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Scontro Ue-Austria sulle quote rifugiati. Renzi: stop ai fondi

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di Alberto D'Argenio

 

La Repubblica, 19 febbraio 2016

 

Accuse al blocco dell'Est. Vienna: 80 ingressi al giorno Accoglienza, enti locali in rivolta contro il Viminale. È scontro aperto tra Unione europea e Austria sulla decisione di Vienna di far entrare sul proprio territorio un massimo di ottanta richiedenti asilo al giorno. Ieri mattina il presidente della Commissione, Juncker, ha criticato la linea del Cancelliere Faymann e nel pomeriggio il commissario per la Migrazione, Avramopoulos, in una lettera al governo austriaco ha bocciato l'iniziativa definendo il tetto agli ingressi "chiaramente incompatibile" con il diritto comunitario: "L'Austria ha l'obbligo legale di accettare tutte le domande di asilo". Ma Faymann ha risposto affermando che "la nostra decisione non cambia".
E ha sfidato la Commissione: "Ai pareri legali risponderanno i nostri giuristi". Pochi minuti dopo si è aperto il Consiglio europeo. A cena i leader, in una pausa nel negoziato sul Brexit, hanno parlato di migranti. L'Unione però è bloccata dai veti dei governi dell'Est Europa e da quelli restii ad abbracciare un sistema permanente di ripartizione dei rifugiati perché assediati dai populisti, come quello francese. Così l'Austria andrà avanti con le quote e la costruzione di una barriera al Brennero. Renzi arrivando al summit ha riconosciuto che "la posizione dell'Austria è comprensibilmente molto difficile, ma non possiamo immaginare di chiudere il Brennero, uno dei grandi elementi di unione in Europa".
Il premier ha rilanciato la richiesta di trovare una soluzione europea. L'Italia - come Austria, Germania e Svezia vuole superare le regole di Dublino (per Renzi hanno "fallito") che scaricano sul Paese di primo ingresso la gestione dei richiedenti asilo. Ma a causa delle divergenze tra governi Juncker da dicembre tiene nel cassetto la proposta di realizzare un sistema di ripartizione dei migranti permanente ed efficace (la riallocazione emergenziale di 160mila è al palo). Ieri ha saggiato il clima per capire quanto potrà spingersi in là con il testo che finalmente proporrà a marzo.
Clima non buono: Renzi ha minacciato di tagliare i fondi Ue ai paesi dell'Est contrari a prendere i rifugiati: "La solidarietà non può essere solo nel prendere, ora inizia la fase della programmazione dei fondi 2020, o siete solidali nel dare e nel prendere oppure smettiamo di essere solidali noi paesi contributori. E poi vediamo". Un intervento apprezzato da molti leader dei paesi pre-allargamento. Il tempo stringe, se a maggio la Grecia non avrà ripreso controllo delle sue frontiere (ma per Bruxelles ha fatto "progressi spettacolari") e non ci sarà una gestione Ue dei flussi ci sarà il rischio di una mini Schengen tra i paesi del centro e del Nord che isolerebbe Grecia e Italia. Ipotesi che Alfano ha definito "la fine dell'Europa".
Il ministro ha quindi confermato il piano per aumentare la capacità di accoglienza nel caso gli sbarchi dovessero aumentare: "Ci stiamo preparando ad ogni scenario". Il Viminale ha spiegato che solo nel 2016 potrebbero essere reperiti 30mila posti in più rispetto ai 120mila attuali. Ma gli amministratori locali sono in rivolta, Fassino e Bonaccini in una lettera sottolineano che "un nuovo Piano che comporta un ampliamento così significativo degli arrivi non può essere adottato senza un pieno coinvolgimento di Regioni e Comuni". Il presidente dell'Anci e della Conferenza delle regioni chiedono una "cabina di regia" con il governo.

 

Un simbolo di compassione contro i "muri"

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di Paolo Rumiz

 

La Repubblica, 19 febbraio 2016

 

