Domenica 22 Ottobre 2017
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Pena di morte, all'Iran si chiede di sospendere le esecuzioni ai condannati per droga

PDF Stampa
Condividi

La Repubblica, 18 aprile 2016

 

Il report di Nessuno Tocchi Caino. In Iran, intanto, 5 persone sono state impiccate lo scorso week end. Negli Usa lo stato della Virginia ripristina la sedia elettrica dopo aver esaurito le scorte di iniezioni letali. In Somalia, sono stati giustiziati 5 appartenenti al gruppo jihadista Al Shabaab. L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ràad Al Hussein - informa l'organizzazione umanitaria Nessuno Tocchi Caino - ha chiesto all'Iran di fermare le esecuzioni per reati di droga fino a quando il Parlamento non discuta una nuova legge che permetterebbe di eliminare la pena di morte obbligatoria per questo tipo di reati. Intanto 5 uomini sono stati impiccati lo scorso fine settimana, tre di loro con l'accusa di traffico di stupefacenti. Gli altri due erano stati condannati per omicidio. In almeno uno dei casi, quello di Rashid Kouhi, c'erano serie preoccupazioni circa l'equità del processo e la negazione del suo diritto di appello. Kouhi era stato condannato a morte nel 2012 dopo essere stato trovato in possesso di 800 grammi di metanfetamine di tipo crystal. È stato giustiziato il 9 aprile nella provincia di Gilan, nel nord dell'Iran.
Iran - Il conto delle persone impiccate, minori compresi. L'anno scorso, almeno 966 persone sono state giustiziate in Iran - il numero più alto in più di due decenni - la maggior parte per reati di droga. Almeno quattro dei giustiziati nel 2015 erano minorenni. Tuttavia, nel dicembre dello scorso anno, 70 membri del Parlamento hanno presentato un disegno di legge per modificare la pena di morte obbligatoria per reati di droga. Il disegno di legge, che è stato depositato in Parlamento nel gennaio di quest'anno, prevede in alternativa la condanna all'ergastolo. Resta da vedere se sarà portato avanti nel nuovo Parlamento. "Ci sono stati segnali incoraggianti dall'interno dell'Iran verso la riforma della legge, da magistratura, potere esecutivo e legislativo, e spero che il nuovo Parlamento approvi questi cambiamenti. Ma è un peccato che le esecuzioni per reati legati alla droga - crimini che chiaramente non superano la soglia in base al diritto internazionale sui diritti umani per l'applicazione della pena di morte - continuino nel frattempo ad essere praticate", ha dichiarato l'Alto Commissario Zeid.
Somalia - Al patibolo tre di Al Shabaab. Tre membri del gruppo jihadista al-Shabab, legato ad Al-Qaeda, sono stati giustiziati in questi ultimi giorni in Somalia. I primi due uomini sono stati fucilati il 9 aprile in relazione all'omicidio di un giornalista, commesso lo scorso anno con un'autobomba, ha reso noto un giudice. Abdirizak Mohamed Barrow e Hassan Nur Ali, che durante il processo avevano ammesso di essere membri di al-Shabab, sono stati giustiziati di mattina a Mogadiscio, ha detto ai giornalisti Abdulahi Hussein Mohamed, vice presidente della Corte Suprema militare. "Entrambi sono stati dichiarati colpevoli di aver ucciso il giornalista Hindiyo Haji Mohamed, la cui auto è stata fatta saltare in aria con un ordigno esplosivo", ha detto Hussein. Il giornalista televisivo nazionale Mohamed fu ucciso a dicembre, quando stava per tornare a casa dall'università di Mogadiscio.
