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Giustizia: il Pm di Napoli Colangelo "il carcere o il cimitero nel futuro dei vostri figli"

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di Leandro Del Gaudio

 

Il Mattino, 5 settembre 2015

 

Colangelo alle madri dei baby boss: intervenite. Rendere effettiva la pena, più spedito il processo, uscire da una logica di emergenza e ragionare sulle cause del crimine: con un approccio complesso, su più livelli. Eccoli i punti cruciali nella lotta alle tante forme di illegalità a Napoli e provincia, secondo il capo della Procura di Napoli Giovanni Colangelo. Vuoi che si parli di camorra, di paranze di baby boss, vuoi che si ragioni sulle risse al San Paolo, lo scenario napoletano è oggettivamente complesso.

 

Procuratore Giovanni Colangelo, è stata un'estate difficile sul fronte della repressione del crimine: anche ad agosto ci sono stati omicidi e scene di violenza. Che sta succedendo a Napoli? "L'ho detto di recente anche in commissione parlamentare antimafia, il quadro è chiaro: abbiamo arrestato i padri, i nonni, gli zii, per cui si registra un pericoloso abbassamento dell'età criminale. Restano in circolazione i più giovani, che approfittano dei vuoti ed entrano nel sistema criminale. Sono sfrontati e impuniti, sono oggettivamente pericolosi".

 

Uno scenario poco rassicurante...

"Guardi, tutti i boss più importanti sono agli arresti, anche latitanti che sembravano imprendibili sono stati assicurati alla giustizia, la caccia ai patrimoni criminali non è mai cessata. Intanto, tutti in Procura lavoriamo con la migliorare le cose; stessa fiducia si registra nei ranghi delle forze dell'ordine, ma qui la realtà è complessa e va affrontata con un approccio strutturato, che richiede anche altri strumenti. Insomma, solo con l'intervento penale, certi quartieri non vengono bonificati, ci vuole un'assunzione di responsabilità da parte di tutti".

 

A cosa si riferisce?

"Prendiamo le madri di questi ragazzi che si atteggiano a boss o a camorristi: loro, le mamme, devono sapere che chi delinque ha come sbocco il cimitero o la prigione. Poi prendiamo anche le zone in cui vengono commessi questi omicidi, parlo della Sanità o di Forcella, spaccati cittadini pieni di storia e di monumenti che andrebbero valorizzati dalle istituzioni e salvaguardati dai residenti. Lo ripeto, ci vuole un approccio ampio, modulato su più livelli, solo con arresti e sequestri il male non viene estirpato".

Un mantra, quello del capo dei pm napoletani, che ha visto confermata l'analisi tracciata lo scorso giugno, dopo l'ultima maxi retata messa a segno a Forcella. Ricordate? Sessanta arresti contro la paranza dei bimbi, tutti riconducibili al cartello Amirante-Brunetti-Giuliano-Sibillo, che lasciavano ben sperare. Due mesi prima era stato lo stesso pool anticamorra napoletano a sgominare i Mazzarella, in uno scenario metropolitano che sembrava pacificato. Eppure, allora il Procuratore avvisò tutti: solo con gli arresti, non arriverà l'inversione di rotta. E non a caso, a carte rimescolate, la storia recente del centro storico è stata ancora segnata da violenza e omicidi, come in una sorta di liturgia criminale. E in altre zone della città, le cose non sembrano andare meglio, come raccontano le immagini del San Paolo, nel corso della prima partita casalinga del Napoli: una curva spaccata, decine di hooligan che si azzuffano, genitori e figli costretti a lasciare gli spalti.

 

Procuratore una brutta immagine, ma sono ancora possibili zone franche? Possibile che in una città come Napoli si debbano tollerare zone off limits per lo Stato?

"In astratto non è concepibile alcuna zona franca, in concreto esistono esigenze di ordine pubblico che rendono difficile un intervento in una curva popolata da ventimila persone. Da parte di prefetto e questore c'è attenzione altissima verso questi fenomeni, ma ogni intervento deve fare i conti con esigenze di tutela dell'ordine pubblico".