La foto dell'anno. Röszke, tra Serbia e Ungheria: un neonato viene "passato" attraverso il reticolato (Warren Richardson, primo premio "Spot news, singles"). CI trovi la notte, il frusciare dell'erba, il silenzio lunare e guardingo dell'animale che protegge il cucciolo, il simbolo potente del neonato, la vita che cerca la sua strada come il piccolo Mosè affidato alle acque del Nilo. Ma nella foto di Warren Richardson, scattata il 28 agosto sul confine serbo-ungherese, scopri molto altro. C'è che quel padre, colto in un atto di infinita intimità, è il simbolo di tutti i padri del mondo, così come il bimbo siriano morto in braccio al soldato turco sulla battigia era, con quelle scarpette nei piedini abbandonati, il bimbo di noi tutti. C'è l'individuo, con la sua storia, una storia che vuoi assolutamente sapere, e non il numero, la massa in movimento sui barconi o lungo le strade. Tu sei lui, diventi lui.
Che tempesta di segnali. Quell'atto - aprirsi un varco - rappresenta l'esercizio di un diritto primordiale; riassume la storia dell'umanità, quella di chi si taglia i ponti alle spalle perché non ha niente da perdere; mostra la nemesi tremenda dell'Ungheria, il primo paese a rimettere i reticolati che era stato il primo ad abbattere.
Ma tutto questo è riassunto dal modo con cui l'immagine è stata colta, con l'infinita pazienza del bird-watcher, e non con la violenza di chi sbatte il flash sulla faccia stralunata degli Ultimi, in cerca di sangue e pornografia. Istantanea presa senza flash, con esposizione lunga, per non allertare la polizia. Tecnica che diventa atto di "com-passione", tutto dalla parte degli Esiliati.
Il problema è che, dopo la compassione, ci dimentichiamo di loro. Solo in pochi, incontrando oggi quel padre e quel bambino, penseranno che dietro a loro c'è una storia. Anche in buona fede. Nel film Grand Budapest Hotel, il maître Gustave si arrabbia col suo "boy" di origine araba e gli dice: "Cosa ti ha spinto a lasciare la patria e a percorrere lunghe distanze per diventare un povero immigrato in una società raffinata che sarebbe sopravvissuta benissimo anche senza di te?". E l'altro, a bruciapelo: "La guerra. Mio padre fu ucciso, la mia famiglia giustiziata da un plotone di esecuzione, il nostro villaggio bruciato e i sopravvissuti obbligati ad andarsene. Ho lasciato la patria per via della guerra". Il maître resta di sasso e dice: "Sono un idiota, egoista e bastardo".
Ecco, per non arrivare alla stessa amara ammissione su noi stessi, dovremmo tenere a mente ogni minuto immagini come questa.

 

Una carta dei valori con l'Islam, per combattere l' integralismo

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di Goffredo Buccini

 

Corriere della Sera, 19 febbraio 2016

 

