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Giustizia: il 70% dei detenuti ha problemi di salute

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Il Garantista, 11 aprile 2015

 

Il 70% dei detenuti, circa 16 mila persone, nelle carceri di Toscana, Veneto, Lazio, Liguria, Umbria e negli istituti penitenziari dell'Azienda sanitaria di Salerno, è affetto da almeno una patologia: soprattutto disturbi psichici, malattie infettive e dell'apparato digerente. L'11,5% ha una patologia infettiva e parassitaria, l'epatite C costituisce la malattia infettiva più diffusa. Sempre il 70% è fumatore (contro il 23% della media della popolazione generale).

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Giustizia: reato di tortura, l'Aula approva... con 14 anni di ritardo

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di Lorenzo Misuraca

 

Il Garantista, 11 aprile 2015

 

Renzi tiene De Gennaro e spinge sul reato di tortura, e ottiene un risultato che fa ben sperare i tanti che aspettano da molti in Italia, soprattutto le vittime della macellerie del G8 e i familiari dei tanti casi Cucchi avvenuti. Attento com'è alla pancia del paese, dopo la notizia della sentenza della Corte di giustizia europea che ha definito tortura l'irruzione nella scuola Diaz durante il G8, Matteo Renzi prende nota delle difese di ufficio di tanti membri del suo partito e del suo governo nei confronti del capo di Finmeccanica e decide di puntare solo sull'introduzione del reato nell'ordinamento italiano.

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Giustizia: il grido dei magistrati "lasciati soli"

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di Luca Fazio

 

Il Manifesto, 11 aprile 2015

 

Il giorno dopo la strage compiuta da Claudio Giardiello, assemblea straordinaria dell'Anm al Tribunale di Milano. Per il presidente Rodolfo Sabelli "occorre richiamare tutti al diffuso rispetto verso la giustizia". L'omicida, che giovedì ha ucciso tre persone tra cui un giudice, verrà interrogato questa mattina nel carcere di Monza. Anche i magistrati sanno che non c'è alcun rapporto diretto tra la follia omicida di Claudio Giardiello e quel malessere diffuso che gli uomini di legge hanno ugualmente voluto esprimere durante l'assemblea straordinaria dell'Anm di ieri mattina al Tribunale di Milano. Però quegli spari, i tre morti e quell'improvviso senso di vulnerabilità in uno dei luoghi più rappresentativi della politica italiana non possono non assumere una forte valenza simbolica, al di là del pur drammatico fatto di cronaca.

Da più di venti anni quel palazzo cerca di fare da filtro depuratore di una politica che sembrava sul punto di cambiare e invece non è cambiata. La storia, le cronache quotidiane, dicono che la battaglia è stata persa. Deve essere per questo che oggi i magistrati dicono di sentirsi abbandonati. Ovviamente, visto il dramma dell'altro giorno, anche per via della scarsa sicurezza dei luoghi dove lavorano. Sono amareggiati, parlano di clima sfavorevole. "I magistrati non possono essere lasciati soli, bisogna esprimere un sostegno concreto alla magistratura per il lavoro che fa per la giustizia del paese", ha detto il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini.

L'assemblea dell'Associazione nazionale magistrati si è aperta con un lunghissimo applauso per il giudice Fernando Ciampi e per le altre due vittime della strage, il socio in affari dell'omicida Giorgio Erba e il giovane avvocato Alberto Claris Appiani. Rodolfo Sabelli, presidente di Anm, è stato il più esplicito: "Siamo qui per chiedere rispetto". Per Sabelli, questa strage "ha un valore simbolico, troppe tensioni e troppa rabbia si raccolgono sulla giustizia. Occorre richiamare tutti al diffuso rispetto verso la giustizia". Il presidente dell'Anm ieri ha rilasciato diverse interviste per spiegare il perché di tanta amarezza.

"Va respinta ogni forma di discredito della giurisdizione, un tema che molto opportunamente è stato richiamato dal capo dello Stato. Un discredito che viene da un dibattito che dura da decenni". Laddove la politica è inadeguata, lascia intendere Sabelli, gli uomini di legge non possono certo fare da parafulmini: "Troppe tensioni si concentrano sulla giustizia e in un'epoca di crisi e di forti tensioni sociali magistrati e avvocati sono particolarmente esposti".

L'Italia, infatti, è piena di uomini disperati come Claudio Giardiello che a torto o a ragione si sentono vittime di una qualche ingiustizia e non riescono più a gestire problemi di natura principalmente economica. Ancora ieri l'omicida avrebbe manifestato tutta la sua rabbia proprio contro i giudici: "Il tribunale mi ha rovinato, quel posto è l'origine di tutti i miei mali" (questa mattina verrà interrogato nel carcere di San Quirico Monza). Il pm gli contesterà l'omicidio plurimo premeditato.

