intreccio mortale dopo la "guerra fredda"

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di Gian Paolo Calchi Novati

 

Il Manifesto, 2 gennaio 2016

 

I conflitti di oggi, i lasciti di ieri. L'Isis adesso si può battere. Ma il "nuovo ordine mondiale" e le gerarchie politiche fissate dopo l'89 vacillano. Conflitti vecchi e nuovi consegnano un'instabilità che non passa. Il Califfato potrebbe rivelarsi un episodio transeunte. Più arduo è stabilire se con la sua eventuale sconfitta sul campo verranno meno le cause profonde che l'hanno prodotto. Poiché l'analisi corrente nella politica e nella comunicazione occidentale è viziata da una dicotomia fra Bene e Male, a cominciare dalla definizione riduttiva del Nemico come Terrorismo, gli esiti di questa vicenda così dolorosa per tutti potrebbero non essere veramente risolutivi nel senso della coesistenza se non della pace.

L'obiettivo della guerra intentata dalla coalizione fin troppo estesa e variegata che fa capo agli Stati Uniti contro l'auto-proclamato Califfato nel 2014 e rilanciata con più accanimento nel 2015, anche con l'ingresso nella tenzone della Russia, è la cancellazione dalla carta geopolitica del quasi-stato che controlla ampi spazi di Iraq e Siria e la rimozione degli avamposti costituiti in suo nome in Libia (per tacere dello Yemen o del più lontano Afghanistan). In Iraq e Siria l'Isis svolge funzioni di governo, amministra un territorio con un popolo valutato in 5 milioni di persone, gestisce un'economia con la rendita garantita da petrolio, imposte e introiti di reperti archeologici e sequestri.

Ci sono i sintomi concreti, sul terreno, di una perdita progressiva di posizioni. Lo sbarco a Sirte potrebbe essere un ripiegamento da quello che è stato e rimane l'epicentro del potere di Daesh e non un ampliamento della sua sfera di "sovranità". Gli attentati in Europa potrebbero essere a loro volta una dimostrazione di debolezza (a Mosul e Raqqa) più che di forza. Non è nemmeno sicuro che le cellule che agiscono qua e là nel mondo organizzando attentati (questi sì a tutti gli effetti configurabili come terrorismo, rispetto alla guerra asimmetrica che si combatte in Medio Oriente e Nord Africa), con richiami più o meno certificabili alla centrale (in questo Isis svolgerebbe una funzione paragonabile a quella di al-Qaida, che non si è mai curata di creare uno stato ma al più di disporre di una base), siano realmente una propaggine del Califfato, rispettino i suoi ordini e giovino alla sua causa.

C'è da considerare, infine, le opinioni pubbliche dei paesi arabi e le minoranze arabe trapiantate in Europa, soprattutto quelle che provano più disagio in termini di economia e psicologia individuale o di gruppo. Alcuni analisti le considerano il "terzo cerchio" della strategia e dell'essenza stessa di Isis per il reclutamento di combattenti e ancora di più per la nube di consenso che si leva da loro incidendo sulla politica, e non solo sulla guerra, a livello mondiale. Gli avvenimenti che ruotano attorno al Califfato non sono propriamente una novità imprevista. È dalla fine della guerra fredda che gli Stati Uniti, sconfitto e ridimensionato il rivale storico, hanno dislocato da Est a Sud il loro apparato di sicurezza.

Il primo episodio del dopo-bipolarismo fu la guerra contro l'Iraq per "liberare" il Kuwait. L'origine immediata della guerra fu una grossolana violazione delle regole internazionali da parte di Saddam ma la guerra fu sfruttata per fini che oltrepassarono ampiamente il caso specifico. Fra l'altro, fu verificata dal vivo la possibilità per gli Stati Uniti di mantenere l'egemonia anche in quello che George Bush senior definì subito "nuovo ordine mondiale". Doveva essere chiaro a tutti che - clash of civilizations o "fine della storia" - il responso della competizione Est-Ovest aveva fissato le gerarchie.

