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La voce di un'altra Europa oscurata dalle classi dirigenti

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di Guido Viale

 

Il Manifesto, 26 aprile 2016

 

Rifugiati. Una svolta politica finché si è in tempo. La prevedibile avanzata della destra nelle elezioni presidenziali austriache, in gran parte ascrivibile a una diffusa e fomentata fobia per i profughi, dovrebbe indurci a una riflessione. Primo, il loro arrivo è inarrestabile e destinato a crescere per decenni. Secondo, spacca la società tra chi vuole respingerli e chi accoglierli lungo una faglia profonda che non coincide con i confini tra partiti, culture politiche e classi sociali, ma le attraversa. Terzo, mette in conflitto tra loro gli Stati membri dell'Unione europea trascinandola verso la dissoluzione. Quarto, taglia la regione che gravita intorno all'Europa tra chi rivendica il più elementare dei diritti umani, quello alla vita, che il paese da cui proviene non garantisce più, e chi glielo sta negando.
Di fronte a questi fatti occorrerebbe però farsi due ordini di domande che l'establishment che governa l'Unione europea non sembra porsi. Innanzitutto, chi sono quei profughi, che cosa cercano, da dove vengono, che cosa li ha fatti fuggire dalle loro terre? Che cosa succederà se continuiamo a cercare di respingerli? E che cosa si deve fare se invece vogliamo accoglierli?
L'establishment cerca di nascondere l'incapacità di confrontarsi con queste domande dietro alla distinzione tra profughi di guerra e migranti economici, contando di potersi sbarazzare della maggior parte di loro. Una "selezione" (di cupa memoria) effettuata distinguendo i rispettivi paesi di origine tra Stati insicuri, perché in guerra, e Stati sicuri, da cui non avrebbero il diritto di fuggire.
Ma nessuno degli Stati da cui proviene la maggior parte di quei profughi è sicuro: sono tutti attraversati da conflitti armati o preda di feroci dittature. Territori diventati invivibili per le devastazioni prodotte dalla guerra, o dallo sfruttamento inconsulto delle risorse, o da un disastro ambientale, o dai cambiamenti climatici che in Africa e Medio oriente fanno sentire i loro effetti molto più che da noi.
Guerre, conflitti armati, dittature e crisi ambientali si intrecciano; sono il deterioramento o il saccheggio delle risorse locali, in larga parte riconducibili all'operato di imprese occidentali o delle economie emergenti, ad aver scatenato quei conflitti, tenuto in piedi quelle dittature, provocato quella fuga. Per questo, in realtà, sono tutti profughi ambientali: una categoria destinata a dominare il panorama geopolitico dei prossimi decenni anche se che le convenzioni internazionali non la contemplano.
È ciò di cui non tengono conto i fautori del respingimento, oggi in grande avanzata in tutta Europa, anche perché le forze di governo dell'Unione ne fanno proprie le pretese per cercare di trattenere i loro elettori: l'indecente accordo con la Turchia ne è un esempio; la barriera al Brennero un altro. Dimostrando di non sapere che cosa fare per governare il problema non fanno che alimentare la paura tra gli elettori; il che li spinge ad accrescere le misure liberticide in una spirale senza fine. Ma in che condizione precipiterà l'Europa se continuerà a cercare di respingere verso i paesi di origine o di transito, cioè verso guerre, fame e feroci dittature, chi cerca di varcare i suoi confini?