Le minacce ai giornalisti. La Corte militare aveva recentemente respinto il ricorso dei due uomini, aumentando invece la loro condanna dall'ergastolo alla fucilazione. L'11 aprile un ex giornalista entrato in al-Shabab è stato giustiziato a Mogadiscio in relazione agli omicidi di cinque giornalisti somali. Hassan Hanafi Haji, che era stato estradato dal Kenya lo scorso anno su richiesta del governo somalo, è stato fucilato in un'accademia di polizia nella capitale somala. Nel suo ruolo di addetto stampa di al-Shabab, Haji avrebbe minacciato giornalisti e stazioni radio al fine di ottenere resoconti favorevoli agli estremisti islamici, costringendo molti media ad autocensurarsi per motivi di sicurezza.
Il tour nei campi di battaglia. Haji in seguito ha lasciato l'unità multimediale di al-Shabab, invitando i giornalisti a conferenze stampa e guidando tour sui campi di battaglia. Spesso ha invitato i giornalisti a riferire in base alle regole di al-Shabab relative ai media, evitando cioè di riportare sconfitte militari del gruppo. Haji è stato uno dei pochi sospetti perseguiti dal governo somalo dopo anni di critiche da parte dei gruppi per i diritti che esortavano le autorità a fare di più per stabilire lo stato di diritto e per porre fine alle uccisioni di giornalisti. La Somalia è uno dei paesi più pericolosi per i giornalisti, con diversi attacchi ritenuti collegati a regolamenti di conti tra le molteplici fazioni al potere, così come agli Shabab. Reporters Without Borders colloca la Somalia al 172esimo posto su 180 Paesi per quanto riguarda la libertà di stampa. Mohamed è il 38° giornalista ucciso in Somalia dal 2010 mentre svolgeva il proprio lavoro, ha precisato il gruppo.
Stati Uniti - Virginia, "No alla sedia elettrica se mancano i farmaci letali". Il governatore Terry McAuliffe (Democratico) non ha ratificato quella parte del disegno di legge HB 815 che avrebbe reintrodotto la sedia elettrica come metodo di esecuzione primario in caso di mancanza di farmaci letali. Il governatore ha emendato la legge che era arrivata alla sua firma dopo essere stata approvata dal Senato l'11 marzo, e invece della sedia elettrica ha inserito l'autorizzazione per l'amministrazione penitenziaria a cercare un laboratorio artigianale dove rifornirsi dei farmaci necessari. Dopo l'ultima esecuzione, effettuata nell'ottobre 2015, la Virginia è in possesso di solo 2 delle 3 fiale di Pentobarbital (barbiturico ad azione rapida) che il protocollo prevede vengano usate per una esecuzione, e non riesce a procurarsene altro. La stessa esecuzione di ottobre era stata effettuata con Pentobarbital, acquistato dall'amministrazione penitenziaria del Texas, il quale a sua volta lo aveva acquistato da un laboratorio artigianale.
Il governatore "clintoniano" e prudente ma favorevole alla pena capitale. Alcuni osservatori avevano prospettato che il governatore, per quanto personalmente favorevole alla pena di morte, potesse prendere in questo caso una posizione più prudente. McAuliffe è infatti molto impegnato nella campagna elettorale di Hillary Clinton, e la candidate alla primarie presidenziali per il Partito Democratico si è trovata più volte in difficoltà davanti agli elettori del suo partito proprio sul tema della pena di morte. Inoltre, pochi giorni fa una lettera aperta firmata da 300 leader religiosi di varie fedi aveva chiesto al governatore di non controfirmare la legge definendo la sedia elettrica "una barbara reliquia che uccide con indicibile crudeltà". Otto Stati prevedono ancora la sedia elettrica. Allo stato attuale, la Virginia è uno degli 8 stati che prevede possa essere utilizzata la sedia elettrica, ma solo su richiesta del detenuto, o nel caso l'iniezione letale venga dichiarata incostituzionale. Di questi 8 stati, solo il Tennessee nel 2014 la ha "promossa" a metodo di esecuzione primario, ma da allora una serie di ricorsi ha bloccato le esecuzioni, che non è previsto possano riprendere a breve. Negli ultimi 15 anni le Corti Supreme della Georgia e del Nebraska hanno dichiarato incostituzionale l'uso della sedia elettrica.

