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Giustizia: per Giovanni Scattone il tribunale ha detto 5 anni... il popolo ha detto ergastolo

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di Angela Azzaro

 

Il Garantista, 11 settembre 2015

 

Da ieri possiamo dormire sonni meno tranquilli. In Italia la condanna non viene decisa da un tribunale, con tre gradi di giudizio, la valutazione delle prove, un'accusa e una difesa. Viene decisa dal popolo che dello Stato di diritto se ne frega.

E così che Giovanni Scattone, dopo le polemiche per l'assegnazione di una cattedra, ha deciso di lasciare. Ha rinunciato al posto e - parole del suo avvocato - si trova ora in mezzo a una strada: "Se la coscienza - ha scritto all'Ansa - mi dice di poter insegnare, la mancanza di serenità mi induce a rinunciare all'incarico".

Scattone insieme a Ferraro è stato condannato a 5 anni e 4 mesi per l'omicidio colposo di Marta Russo, uccisa da un colpo di pistola nei giardini della Sapienza. Era il 1992. Scattone si è sempre dichiarato innocente. Ma ha comunque pagato i suoi conti con la giustizia e ha poi cercato di rifarsi una vita. Come è normale. Come è giusto che sia. Come, soprattutto, recita la Costituzione all'articolo 27, quando indica nella pena non uno strumento di vendetta ma di rieducazione. Scattone c'ha creduto, ha vinto il concorso per avere una cattedra e grazie alle nuove assunzioni ha ottenuto il posto. Ma non aveva fatto i conti con qualcosa che la Costituzione non dice, che la civiltà dovrebbe ostacolare. Non ha fatto i conti con la vendetta, l'idea che se hai sbagliato non potrai mai e o poi mai ritornare nel consesso umano e civile.

Scattone nella lettera in cui rinuncia alla cattedra ha scritto parole durissime. Ha detto che gli si vuole impedire una vita da cittadino normale e che quello che è accaduto non è degno di un Paese civile. La sua decisione di lasciare è di fatto una sconfitta di tutti noi, la sconfitta di chi davvero pensa che la società, la civiltà che abbiamo costruito, siano abbastanza forti da permettere a una persona, che ha sbagliato, di pagare il suo debito e di riprendere a vivere.

Qui sta l'ipocrisia. Perché in realtà questa idea non vale più. Si applicano le norme, ma poi vince ormai la cultura della vendetta, dell'occhio per occhio, dente per dente. Se una persona ha sbagliato, è bollata a vita, è condannata a vita. Il processo che ha condannato Scattone e Ferraro è stato uno dei primi basati principalmente su indizi e non su prove. È stato cioè uno dei primi grandi processi mediatici, dove ha contato più la pressione popolare che lo Stato di diritto. Da qui quella sentenza a metà, quei 5 anni e 4 mesi per omicidio colposo come se i giudici avessero, nel dubbio, deciso di infliggere il minimo indispensabile.

Nel dubbio, si sa, si dovrebbe assolvere. Ma erano troppe le pressioni, troppa l'attenzione di giornali e tv per non dare loro in pasto un colpevole. Comunque sia andata, la Cassazione nel 1997 ha deciso per una condanna definitiva a 5 anni e 4 mesi. La condanna è stata scontata. Il popolo urlante, però, dice che non basta. L'obiezione più diffusa è che così si manca di rispetto ai genitori di Marta Russo. Loro hanno perso una figlia, mentre Scattone può insegnare.

Confutare questo discorso è centrale. Dirimente. Perché se ci affidiamo a questo ragionamento davvero possiamo chiudere i tribunali, stracciare il codice penale, dare fuoco alla Costituzione. La terzietà del giudice rispetto al dolore dei parenti della vittima o della vittima stessa è fondamentale per non ricadere nella vendetta, in una società che non ha fiducia nel cambiamento delle persone. Non dando una seconda possibilità a Scattone è come se dicessimo che l'essere umano non cambia, che la rieducazione è una utopia, che l'unico modo che abbiamo per garantire il rispetto della vita è quello di vendicarci contro chi sbaglia.

