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Giustizia: "diffusione di notizia falsa", indagati a Palermo i giornalisti del caso Crocetta

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Corriere della Sera, 28 luglio 2015

 

Arriva una svolta nel giallo della presunta telefonata intercettata tra il medico siciliano Matteo Tutino e l'amico governatore Rosario Crocetta. Quella in cui il primo si sarebbe augurato che Lucia Borsellino, al tempo assessore alla Sanità della Regione siciliana, venisse "fatta fuori come suo padre" incontrando il silenzio da parte del presidente, per questo finito al centro di una vera e propria bufera politica.

I due giornalisti palermitani che meno di due settimane fa pubblicarono su l'Espresso la notizia, Piero Messina e Maurizio Zoppi, sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Palermo: gli inquirenti, gli stessi che all'indomani della pubblicazione smentirono recisamente l'esistenza di quella intercettazione, seguiti a ruota nei giorni successivi dai colleghi di Caltanissetta e Messina, contestano a entrambi i cronisti il reato di diffusione di notizia falsa.

Nei confronti di Messina si procede anche per calunnia: avrebbe indicato un investigatore come fonte della notizia, che però avrebbe negato tutto. I giornalisti, al cui fianco nonostante le smentite giudiziarie si è schierato il settimanale ribadendo l'esistenza dell'intercettazione, sono stati sentiti ieri in Procura assistiti dall'avvocato Fabio Bognanni: entrambi davanti al procuratore capo Francesco Lo Voi e all'aggiunto Leonardo Agueci, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

"Non hanno nessuna registrazione. Quello che hanno fatto a me è terribile", è stato il commento di Rosario Crocetta, che subito dopo la pubblicazione del pezzo su l'Espresso aveva detto di aver pensato al suicidio e di essere stato convinto a desistere solo dalle smentite della Procura.

Ma in piena bagarre politica sul destino della sua giunta, il governatore, che ha più volte parlato di tentativo di golpe a mezzo stampa, attraverso il suo avvocato Vincenzo Lo Re ha anche annunciato l'intenzione di chiedere al settimanale un risarcimento danni da dieci milioni di euro. Per giorni la notizia dell'intercettazione ha scatenato roventi reazioni politiche anche nel Partito democratico e gli echi della presunta telefonata sono risuonati alla cerimonia di commemorazione della strage costata la vita al giudice Paolo Borsellino.

Dal palco Manfredi, il figlio del magistrato ucciso, poi abbracciato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è lanciato in una accorata difesa della sorella "lasciata sola" dalle istituzioni regionali, ha fatto cenno alla telefonata chiedendo che sul caso i magistrati andassero a fondo. Una sollecitazione venuta anche dai fratelli del giudice assassinato. Ora la svolta giudiziaria sembra andare nel solco di quella richiesta. Ma i due giornalisti indagati dovranno rispondere ora anche all'Ordine professionale siciliano che, in una nota, ha annunciato di averli convocati per avere chiarimenti.

 

Carcere anche sotto il limite fissato dalla riforma della custodia cautelare

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di Alessandro Galimberti

 

Il Sole 24 Ore, 28 luglio 2015

 

Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 27 luglio 2015 n. 32702.

La riforma della custodia cautelare, approvata giusto un anno fa, non impedisce al giudice di applicare la misura degli arresti in carcere anche sotto i limiti della pena prevedibile per la fattispecie al suo esame.

La Terza penale della Corte di cassazione (sentenza 32702/15, depositata in cancelleria ieri) torna sul tema delle "manette preventive" per delimitare gli effetti dell'intervento legislativo dell'11 agosto scorso (legge 117/14) e per lasciare alla discrezionalità del magistrato la valutazione della necessità di ricorrere, nonostante tutto, alla custodia cautelare in carcere.

Il ricorso era stato innescato da un giovane marocchino, indagato per detenzione a fini di spaccio di circa 30 chilogrammi di hascisc. Il Gip di Venezia, prima, e il tribunale del Riesame poi avevano respinto la sua richiesta di applicare la riforma del 2014, richiesta fondata sulle circostanze che, tra la piena confessione dell'arrestato e la valutazione corretta dell'aggravante (non esistente, secondo la difesa, stante il basso principio attivo nella sostanza sequestrata) la pena irrogabile non avrebbe verosimilmente raggiunto i limiti previsti dal nuovo articolo 275 del codice di procedura penale (3 anni), imponendo così l'adozione di una misura alternativa al carcere.

La Corte, però, si è pienamente distanziata da questa interpretazione, avallando invece quello che è divenuto così il giudicato interno delle due decisioni di merito. "Il giudice - scrive il relatore nel principio di diritto contestualmente formulato - può prescindere dai limiti di applicabilità della custodia cautelare in carcere (...) come introdotti dall'articolo 8 c.1 del dl 92/14 convertito nella legge 117/2014 quando, ai sensi dell'articolo 275 c.3 del codice di procedura penale, prima parte, ritenga comunque inadeguata ogni misura cautelare meno afflittiva a soddisfare le esigenze cautelari". In sostanza, la Suprema Corte rimette la valutazione con criterio discrezionale al magistrato procedente, mediante un giudizio peraltro non sindacabile in sede di legittimità se non per violazione di legge.