 

Un migrante su dieci diventa schiavo, 30 milioni di persone sfruttate

PDF Stampa
Condividi

di Antonio Maria Costa

 

La Stampa, 18 aprile 2016

 

I numeri dell'Onu: dalle miniere in Congo ai vestiti cuciti dai bambini in Asia: gli oggetti della nostra vita quotidiana passano dalle loro mani. Milioni di sofferenti cercano rifugio in Europa fuggendo da guerre, persecuzioni, povertà. Tra essi ci sono rifugiati (siriani e afghani in cerca di asilo) e migranti (africani e asiatici in cerca di lavoro). Una terza coorte, più dolorante, è meno nota: gli schiavi. Abuso e sfruttamento per guadagno altrui non sono orrori del passato: secondo l'Onu al mondo ci sono oggi 19 milioni di rifugiati (politici), e 30 milioni di schiavi - uno su dieci dei 300 milioni di migranti (in cerca di lavoro), per un giro d'affari annuo di 150-200 miliardi di dollari.
In Europa e America prevale la schiavitù sessuale: l'Ue, che fornisce i dati migliori, ha identificato schiave provenienti da un centinaio di Paesi. In Africa e America Latina l'asservimento prevale nell'agricoltura (60%) e nei servizi domestici. In Asia il fenomeno è diffuso nelle manifatture (oltre il 50%) e nella pesca (25%). Nei Paesi poveri il legame sesso/crimine è stretto. Lo sfruttamento delle donne avviene specialmente in località remote, dove gli uomini sfacchinano in miniere, foreste, piantagioni e allevamenti. La Cina è il maggiore Paese di origine delle vittime sfruttate da aziende (in Africa) che provvedono conforto femminile ai dipendenti.
Negli ultimi anni, conflitti (lungo le frontiere russe e nel mondo arabo) e crisi (globalizzazione, disoccupazione) hanno causato esodi diversi. Chi fugge da guerre e miseria (rifugiati e migranti) lo fa deliberatamente, assistito da intermediari. Gli schiavi invece sono trafficati contro volontà: al cuore della loro tragedia c'è lo sfruttamento, non la dislocazione. A differenza del passato, quando gli schiavisti erano stranieri (arabi, inglesi, belgi e olandesi), oggi gli aguzzini sono della stessa nazionalità delle vittime (70%). Altra novità è il ruolo crescente delle donne nello sfruttamento: non appena le circostanze lo permettono, le vittime diventano matrone, ansiose di recuperare quanto appropriato da altri.
Circonvenzione (in Europa e Usa), indebitamento (Asia), povertà (Africa), discriminazione (Africa, Asia) perpetuano un crimine che la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo avrebbe dovuto stroncare. Le tecniche di arruolamento variano. Agenzie di reclutamento fraudolente ingaggiano le vittime in Europa. Affaristi legati al Jakuza (Giappone) e al Tria (Cina) dominano in Asia. Parentela e affinità etnica asserviscono le vittime in Africa, dove riti vudù (in Nigeria e Costa d'Avorio) le soggiogano psicologicamente. A volte prevale la cupidigia individuale: quando un genitore vende, o affitta, un famigliare (tipico nei Balcani, in Romania, India e Africa occidentale). In Afghanistan le famiglie indebitate nel commercio dell'oppio, cedono un figlio (che poi finisce tra i talebani). A volte la dipendenza è generazionale: una persona è schiavizzata per servire il debito contratto da antenati (comune in Asia). Lo sfruttamento termina non per risoluzione contrattuale, ma per le condizioni della vittima: la prostituta invecchiata è merce di scarto; il bambino soldato diventa adulto e diserta; il lavoratore in servitù è fisicamente incapacitato; il domestico evade.
Oltre ai vincoli fisici e psicologici, gli schiavi sono incatenati soprattutto dall'onere di rimborsare l'investimento fatto in essi per acquisto e trasporto. Per anni gli schiavisti deducono capitale e interessi dai guadagni della vittima - com'è emerso dai roghi a Prato, Los Angeles e Dhaka (Bangladesh). La sottrazione del reddito (dello schiavo) si contraddistingue dall'onere imposto dagli scafisti: il trasporto di migranti attraverso il Mediterraneo, pur se criminale, coinvolge parti consenzienti e il rapporto termina all'arrivo. La schiavitù non finisce a destinazione.
Guerre e violenza creano altre opportunità di schiavitù. Bambini/ne soldato sono la manifestazione bellica della tratta di persone, assoggettate con ruolo di combattimento, logistica e conforto. La pratica è comune in Africa centrale, dove gli insorti di Kony (partiti dall'Uganda) schiavizzano adolescenti come combattenti e concubine. Il fenomeno è comune nei territori assoggettati da Isis (Siria, Iraq, Libia), Boko Haram e Aqm (in Africa occidentale). I belligeranti si avventano contro donne ed etnie (gli Yezidi) che trasformano in bottino di guerra: recentemente 5 mila schiavi nella sola città di Sinjar, nel Nord della Mesopotamia, sono stati aggiudicati sulla base del prezzo appeso al collo; 150 bambine (alcune di 8 anni) sono state trasferite dalla Siria in Iraq e poi nel Golfo, dove la pedofilia è diffusa. I piccoli, chiamati cuccioli del califfato, sono addestrati a missioni suicide.
In Tailandia, le adolescenti Rohingya fuggite da Myanmar (3 milioni negli ultimi anni) finiscono in bordelli, i giovani su pescherecci. Quando, giorni addietro, una fossa comune con 30 corpi è stata scoperta, i successivi arresti hanno causato altro dramma: migliaia di giovani sono state abbandonate lungo i fiumi e in mare.
Che fare? Dal 2010, oltre 50 mila vittime sono state identificate, a volte in grado di testimoniare in tribunale (un migliaio l'anno), risultando in condanne. Papa Francesco ha chiesto di porre fine alla schiavitù entro il 2020, con una campagna basata su "3P" - prevenire, perseguire, punire. Noi cittadini possiamo aiutare: siamo il mercato. I nostri cellulari contengono coltan e cassirite, estratti da schiavi in Congo e trafficati in Belgio. Molti indumenti, scarpe e borse che indossiamo, sono manufatti in Asia da minorenni. Il cioccolato che regaliamo contiene cacao della Costa d'Avorio raccolto da bimbi a un dollaro al giorno. La stellina al naso magari proviene dalle miniere di diamanti canaglia in Sierra Leone. La cocaina sniffata in discoteca (222 ton l'anno in Europa) ha forse viaggiato nello stomaco di una "mula" che, dopo averla ingerita in Nigeria, l'ha defecata alla Malpensa. Quanto possediamo, indossiamo o mangiamo è verosimilmente contaminato da sangue, lacrime e sudore di schiavi. A noi la scelta.