Il problema esiste, un certo allarme sicurezza è giustificato, ma, come ha detto Giovanni Canzio, presidente della Corte d'appello di Milano, "noi non ci sentiamo una fortezza assediata, non vogliamo alzare ponti levatoi ma vogliamo continuare ad aprirci ai cittadini e a una cultura comune". In un momento delicato come questo, Giovanni Canzio ha voluto sottolineare il compito delicato che tocca anche alla magistratura: "Noi abbiamo il dovere di svolgere alcune riflessioni più ampie riguardanti il rapporto tra la crisi dell'economia e la crisi della ragione che determina un carico di tensioni individuali e sociali". Sono soli anche i cittadini, ha detto.

Messo a fuoco il problema, ne rimane un altro: è incredibile che un uomo armato possa entrare in un tribunale, uccidere e scappare. L'Anm adesso chiede un intervento specifico per la sicurezza di tutti i palazzi di giustizia d'Italia. "Non si può lasciare solo chi lavora nella giustizia - ha ribadito il presidente Rodolfo Sabelli - il fatto che queste persone siano state uccise mentre erano al servizio è un fatto grave che deve fare riflettere tutti".

Ieri mattina il dispositivo di sicurezza a Palazzo di Giustizia è stato intensificato, ma senza nessun intervento particolarmente eclatante. Solo controlli più minuziosi e un po' di coda agli ingressi laterali, dove ogni giorno entrano migliaia di persone. Le indagini sono ancora in corso, ma sembra che l'omicida sia entrato da via Manara senza esibire alcun tesserino. Qualche testa cadrà, ma il problema resterà. Spiega una guardia giurata della AllSystem: "Delle due l'una: o si trova il modo di far passare sotto il metal detector tutti quelli che entrano qui, magistrati, avvocati e personale amministrativo, oppure c'è il rischio che episodi come quello di ieri possano succedere ancora, perché i pazzi non sono prevedibili".

 

Giustizia: strage in Tribunale a Milano, un dramma che colpisce tutti

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da Giunta dell'Unione Camere Penali

 

www.camerepenali.it, 11 aprile 2015

 

Il rispetto per quanto accaduto l'altro ieri a Milano si deve a tutti i soggetti della giurisdizione, magistrati e avvocati, e nel caso a tutti coloro i quali sono stati uccisi o feriti, senza distinzione per il ruolo o la funzione esercitata. Speravamo di non dovere aggiungere altro di fronte a una tragedia quale quella verificatasi ieri nel Palazzo di Giustizia di Milano. Avevamo rilevato che si trattava di un dramma per il quale si doveva esprimere il più profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e che colpiva avvocatura, magistratura e società nel suo complesso. Come bene ha detto il Presidente della Corte di Appello di Milano, Dott. Giovanni Canzio, di fronte a episodi come questo occorre "misurare gesti e parole e non è il tempo per rivendicazioni corporative o sindacali".

La gravità del fatto è chiara ed è attribuibile a una lucida follia, frutto forse della disperazione e di un disagio sociale, che spesso si interseca a una sofferenza di natura psicologica: in questo contesto, sul processo, civile o penale che sia, si scaricano tutte le tensioni e le aspettative sociali, il che rende più vulnerabili i suoi protagonisti, senza nessuna distinzione e, dunque, nel caso, evocare "un clima contro i giudici" è fuorviante e quantomeno inopportuno.

L'omicida ha, infatti, espresso il suo sentimento di rabbia e vendetta nei confronti di chi riteneva ingiustificatamente responsabile delle sue disavventure, e ciò non ha nulla a che vedere con una asserita delegittimazione o con il discredito della magistratura.

Ciò, a meno di non voler sostenere incomprensibilmente che introdurre le norme sulla responsabilità civile dei magistrati possa isolare o screditare l'istituzione.

È compito della politica approvare leggi che regolino diritti, libertà e responsabilità di tutti, nessuno escluso.

Il rispetto, dunque, si deve a tutti i soggetti della giurisdizione, magistrati e avvocati, e nel caso a tutti coloro i quali sono stati uccisi o feriti, senza distinzione per il ruolo o la funzione esercitata.

Anche sulle misure di sicurezza nei tribunali va fatta una riflessione oggettiva e depurata da strumentalizzazioni determinate dalla circostanza che l'omicida fosse entrato dal varco dedicato agli avvocati senza un effettivo controllo. Si è subito affermato che le misure di controllo nei confronti degli avvocati non fossero adeguate e che nei confronti degli stessi dovessero essere effettuate in modo più approfondito.

A riguardo è necessario chiarire che gli avvocati sono, al pari dei magistrati, soggetti della giurisdizione che concorrono all'amministrazione della giustizia e che, dunque, non sono ospiti in tribunale, meritano la stessa fiducia e devono sottoporsi agli stessi controlli cui vengono sottoposti magistrati e personale amministrativo. Ci si soffermi piuttosto sulla mancanza di risorse, sulle prassi diverse nei vari uffici giudiziari, sulla mancanza di strumentazione adeguata, di personale che possa garantire, per quanto possibile, l'incolumità di chi deve frequentare le aule di giustizia.

