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Libia: una guerra che pare sempre più inevitabile

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di Paolo Valentino

 

Corriere della Sera, 15 febbraio 2016

 

Passarono esattamente trenta giorni tra l'insurrezione di Bengasi del 17 febbraio 2011, data d'inizio della Rivoluzione contro il colonnello Gheddafi, e l'approvazione della Risoluzione dell'Onu 1973 sulla situazione in Libia, che fece da base legale ai raid francesi, lanciati il 19 marzo, prologo dell'intervento Nato cominciato alla fine del mese.
Poche volte nella sua storia il Consiglio di Sicurezza aveva agito con tanta tempestività ed efficacia di fronte a una crisi internazionale. E poche volte, in nome del nobile proposito umanitario di fermare il massacro di una popolazione civile, una mobilitazione di intellettuali e politici era apparsa così determinata a cortocircuitare i lenti meccanismi burocratici della diplomazia internazionale. Campioni di una Francia che sembrava ritrovare le sue vocazioni universalistiche, il presidente Nicholas Sarkozy e il suo aedo di riferimento, il mediatico filosofo Bernard Henri-Levi, avevano letteralmente trascinato, con l'entusiastico appoggio del governo di Sua Maestà britannica, il fronte occidentale nell'avventura libica. Strappando anche il tacito avallo di una Russia, ancora nella fase post-pre-Putin della "ricreazione" di Dmitry Medvedev, che non se ne sarebbe mai pentita abbastanza. È perfino scontato oggi avanzare dubbi e perplessità sui veri motivi che mossero il governo di Parigi, forse non estraneo alle ragioni umanitarie, ma sicuramente allettato dalla prospettiva di riaprire la partita economica in un Paese, dove le aziende francesi toccavano da sempre poca palla e dovevano vedersela con presenze forti e radicate, in primis quella italiana.
"Senza la Francia - disse pubblicamente Barack Obama, indicando Sarkozy al G20 di Nizza - questa guerra non si sarebbe mai potuta fare". Dove non fu mai chiaro se la lode nascondesse anche un velato rimprovero. Partita il 31 marzo la Operation Unified Protector, con l'Italia partner riluttante ma nondimeno decisivo con il 12 per cento delle sortite aeree dell'Alleanza, ci vollero comunque cinque mesi per spianare agli insorti la strada di Tripoli, conquistata in agosto. E altri due per aiutarli a chiudere i conti con Gheddafi, barbaramente massacrato in diretta il 20 ottobre a Sirte, dopo che il suo ultimo tentativo di fuga verso il deserto era stato bloccato dai missili dei caccia Rafale.
Trascorse quasi un anno tra l'insediamento del Consiglio Nazionale Transitorio e le prime elezioni libere del luglio 2012, dopo 42 anni di dittatura. Ma la vittoria dell'Alleanza delle forze dei moderati laici, guidata da Mahmoud Jibril, avvenne in un Paese senza legge, già preda delle violenze delle milizie, gli ex ribelli che dopo la caduta del regime non intendevano deporre le armi. Era durata pochissimo la percezione di una effimera unità nazionale, mai veramente esistita in una società a struttura tribale che il colonnello controllava grazie a un divide et impera irrorato di denaro e privilegi. L'intervento occidentale era stato il detonatore del caos.
Con il senno di poi, sembra quasi un miracolo che una parvenza di equilibrio abbia in qualche modo retto fino alla primavera del 2014. Certo, ci furono gravissimi episodi: l'attacco al consolato Usa di Bengasi e l'uccisione dell'ambasciatore Stevens, l'agguato al console italiano a Bengasi, Guido De Sanctis, gli attacchi ad altre ambasciate occidentali. Poi vennero gli assalti di bande di miliziani armati a diversi ministeri. Ma i punti di rottura furono due: il primo, nella primavera 2014, l'inizio dell'"operazione dignità" del gheddafiano generale Haftar, una vera e propria "guerra privata" per conto terzi (l'Egitto e gli Emirati Arabi) contro le milizie islamiche a Bengasi e nel resto della Cirenaica. Il secondo, nel giugno dello stesso anno, la sconfitta