Si renderà responsabile di uno sterminio - in mare, nei deserti o nelle prigioni di quei dittatori - di centinaia di migliaia e - chissà? - milioni di esseri umani. Nessuno potrà più dire "io non sapevo", come al tempo dei nazisti: quelle cose la televisione ce le porta in casa tutti i giorni, anche se non nella dimensione e con la crudeltà con cui vengono perpetrate.
I paesi che circondano l'Europa si trasformeranno così in teatri permanenti di guerra in cui per noi europei, in pace o in armi, sarà sempre più difficile andare. Altro che turismo, sviluppo economico, cooperazione internazionale e "aiutiamoli a casa loro"! L'Europa sarà sempre di più una fortezza protetta dal filo spinato, dove si finirà per sparare per difendere i confini: non solo quelli "esterni", ma anche quelli tra Stato e Stato, perché le "infiltrazioni" avverranno comunque; e in massa.
Per gestire un regime di guerra continua, non contro un esercito, ma contro un popolo di disperati che cerca solo di salvarsi, i governi europei diventeranno sempre più autoritari e antidemocratici, impediranno con forza ogni contestazione e si metteranno in guerra anche con quella parte della propria popolazione - gli immigrati di prima, seconda e terza generazione - tra le cui fila crescerà il rancore di cui si alimenta il terrorismo. Con una popolazione destinata a invecchiare senza ricambio e senza incontri e scambi fecondi con altre culture, l'Europa si condanna così al declino politico, culturale ed economico: negando a figli e nipoti quel magro "benessere" che oggi pensa di difendere.
Certo, anche accogliere non è facile. Non basta la dedizione di decine di migliaia di volontari contro il feroce sfruttamento dei migranti da parte delle tante organizzazioni criminali a cui il governo italiano ha consegnato la loro gestione. Quei volontari sono l'avanguardia senza voce, perché coperta da quella cinica e roboante dei fautori dei respingimenti, di uno schieramento sociale alternativo che può contar già oggi su diversi milioni di sostenitori e migliaia di intellettuali, artisti e operatori cui non è stata ancora offerta la possibilità di tradurre il loro sentire in proposte politiche di ampio respiro.
Ma quelle proposte ci sono ed emergono sempre più in documenti che circolano da tempo in Europa: sono il rigetto delle politiche mortifere di austerity, la rivendicazione di un taglio agli artigli della finanza, il progetto di una svolta radicale verso la sostenibilità ambientale: energia, agricoltura, gestione delle risorse, edilizia, mobilità, istruzione. Sono i campi di una conversione ecologica in grado di creare lavoro vero, le cui finalità possano essere condivise liberamente e il cui carico venga redistributivo tra tutti coloro, sia disoccupati e occupati europei che profughi in arrivo, che vogliono contribuire a rendere l'Europa più accogliente e vivibile.
È una svolta che richiede di impegnarsi fin d'ora non solo nella sua progettazione, ma anche nella sua articolazione in mille iniziative locali, cominciando a verificarne la fattibilità, mobilitando le risorse offerte sia dal conflitto che dalla partecipazione, e coinvolgendo, possibilmente, i poteri locali. Ed è anche l'unica politica praticabile per promuovere la pacificazione nei paesi di provenienza dei profughi e una loro libera circolazione per renderli protagonisti una vera cooperazione internazionale dal basso. Contro chi fa del respingimento la sua bandiera occorre portare l'accoglienza al centro di uno schieramento sociale e politico alternativo che faccia appello sia alla ragione che al cuore. Non è un problema tra gli altri; è il centro dello scontro in atto.