Non dando una seconda possibilità a Scattone, non stiamo dando una possibilità a noi, alla società di cui facciamo parte per uscire dal clima di odio e di livore che si stanno affermando. Ecco perché sarebbe bello che Scattone, come auspicato anche dal suo avvocato, Giancarlo Viglione, cambiasse idea e non si facesse intimorire da chi oggi lo perseguita.

 

Giustizia: un paio di osservazioni non di pancia sullo "scandalo" del professor Scattone

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di Leone Grotti

 

Tempi, 11 settembre 2015

 

Scattone ha diritto a insegnare perché ha scontato la sua pena per omicidio e ha vinto un concorso. Se proprio bisogna indignarsi, non è lui il bersaglio giusto. La notizia, diffusa ieri dal Corriere della Sera, ha scatenato un mare di polemiche e un fiume di indignazione. Ed è in parte comprensibile.

L'omicidio e la pena. Scattone, infatti, nel 2003 è stato condannato in via definitiva a 5 anni e tre mesi di carcere per omicidio colposo. Nel 1997 l'uomo, che non ha mai riconosciuto la sua colpevolezza, era assistente di Filosofia del diritto alla Sapienza di Roma e uccise a colpi di pistola una studentessa di 19 anni, Marta Russo. Dopo aver scontato la pena, Scattone ha ripreso a svolgere la sua attività di docente e nel 2012 ha vinto il concorso per insegnare Filosofia e Scienze umane nei licei.

La rabbia dei genitori. Quest'anno, dopo aver svolto alcune supplenze, in forza del concorso vinto e delle assunzioni in ruolo previste dalla Buona Scuola (ma sarebbe entrato comunque per il turnover), tornerà a insegnare. I genitori di Marta Russo, Aureliana e Donato, sono comprensibilmente addolorati e perplessi: "Ai miei tempi per diventare di ruolo bisognava presentare il certificato del casellario giudiziale e bisognava fosse pulito", afferma Donato al Corriere della Sera. "Ma oggi a quanto pare è cambiato tutto. Oggi anche un assassino può fare l'educatore".

"La legge è la legge". Delusa anche la madre Aureliana: "Se Scattone ha vinto un concorso ha diritto a ricoprire quel ruolo ed è giusto pure che dopo aver scontato la sua condanna si sia rifatto una vita, ma di certo era meglio se avesse fatto un altro lavoro ed era anche meglio se la Cassazione non gli avesse revocato l'interdizione dai pubblici uffici. Ma la legge è la legge e noi la osserviamo".

Nelle parole della mamma di Marta Russo viene data voce a due concetti molto importanti per affrontare e circoscrivere l'indignazione profusa a piene mani da tutti i giornali e le televisioni.

Problema giuridico. Il primo è di carattere giuridico. Giovanni Scattone è stato condannato per assassinio, ha scontato la sua pena e per la società è riabilitato. Di conseguenza, ha tutto il diritto di lavorare, anche nella scuola pubblica. I genitori sono arrabbiati perché non "ci ha mai chiesto perdono", e questa rabbia è più che comprensibile, ma non basta per impedirgli di cercarsi un impiego, come del resto la stessa mamma di Marta Russo con grande coraggio afferma: "È giusto che si sia rifatto una vita". Al limite, ci sono problemi che afferiscono alla moralità del soggetto, ma non sta allo Stato né alla legge farsene carico.

Problema pratico. Il secondo problema è di natura pratica. Quale genitore vorrebbe che suo figlio avesse come insegnante un uomo condannato per l'assassinio di una studentessa? Probabilmente nessuno. E quale preside, se potesse scegliere, assumerebbe un professore con i precedenti penali di Scattone? Quasi certamente nessuno. Non sta certo a noi giudicare Scattone, al massimo si può discutere sulle ragioni che lo hanno spinto a non cambiare mestiere. Ma non è questo il punto.