 

Eppure in Inghilterra il fenomeno hooligan è stato debellato.

"Anche in questo caso il problema è più ampio e va ricondotto agli strumenti di cui disponiamo".

 

Qual è il caso italiano? Quali sono i punti deboli dei nostri interventi?

"Io mi limito a far rispettare le regole, anche se credo che sia necessario intervenire sui tempi del processo penale e sull'effettività della pena: due punti che possono segnare la svolta quando si tratta di intervenire contro camorra e violenza".

 

Giustizia: caporalato, attacco all'area grigia

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di Gianmario Leone

 

Il Manifesto, 5 settembre 2015

 

Nuove misure allo studio. Il governo punta a colpire i patrimoni illecitamente accumulati attraverso lo sfruttamento dei lavoratori agricoli. Il governo continua nell'operazione di stringere il cerchio attorno al fenomeno del caporalato, seguendo la strada tracciata con gli annunci di qualche settimana fa: ovvero aggredire i patrimoni illecitamente accumulati attraverso lo sfruttamento dei lavoratori agricoli.

È questa la linea su cui si muoverà l'esecutivo, illustrata dai ministri della Giustizia, Andrea Orlando e delle Politiche agricole Maurizio Martina in una conferenza stampa a via Arenula. "La reclusione ha un effetto negativo, l'aggressione ai patrimoni fa più paura di qualche mese di detenzione - ha spiegato il ministro Orlando - nell'ambito dell'area grigia che sta tra economia e organizzazioni criminali funziona molto di più l'aggressione patrimoniale".

Le misure saranno contenute in emendamenti che confluiranno nel provvedimento sulle misure di prevenzione che è all'esame della Commissione Giustizia della Camera. "Colpire i patrimoni è il presupposto per generare spazi di vita per le imprese agricole che vogliono vivere nella legalità e nel rispetto delle regole", ha aggiunto il ministro Martina.

Orlando ha sottolineato come il fenomeno del caporalato sia "una piaga della storia del lavoro nel nostro Paese, che è stata combattuta negli anni ma che conosce adesso la recrudescenza allarmante" complice "la crisi economica e la forte disoccupazione". Per il ministro Martina "il caporalato ha radici antiche ma è riemerso con grande evidenza. Le misure indicano un cambio di passo del governo che preso in carico una lotta senza quartiere al fenomeno. Lo dobbiamo a chi lavora nei campi e alle tante imprese che lavorano rispettando le regole. La legalità deve diventare un elemento di competitività".

Le misure proposte prevedono la confisca obbligatoria del profitto del reato e dei beni utilizzati per commetterlo, e la confisca per equivalente di altri beni di cui il condannato abbia la disponibilità. Nell'elenco dei reati per cui scatteranno questi provvedimenti ci sarà anche l'intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro. Il reato di caporalato viene inoltre inserito tra quelli per i quali sono previste la responsabilità amministrativa da parte degli enti e l'indennizzo per le vittime.

È bene però ricordare che il caporalato è soltanto un anello della catena dello sfruttamento del settore agro-industriale, che vede in primo piano sia la grande distribuzione organizzata che le industrie di trasformazione e gli commercianti. Del resto, per chi si arricchisce dalla filiera agro-alimentare, il caporale è niente di più che uno strumento, certamente importante, per il reclutamento e il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici, così come lo sono le vie legali di intermediazione di manodopera, come ad le agenzie interinali o le cooperative, che operano in tantissimi settori oltre a quello dell'agricoltura. Il caporale non è e non può essere l'unico colpevole di quanto avviene ogni anno nelle campagne italiane e soprattutto in quelle del Sud, quest'anno tristemente funestate da ben quattro morti.