Un governo riformista non può non riprendere il lavoro iniziato da Giuliano Amato per arrivare al riconoscimento dei musulmani italiani in cambio dell'adesione ai principi della nostra Costituzione. L'Islam italiano diventa una sfida sempre più difficile da eludere per un governo riformista.
L'azzardo di tenere un milione e seicentomila fedeli in gran parte confinati a pregare dentro garage e cantine, spesso guidati da imam fai-da-te con sermoni in arabo fuori controllo; il paradosso della seconda religione praticata nel Paese che tuttavia, a differenza di altri culti, non trova ancora un'intesa con lo Stato; la piaga (documentata dal Corriere) di migliaia di studentesse d'origine islamica che vivono accanto a noi e che - a differenza dei coetanei maschi - vengono ritirate dalla scuola alla soglia dell'adolescenza perché vittime di un pregiudizio di genere ancora molto pesante nelle loro famiglie; in generale la zona d'ombra che tuttora lambisce tanti nostri connazionali di fede musulmana: tutti questi sono elementi di un teorema che va affrontato e risolto non per astratto buonismo ma per una assai pragmatica volontà di garantire una migliore coesistenza tra cittadini di religioni e culture diverse, sterilizzando diffidenze che alla lunga trasformerebbero i nostri quartieri e le nostre periferie in laboratori di rancore non dissimili dalle banlieue francesi.
Qui non va usata a casaccio la parola riformista. L'ultimo ad aver tentato di mettere attorno a un tavolo tutti i pianeti e i satelliti di quella variegata galassia che compone l'Islam italiano è stato Giuliano Amato, tra il 2006 e il 2008. Il giurista Carlo Cardia ha raccontato di recente come nacque e come andò quel tentativo da lui stesso coordinato su incarico dell'allora ministro dell'Interno del secondo governo Prodi.
Scaturì per reazione a una sortita antisemita dell'Ucoii, la più forte organizzazione delle comunità islamiche italiane (allora ritenuta assai vicina alla Fratellanza musulmana), e condusse, dopo un anno intenso di incontri e scontri tra le parti in una stanza del Viminale, alla creazione di una Carta dei valori, una mappa di convivenza tra "noi" e "loro" che sottintendeva un accordo politico sostanziale: il riconoscimento dell'Islam italiano, il supporto (normativo e anche finanziario) all'emersione delle moschee, in cambio di una esplicita adesione a elementi costitutivi della nostra cultura e del nostro patrimonio identitario come libertà, tolleranza, uguaglianza uomo-donna. Il tentativo, reso impervio dalle molte anime dell'Islam e dalla loro riluttanza a federarsi lasciandosi ricondurre ad una sola voce, andò in crisi quando l'Ucoii non sottoscrisse la Carta. E si arenò quando, caduto il governo Prodi, Amato lasciò il Viminale: perché molto viveva della sua sapienza politica e del suo prestigio.
Otto anni dopo ci sono nuovi elementi da considerare. Innanzitutto, l'urgenza. Allora non c'era una percezione nemmeno lontana dell'angoscia che il radicalismo islamico fomenta oggi nella nostra società: dunque stringe il tempo a disposizione per sottrarre nelle comunità islamiche forze e consenso a questo radicalismo. In secondo luogo, gli interlocutori.
Perché se è vero che gli islamici italiani continuano a essere una galassia attraversata da un atomismo quasi irriducibile, è altrettanto vero che proprio la recente stagione del terrorismo ha indotto molti leader delle comunità a un riposizionamento più esplicito. E il cambiamento più visibile forse sta proprio nella leadership dell'Ucoii, oggi affidata al giovane Izzedin Elzir, che si è distanziato da derive fondamentaliste e manifesta attenzione alle storture derivate dalle discriminazioni di genere (sia pure attribuendole a sottocultura e non a tradizionalismo religioso).
Matteo Renzi, distogliendosi da qualcuna delle schermaglie tattiche da cui è assediato, non dovrebbe sottovalutare l'opportunità strategica di riprendere il testimone lasciato da Amato, costi quel che costi nei sondaggi. Proprio la sua attenzione alle specificità italiane dovrebbe indurlo a capire che l'Italia può - e deve - trovare con i suoi cittadini musulmani una strada originale, diversa dal disastroso multiculturalismo inglese e dall'asfittico assimilazionismo francese. È la strada di un patto che comporti l'emersione dagli scantinati e (la Lega se ne faccia una ragione) la nascita (persino) di moschee di quartiere: dove però si predichi in italiano e gli imam seguano un percorso chiaro e verificabile. Dignità in cambio di regole, senza sconti. Lotta culturale all'integralismo in cambio di sostegno a chi vuole dialogare, spingendo sempre più le comunità a dotarsi di una voce sola. Non tocca ai riformisti e ai laici italiani chiedere ai cittadini musulmani una rilettura critica del Corano: un'autoriforma che, se mai verrà, dovrà avere tempi e modi che naturalmente sono nelle mani dei musulmani medesimi. Ma incentivare la lettura consapevole della nostra Costituzione, esigendo la sincera adesione ad ogni suo articolo, sì, questo si può fare già domani.

 

Rifugiati, il Viminale punta a 30mila posti in più. Meno sbarchi, accoglienza non a rischio

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di Sara Menafra

 

Il Messaggero, 19 febbraio 2016

 