 

Austria, il campanello d'allarme che dobbiamo ascoltare

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di Claudio Magris

 

Corriere della Sera, 26 aprile 2016

 

È impressionante lo straordinario successo dell'estrema destra in un Paese tranquillo, in cui le forze politiche davano tutte le garanzie di pacifica stabilità. La paura dell'immigrazione non è solo razzismo. A. E. I. O. U. Ancona. Empoli. Italia. Otranto. Udine.
Diceva ai tempi asburgici un motto imperiale: Austria erit in orbe ultima, l'Austria durerà sino alla fine del mondo, sarà l'ultimo impero a tramontare. Oggi quell'orgoglioso aggettivo sembra cambiare di significato e mettere pure l'Austria col suo aspirante pistolero attualmente vittorioso fra gli ultimi della classe, seduti in fondo con le orecchie d'asino. Certo, si può sperare che il ballottaggio bocci il leader e il partito attualmente in testa, che usurpano e insozzano un glorioso nome della politica, il sostantivo o l'aggettivo "liberale".
La Germania che abbiamo amata, diceva il titolo di un libretto in cui Croce, nutrito della grande cultura tedesca, la distingueva, nel suo valore universale, dalla rozza e sanguinaria barbarie del nazismo. Adesso potremmo e dovremmo scrivere un'analoga dichiarazione d'amore, L'Austria che abbiamo amata, e qualcuno l'ha già scritto. Del resto ogni Paese, ogni cultura, è un Giano bifronte, con una faccia di umanità e civiltà e un'altra di ottusa violenza e nessun popolo, nessuna cultura possono dare lezioni agli altri. Indubbiamente c'è stata - e c'è ancora, culturalmente - una grande Austria sovranazionale, crogiolo pure drammatico ma fecondo di genti, di lingue, di culture; culla e interprete di impareggiabile genialità della complessità e delle trasformazioni che hanno mutato il mondo e le visioni del mondo. Un'Austria pluri-nazionale - il cui sale era forse in primo luogo la contraddittoria ma incredibilmente vitale simbiosi culturale ebraico-tedesca - ammirata pure da chi l'ha combattuta, come gli irredentisti triestini; l'Austria il cui imperatore si rivolgeva "ai miei popoli".
Anche dopo la dissoluzione dell'impero la piccola Austria è stata straordinariamente ricca e vitale in ogni campo dell'arte e del sapere. Ma c'è stata ed evidentemente c'è un'Austria diametralmente opposta, torva gretta; quella che nel 1938 ha accolto tripudiante "l'invasore" Hitler, che pure la declassava a marca alpina di confine - Andreotti ricordava folle osannanti e alti prelati viennesi inneggianti al Führer in quel marzo 1938 e che ha votato in massa per l'annessione al Terzo Reich e pure fornito alcuni tra i più alacri carnefici.
Ma non è il caso di fare il processo all'Austria attuale, bensì di imparare, prima che sia troppo tardi, la lezione che essa oggi ci dà. È impressionante che lo straordinario successo dell'estrema destra abbia avuto luogo in un Paese tranquillo, in cui le forze politiche che lo hanno governato danno tutte le garanzie di pacifica stabilità: il Partito popolare cristiano-sociale è una tipica forza moderata che ha avuto e dovrebbe aver la fiducia dei cittadini giustamente amanti dell'ordine e della sicurezza e il partito socialista è completamente scevro di ogni immaturità barricadiera, di ogni prurito rivoluzionario e di ogni ingenuità sentimentale. Si tratta di due partiti che, da soli o coalizzati offrono l'immagine di una politica concreta, realista, non vagamente emotiva anche nei confronti del tremendo problema dell'immigrazione. Se sono stati sconfitti così clamorosamente, ciò significa che il pericolo di un'Europa barbarica è reale e che questo campanello d'allarme austriaco va ascoltato e non semplicemente e moralisticamente deplorato.
L'Europa di oggi sembra assomigliare progressivamente a quella degli ultimi anni Venti, con le crescenti insicurezze d'ogni genere, lo spettro e la realtà della disoccupazione, l'assenza di ogni progetto del futuro, la debolezza delle organizzazioni e istituzioni internazionali, a cominciare dall'Unione Europea. Tanti decenni fa quella crisi ha creato, in molti Paesi d'Europa, regimi terroristici, tirannici e populisti di ogni genere, mentre a Oriente si consolidava il terrore sovietico. All'origine della violenza c'è spesso la paura, come oggi la paura dell'immigrazione che pure, entro precisi ma ampi limiti, è necessaria in un'Europa sempre più vecchia e sempre più povera di figli e dunque pure di forza lavoro. La paura dell'immigrazione nasce certo da stolidi e feroci pregiudizi, che vanno combattuti e sfatati, ma anche da un problema reale, ossia dal numero dei dannati della terra, ognuno dei quali ha il diritto di vivere umanamente e non vale meno di ognuno di noi, ma il cui numero potrebbe diventare materialmente, concretamente, insostenibile, non per idioti odi razzisti ma per impossibilità oggettiva.
Conciliare la solidarietà umana e la considerazione realistica del problema sembra la quadratura del circolo. Se non sarà risolta, l'Europa di domani potrà assomigliare a quella orribile degli anni Trenta e la Vienna di queste elezioni sarà nuovamente stata, come diceva di essa tanti decenni fa Karl Kraus, un osservatorio meteorologico della fine del mondo. Non sembra probabile l'altra interpretazione di quell'antico motto latino, che diceva che all'Austria spettava il compito di governare il mondo intero.