Intanto proseguono serrati i controlli delle forze dell'ordine: nelle ultime ore la Guardia di Finanza ha identificato soltanto nel barese 500 lavoratori dei quali 43 assunti a nero e 11 irregolari. Sono, inoltre, in corso accertamenti riguardo alla posizione di altri 61 lavoratori nelle province Bari e Bat. Ben 36 le aziende agricole controllate. Riguardo ai lavoratori a nero, sono state avviate le procedure per l'irrogazione della sanzione che va da 1.950 euro a 15.600 euro per ogni posizione irregolare. Tra i lavoratori in nero sono stati identificati anche sei migranti con regolare permesso di soggiorno.

Infine, due buone notizie. La prima arriva dalla provincia di Foggia, dove nei giorni scorsi la OP Mediterranea, sigla che sta per organizzazione di produttori, a seguito di una denuncia della Flai Cgil Puglia ha espulso un suo associato per non aver pagato quattordici braccianti avuti alle dipendenze per quattro giornate, "e cosa più importante - ha commentato commenta il segretario generale Daniele Calamita - stabilendo una sorta di responsabilità etica in solido con gli associati, la stessa OP ha provveduto essa stessa a rimborsare delle spettanze dovuto i lavoratori, tutti di origine centroafricana".

La seconda arriva da Taranto dove è stato siglato un protocollo d'intesa per la nascita di una futura impresa agricola modello in grado di strappare terreni all'abbandono e offrire un'occupazione a lavoratori detenuti ed ex detenuti. L'iniziativa ha lo scopo di creare "opportunità di reinserimento sociale e lavorativo nel settore agricolo". A tal fine l'amministrazione penitenziaria si è impegnata "a cedere in comodato d'uso gratuito i terreni di propria pertinenza all'azienda agricola che verrà individuata". Piccoli segnali positivi per quella riconversione culturale oramai non più rinviabile per questo paese.

 

Giustizia: lotta al caporalato, saranno confiscati i beni degli schiavisti

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di Silvia Barocci

 

Il Messaggero, 5 settembre 2015

 

Non è una pena tra i cinque e gli otto anni di carcere a scoraggiare gli sfruttatori del lavoro di chi, per necessità o per vessazione subite, si spacca la schiena sui campi. Talvolta fino a rimetterci la vita, come è accaduto lo scorso luglio a Paola Clemente, la bracciante di 49 anni retribuita con appena 27 euro al giorno e morta dopo ore di estenuante fatica nelle campagne di Andria. Il governo ha deciso di intervenire contro la piaga del caporalato non tanto inasprendo le pene ma aggredendo i patrimoni dei nuovi schiavisti. "La reclusione è un deterrente relativo. Spaventa molto di più colpire la ricchezza accumulata con lo sfruttamento delle persone", hanno fatto notare il ministro della Giustizia Andrea Orlando e il responsabile delle Politiche Agricole Maurizio Martina.

L'intervento preannunciato dal governo si concretizzerà in una serie di emendamenti al disegno di legge sulle misure di prevenzione ora all'esame in commissione alla Camera. Si è deciso di rendere obbligatoria la confisca del prodotto o del profitto del reato. In altre parole, in caso di condanna dei "caporali", il giudice ordinerà sempre la confisca, ad esempio, dei mezzi utilizzati per accompagnare i braccianti sul luogo di lavoro, degli immobili destinati ad accoglierli perla notte, come pure delle cose che ne costituiscono il prodotto o il profitto.

La confisca potrà anche essere per equivalente, nel caso in cui non sia possibile attuare quella diretta dei beni del condannato. E ancora: il delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro si aggiungerà all'elenco dei reati per i quali si può operare la confisca estesa e sarà aggiunto il reato di caporalato all'elenco dei reati per i quali alla vittima va riconosciuto il diritto all'indennizzo a carico dello Stato.