degli islamisti moderati nelle elezioni della Camera dei Rappresentanti, il nuovo Parlamento, che spinse questi nelle braccia degli integralisti, alleanza subito generosamente sostenuta e finanziata dai grandi burattinai regionali, Turchia, Qatar e Sudan. Fu il prologo della seconda guerra civile che ha spaccato e spacca in due la Libia, con un governo e un Parlamento riconosciuti dalla comunità internazionale costretti a insediarsi a Tobruk e i loro doppioni a tendenza filo-islamica acquartierati nella vecchia capitale. Nel frattempo, partiva da Derna, nell'Est, l'infiltrazione jihadista, una succursale libica di Daesh, che si è ormai incistata a Sirte e ha finito per mettere paura a tutti i contendenti.
Cadde in questo scenario di macerie, violenza, odi e sospetti, la mediazione internazionale delle Nazioni Unite, mirata a far dialogare i due schieramenti (tre, tenendo conto degli islamisti autonomi di Misurata). Il primo inviato del Palazzo di Vetro fu un diplomatico libanese, Tarek Mitri. Nessuno se lo ricorda, tranne per l'accusa rivoltagli di essersi tropo preoccupato degli interessi dei Fratelli Musulmani, che controllano la fazione di Misurata. Poi toccò allo spagnolo Bernardino Leon, già braccio destro di José Luis Rodriguez Zapatero. Ban ki Moon lo scelse nonostante molte fazioni libiche avessero espresso una esplicita preferenza per Romano Prodi, indicazione non raccolta dal governo Renzi che non fece nulla per spingerne la candidatura, come ha raccontato al Corriere lo stesso Prodi. Leon, maratoneta e provetto suonatore di chitarra acustica jazz, sembrò all'inizio in grado di "improvvisare attorno a un tema", giusta la definizione di diplomazia data da Richard Holbrooke. Ebbe l'intuizione di usare il pericolo dell'Isis per puntare subito a un governo di unità nazionale. Ma si scontrò con la reciproca delegittimazione dei protagonisti, con una decisione della Corte Suprema che nel novembre 2014 dichiarò incostituzionali le elezioni, con l'irriducibilità delle cento milizie "tanto più piccole quanto più disponibili per denaro a ogni malefatta" e infine con la fretta di chiudere in bellezza il suo mandato nel novembre scorso: la sua lista dei ministri per un esecutivo di transizione venne infatti rigettata il 19 ottobre dal Parlamento di Tobruk. Pur di accelerare l'intesa, Leon aveva perfino cercato di forzare alcuni punti fermi della bozza di accordo concordata in luglio in Marocco. È uscito male, con un incarico molto ben retribuito presso l'Accademia di Studi Diplomatici degli Emirati Arabi, cioè uno dei grandi mestatori della crisi libica, che ha gettato ombre sulla sua terzietà.
Quindi è stata la volta di Martin Kobler, diplomatico tedesco di riconosciuta abilità, che grazie all'intesa di dicembre firmata dalle delegazioni dei due Parlamenti, ha gettato le premesse per dar vita a un governo di unità nazionale. Il resto è storia di questi giorni. Le resistenze sono ancora forti. Robuste minoranze in ambedue gli schieramenti rifiutano di sottoscrivere la nuova e più snella lista dei ministri, messa a punto da Kobler, anche lui rimproverato da alcuni, come Emma Bonino, di fretta eccessiva. Sulla costa orientale, l'Isis continua a espandere la sua presenza. I Paesi europei e gli Stati Uniti si preparano da mesi a un intervento contro le postazioni jihadiste prima che sia troppo tardi. La finestra di tempo è molto stretta: "Non è immaginabile che passi la primavera senza intervenire in Libia", ha detto al Corriere il ministro della Difesa Roberta Pinotti. Ma anche i Paesi più decisi ad agire, Francia e USA, si rendono conto che se non si vogliono ripetere gli errori del 2011, ogni azione militare dovrà essere esplicitamente richiesta e definita da un governo legittimo e sovrano. L'Italia è candidata a guidare un'eventuale missione. Ma non è detto affatto detto che sarà di garanzia, protezione e formazione, come ci auguriamo. Potrebbe più semplicemente essere di guerra. Saremmo ancora in prima fila?