Infine, oltre al cordoglio già espresso nei confronti di tutte le vittime, il ricordo di un giovane avvocato freddato a colpi di pistola esclusivamente per aver svolto la sua professione con dedizione, rispetto delle regole e amore per la toga: gli stessi che l'avvocato che assisterà l'omicida riserverà a chi ha commesso un crimine che ha suscitato un così profondo dolore. Allo stesso modo, i giudici che saranno chiamati a valutare la sua condotta, riserveranno nel processo lo stesso equilibrio che è insito nella loro funzione, valorizzando i principi di giustizia che costituiscono un patrimonio comune e fondamento di una società liberale e democratica.

 

Giustizia: Casson "voglia di vendetta contro magistrati, ma follia di Milano non c'entra"

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di Carlo Lania

 

Il Manifesto, 11 aprile 2015

 

Senatore Felice Casson, da magistrato passato alla politica ritiene che quanto accaduto a Milano possa essere inserito in quel clima di delegittimazione della magistratura che c'è da tempo?

"Non in senso stretto. Certamente il fatto di delegittimare una persona o una categoria, ma non solo la magistratura, indebolisce comunque quella figura o quell'organismo, però collegare direttamente l'episodio con il clima di polemiche e di attacchi che ci sono stati mi sembra un po' esagerato. Si tratta di una vicenda molto specifica, di una situazione drammatica come ce ne sono tante nel nostro Paese che però, fortunatamente, soltanto molto di rado terminano in episodi violenti di questo tipo".

 

I tribunali, e in modo particolare quelli fallimentari, con l'aggravarsi della crisi si sono trovati a far fronte a una numero sempre maggior di situazioni di bancarotta come quella che stava giudicando ieri...

"Purtroppo situazioni di questo tipo si verificano sempre di più e con reazioni diversificate: ci sono casi di violenza su se stessi e purtroppo un aumento piuttosto consistente di casi di imprenditori che si ammazzano. In questo caso si è avuto l'effetto contrario, cioè della violenza rivolta contro l'esterno, verso quello che rappresentava un simbolo, al di là di ogni responsabilità. D'altra parte situazioni di crisi, economica o lavorativa conducono sempre più spesso a fenomeni di lesionismo o di autolesionismo, anche tra i lavoratori".

 

Il presidente Mattarella ha voluto comunque ricordare l'opera di svalutazione del ruolo della magistratura.

"Per carità questo deve essere fatto e ci mancherebbe altro. Però bisogna anche stare attenti a non creare tensioni ulteriori rispetto a quelle già esistenti. Ma al di là di questi casi violenti ai singoli, fa male alle istituzioni, al prestigi delle istituzioni e al modo di lavorarvi all'interno".

 

C'è secondo lei una voglia di vendetta nei confronti della magistratura?

"Da una certa parte della politica certamente sì e ce ne rendiamo conto in qualche caso anche all'interno del parlamento. Basta sentire alcuni interventi che ci sono stati anche di recente in Senato, quando si è parlato di misure sulla giustizia. C'è una sensazione, una voglia quasi di vendicarsi e comunque di mettere la magistratura sotto un controllo più stretto. Però io non vorrei ricollegare tutto questo con l'episodio di violenza accaduto a Milano".

 

Immagino che il suo riferimento sia alla legge sulla responsabilità civile dei magistrati.

"Sì ma non solo. Al di là della legge specifica, anche nelle discussioni generali, come successo di recente sempre in Senato discutendo ad esempio in materia di custodia cautelare, o comunque quando si parla di misure sulla giustizia: ci sono sempre degli attacchi sconsiderati o comunque gratuiti e offensivi nei confronti della magistratura che non portano da nessuna parte".

 

Si parla di sicurezza nei tribunali, di aumento delle misure di controllo. Alla fine i palazzi di giustizia diventano delle specie di fortezze. Le sembra logico tutto questo? In fondo nei tribunali si esercita la giustizia.

"Questo è vero, però non funziona così nella realtà. Mi ricordo che anche quando nell'agosto del 2001 è stata messa una bomba nel tribunale di Rialto e io ero di turno antiterrorismo, chi lo ha fatto ha potuto agire perché i due carabinieri che erano di vigilanza durante la notte dormivano invece di fare il loro lavoro. La vigilanza ci deve essere e deve essere fatta in maniera seria. Purtroppo questo non succede come dimostrano alcune trasmissioni televisive dove è possibile vedere come all'interno del palazzo di giustizia sostanzialmente entra chi vuole e fa quello che vuole. Poi sono d'accordo con lei, non dovrebbe essere così, ma purtroppo i tribunali diventano il centro di smistamento di conflitti e di scontri a volte di natura economica, a volte di natura familiare o addirittura degli scontri sociali".

 
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