Nel caso specifico, tra l'altro, l'indagato aveva reiterato il reato di spaccio mentre si trovava in custodia cautelare (ma ai domiciliari) per un altro procedimento, aggiungendovi, peraltro, un'ulteriore accusa di resistenza a pubblico ufficiale. Nel dispositivo dell'ordinanza previgente all'indagato era consentito allontanarsi dal domicilio solo per motivi di lavoro, e l'abuso di tale "semilibertà", secondo i giudici di merito, dava abbondante prova "della concreta inidoneità di ogni misura meno afflittiva di quella più grave a contenere il pericolo di reiterazione del reato".

 

Messa alla prova possibile anche quando c'è l'aggravante speciale

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Il Sole 24 Ore, 28 luglio 2015

 

Corte di cassazione - Quarta sezione penale - Sentenza 27 luglio 2015 - n. 32787.

La contestazione di una circostanza aggravante ad effetto speciale non esclude la concessione della messa alla prova. Così la Cassazione ha interpretato la legge 67/2014 nella parte che prevede la messa alla prova in caso di reati con pena non superiore a quattro anni nel massimo. Secondo il gup, il cui provvedimento è stato cassato, l'aggravante della cessione di droga a minori avrebbe potuto far superare questo limite. Ma per la Corte la legge non parla delle aggravanti e ha lo scopo di decongestionare il contenzioso penale.

 

Discarica abusiva per l'accumulo di ingenti quantità di rifiuti edili

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di Francesco Machina Grifeo

 

Il Sole 24 Ore, 28 luglio 2015

 

Tribunale di Cassino - Sentenza del 26 gennaio 2015 n. 1342.

In mancanza di autorizzazione alle operazioni di recupero, ex articolo 208 Dlgs n. 152/2006, l'attività di versamento, accumulo, spandimento e comunque di gestione di ingenti, quantitativi di rifiuti inerti provenienti da demolizioni edili, integra l'ipotesi del reato di discarica abusiva. Lo ha stabilito il Tribunale di Cassino con la sentenza del 26 gennaio 2015 n. 1342.

Il giudice, infatti, ha ritenuto provato al di là di ogni ragionevole dubbio che sul sito, ubicato nella frazione di San Clemente, erano stati accumulati circa 2.525 metri cubi di brecciame e materiale pietroso, costituenti rifiuti provenienti da altre zone. E che tali rifiuti da demolizione erano di incerta provenienza e privi della necessaria autorizzazione regionale (di cui all'articolo 208 Dlgs n. 152/2006) per la successiva gestione e trasformazione a fini di recupero.

Spiega, infatti, la sentenza che devono ritenersi sicuramente assoggettati al procedimento di autorizzazione "gli impianti mobili adibiti alla macinatura, vagliatura e deferrizzazione dei materiali inerti prodotti da cantieri edili di demolizione, in quanto non possono essere considerati impianti che effettuano una semplice riduzione volumetrica e separazione di eventuali frazioni estranee, essendo essi impiegati per effettuare un'operazione "di trattamento"".

Non può dirsi, invece, sussistente il reato di abbandono incontrollato di rifiuti, non essendo emersa la prova che i rifiuti depositati e trattati fossero prodotti dalla stessa società che gestiva il sito. Anzi, dagli atti risulta che i materiali erano stati prodotti e depositati da altra ditta. Non può dirsi nemmeno sussistente la fattispecie di deposito temporaneo, in quanto per esso si intende "ogni raggruppamento di rifiuti, effettuato prima della raccolta, nel luogo in cui sono stati prodotti, nel rispetto delle condizioni dettate dall'articolo 183 Dlgs n. 152 del 2006". Con la conseguenza che, in difetto anche di uno dei requisiti normativi, il deposito non può ritenersi temporaneo, ma deve essere qualificato, a seconda dei casi, come "deposito preliminare" (se il collocamento di rifiuti è prodromico ad un'operazione di smaltimento), come "messa in riserva" (se il materiale è in attesa di un'operazione di recupero), come "abbandono" (quando i rifiuti non sono destinati ad operazioni di smaltimento o recupero) o come "discarica abusiva" (nell'ipotesi di abbandono reiterato nel tempo e rilevante in termini spaziali e quantitativi).

Infine, quanto alla riconducibilità all'imputato del materiale, la sentenza rifacendosi ad un principio di legittimità, ricorda che: "l'amministratore di diritto di una società risponde del reato di gestione non autorizzata di rifiuti anche nel caso in cui la gestione societaria sia, di fatto, svolta da terzi, gravando sul primo, quale legale rappresentante, i doveri positivi di vigilanza e di controllo sulla corretta gestione, pur se questi sia mero prestanome di altri soggetti che agiscano quali amministratori di fatto".