 

L'ultima notte del Rais, di Marta Serafini

 

Per chi è nato negli anni 80, Gheddafi era una presenza folcloristica. Un leader che si dava per scontato, nella sua ingombrante presenza. Diverso da Saddam, a qualcuno risultava anche simpatico per le sue stravaganze. Un dittatore sì ma che controllava risorse petrolifere immense e sul quale non era poi così urgente farsi troppe domande.
La Libia d'altro canto stava diventando, al di là del petrolio, un luogo da visitare, dove fare i turisti per andare alla scoperta di un qualche passato coloniale di cui nemmeno noi eravamo né troppo fieri, né troppo informati. Certo, era chiaro a tutti che non si trattasse di una democrazia, ma pensare che quella scatola di sabbia potesse esploderci sotto i piedi era impensabile. Le notizie che arrivavano sul Paese erano filtrate, non c'erano i social media, e per sapere come effettivamente vivesse la popolazione l'unico modo era entrare passando il confine con la Tunisia. Ma già allora, all'inizio del duemila, Tripoli appariva a chi ci arrivava come un enorme cumulo di pattumiera maleodorante. Ghadames, oasi ricca di storia oggi minacciata dai miliziani di Al Baghdadi, mostrava già tutti i germi di un fondamentalismo tenuto sopito a suon di arresti e sparizioni. Criticare il rais in pubblico era severamente vietato, leggere il libro verde che definiva la donna impura durante il ciclo e proponeva un terza via tra democrazia e comunismo, era obbligatorio nelle scuole.
Pensare dunque che tutto sarebbe rimasto uguale, era un'illusione in cui l'Europa si cullava pigramente mentre Muammar stringeva le mani dei nostri politici, desiderosi di tessere accordi con il pretesto di contrastare l'immigrazione. Ma l'inizio della caduta di quell'uomo era più vicino di quanto nel Vecchio Continente si potesse pensare. "La fine di Gheddafi prende il via il giorno in cui (siamo nel dicembre del 2007, ndr) installa la sua tenda beduina personale nel giardino dell'hotel de Marigny, la residenza degli ospiti d'onore dell'Eliseo, per un incontro con Nicolas Sarkozy".
A raccontare "L'ultima notte del Rais" (edito in Italia da Sellerio) è Yasmina Khadra, pseudonimo femminile di Mohammed Moulessehoul, ex generale dell'esercito algerino che, dopo essere stato testimone diretto della sanguinosa guerra civile algerina, si è auto esiliato in Francia. Nel suo romanzo Khadra ripercorre le tappe fondamentali della vita di "un nipote di un poeta senza gloria, figlio di una famiglia povera di Sirte" diventato capitano di un esercito che in pochi anni avrebbe ordito un colpo di stato.
"Quando Gheddafi incontra Sarkozy in ballo c'è un accordo da 10 miliardi di euro", continua Yasmina Khadra. A quell'epoca il presidente francese è deciso a diventare il principale sponsor del ritorno della Libia nel novero dei Paesi frequentabili e vuole far approfittare le imprese francesi dei rapporti privilegiati con Tripoli. Una parte dell'accordo prevede la costruzione in Libia di cinque centrali nucleari, mentre l'altra riguarda l'acquisto di 14 caccia "Rafale" e 35 elicotteri da combattimento di fabbricazione francese. "Gheddafi accetta le condizioni dell'accordo ma una volta tornato a casa non lo sottoscrive, firmando così la sua condanna a morte", è la sintesi di Khadra.
Dovranno passare tre anni quando al mondo apparirà quel volto stravolto, coperto di sangue. Siamo nelle ultime pagine del romanzo di Yasmina Khadra. Un uomo paranoico che ha vissuto sul filo del rasoio per tutta la vita viene trascinato a forza dai ribelli che lo finiscono a bastonate come un cane, mentre gli appare ancora una volta fissa davanti agli occhi l'immagine del pittore olandese Vincent Van Gogh. "La sua scomparsa ha precipitato le persone e le loro istituzioni in un pozzo senza fondo", continua l'autore. "Ma nemmeno allora ci siamo più di tanto interessati a ciò che stava capitando a pochi chilometri da casa nostra. Abbiamo guardato distratti in televisione i bombardamenti della Nato. E, ancora una volta, abbiamo pensato che tutto sommato non era un gran problema".
"Ora però paghiamo il prezzo di questo disinteresse e di questa stupida avventura: tutto il Mediterraneo è destabilizzato". Lo scotto più grande di questa partita è infatti la presenza di Isis diventato "una minaccia enorme soprattutto per l'Italia e per la Francia, oltre che per il Maghreb". Tutto cambia quando nell'ottobre del 2014 quando Isis proclama la sua provincia in Libia, alla ricerca di nuovi spazi fragili e instabili da attaccare e in cui installarsi, come un tumore che vaga alla ricerca di cellule da divorare. "Quell'arrivo però non avrebbe dovuto coglierci di sorpresa come invece ha fatto". Perché è il risultato di decisione prese ben prima dell'ultima notte del rais. La Libia è il risultato di uno "sbaglio storico dell'Occidente". Cui - secondo Yasmina Khadra - si può rimediare in un solo modo: "Non ci rimane che inviare le truppe di terra. Altrimenti come possiamo pensare di cacciare terroristi, liberare i territori contaminati e permettere alle persone di riprendere una vita normale?".