Sistema scolastico. Il sistema scolastico italiano, incessantemente difeso da politici, giornali e sindacati, non permette ai presidi di scegliere i propri insegnanti. Tutto deve essere formale, procedurale e rigorosamente "neutrale". I test approntati dal Miur per vincere i concorsi non prevedono in alcun modo la selezione del personale e non valutano le attitudini e motivazioni del docente, o altre qualità, ma solo la sua preparazione teorica. Ogni volta che qualcuno ha provato a cambiare questo sistema è stato subissato di insulti e attaccato con le peggiori accuse.

Risposta sbagliata. Ecco perché l'indignazione fomentata dagli organi di informazione è indirizzata nel canale sbagliato. Scattone ha vinto un concorso e ha il diritto di insegnare. Se proprio bisogna indignarsi, non è Scattone il bersaglio giusto: "Dicono che è uno scandalo che faccia l'educatore?", ha dichiarato lui stesso sempre dal Corriere.

"La verità è che un altro lavoro, diverso dall'insegnante, io lo farei volentieri. Solo che a quasi 50 anni faccio fatica a trovarlo". E ancora: "Però sono stufo di queste polemiche, ogni anno è la stessa storia e ormai sono dieci anni che insegno nei licei". Condannare per tutta la vita un uomo per gli errori che ha commesso, e per i quali ha già pagato, è la risposta sbagliata al problema sbagliato in un sistema scolastico sbagliato.

 

Giustizia: Casamonica è un boss sebbene incensurato, in Campidoglio le oche starnazzano

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di Pino Nicotri

 

Italia Oggi, 11 settembre 2015

 

Nell'incauta terminologia si è avventurato, con Casamonica, persino il prefetto Gabrielli. Il tormentone dell'estate continua. Quando si pensava che finalmente del funerale romano di Vittorio Casamonica non si parlasse più, ecco che le polemiche riprendono con violenza degna di miglior causa grazie al botto di Porta a Porta che, ospitando la figlia Vera e il nipote Vittorino del caro estinto, ha totalizzato più telespettatori anche di quando l'ospite del salottino di Bruno Vespa è stato il primo ministro Matteo Renzi.

Il presidente del Pd, Matteo Orfini, il Pd romano, l'assessore alla Legalità del Campidoglio Alfonso Sabella, Beppe Grillo, il coordinatore nazionale di Sinistra Ecologia Libertà (Sel) Nicola Fratoianni, il sindaco di Roma Ignazio Marino e anche il suo angelo custode e controllore per conto del governo, vale a dire il prefetto di Roma Franco Gabrielli: tutti appassionatamente prima contro il funerale e ora contro Vespa, reo di avere fatto bene il proprio mestiere, che è quello del giornalista e non del propagandista contro o a favore di qualcuno.

Il funerale di Casamonica è diventato una sorta di marcia su Roma, la sua famiglia e il suo numeroso clan di "romanì", cioè di rom o zingari che dir si voglia, sembrano novelli Galli che, guidati da Brenno, hanno invaso Roma. Le oche del Campidoglio si sono scatenate di nuovo per impedire la nuova invasione. Il prefetto Gabrielli è arrivato di dire che i Casamonica "la pagheranno" e non ha saputo resistere alla tentazione di definire boss il neo defunto.

Poiché però questi è morto incensurato, chiamarlo boss equivale a dire che, per farla sempre franca, si è comprato qualcuno in polizia, carabinieri, guardia di finanza e magistratura giudicante. Beh, ma allora fuori i nomi degli uomini in divisa e dei magistrati corrotti! Processarli subito e licenziarli in tronco. Altrimenti siamo alla notte nera in cui tutti i gatti sono neri e tutti possono insinuare qualunque cosa contro chiunque.

