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Messico: Amnesty International; tortura diffusissima indagare dopo nuovo Rapporto Onu

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Askanews, 10 marzo 2015

 

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite descrive in modo dettagliato come la tortura sia ampiamente diffusa tra le forze di polizia e di sicurezza del Messico, deve indurre le autorità ad affrontare questa pratica ripugnante una volta per tutte, ha dichiarato Amnesty International. Il rapporto di Juan E. Méndez, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani e degradanti, è stato presentato oggi al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Descrive come in Messico i pubblici ufficiali vengano spesso meno al dovere di indagare sulle denunce delle vittime di tortura e come i medici legali che lavorano per il governo ignorino frequentemente i segni di tortura.

"Questo fondamentale ed estremamente duro rapporto di un massimo esperto delle Nazioni Unite sulla tortura evidenzia una cultura dell'impunità e della brutalità sulla quale abbiamo condotto campagne per anni. Il presidente Enrique Peña Nieto non può invocare l'ignoranza su questo tema. Invece, deve accettare e attuare tutte le raccomandazioni disposte nella relazione del relatore speciale" - ha affermato Erika Guevara-Rosas, direttrice del Programma Americhe di Amnesty International. "La polizia e i soldati si servono regolarmente della tortura per punire o estorcere false confessioni o informazioni dai detenuti nella cosiddetta "guerra alla droga".

Spesso, le vittime sono costrette a firmare dichiarazioni sotto tortura e in molti casi sono condannate unicamente sulla base di queste affermazioni. Gli esami di medicina legale, quando vengono eseguiti, di solito non sono all'altezza degli standard internazionali". Amnesty International chiede al governo messicano di garantire che i funzionari di medicina legale effettuino analisi immediate, imparziali e approfondite su ogni persona che denunci di essere stata torturata e che le autorità accettino le conclusioni degli esperti indipendenti di medicina legale come prove valide in tribunale.

"Le indagini sulle denunce di tortura in Messico sono piene di difetti. Le linee guida concordate a livello internazionale, come il Protocollo di Istanbul sulle indagini in materia di tortura, sono regolarmente ignorate e spesso le vittime devono aspettare mesi o anni per essere visitate. Documentare la tortura è il primo passo per rompere il muro di impunità" - ha aggiunto Erika Guevara-Rosas. Negli ultimi mesi, Amnesty International ha condotto una campagna per la giustizia in favore di Ángel Colón e Claudia Medina, entrambi torturati per estorcere loro false confessioni. Ángel Colón è stato sottoposto ad asfissia, sottoposto a trattamenti umilianti e picchiato dai soldati mentre era detenuto in una base militare.

Dopo la sua denuncia di tortura, ci sono voluti cinque anni per ottenere che venisse sottoposto a un esame adeguato da parte di un esperto indipendente di medicina legale. Claudia Medina è stata violentata da soldati della marina militare. Le autorità sono state riluttanti a indagare sulle accuse e il governo le ha reso praticamente impossibile accedere ai servizi ufficiali di medicina legale. L'unica prova legale delle torture subite dalla donna è scaturita da due esami medici indipendenti.

"Dopo il lungo percorso che ho dovuto attraversare, ho sentito il bisogno di diventare un'attivista per i diritti umani per dimostrare che non sono una criminale, come le autorità mi hanno dipinto. Non permetterò che una sola donna in più sia torturata in Messico" - ha dichiarato Claudia Medina ad Amnesty International. Il 3 marzo, il Messico ha nominato Arely Gómez González nuova procuratrice generale federale.

"Arely Gómez González ha la possibilità di prendere una posizione forte sulla tortura. Deve assicurare che le vittime abbiano accesso a esami di medicina legale adeguati da parte di funzionari esperti e autonomi rispetto all'Ufficio della procura generale federale, come il relatore sulla tortura delle Nazioni Unite ha sottolineato oggi" - ha concluso Erika Guevara-Rosas.

 

Cina: finiscono in galera anche le attiviste anti-molestie

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di Guido Santevecchi

 

Corriere della Sera, 10 marzo 2015

 

La stampa statale a Pechino ha appena esortato i legislatori a introdurre norme contro la violenza domestica, che secondo un rapporto colpisce quasi il 40% delle donne in Cina. Ma contemporaneamente, secondo fonti del movimento per i diritti femminili, la polizia ha arrestato almeno 10 attiviste, per evitare che partecipassero a manifestazioni non autorizzate per l'8 marzo, giorno internazionale delle donne. Cinque delle femministe sono ancora in carcere e i loro avvocati non sono riusciti ad avere alcun contatto.