 

Siria: Obama chiama Putin "basta bombe"

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di Alberto Flores D'Arcais

 

La Repubblica, 15 febbraio 2016

 

Colloquio "distensivo" sulla Siria. Il senatore repubblicano McCain: "Quella dei russi è una trappola" Medvedev replica: "Assad legittimo presidente". Damasco: "La Turchia ci attacca". Ankara colpisce i curdi. Basta bombardamenti contro i ribelli "moderati" in Siria. In un clima da nuova "guerra fredda", con la Casa Bianca sempre più in difficoltà di fronte ai "muscoli" di Putin e alla ritrovata baldanza del dittatore Assad, Barack Obama sabato sera ha alzato il telefono chiamando direttamente il presidente russo: "Per discutere le decisioni e gli accordi" presi a Monaco l'11 febbraio, ma soprattutto per provare a fermare i caccia di Mosca. Invece di attaccare le postazioni dell'Is, l'offensiva russa (in appoggio alle truppe lealiste di Assad) ha come obiettivo i ribelli "moderati" (o ritenuti tali) e ha già avuto come conseguenza il massacro di civili nell'area di Aleppo e una massiccia ondata di profughi verso la Turchia.
Ennesima dimostrazione, dicono i critici di Obama (e la maggioranza degli americani) di una strategia fallimentare sulla Siria. Il presidente ha enfatizzato "l'importanza che la Russia abbia un ruolo costruttivo", ponendo fine alla campagna aerea "contro le forze dell'opposizione moderata in Siria", rendendo "concreto e rapido" l'accesso umanitario alle zone assediate in Siria e avviando "una cessazione delle ostilità sull'insieme del territorio siriano". Il comunicato della Casa Bianca è di poche righe e si conclude con un "i due presidenti si sono messi d'accordo per restare in comunicazione in merito all'importante lavoro del Gruppo di sostegno per la Siria" - e nasconde la vera preoccupazione dell'amministrazione Usa su cosa fare nel caso il fragile cessate-il-fuoco non dovesse tenere. Il segretario di Stato Kerry si era spinto a minacciare Assad ("siamo pronti a far intervenire truppe di terra"), ma tutti sanno fin troppo bene che Obama farà di tutto per evitare di essere coinvolto in una nuova offensiva di terra nel suo ultimo anno di mandato.
In questa situazione il dialogo con Putin diventa l'ultima possibilità che ha la Casa Bianca per non abbandonare la Siria in mano ai russi, ad Assad e a possibili interventi della Turchia e dell'Arabia Saudita. Un dialogo che John McCain - senatore repubblicano sconfitto da Obama nel 2008 - invita a rifiutare per non cadere nell'ennesima trappola del presidente russo. "L'accordo che abbiamo concluso a Monaco non servirà ad altro che a permettere l'ennesima aggressione militare russa". E quasi come una replica arrivano le parole del premier russo Medvedev: "Piaccia o non piaccia Assad è il legittimo presidente, se lo cacciamo la Siria finirà come la Libia". La Russia è sotto attacco da più fronti: ieri il ministro degli Esteri britannico Philip Hammond ha detto che "c'è solo un uomo sulla Terra che può mettere fine alla guerra civile in Siria con una sola telefonata e questo uomo è Putin", mentre diverse cancellerie ritengono che Mosca stia volutamente facendo crescere il flusso di profughi verso la Turchia da Aleppo per mettere pressione sull'Europa.
Intanto, la Casa Bianca di Obama deve fare i conti anche con l'altro fronte caldo aperto da Turchia e Arabia Saudita, due suoi stretti alleati nella regione. I caccia di Ankara che bombardano le zone curde hanno provocato la reazione della Francia ("stop immediato ai bombardamenti") ma Ankara non ha intenzione di fermarli: secondo Damasco anzi, sarebbe responsabile anche dello sconfinamento di truppe di terra in Siria. E l'arrivo nella base turca di Incirlik degli aerei da guerra dell'Arabia Saudita che minaccia di inviare anche truppe di terra, rende tutto più complicato.