 

Quando i diritti umani diventano fondamento delle relazioni internazionali

PDF Stampa
Condividi

di Massimiliano Panarari

 

La Stampa, 18 aprile 2016

 

Tertium non datur. Secondo tanti (politici, studiosi e osservatori), nelle relazioni internazionali non si darebbe una terza possibilità tra il realismo assoluto della politica di potenza e un idealismo pacifista, altrettanto assoluto. Vale a dire: o "falchissimi" o "colombissime".
E, invece, esiste una terza via, che potrebbe far parlare l'Occidente europeo e americano con una sola voce, dal momento che essa affonda le radici in una delle sue eredità culturali più essenziali e preziose, quella dell'Illuminismo. E, ancora, in ragione del fatto che la nostra condizione di abitanti di un Villaggio globale reso sempre più interconnesso dalle tecnologie della comunicazione e dai media agevola esponenzialmente la potenzialità di un'opinione pubblica su scala mondiale o, quanto meno, plurinazionale (come sta avvenendo con la dolorosa vicenda dell'omicidio di Giulio Regeni).
Stiamo parlando dell'affermazione della centralità, in una prospettiva globale, dei diritti umani; una chiave sulla quale si dovrebbe reimpostare a fondo e praticare in maniera effettuale il rapporto tra le democrazie liberali e le autocrazie di questa nostra fase storica (un elenco, come noto, malauguratamente nutrito, dalla Russia alla Cina, dall'Iran alla gran parte del Medio Oriente). Fu precisamente l'Illuminismo a elaborare e introdurre nella teoria politica una visione - e un'etica - dei diritti dell'uomo edificata sul razionalismo e il cosmopolitismo e sulla virtù della "mitezza" (molto cara a Norberto Bobbio).
Uno dei momenti fondativi della modernità, scaturito dalla lotta per l'emancipazione degli individui, di cui venne proclamata l'universalità, contro l'ordine oppressivo e i privilegi tastali dell'Antico regime. I diritti umani, dunque, come un filamento essenziale del Dna dell'Occidente da rivendicare nei confronti delle incarnazioni contemporanee di ciò che due padri - tra loro agli antipodi - della sociologia (Max Weber e Karl Marx) avevano etichettato come il "dispotismo orientale".
E di fronte a certi distinguo strumentali volti a negarne il principio stesso (e qui il pensiero corre all'imponente castello di argomentazioni contro il "fondamentalismo dei diritti umani" costruito dalla mente giuridica del nazismo, Carl Schmitt). Negli ultimi decenni il mondo intellettuale e quello politico sono stati attraversati con forza, in termini di riflessioni e consapevolezze, dalla "rivoluzione dei diritti umani", la cui portata universalistica "incondizionata" è stata ridefinita per superare talune ingenuità di tipo giusnaturalistico, ma la cui importanza appare ora chiarissima (tanto da avere portato anche una parte della sinistra ad abbracciare la dottrina dell'interventismo umanitario).
Universalismo "minimalista", come lo ha rideclinato lo storico (e uomo politico) canadese Michael Ignatieff, ma comunque e sempre universalismo, perché i diritti umani ai nostri tempi vanno intesi in un'ottica globale. E, da qualche tempo a questa parte, infatti, essi rappresentano uno dei pochi esempi di "issues" che rimandano alla possibilità di una sfera pubblica globale e di campagne di opinione transnazionali.
I diritti umani dovrebbero allora essere considerati come un valore non negoziabile delle relazioni internazionali, la cui tutela e salvaguardia effettive passano necessariamente, come hanno sostenuto proprio Bobbio e Ignatieff, per il consenso degli Stati. Ed ecco perché il parametro primario delle relazioni internazionali e della geopolitica delle democrazie rappresentative nei confronti degli altri Paesi dovrebbe allora diventare la richiesta (reale e non derogabile) del loro rispetto.