 

La Cia vuole raccogliere dati da Twitter e Instagram

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di marco tonelli

 

La Stampa, 26 aprile 2016

 

L'agenzia ha acquisito aziende e startup specializzate nell'analisi dei post e delle foto. Dataminr, Geofeedia, Pathar e TransVoyant producono software in grado di estrarre dati da post e foto sui social, o di localizzare il luogo in cui sono inviati messaggi. È questo il core business delle quattro aziende acquistate dalla Cia attraverso il fondo di investimento Q-Tel, come ha rivelato il sito The Intercept.
L'obiettivo dell'intelligence americana è di tenere sotto controllo social network come Twitter e Instagram, perché, come ha spiegato il vicedirettore della Cia David Cohen, sono una miniera di informazioni per monitorare l'attività di gruppi terroristici come l'Isis. "Lo Stato Islamico usa i social media in modo sempre più sofisticato, e i suoi post e tweet producono informazioni vitali", aveva spiegato Cohen durante un seminario alla Cornell University nel settembre 2015. Ma sul sito di Geofeedia, una delle quattro aziende acquistate, si possono consultare ricerche riguardanti attivisti di Greenpeace, movimenti come Black Lives Matter, avvocati che si battono per i diritti sindacali dei lavoratori e appartenenti ad associazioni studentesche.
Nata a New York, l'azienda sviluppa software per aggregare e visualizzare il flusso dei dati proveniente da Twitter, con l'obiettivo di individuare informazioni e trend di un dato gruppo di account. Nel 2014, Dataminr ha collaborato con le autorità di Boston per tenere sotto controllo il social dell'uccellino durante la maratona cittadina. Ad un anno dall'attentato (15 aprile 2013), i software della compagnia hanno catalogato milioni di tweet per monitorare eventuali minacce o emergenze. Un database che ha creato non poche polemiche, soprattutto per la mancanza di leggi che regolino queste attività. "Dataminr non conserva i tweet analizzati", ha subito risposto il fondatore Ted Bailey.
Eventi in tempo reale, cortei e manifestazioni, tutti sotto l'obiettivo di questa azienda che mette in vendita programmi per localizzare i messaggi di manifestanti e attivisti. Oltre che per la Cia, Geofeedia lavora anche per altri organismi governativi, dipartimenti di polizia e aziende. Ma non solo, l'azienda ha sviluppato programmi anche per il mondo dell'informazione, con un solo obiettivo: geolocalizzare le informazioni che arrivano sui social.
La prima produce Dunami, un software capace di aggregare dati da Facebook, Twitter e Instagram, utilizzato dall'FBI per monitorare le reti di organizzazioni o movimenti e individuare possibili focolai di radicalizzazione. La seconda, fondata dall'ex vicepresidente della Lockeed Martin Dennis Groseclose, vende servizi di analisi dei tweet per prevenire eventi e situazioni pericolose. Quest'ultima ha lavorato con l'esercito americano in Afghanistan per integrare i dati provenienti da Twitter con le informazioni provenienti da satelliti, radar e droni.
Oltre alle acquisizioni, il fondo d'investimento Q Tel sta mettendo in piedi Lab 41: un laboratorio situato nella Silicon Valley per creare programmi che mettono insieme dati e informazioni dai social network. In particolare, vuole creare un database per classificare i tweet in base ai sentimenti espressi: negativi, positivi o neutrali. Senza dimenticare il caso Palantir: uno dei primi investimenti della Cia nel campo dell'analisi delle reti social. Nel 2011, il collettivo di hacker LulzSec era entrato nei database dell'azienda di Palo Alto e aveva portato alla luce come l'azienda stesse analizzando le comunicazioni di sindacalisti e e attivisti critici nei confronti della camera di commercio americana.

 

I tre fantasmi nel castello di Hannover

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di Alberto Negri

 

Il Sole 24 Ore, 26 aprile 2016

 