Il prefetto Gabrielli non si rende conto che, per esempio, così legittima ex post chi sulla sola base delle carte del dossier Mitrokhin, accusava i vertici dell'allora Partito Comunista Italiano di essere spie dell'allora Unione Sovietica? Per non parlare di Massimo D'Alema e Telekom Serbia, ecc.

Ma è serio che un banale funerale, pacchiano ma celebrato comunque in modo ordinato, senza incidenti né morti né feriti, tenga banco per settimane e settimane come se si trattasse di uno tsunami? Funerale scandaloso, ma scandaloso perché?

Scandaloso perché gli zingari Casamonica hanno usanze diverse dalle nostre e celebrano un funerale molto più chiassoso dei nostri? Funerali con il cocchio a 6, 8 e anche 10 cavalli sono stati celebrati anche a Milano, Torino, ecc., e nessuno ha mai reclamato. Forse per Casamonica non dovevano essere usati cavalli, ma asini o muli? Scandaloso perché un elicottero ha lanciato sulla folla petali di rosa, accolti dal coro dei moralisti e salvatori della Patria come se fosse napalm?

Mentre si strillava contro i petali di rosa piovuti dal cielo ci sono state in Europa altre due o tre stragi dovute alle solite e inutili acrobazie di aerei militari: ma nessuno ha reclamato. Scandaloso perché il defunto è stato accompagnato dalla musica della colonna sonora del film Il Padrino? Ma come? Il film Il Padrino è sempre stato acclamato come un capolavoro nonostante una certa glorificazione della mafia, e dei suoi omicidi, e ora si accusano di mafiosità i Casamonica perché, per accompagnare il loro capo (non boss, please) verso l'Aldilà ne hanno scelto la musica che tanto piaceva al loro capo clan?

Il Tg1 ha affermato che la chiesa di don Bosco dei funerali di Casamonica "è la stessa dove sono stati celebrati i funerali del boss della banda della Magliana, Enrico De Pedis", peraltro morto anche lui incensurato. Ma i funerali di De Pedis sono stati celebrati in tutt'altra chiesa, quella di S. Lorenzo in Lucina: a non meno di 10 chilometri dall'altra. Botte in testa a Vespa e silenzio su errori così clamorosi?

 

L'effetto aggravante può impedire la messa alla prova

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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 11 settembre 2015

 

Corte di cassazione, Sesta sezione penale, sentenza 10 settembre 2015 n. 36687.

Più difficile ottenere la messa alla prova. Il limite di pena per potere usufruire del beneficio alternativo alla detenzione può essere superato anche per effetto di un'aggravante. Può non contare cioè il rispetto del tetto dei 4 anni di pena massima edittale quando è contestata la circostanza. Lo sostiene la Corte di cassazione n. 36687 depositata ieri, con la quale prende corpo un differente orientamento rispetto a quanto affermato dalla stessa Cassazione solo pochi mesi fa. In febbraio, infatti, la sentenza n. 6453 precisò che, per la definizione dei reati compresi nel perimetro della probation, l'unico riferimento è al massimo della pena prevista per la fattispecie base. "prescindendo dal rilievo che nel caso concreto potrebbe assumere la contestazione di qualsivoglia aggravante, comprese quelle ad effetto speciale".

Una linea da cui però adesso la pronuncia dichiara di volersi discostare perchè poco rispettosa del principio di sistematicità definito dagli articoli del Codice di procedura penale in materia di determinazione della pena (articoli 4, 278, 379 e 550). Criteri che devono trovare applicazione anche per quanto riguarda la messa alla prova.

In questa prospettiva, determinante è la necessità di applicare, se si vuole rispettare il criterio quantitativo, soprattutto l'articolo 550, richiamato dalla norma che disciplina la messa alla prova (articolo 168 bis del Codice penale), che a sua volta richiama l'articolo 4 dove si prevede che si fa riferimento alla pena stabilita dalla legge per ciascun reato consumato o tentato, cioè alla pena edittale.