 

Siria: Staffan De Mistura "domani partono gli aiuti umanitari alle città accerchiate"

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di Vincenzo Nigro

 

La Repubblica, 15 febbraio 2016

 

L'inviato Onu De Mistura: "Vertice di Monaco determinante: ora lavoriamo per arrivare a una tregua". Il vertice, le riunioni di Monaco si sono chiuse sabato notte, l'inviato Onu Staffan De Mistura è rientrato a Ginevra, da dove sta negoziando un passo delicatissimo: la partenza dei convogli umanitari che devono entrare in Siria.
"Noi stiamo facendo tutto il necessario, gli approntamenti del materiale e i contatti con le parti per far partire i convogli, che entro martedì al massimo partiranno per raggiungere città e villaggi siriani sotto assedio. Per ora Aleppo non è prevista, ma stiamo discutendo anche di questo, in quella città la situazione è complessa. Voglio intanto ringraziare John Kerry e Sergey Lavrov perché nonostante le grandi differenza fra Stati Uniti e Russia, nonostante quello che appare nelle dichiarazioni, nella "guerra di interviste", i due leader hanno dimostrato che hanno ben chiara la drammaticità della situazione in Siria. A Monaco sono stati seduti per ore, a negoziare con le delegazioni su cui hanno influenza, per convincere Iran o Arabia Saudita, Turchia o Qatar che bisogna ridurre la violenza, fare entrare gli aiuti in Siria e permettere poi di avviare veri negoziati politici. Kerry e Lavrov sanno di cosa parlano e sono in grado di onorare gli impegni. Perché poi c'è il terzo punto: avviare una cessazione della violenza, che apra la strada a una tregua generalizzata. Chi vuole la pace deve iniziare a dimostrarlo sul terreno".

 

Ma come giudica le accuse che le parti si scambiano dopo l'accordo?
"L'accordo di Monaco è un fatto nuovo, e va tenuto separato dalle dichiarazioni pubbliche, quelle per la tv e i giornali. Questa non è una "dichiarazione", una "invocazione di pace": sono impegni concreti che le parti hanno preso e che potranno essere misurati. Le parti che hanno firmato adesso devono "consegnare la merce". Non è la pace immediata in Siria, ma uno dei primi segnali seri che le cose possono cambiare. Da un punto di vista di tecnica negoziale quando abbiamo interrotto i colloqui indiretti di Ginevra a 2 giorni dall'inizio lo abbiamo fatto perché con il segretario generale dell'Onu avevamo concordato di non coprire colloqui messi in piedi per perdere tempo. Non faremo dei "negoziati sui negoziati". La nostra idea è che ogni passaggio debba essere avviato verificando che gli impegni presi siano stati rispettati. Per arrivare ai colloqui di Ginevra ci sono stati una risoluzione del Consiglio di sicurezza e più riunioni del format Vienna: era stato chiesto di attuare azioni nel settore degli aiuti e dei cessate- il-fuoco: era stato fatto a Ginevra e quanto abbiamo chiestoa Monaco".

 

La Russia sta aiutando?
"La Russia è uno fra i paesi più importanti ad aver preso impegni al tavolo di Monaco. Mosca ha molta influenza su Assad, sul governo siriano ed è presente militarmente sul teatro di guerra. Quindi se parliamo di "cessazione delle ostilità" anche Mosca deve dare il suo contributo: ma non soltanto Mosca, tutti devono farlo, e ognuno deve convincere i gruppi su cui ha influenza".