Nei castelli proliferano le leggende sui fantasmi. In quello di Herrenhausen, ieri al G5, ne giravano tre: nazionalismo, populismo e xenofobia. Qui, in un castello raso al suolo nella Seconda guerra mondiale e ricostruito di recente, tutti e quattro i leader europei seduti insieme al presidente americano Barack Obama potevano sentire alitare sul collo questi fantasmi contro i quali l'Europa è stata costruita sulle macerie di 71 anni fa.
È una minaccia seria perché alcuni di loro rischiano a breve consultazioni elettorali dove le destre radicali o populiste rischiano di fare il botto o di diventare altamente condizionanti. Lo dice il risultato del primo turno delle presidenziali austriache e anche quello delle legislative in Serbia, dove nei Balcani i demoni del nazionalismo sono risorti 25 anni fa per distruggere lo stato più multi-etnico e multi-religioso d'Europa.
Dopo l'ubriacatura seguita alla caduta del Muro nell'89, l'Europa si è allargata a Est gonfiando i suoi confini a dismisura e ora scopre sotto la pressione migratoria, del terrorismo e della stagnazione economica che non ha più delle vere frontiere e se le ha non sa come difenderle, se non retrocedendo a passi da gambero nel cortile di casa dell'iper-nazionalismo.
Mentre i cinque leader erano riuniti davanti agli spettacolari giardini della Bassa Sassonia, l'Austria chiudeva i confini con l'Ungheria "per prevenire i flussi dei migranti": un antipasto di quello che può avvenire al Brennero e che ieri il presidente del Consiglio Renzi ha cercato in ogni modo di scongiurare citando dati e cifre tranquillizzanti. Ma a quanto pare non sembra che la cancelliera Angela Merkel abbia fatto una piega: il Brennero fa parte del "suo" sistema di sicurezza. Ognuno in questo momento ha le sue preoccupazioni elettorali e fa argine, o si illude di farlo, dove può.
Per questo appare ancora più significativo il testamento che Obama ha lasciato agli europei con il suo discorso alla Fiera di Hannover che forse si potrebbe leggere insieme a quello pronunciato ieri sulla resistenza dal presidente della Repubblica Mattarella in quella che fu la repubblica partigiana della Valsesia. Consapevole dei fantasmi che percorrono il continente, il suo è stato un grande appello all'unità dell'Europa: "Assistiamo allo strisciante riemergere di quel tipo di politica che l'Unione europea è stata fondata per respingere. Una mentalità del noi contro di loro, il tentativo di dare la colpa dei nostri problemi agli altri, a qualcuno che non ci somiglia, che non prega come noi. Immigrati, musulmani o chiunque diverso da noi. Vediamo una crescente intolleranza: come diceva Yates, i migliori non hanno convinzioni mentre i peggiori sono pieni di passioni e intensità".
Ma cosa può fare ormai Obama per l'Europa, oltre a chiedere la firma di un trattato commerciale per la verità ancora lontano? Anche Obama fa i suoi errori che ovviamente per Washington sono delle priorità: insiste a disegnare una linea di frattura tra l'Europa e la Russia, a mettere l'accento su una frontiera orientale diventata il simbolo della vittoria nella guerra fredda, tanto che la Nato oggi accoglie non solo gli stati ex comunisti ma anche quelli balcanici eredi dell'ex Jugoslavia. Ma questa Europa ha bisogno, dopo l'Ucraina e la Crimea, di altre frizioni con la Russia? C'è da dubitarne.
Può fare comunque molto per aiutare gli europei a non farsi travolgere dai loro litigi interni mettendo a disposizione la Nato e le forze americane per frenare la frantumazione mediorientale e della Libia. Gli Stati Uniti hanno una pesante responsabilità sul caos attuale che risale al 2003, anno dell'occupazione e della disgregazione dell'Iraq. Ben sapendo che potrebbe non essere sufficiente: europei e americani hanno responsabilità condivise, sanno perfettamente che devono cambiare politica, evitare avventure militari prive di senso e scegliere meglio i loro alleati. Sappiamo da dove vengono i profughi, come saranno ancora strumentalizzati, sappiamo bene da dove viene il terrorismo e quali ideologie religiose e politiche lo hanno alimentato. È un'Europa debole questa che si fa ricattare da Erdogan e per compiacerlo ignora l'anniversario del massacro degli armeni e molto altro. Così come, animata da forti interessi economici, continua a essere accomodante con i sauditi e il generale Al Sisi. Anche tutto questo però potrebbe non bastare a salvare l'unità sempre più flebile dell'Europa: abbiamo dato da mangiare alla tigre e la tigre sta uscendo dalla gabbia.