Viene però contestualmente stabilito che non si tiene conto della continuazione, della recidiva e delle circostanze del reato, colmando in questo modo una lacuna determinante per l'applicazione dell'istituto, ma poi stabilendo che si deve tenere conto, sempre per la determinazione della pena, delle aggravanti per le quali la legge prevede una specie di pena diversa da quella ordinaria e di quelle a effetto speciale.

"Il sistema - osserva la Corte - ha così una sua completezza e coerenza, rispettando la logica complessiva della legge di rendere applicabile la messa alla prova per tutti quei delitti per i quali si procede a citazione diretta a giudizio davanti al giudice unico.

In conclusione, afferma la sentenza, l'articolo 168 bis sulla messa alla prova riproduce integralmente il "perimetro normativo" previsto dall'articolo 550, commi 1 e 2, del Codice di procedura penale per individuare i delitti per quali può essere richiesta la sospensione del giudizio. In questo senso, il criterio qualitativo viene caratterizzato nella direzione di stabilire con la norma i delitti per i quali non rileva che la pena sia stabilita anche da aggravanti con pena diversa da quella ordinaria e da quelle a effetto speciale.

Respinto così il ricorso di un extracomunitario imputato di "lesioni aggravate commesse al fine di eseguire il delitto di resistenza aggravata": avere commesso le lesioni per eseguire il reato di resistenza configura proprio, nella lettura del tribunale di Rimini, poi confermata dalla Cassazione, un'aggravante a effetto speciale. L'uomo aveva chiesto di accedere alla messa alla prova, ma il tribunale, considerando che, con l'aggravante, la pena avrebbe raggiunto i 4 anni e 6 mesi di reclusione e dunque superato il tetto fissato dalla legge, aveva rigettato la sua istanza.

 

Il licenziamento successivo non esonera dal "mantenimento"

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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 11 settembre 2015

 

Corte di cassazione - Sezione VI penale - Sentenza 10 settembre 2015 n. 36669.

Il licenziamento e la limitazione della libertà personale del coniuge obbligato al mantenimento non gli evitano la condanna per violazione degli obblighi di assistenza familiare se sopravvenuti alle violazioni. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza 36669 bocciando il ricorso di un uomo già ripetutamente condannato per il medesimo reato.

La Corte di appello. La Corte di appello di Palermo, in particolare, aveva evidenziato che dopo la separazione del 2003, sebbene il coniuge continuasse a svolgere l'attività di carpentiere, "aveva totalmente omesso di corrispondere gli importi dovuti alla ex a titolo di contribuzione per il mantenimento suo e della figlia minore", costringendola a ricorrere all'aiuto economico dei genitori. Mentre, nessun rilievo rivestiva il fatto che l'imputato era stato licenziato e sottoposto a detenzione domiciliare, "trattandosi di fatti accaduti in periodi successivi a quelli oggetto di contestazione".

Il ricorso in Cassazione. Questi i motivi riproposti dall'ex marito nel ricorso in Cassazione laddove ha sostenuto che "fin quando aveva conservato il posto di lavoro, aveva sempre provveduto a versare la somma pattuita in sede di separazione, cessando di fare fronte all'obbligo soltanto allorché aveva perso il lavoro ed era stato sottoposto a restrizione della libertà personale".

Per i giudici di Piazza Cavour, però, per un verso il ricorrente non ha fornito alcuna prova della regolarità dei versamenti fino al momento del licenziamento; per l'altro, decisivo, "le condizioni addotte a giustificazione dell'inosservanza degli obblighi - il licenziamento e la sottoposizione a provvedimento limitativo della libertà personale - sono sopravvenute rispetto alle accertate inottemperanze, di tal che non ricorrono le condizioni per configurare validamente l'esimente dell'impossibilità assoluta di fare fronte al pagamento dell'assegno".

 
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