 

Regeni, al-Sisi contro Hollande: "Rispetto dei diritti umani? In Egitto non vale..."

PDF Stampa
Condividi

Il Dubbio, 18 aprile 2016

 

La dura replica del presidente egiziano. Oggi la visita del presidente francese, che andrà al Cairo per chiudere affari miliardari. Il presidente egiziano, il maresciallo Abdel Fatah al Sisi, non sembra aver gradito il richiamo di Francoise Hollande che alla vigilia della sua due giorni egiziana, gli ha ricordato come "il rispetto dei diritti umani è un mezzo di lotta contro il terrorismo". Per al Sisi "i criteri europei" sul rispetto dei diritti umani non dovrebbero essere applicati in Paesi in difficoltà come l'Egitto perché "la regione in cui viviamo è molto turbolenta". Per il presidente egiziano il concetto di diritti umani dovrebbe includere invece "un'educazione migliore e alloggi migliori".
Nessun riferimento da parte di al Sisi al caso di Giulio Regeni e alle migliaia di persone scomparse nel nulla nel suo Paese nel nome della difesa della sicurezza dello Stato. Il presidente francese ha iniziato oggi una visita di 2 giorni in Egitto con una folta delegazione di imprenditori con l'obiettivo di firmare altri lucrosi contratti con il governo cairota, di cui Parigi in Occidente è uno dei massimi sostenitori.
Nei giorni scorsi c'era stato il durissimo affondo del New York Times In un lungo editoriale dal titolo "Aumentare la pressione sull'Egitto", il quotidiano americano si è scagliato contro la Francia, colpevole di un "vergognoso silenzio" sull'omicidio, e il suo presidente Francois Hollande, che "andrà al Cairo lunedì per firmare un contratto da 1,1 miliardi di dollari in armi".
Secondo il New York Times, "Le violazioni dei diritti umani in Egitto sotto il presidente Abdel Fattah al Sisi hanno raggiunto nuovi massimi", ciò non ha impedito ai governi occidentali di continuare a fare affari e a vendere armi al Cairo. Secondo l'editoriale, l'assassinio di Giulio Regeni ha costretto almeno l'Italia a modificare i propri rapporti con l'Egitto ed è arrivato il momento che tutte le democrazie mondiali "riconsiderino la loro posizione".
I genitori di Giulio all'Europarlamento - "Questo episodio ha incendiato l'Egitto, adesso Regeni è la persona più famosa nel paese", ha affermato Ahmed Saed, capo della delegazione egiziana, che ha precisato: "Siamo qui per confermare che non ci risparmieremo nella ricerca della verità". Tutti gli apparati di sicurezza in Egitto, ha aggiunto Saed, "si stanno impegnando nel caso Regeni, lavorando sotto pressione". Il paese nordafricano ha tutto l'interesse a mantenere buone relazioni con l'Italia, "quindi non è logico che alcun apparato di sicurezza egiziano abbia seguito un certo tipo di approccio per torturare e uccidere Regeni", ha proseguito Saed.
Le perplessità suscitate dalla posizione egiziana sul caso di Giulio Regeni avrebbero spinto un gruppo di eurodeputati a convocare al Parlamento europeo i genitori del ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto. È quanto riferisce oggi il quotidiano egiziano "Shourouk", riferendo di una serie di incontri tenuti all'ambasciata dell'Egitto a Strasburgo, in Francia, tra una delegazione parlamentare egiziana e alcuni membri del Parlamento europeo.
Le dichiarazioni dei deputati nordafricani, scrive il quotidiano, che continuano a negare ogni coinvolgimento delle forze di sicurezza nell'omicidio del cittadino italiano, avrebbero spinto i membri del Parlamento europeo a convocare i genitori del ricercatore ucciso. Al momento non è ancora chiaro se la visita dei familiari di Regeni coinciderà con la presenza a Strasburgo della delegazione parlamentare egiziana, riporta ancora "Shourouk", e se i genitori del ricercatore effettueranno un intervento in aula.
Anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella intervenuto sul caso Regeni. "Non vogliamo e non possiamo dimenticare la passione" di Giulio Regeni "e la sua vita orribilmente spezzata".