L'Occidente avrebbe avuto la prima e ultima parola nel governo del mondo secondo il sistema che la scienza politica definisce "unipolarismo imperfetto": ne dovevano prendere atto la Russia e la stessa Europa, alleato obbligato di Washington, che sarebbe stata infatti chiamata ripetutamente a condividere gli atti di imperio di Clinton, Bush junior e Obama. La guerra fredda terminò senza che si fosse verificato un evento militare di grosse proporzioni in Europa, la terra in cui i due blocchi confinavano e si confrontavano. Le crisi e i conflitti avevano avuto tutti luogo fuori dell'Europa, in Asia e in Africa, in quel mondo in via di sviluppo che usciva dal colonialismo e quindi dall'orbita dell'Occidente e del capitalismo e che era in cerca di un modello di stato, sviluppo e alleati. Sempre nel discorso in cui enunciò la nascita del "Nuovo ordine mondiale", Bush non aveva nascosto che l'area strategica sarebbe stata ormai un Sud per proprio conto in piena transizione e verosimilmente instabile. La Corea, il Vietnam, l'Algeria, il Congo, l'Angola, la Palestina e per concludere, a parti rovesciate per quanto riguarda la potenza interventista, l'Afghanistan sono venuti prima dell'islamismo radicale.

Un filo di cui ignoriamo il colore unisce le guerre in Periferia di prima e dopo lo spartiacque del 1989. Proprio l'Afghanistan chiuse la trama della guerra fredda (allora si parlava di ideologie) e aprì quella della sfida jihadista (adesso si parla di identità e di religione, comparse già con la rivoluzione in Iran). Il conflitto che stiamo vivendo non è cominciato nel 2011. Le Primavere arabe potrebbero essere state l'ultimo fallimento del tentativo dei paesi arabi di uscire dall'autoritarismo per vie democratiche. Alla ribalta urgono più che mai i problemi lasciati irrisolti dai passaggi storici del "secolo breve": la decolonizzazione e la scomparsa dell'Urss nella realtà europea e della "rivoluzione" variamente ispirata all'Ottobre come strumento di liberazione di popoli e classi.

L'integrazione del Sud, entrato nel mercato e acculturato sommariamente per effetto del colonialismo, è ancora un'incompiuta. Le élites e le masse, in modo diverso e fra molte difficoltà (la prova più recente è l'Egitto di Morsi e al-Sisi), lottano, spesso in modo improprio, per emergere, soddisfare le esigenze primarie, conquistare il potere e - alla svolta del Millennio - affermare confusamente una continuità con un passato anch'esso mal definito. La contestazione nel mondo ha cambiato segno: non giova a nessuno sottovalutare un fenomeno che va molto oltre il fondamentalismo e il terrorismo islamico. Giudicata nella lunga durata, l'intenzione affermata e riaffermata dal governo italiano di "ritornare" in Libia potrebbe essere un passo falso di grosse proporzioni, quale che sia il primo impatto con dirigenti di cui non si conoscono bene le ascendenze e i programmi.

L'argomento ricorrente è che l'Italia ha una grande esperienza di Libia. Si dimentica che il nostro curriculum contempla personaggi del calibro di Badoglio e Graziani? Anche prescindendo dall'horror, si gira intorno a un privilegio che sembrava superato. Se invece la primogenitura dell'Italia si spiega con l'attività dell'Eni, per i cui interessi Renzi ha mostrato una particolare attenzione nei viaggi in Africa, si cade nei soliti cascami petroliferi che, da Mossadeq in poi, hanno fatto la storia delle interferenze occidentali nel Medio Oriente.

Il capo del governo designato in base all'accordo di concordia nazionale fra Tobruk e Tripoli è stato ricevuto a Roma e ha sollecitato il nostro governo a rimettere in moto il trattato che sistemò il contenzioso fra Libia e Italia. L'accordo del 2008 fu l'ultimo atto di grande politica compiuto da Muammar Gheddafi: è come se l'impegno persino ossessivo a riscattare la Libia da una conquista e occupazione sofferte come una menomazione insopportabile abbia segnato, prima ancora dello scoppio della guerra civile, la fine del "tempo" di Gheddafi. Quella richiesta, venuta da chi dovrebbe rappresentare una classe dirigente dichiaratamente post-coloniale, è a suo modo una prova che il colonialismo conserva una sua rilevanza.

Su grande scala, scontando le differenze che caratterizzano un'area vasta e composita come il mondo arabo-islamico, il nodo principale è l'insieme di prevaricazioni e frustrazioni del rapporto Nord-Sud. Fra i protagonisti della guerra per distruggere il Califfato ci sono stati arabi e islamici, sunniti o sciiti, con istituzioni e governi di dubbia legittimità e di incerta durata.

Il futuro di Iraq e Siria non è messo in discussione solo dall'Isis. I membri della coalizione anti-Daesh hanno obiettivi propri, incompatibili fra loro. Il pericolo è che nelle capitali che contano ci si prepari a procedere alla ricomposizione degli stati e delle comunità senza stato seguendo le logiche con cui le potenze esterne, dall'alto, decisero giusto un secolo fa la sorte delle terre arabe appartenute all'Impero Ottomano.

 
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