 

Arabia Saudita e Turchia dicono di essere pronte a schierare truppe di terra, i ribelli dicono che mai tratteranno con Assad, lui invece dice che vuole riconquistare tutta la Siria...
"C'è un'inevitabile foga declaratoria, fatta di proclami per il proprio pubblico e per gli avversari. E poi c'è la sostanza: verificheremo se i partner più importanti e decisivi saranno in grado di metter pressione sui più riottosi e far avanzare gli impegni sanciti dalla risoluzione 2254 e dallo statement di Monaco. In Siria qualcuno può vincere delle battaglie in più o in meno, ma non c'è una vittoria militare chiara e definita, perché lo scenario è così caotico e frammentato che bisogna iniziare a rimettere a posto i pezzi del disastro, non continuare a fare a pezzi un paese già devastato".

 

Messico: nelle carceri che "scoppiano" il grande affare dei narcos

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di Virginia Negro

 

La Repubblica, 15 febbraio 2016

 

La strage del carcere di Topo Chico, Nuevo Leon. Giusto alla vigilia del viaggio di Papa Francesco nel paese centroamericano, gli scontri tra i cartelli della droga provocano 49 morti dentro il reclusorio nella città di Monterrey. Alla vigilia della visita pontificia in Messico, lo stato di Nuevo Leon è stato teatro del più grande massacro della storia penitenziaria del paese. Il carcere di Topo Chico nella città di Monterrey si è trasformato nello scenario di una battaglia tra due carteles, Los Zetas e il cartel del Golfo, che ha mietuto 49 morti e 12 feriti. Nuevo Leon non è nuovo a queste vicende, già nel 2012 il numero dei morti nel reclusorio di Apodaca era arrivato a 44. Il Commissario nazionale della sicurezza, Renato Sales Heredia ha detto al quotidiano La Jornada che i fatti di Topo Chico hanno portato alla luce le mancanze dell'intero sistema penitenziario nazionale, dove il problema del sovraffollamento è enorme: 176 mila posti per 224 mila reclusi, secondo dati della Segreteria del Governo. Storie di violenza, vere e proprie guerre interne che negli ultimi 10 anni hanno fatto più di 300 vittime: nel 2012 nel carcere di Altamira, Tamaulipas, persero la vita in 13 per una rissa tra bande rivali; nel 2013 a Durango un tentativo di fuga terminò in una strage con 24 morti, e la lista è molto lunga...Un'istituzione, quella penitenziaria, che si converte in istanza delittuosa, in cui confluiscono ingiustizia, corruzione, disuguaglianza, disprezzo per la vita, e dove la criminalità si rinnova.
Delitto e castigo: la mancata funzione rieducativa del sistema penitenziario. Eppure l'articolo 18 della Costituzione messicana è una delle pietre miliari del moderno diritto penale internazionale. Sulla carta i governi federali articolano il sistema penale sulla base di trattamenti tesi alla rieducazione del condannato. Le istituzioni sono obbligate a fornire al recluso l'educazione fino alla scuola dell'obbligo, un aiuto al reinserimento lavorativo e un accompagnamento spirituale. Dunque si parla di riabilitazione, e non di castigo. Purtroppo la realtà è un'altra, e troppo spesso le carceri sono luoghi in condizioni deplorevoli, avvolti da uno stigma sociale che non facilita un cambio.
Sovraffollamento e poco personale specializzato. La piaga del sovraffollamento provoca un annichilamento degli spazi fisici necessari alla scolarizzazione, o alla possibilità di lavorare. Un problema che deriva dalla carenza di strutture adeguate, ma anche da un sistema giudiziario che prevede un uso smisurato dell'istituzione carceraria, quasi il 50 per cento della popolazione reclusa è in attesa della sentenza del processo (fonte Comisión Nacional de los Derechos Humanos, Cndh). Il direttore della Codhem, la Commissione dei Diritti Umani del Estado de Mexico, Baruch Delgado Carbajal, spiega come il sovraffollamento violenta i diritti umani dei carcerati e mette a rischio l'intero sistema penale. Ricorda inoltre come la direzione generale di prevenzione e inserimento sociale dello stato ha dovuto rinforzare i suoi protocolli di vigilanza dopo il caso della morte di un detenuto e la vendita di alcool in vari penitenziari. Un' ulteriore questione è la mancanza di risorse tecniche, infatti il personale specializzato è pochissimo e il suo salario infimo. Nel caso di Topo Chico le guardie del reclusorio sono solo 250, mentre gli standard internazionali ne prevedono almeno 380: una per ogni dieci persone.