Per il ministro Martina l'iniziativa del governo è "un cambio di passo" realizzato dai ministri della Giustizia e del lavoro con l'obiettivo di "andare oltre l'emergenza e costruire un piano articolato di contrasto che possa durare nel tempo". Il caporalato "è una piaga che ci fa vergognare. Nel corso degli anni è stata combattuta, ma ora, complice la crisi economica - fa notare il Guardasigilli Orlando - ha una recrudescenza preoccupante e contrastarla significa anche contribuire alla lotta alla criminalità organizzata".

L'ultimo report che la Guardia di Finanza ha consegnato al governo delinea un quadro preoccupante: lo sfruttamento della manodopera, anche straniera, ha a che vedere con un'illegalità articolata su fronti che vanno dall'evasione fiscale e contributiva allo sfruttamento dell'immigrazione clandestina, fino alle frodi al sistema previdenziale. Solo nei mesi che vanno da giugno ad agosto le Fiamme Gialle hanno scoperto 2.745 lavoratori in nero e 1.972 irregolari. Di questi, ad essere impiegati nel settore dell'agricoltura e dell'allevamento sono rispettivamente 155 e 28. Sempre nello stesso settore, i datori di lavoro nero e irregolare scoperti sono stati 25 e 6. A scorrere i dati dall'inizio dell'anno ad oggi si scopre che alla magistratura sono stati segnalati o denunciati per manodopera irregolare ben 3.480 datori di lavoro.

 

Giustizia: Cdm, sì a diritti dei conviventi se le vittime del reato sono morte

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Ansa, 5 settembre 2015

 

Con lo schema di decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri, si completa un assetto di regole che assicura ancor più l'effettività dei diritti di partecipazione consapevole delle vittime al processo penale.

Il Consiglio dei ministri di oggi, su proposta del presidente e del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha approvato, in esame preliminare e in conformità alla legge di delega del 6 agosto 2013, il decreto legislativo di attuazione della direttiva 2012/29/Ue del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012 che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/Gai. Come è noto - prosegue il comunicato finale diffuso da Palazzo Chigi - l'Unione europea riserva una particolare attenzione ai diritti delle vittime dei reati ed è appena il caso di richiamare, tra i più atti normativi dell'Unione, la direttiva 2011/36/Ue (che sostituisce la Decisione quadro del Consiglio 2002/629/Gai), con cui sono state dettate norme minime relative alla definizione dei reati e delle sanzioni nell'ambito della tratta di esseri umani.

Tale ultima direttiva è stata già attuata nel nostro ordinamento con il decreto legislativo n. 24 del 2014, e ciò concorre a dimostrare che la legislazione interna offre già una adeguata tutela alle vittime dei reati.

Ora, con lo schema di decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri, si completa un assetto di regole che - si legge ancora - assicura ancor più l'effettività dei diritti di partecipazione consapevole delle vittime al processo penale. Si pone in evidenza che, in attuazione di una precisa direttiva di delega, si arricchisce il sistema processuale interno così: si prevede che, ove la persona offesa sia deceduta in conseguenza del reato, le facoltà e i diritti previsti dalla legge siano esercitati, oltreché dai prossimi congiunti, ivi compreso il coniuge, dalla persona che alla vittima sia stata legata da relazione affettiva e con essa abbia stabilmente convissuto; si prescrive che, sin dal primo contatto con l'autorità procedente, la vittima abbia precisa informazione sui diritti che la legge le riconosce e le sia assicurata, per il caso in cui non conosca la lingua italiana, la possibilità di essere assistita da un interprete e di poter ottenere una traduzione gratuita di atti processuali essenziali all'esercizio dei suoi diritti; si prevede poi che la vittima di delitti commessi con violenza alla persona sia informata dell'eventuale scarcerazione o dell'eventuale evasione dell'imputato o del condannato; si dettano infine disposizioni per l'adozione con modalità protette della testimonianza della vittima che risulti, ad apprezzamento discrezionale del giudice, particolarmente vulnerabile, quale che sia il reato per il quale si procede.