 

Stati Uniti: 9 detenuti di Guantanámo trasferiti, nuova mossa per chiudere il supercarcere

PDF Stampa
Condividi

di Federico Rampini

 

La Repubblica, 18 aprile 2016

 

Si tratta di detenuti yemeniti, accordo a pochi giorni dal viaggio del presidente Usa a Riad. Ma nello scacchiere mediorientale questa trasferimento si inserisce anche nelle tensioni Usa-Arabia sulla vicenda Iran. È un "regalo" molto particolare, quello che Barack Obama porterà con sé a Riad. Nove prigionieri di Guantánamo, di nazionalità yemenita, verranno trasferiti in un centro di detenzione dell'Arabia Saudita.
L'annuncio è stato dato a Washington, pochi giorni prima che il presidente degli Stati Uniti si rechi in visita ufficiale in Arabia Saudita (mercoledì 20 e giovedì 21 aprile). In realtà è un regalo "alla rovescia": sono i sauditi a fare un favore agli americani. Il lento svuotamento di Guantánamo è ormai il piano B che Obama persegue, non essendo riuscito ad ottenere la chiusura definitiva del supercarcere militare sull'isola di Cuba.
Ancora di recente Obama ha ribadito che quella chiusura è un suo obiettivo esplicito, e vorrebbe riuscirci prima della fine del suo mandato. È altamente improbabile: per chiudere Guantánamo bisogna passare dal Congresso, se non altro per ottenere l'autorizzazione a trasferire i residui prigionieri in carceri militari o civili sul territorio Usa. E questo Congresso a maggioranza repubblicana ha regolarmente bocciato la richiesta del presidente.
Così come altrettanti rifiuti sono venuti dai governatori e sindaci di varie città Usa dove si trovano le carceri che avrebbero dovuto accogliere i detenuti. Ma il piano B procede: è lo svuotamento progressivo di Guantánamo, basato su accordi ad hoc con paesi alleati o amici che accettano di accogliere i prigionieri rimasti. Con il trasferimento di questi yemeniti, a Guantánamo rimangono 80 detenuti rispetto ai 242 che Obama trovò quando s'insediò alla Casa Bianca nel gennaio 2009. Era dai tempi di George Bush che la diplomazia americana cercava di ottenere dai sauditi l'accoglienza di alcuni prigionieri.
Nove in un colpo solo è un successo importante per Washington e un gesto di buona volontà da parte di Ryad alla vigilia di una visita che si preannuncia spigolosa. Nel contenzioso bilaterale è spuntato di recente un nuovo problema: il governo saudita è preoccupato che la giustizia americana lo consideri responsabile in sede civile in un processo avviato dai parenti delle vittime dell'11 settembre, che vogliono ottenere indennizzi da Ryad in quanto molti terroristi che parteciparono all'attacco alle Torri Gemelle erano sauditi.
Ma il problema più grosso che Obama dovrà affrontare è un altro. L'Arabia non ha digerito l'accordo nucleare con l'Iran. Per i sauditi il vicino persiano è il principale rivale geostrategico, nonché nemico religioso in quanto sciita. L'aver sdoganato l'Iran con l'accordo nucleare, e quindi la levata parziale delle sanzioni, è considerato come un grave errore di Obama da parte dei sauditi. Che per decenni furono gli alleati privilegiati dell'America in Medio Oriente, dopo Israele. Il gesto di accogliere i nove prigionieri yemeniti da Guantánamo è dunque una mossa in un tavolo di trattative che si preannuncia molto complesso.

 
<< Inizio < 2941 2942 2943 2944 2945 2946 2947 2948 2950 > Fine >>

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it