Il sistema penitenziario e il crimine organizzato. Secondo il Cndh, urge rivedere quali delitti debbano implicare la pena carceraria, e mette in guardia sull'uso della prigione preventiva. Mentre, secondo l'analisi della Cndh, il carcere viene usato come strumento per fronteggiare la dilagante insicurezza senza distinguere i gradi di gravitá di un delitto. Il Centro Nazionale per I Diritti Umani avverte che sono necessarie misure per trasformare le prigioni in luoghi che rappresentino uno stato di diritto, e non in un caos regolato dallo stato d'eccezione. Purtroppo invece questi spazi si mostrano dei limbi dove può accadere davvero di tutto. È il caso di Piedras Negras, un penitenziario di Saltillo dove, secondo una ricerca della Procura Generale dello Stato, tra il 2008 e il 2011 più di 150 persone sono state uccise da cellule del crimine organizzato, trasformandosi da prigione a cimitero clandestino, utilizzato dai narcos per far scomparire di volta in volta i nemici.
Chi sono le vittime della violenza? Paradossalmente, afferma la sociologa argentina Pilar Calveiro, la guerra al crimine organizzato ricorre ad una riorganizzazione giuridica e penitenziaria che porta ad aumentare invece che a diminuire il numero dei reclusi, e lo fa innalzando la pena dei delitti minori. In un contesto di estrema polarizzazione sociale ed economica come quello messicano, la violenza strutturale e repressiva istituzionale ricade in forma massiva sui più pregiudicati dall'iniquità distributiva: i poveri. Nel suo testo Violenza di Stato, l'accademica si chiede chi sia la popolazione carceraria se chi è a capo delle reti mafiose continua ad operare con successo. Secondo Calveiro sono i rei di delitti minori - a dimostrarlo una popolazione con un altissimo indice di recidività - insieme ad un'enorme massa ancora in attesa di giudizio. Come da manuale, sono dunque i più poveri a cadere dentro questo dispositivo, diventando vittime dei narcos, o perché utilizzati come bassa manovalanza criminale o perché minacciati dalle stesse bande e costretti a pagare un pizzo per non essere picchiati, sequestrati o uccisi.
La realtà delle carceri femminili. Le realtà delle carceri femminili è differente: in una società altamente machista come la messicana, l'uomo continua ad essere il pater familias anche da galeotto e, grazie al giro di denaro prodotto dalle attività criminali all'interno delle case di reclusione - come la vendita di droga, l'estorsione etc. - spesso è in grado di continuare a mantenere economicamente la sua famiglia. Le carcerate invece spesso soffrono l'abbandono da parte dei familiari, che smettono avere contatti con loro; allo stesso tempo però nei reclusori femminili non ci sono lotte di potere del crimine organizzato.
La storia "positiva" di Tzeltal, sposa a 13 anni. Questo permette di dare alla luce anche a storie "positive", come quello dell'indigena Tzeltal Juana, che, accusata dell'assassinio dello suocero, entrò in una prigione del Chiapas nel 2002, dove ha imparato a leggere e a scrivere, cosa che nella sua comunità d'origine le era stata negata in quanto donna. La storia di Tzeltal è quella di altre centinaia di indigene vittime di una violenza machista strutturale: sposa-bambina all'età di tredici anni, picchiata dal marito, che non ha mai denunciato perché le percosse sono cosi comuni da essere normalizzate, o addirittura naturalizzate. Dopo essere rimasta vedova, venne prima violentata e poi minacciata di morte dal suocero: la sua legittima difesa le sta costando 25 anni.
Un progetto di alfabetizzazione e reinserimento lavorativo. Nel 2009 Tzeltal conobbe nel penitenziario di San Cristobal la sociologa spagnola Patricia Santos, che coordina da anni un progetto che ha permesso a 54 indigena di ottenere un diploma della Unicach, L'Università del Chiapas. Queste donne seguono un corso di alfabetizzazione, per poi assistere ad un programma scolastico di 13 mesi che prevede anche un reinserimento lavorativo. Per esempio, Lupita, un'indigena accusata dell'omicidio del marito, si occupa a tempo pieno della mensa universitaria della Facoltà di Scienze Sociali dell'università.
Esperimenti che sono ancora oasi nel deserto, mentre lo stato di ingovernabilità delle carceri messicane mostra il volto di un paese che si affanna nel tentativo di recuperare un minimo di legalità, quando sempre più spesso sembra che a governare sia solo la legge del più forte. A seguito del nuovo modello previsto di apertura delle celle (minimo 8 ore), gli agenti sono costretti a rimanere all'interno della sezione o all'interno dello stesso gabbiotto, che però non offre nessuna via di fuga in caso di eventi critici.
A questo punto ci domandiamo se un istituto di questa portata, con tipologie di detenuti vari (presenti anche i 41 bis), possa garantire sicurezza visiva nelle ore notturne, vista la mancanza di impianti di illuminazione. Quale sono poi i provvedimenti urgenti che l'amministrazione intende mettere in campo per risolvere un problema? E soprattutto quanto tempo bisogna aspettare perché si risolva il tutto?".