 

Renzi: a Tripoli per proteggere le strutture delle Nazioni Unite

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di Francesco Grignetti e Francesca Schianchi

 

La Stampa, 26 aprile 2016

 

Da Tripoli, dove il governo Sarraj ancora stenta, si alza un grido di allarme. "Il consiglio presidenziale - afferma una nota - invita le Nazioni Unite e la comunità internazionale ad aiutare la Libia a conservare le sue risorse petrolifere". Sarraj teme i giochi sporchi di Tobruk, ma anche nuovi attacchi terroristici contro i terminal petroliferi e fa appello alle milizie che difendono i pozzi di fare il possibile per respingere la minaccia. Intanto si rivolge ai Paesi arabi vicini e a quelli europei.
"Il Consiglio di presidenza invita i Paesi vicini della Libia a intensificare la cooperazione con Tripoli per sventare questi attacchi e fermare il flusso di "foreign fighter" come parte degli sforzi nazionali per combattere l'Isis e l'immigrazione illegale". Da Hannover gli rispondono i Cinque - Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia - con un "sostegno unanime". Niente di più; nessuna operazione militare.
Come dirà Matteo Renzi, al temine del summit internazionale, "l'endorsement del G5 nei confronti del governo Sarraj è significativo e pieno. Quando le richieste saranno formalizzate, non solo annunciate, allora esamineremo il problema". Nessuna accelerazione, dunque. Il governo di Tripoli non ha formalizzato le sue richieste al Consiglio di Sicurezza; i piani militari per ora restano nei cassetti. Renzi, che per l'ennesima volta ha ribadito la linea del governo italiano ("Niente avventure"), ha tenuto però a una sottolineatura a scanso di polemiche interne: "Ci sono evidenze di possibili richieste in alcuni settori, non ci riferiamo ai pozzi Eni, ma ad altre strutture". Fuori di gergo, il premier intendeva dire che se mai si andrà in Libia, non sarà per ragioni di bottega.
L'obiettivo italiano è di avere una stabilizzazione complessiva della Libia, in riferimento alle emergenze del terrorismo islamista e dell'immigrazione incontrollata. Così come è irrinunciabile un'appropriata road map per arrivare alle decisioni: dapprima una richiesta scritta del governo Sarraj al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, poi una risoluzione del Palazzo di Vetro, infine una decisione europea, in ultima battuta il via libero del nostro Parlamento. Eppure la frase sibillina di Renzi, specie il riferimento alle "possibili richieste", lascia intendere che qualcosa si muove. E di questo hanno parlato i leader ieri ad Hannover, ossia di una richiesta delle Nazioni Unite affinché gli europei si facciano carico della sicurezza della missione diplomatica di Martin Kobler che vorrebbe sbarcare a Tripoli.
Al Palazzo di Vetro si sono convinti che non si può guidare il processo politico libico restando fuori dalla Libia. È necessario che i diplomatici delle Nazioni Unite rimettano piede nella capitale e riprendano pieno possesso degli edifici dove ha sede Unsmil, la United Nations Support Mission in Libya. Un passo delicatissimo che seguirebbe all'insediamento di al-Sarraj nel palazzo presidenziale, in modo da rimarcare almeno il trend di un ritorno alla normalità.
È di questo passo, dunque, che i Cinque Grandi hanno discusso. Ma come garantire la sicurezza dei diplomatici Onu a Tripoli? Secondo la richiesta delle Nazioni Unite occorrono dai 200 ai 300 soldati, possibilmente di più Paesi europei. L'Italia per prima ha dato la sua disponibilità, pronta a schierare un centinaio di uomini dei reparti speciali e anche uno staff di comando. Palazzo Chigi ha smentito l'ipotesi di un impegno più massiccio di truppe: "Si tratta di una notizia destituita di ogni fondamento - si legge in una nota - come peraltro si poteva facilmente evincere dal punto stampa del Presidente del Consiglio Matteo Renzi al termine della riunione del Quint ieri a Hannover".
È ancora presto per dire, però, quanti Paesi parteciperanno, se oltre a noi ci saranno soltanto Francia e Gran Bretagna o anche tedeschi e altri nordici, con quanti e quali reparti, e se davvero il comando di questa piccola missione di sicurezza, limitata al presidio di un compound nel cuore di Tripoli, sarà affidato a un ufficiale italiano.

 
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