La polizia può tenere in cella chiunque fino a 30 giorni senza incriminazione e poi ha il potere di prorogare la detenzione per altri mesi per motivi di sicurezza non specificati. La notizia di questi arresti è stata data alla Ap da Feng Yuan, un'attivista che si trova in questi giorni a New York. Secondo Feng le cinque ancora nelle mani della polizia sono Li Tingting, Wei Tingting, Wang Man, Zheng Churan e Wu Rongrong. La più nota è Li Tingting, che nel 2012 organizzò una campagna contro la violenza familiare indossando un vestito da sposa macchiato di vernice rosso sangue. Li, che ha 25 anni, è un'attrice dell'Opera di Pechino e come nome d'arte usa Li Maizi. Le amiche la descrivono come molto tranquilla, timida, per niente aggressiva.

Dicono che gli agenti sono andati a prenderla a casa la notte di venerdì 6 marzo e da allora non si è saputo niente di lei. Anche Wu Rongrong è stata presa il 6: Wu è impegnata nella campagna contro la discriminazione dei malati di Aids e di epatite. Altre compagne sono state arrestate nelle città di Canton e Hangzhou dove ha sede il Women's Center.

A Pechino sono in corso le "due sessioni", le riunioni annuali del Congresso del Popolo e dell'Assemblea Consultiva, i due organismi che sono i pilastri della "democrazia consultiva" cinese: in pratica si limitano ad approvare ogni decisione presa dal Politburo del Pcc. Sabato un gruppo di deputate del Congresso aveva tenuto una conferenza stampa sull'eguaglianza di genere, sorridendo e assicurando che ogni problema femminile sarà affrontato e risolto.

 

Pakistan: uccise il governatore che difese Asia Bibi, pena di morte confermata

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di Stefano Vecchia

 

Avvenire, 10 marzo 2015

 

Ieri l'Alta Corte della capitale Islamabad, in un'aula sottoposta a severe misure di sicurezza, ha confermato la condanna a morte per Mumtaz Qadri, reo confesso di avere assassinato il 4 gennaio 2011 il governatore della provincia del Punjab, Salman Taseer.

La sentenza è stata una sorpresa, per i molti che si attendevano un'attenuazione della pena davanti alla crescente pressione estremista nei casi in qualche modo collegati con l'accusa di blasfemia. Invece i giudici hanno confermato la condanna dell'ottobre 2011 per quanto riguarda l'accusa di omicidio aggravato, ma non per quella di terrorismo. In qualche modo aprendo al condannato la porta per una sospensione della pena in giudizi successivi. Qadri, ex membro della polizia avvicinatosi all'islamismo radicale, aveva ucciso Taseer perché in disaccordo con le sue idee progressiste. Per compiere l'atto criminale si era proposto quel giorno di sostituire un collega della scorta.

La sua azione, che lo ha fatto diventare un "eroe" agli occhi dei radicali e un potenziale martire, ha accentuato la frattura tra i settori più conservatori della società che sulla legge anti-blasfernia basano la volontà di imporre la loro visione estremista. "Colpa" del governatore, esponente del laicista Partito del popolo pachistano, noto con la sua famiglia per uno stile anticonformista, era stata di evidenziare pubblicamente la necessità di una riforma della legge che rende le minoranze religiose e i musulmani moderati a rischio di persecuzione e di avere preso le difese di Asia Bibi, che aveva visitato in carcere.

La donna cattolica, la cui detenzione è arrivata oggi a 2.087 giorni, aveva incontrato Taseer nella prigione di Sheikhupura, dopo la sentenza capitale di primo grado del novembre 2010. Da allora è rimasta in cella, sempre a rischio che la sentenza di morte - confermata in appello ma in attesa del giudizio finale della Corte Suprema - sia eseguita da qualche fanatico prima di una possibile assoluzione giudiziaria che, con ogni probabilità, aprirebbe a lei e alla famiglia la porta dell'esilio.

 

Venezuela: sanzioni Usa per violazione diritti umani, appello liberazione detenuti politici

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Ansa, 10 marzo 2015

 

Il presidente americano, Barack Obama, ha dato il via libera ad una serie di sanzioni nei confronti del Venezuela, accusando alcuni suoi funzionari governativi di aver violato i diritti umani e di corruzione pubblica. Lo riferisce la Casa Bianca, spiegando come nel decreto presidenziale si chieda anche di liberare tutti i prigionieri politici. In particolare ad essere colpite dalle sanzioni sono sette persone tra attuali ed ex funzionari governativi.

 

E se la Commissione Giustizia della Camera si collegasse via Skype con i detenuti?

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Il Mattino di Padova, 9 marzo 2015

 

La redazione di Ristretti Orizzonti tempo fa aveva lanciato la campagna per "liberalizzare" le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri famigliari. La settimana scorsa abbiamo "suggerito" alla Commissione Giustizia della Camera, che sta esaminando due proposte di legge in materia, di ascoltare le testimonianze dei figli delle persone detenute, ora "osiamo" chiedere al Presidente della Commissione, Donatella Ferranti, una audizione via Skype direttamente durante i lavori, con i detenuti della redazione.

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