 

Giustizia: Luigi Chiatti esce di cella, tra le polemiche

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di Giuseppe Caporale

 

La Repubblica, 5 settembre 2015

 

Il serial killer di Foligno uccise due bimbi, dopo 21 anni è ricoverato in una residenza sanitaria vicino a Cagliari. Per i periti è ancora "altamente pericoloso e non si è mai pentito". I giudici: "Ma non c'erano alternative".

Niente più carcere, né polizia penitenziaria. Da oggi, quello che separa il mostro di Foligno dal resto del mondo è soltanto un muro. Il muro della struttura sanitaria dì Capoterra, vicino a Cagliari. È qui che Luigi Chiatti, 46 anni, dopo aver scontato appena 21 annidi carcere per l'omicidio di due bambini (Simone Allegretti, 5 anni e Lorenzo Paolucci, trascorrerà altri tre anni, sotto le cure di un'equipe di medici e infermieri.

È stato un pasticcio all'italiana a spalancargli ieri mattina le porte del carcere di Prato: ergastolo in primo grado, condanna a 30 anni in appello e a seguire una serie di sconti dì pena (indulto e legge Gozzini). E sebbene Chiatti sia "un soggetto ad altissima pericolosità sociale" ed abbia "minacciato" gli operatori del carcere e un giudice - come si legge nel provvedimento del tribunale di Sorveglianza di Firenze notificato poco più di un mese fa - l'unica soluzione possibile è una struttura sanitaria, in quanto gli ospedali psichiatrici giudiziari dal mese di marzo, in base alla riforma della sanità penitenziaria, sono stati aboliti.

"Chiudere gli Opg è stato di certo un gesto di civiltà" commenta uno dei magistrati che ha seguito la vicenda Chiatti "ma è indubbio che ora la sfida in casi come questi si trasferisce dal piano detentivo a quello sanitario. Si tratta di una scommessa... Del resto non abbiamo avuto scelta. Non ci sono altre vie praticabili in base alla nuova norma, seppure nel caso del mostro di Foligno siamo davanti a una vicenda di eccezionale gravità".

E a descrivere l'attuale "altissima pericolosità sociale dì Chiatti" sono stati i periti incaricati dalla corte d'Appello di Firenze. "Nonostante il trascorrere del tempo si rileva ancora un forte rischio di recidiva" scrivono i medici. "In Chiatti di recente è emerso uno stato di frustrazione e dì solitudine che potrebbe gestire in modo imprevedibile. Nei vari incontri che si sono succeduti non è stato riscontrato in lui mai nessun cenno di rimorso o un minimo dolore per ì fatti commessi". "Si tratta" sostengono nella loro relazione inviata al tribunale di Sorveglianza dì Firenze "di un disturbo delirante" con "una quota di aggressività repressa e la totale mancanza di un contatto con il proprio mondo interiore".

"La vicenda Chiatti è il risultato di un pasticcio dietro l'altro del nostro sistema giudiziario" commenta amaro l'avvocato Giovanni Picuti, legale dei genitori delle vittime, "nessuno oggi può dirci cosa succederà. Eppure", ricorda il legale, "contestammo tutto da subito. Prima lo sconto a 30 anni per la seminfermità: per noi era evidente che Chiatti era lucido, consapevole delle sue azioni, altro che matto. Per capirlo è sufficiente leggere i file del suo computer dove annotava i pedinamenti dei bambini di Foligno.

Poi provammo ad opporci anche al beneficio dell'indulto. Ma è stato sempre tutto inutile, E ora, c'è anche la beffa dell'assenza di strutture idonee". Preoccupato anche il commento di Alberto Speroni, poliziotto ora in pensione che nel 1993 arrestò il mostro di Foligno. "Chiatti mi disse che aveva fatto l'omicidio perfetto. Ancora provo rabbia per la freddezza messa in mostra da quello che all'epoca era un ragazzo di appena 20 anni. Sono convinto che non debba mai più tornare libero perché non può guarire, ma sarà la legge a decidere".

 
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