 

Lettere: il mio duello con Luigi Pagano

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di Luigi Manconi (Senatore Pd)

 

Ristretti Orizzonti, 28 luglio 2015

 

Capisco che l'immagine possa risultare un po' enfatica (oltre che consunta per l'abuso che se ne fa), ma l'evocazione de "I duellanti" a proposito del mio rapporto con Luigi Pagano è davvero pertinente. Luigi Pagano, dopo una lunga carriera nell'amministrazione penitenziaria, che l'ha portato fino al ruolo di vice-capo, ora è tornato al lavoro in carcere. É diventato il provveditore regionale del Piemonte e riprende di conseguenza le sue funzioni a contatto diretto con i detenuti di una regione difficile. Insomma, ritorna "un po' più sbirro".

Ecco, anche se all'inizio forse se ne adonterà un po', quella è la parola giusta. Sbirro: perché Pagano, a differenza di molti (anche suoi colleghi) non è ipocrita. É franco e leale (oltre che suscettibile e incazzoso) e, dunque non ha mai finto di essere diverso da quello che è. Per capirci: non ha mai dato a intendere di essere un rivoluzionario che, condizionato dalle situazioni miserevoli del nostro Sud, è stato costretto a entrare nell'amministrazione pubblica e, in particolare in quella penitenziaria. Invece, che so, di iscriversi ad Architettura a Roma o al Dams di Bologna. No. Pagano ha scelto di fare il direttore di carcere: certo democratico, addirittura di sinistra, ma direttore di carcere.

E francamente non sarei voluto essere uno dei suoi detenuti quando era vicedirettore all'Asinara o a Badu e carros. Questo ha contribuito al nostro rapporto perché, sin dall'inizio, ha evidenziato le profonde differenze tra noi e reso più limpide e, allo stesso tempo, più intense e impegnative le relazioni tra noi. Per questo ho evocato "I duellanti".

Tutti conoscono la vicenda raccontata nel romanzo di Joseph Conrad, poi portata sugli schermi dal film di Ridley Scott. La storia è quella di due ufficiali dell'esercito napoleonico che si rincorrono per quasi due decenni, sfidandosi a duello ogni volta che le loro strade si incrociano, nelle varie tappe della guerra tra Francia e Gran Bretagna: da Strasburgo ad Augusta alla Russia. Una ostilità prolungata tanto a lungo da risultare, infine, un legame contraddittorio e indissolubile. Dunque, io ho duellato con Pagano quand'era direttore di San Vittore, poi Provveditore regionale della Lombardia, infine vice capo dell'Amministrazione penitenziaria a Roma. E ora mi accingo a duellare con lui, se necessario, a proposito dei detenuti di cui è direttamente responsabile, ovvero quelli reclusi negli istituti del Piemonte.

Il fatto è che io e Pagano siamo due riformisti: lui - com'è giusto che sia - un riformista cauto e prudente che ama l'istituzione e vi si identifica (anche quando la critica radicalmente); io sono un riformista extraistituzionale che ritiene necessario adottare un punto di vista estraneo al sistema e al linguaggio dell'amministrazione per introdurre in quella stessa amministrazione un po', giusto un po', di modeste riforme. É evidente che, al di là delle apparenze, i nostri punti di vista siano, per molti versi, coincidenti ma, per altrettanti, acutamente divergenti. Il che si deve, in primo luogo, al fatto che Pagano è - senza alcuna retorica - un servitore dello Stato consapevole di esserlo, con tutto ciò di buono e di cattivo questo possa comportare.

Ma voglio ricordare due esempi di vero e proprio riformismo che devono moltissimo a Luigi Pagano. Il primo è l'apertura a Milano di un Istituto di custodia attenuata per detenute madri, il primo in Italia, che rassomigliava a quelle case famiglia protette alle quali proprio in queste ore si sta lavorando (e, per una volta, sembra possa ottenersi qualche risultato). Il secondo esempio riguarda il carcere di Bollate, forse l'unico "davvero riformato" dell'intero circuito penitenziario italiano. Se quell'istituito rappresenta tutt'ora una grande esperienza trattamentale lo si deve a due persone: all'allora direttrice Lucia Castellano e a Luigi Pagano, all'epoca provveditore lombardo che lo "protesse" da mille attacchi e da mille contestazioni, che ne volevano la fine prematura. Se non è andata così il merito va riconosciuto ampiamente a Luigi Pagano. Adesso che inizia un nuovo percorso, gli voglio dire: non pensare di passarla liscia. Qui con la sciabola o con la pistola (ad acqua, va da sé), ti aspettiamo a piè fermo, per ricominciare il duello. Vinca il migliore.

 

Luigi Manconi

 

Post scriptum. Forse tra le ragioni che hanno rafforzato il legame controverso tra me e Pagano c'è il fatto che, per entrambi, la canzone cult è "Guapparia".

 
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