 

Egitto: annullata condanna del poliziotto per la morte dell'attivista Shaimaa El-Sabbagh

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di Monica Ricci Sargentini

 

Corriere della Sera, 15 febbraio 2016

 

Shaimaa El-Sabbagh era stata uccisa il 24 gennaio del 2015 mentre manifestava nei pressi di Piazza Tahrir alla vigilia del quarto anniversario della rivoluzione. Shaimaa El-Sabbagh è morta e non avrà giustizia. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna a 15 anni di reclusione inflitta ad un agente di polizia riconosciuto colpevole della morte dell'attivista socialista disarmata, uccisa l'anno scorso durante un pacifico corte al Cairo e divenuta un'icona della repressione delle manifestazioni in Egitto. "Il nostro sangue non vale niente" si lamentano gli egiziani. Ma i giudici non hanno tenuto conto dell'indignazione che la loro decisione avrebbe provocato nel Paese hanno ordinato un nuovo processo presso un altro tribunale.
Quel maledetto 24 gennaio 2015, alla vigilia del quarto anniversario della rivolta contro il regime di Hosni Mubarak, Shaimaa, 32 anni, si accascia all'improvviso mentre sfila tra i manifestanti, colpita da qualcosa. Un uomo cerca di sorreggerla, ha il volto terreo, non capisce quel che sia accadendo. Il corteo era stato organizzato dal Partito dell'Alleanza popolare socialista egiziana di cui la donna era una dei dirigenti e stava sfilando nei pressi di piazza Tahrir. Secondo l'Autorità di medicina legale Shaimaa è morta per proiettili di gomma sparati da otto metri di distanza che l'hanno raggiunta alla schiena procurandole un'emorragia interna, lesioni cardiache e polmonari.
La condanna - Lo scorso marzo il luogotenente Yassin Hatem Salah Eddin è stato accusato di "azione che ha portato alla morte", una sorta del nostro omicidio preterintenzionale L'agente avrebbe colpito la donna, che ha lasciato un bimbo di 6 anni, mentre cercava di disperdere la protesta. Lo scorso giugno è stato condannato a 15 anni di carcere ma ha presentato ricorso vincendolo nel secondo grado di giudizio dell'ordinamento egiziano (la Cassazione).
Figlia dell'Egitto - Il presidente al-Sisi, per calmare le accuse di repressione e violenza da parte delle forze di polizia, aveva definito Shaimaa "sua figlia" e "la figlia di tutto l'Egitto" promettendo che i killer sarebbero stati presi. La sua morte aveva messo in evidenza che la draconiana legge egiziana che limita il diritto a manifestare non colpisce solo i Fratelli musulmani, dichiarati terroristi, ma di fatto anche altre formazioni legittime. Dal luglio del 2013, quando il presidente Morsi è stato deposto, 100 poliziotti sono stati accusati di aver ucciso dei civili ma sono stati tutti prosciolti.

 
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