Per il momento, il Viminale frena le preoccupazioni. Se l'Austria dovesse restare ferma nell'idea di limitare l'accesso alla frontiera, non è detto che i migranti provenienti dalla cosiddetta rotta balcanica decidano di sconfinare verso l'Italia passando dalla Slovenia.
Anche perché, almeno in teoria, dovrebbe semmai essere appunto la Slovenia ad accogliere i migranti in arrivo, visto che l'ex paese balcanico è il primo in area Schengen che incontrano sul loro cammino. Più in generale, come lo stesso Renzi ha spiegato ieri, l'Italia punta a non alimentare il panico e a spingere ancora una volta per soluzioni condivise da tutta l'Europa. I numeri degli arrivi previsti per quest'anno, del resto, non sono ancora da allarme rosso.
Il 2015 si è chiuso con 144mila sbarchi, il 13% in meno rispetto al 2014. E la prossima settimana si riunirà il Tavolo nazionale sull'immigrazione, al quale partecipano anche i Comuni e la Conferenza stato regioni, per fare un piano in vista degli arrivi di primavera ed estate. L'obiettivo è portare i posti per l'accoglienza dagli attuali 120mila a 150mila, anche se la riunione della prossima settimana servirà semplicemente a fissare le linee generali della programmazione e solo in seguito partiranno le direttive alle varie prefetture.
Posto che tutti gli analisti smentiscono un ipotetico rischio invasione, se non altro perché il saldo demografico italiano è negativo (il paese si è complessivamente spopolato di 100mila unità) è vero però che attualmente, le strutture di accoglienza sono al massimo della capienza. Tanto più da quando l'Italia applica pedissequamente le direttive europee identificando tutti i migranti in arrivo, si registra il record di presenze nelle strutture di accoglienza (tra quelle temporanee, i centri governativi ed il sistema Sprar) e tenuto conto dei minori non accompagnati.
Relocation e rimpatri, che avrebbero dovuto portare un po' di sollievo, sono fermi al palo: l'Italia ha più di 300 domande di ricollocamento pendenti in attesa di risposta dai partner europei, mentre i "trasferiti" sono in tutto solo 279, mentre secondo gli accordi le partenze avrebbero dovuto essere di 1.600 persone al mese. Il Viminale sta lavorando su più fronti. Da una parte tornerà alla carica per fare in modo che ogni Regione abbia il suo "hub", un grande centro di accoglienza da individuare soprattutto nell' ambito delle strutture dismesse della Difesa. Ci sarà poi un nuovo bando per le strutture Sprar.
E si proseguirà con gli hotspot, i centri richiesti dall'Europa per identificare chi sbarca: il 28 febbraio - a quanto si apprende - aprirà quello di Taranto, che si aggiungerà alle analoghe strutture già attive a Lampedusa, Pozzallo e Trapani. Seguiranno gli altri due: Porto Empedocle ed Augusta, ma quest'ultimo potrebbe essere spostato. Ma anche il modello hotspot rischia di dare problemi.
Il rapporto della commissione Diritti umani del Senato, presieduta da Luigi Manconi, ha evidenziato che il 18% dei migranti arrivati a Lampedusa ed identificati ha deciso di non chiedere asilo in Italia: 74 di questi sono stati trasferiti nei Cie ancora aperti in Italia, mentre 775 hanno avuto un provvedimento di respingimento differito, con l'obbligo di lasciare il paese entro sette giorni. Se identificate in altri paesi europei, queste persone saranno automaticamente rispedite in Italia, col rischio di riattivare il circuito di presenze clandestine che nel corso degli ultimi anni era stato fortemente ridimensionato.

 

Baby scafisti arruolati in Libia, l'ultima frontiera dei trafficanti

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di Fabio Albanese

 

La Stampa, 19 febbraio 2016

 

Due minorenni guidavano i gommoni recuperati mercoledì nel Canale di Sicilia. Nonostante fossero minorenni, gli agenti della polizia di Ragusa li hanno individuati subito tra i 367 migranti sbarcati mercoledì scorso a Pozzallo: scafisti di 16 anni, due, alla guida di altrettanti gommoni assieme a tre "colleghi" di poco più grandi, 18, 20 e 22 anni. Ieri la Squadra mobile li ha arrestati tutti e cinque per favoreggiamento aggravato dell'immigrazione clandestina.
Non è la prima volta che vengono arrestati scafisti minorenni ma negli ultimi tempi il fenomeno si è fatto più allarmante: "Dall'inizio dell'anno ne abbiamo già individuati e arrestati sette, tutti di età sui 16-17 anni - spiega il dirigente della squadra mobile di Ragusa, Antonino Ciavola - e se si tiene conto che nello stesso periodo abbiamo arrestato in tutto 21 scafisti nel nostro territorio, i numeri fanno pensare".
I due ragazzi sono uno del Gambia l'altro del Senegal, hanno detto di non conoscersi tra loro e hanno raccontato di avere fatto un lungo viaggio attraverso il Mali e l'Algeria, e il deserto del Sahara, prima di arrivare sulle coste della Libia dove hanno incontrato gli organizzatori dei viaggi per mare. Sono stati riconosciuti e indicati ai poliziotti anche molti dei migranti che erano con loro e che nave "Cigala Fulgosi" della Marina militare aveva salvato martedì mattina al largo della Libia, con tre interventi su altrettanti gommoni nello spazio di poche ore, dalle 5,30 alle 9,30 del mattino.
Le tre imbarcazioni erano partite contemporaneamente dalla stessa spiaggia libica; per quel viaggio, ognuno dei migranti ha pagato mille dollari e, hanno calcolato gli investigatori, gli organizzatori se ne sono messi in tasca 350 mila. Tra i 367 migranti salvati c'erano quindici minori e dieci donne, tre delle quali finite in ospedale per accertamenti.
I due baby scafisti sono stati trasferiti nel Centro di prima accoglienza per minori di Catania, in attesa del processo. Rischiano una condanna a due anni e però, essendo minorenni, avranno quasi certamente la pena sospesa e finiranno in una comunità: "Paradossalmente - spiega un investigatore - il loro percorso è più virtuoso di quello degli altri minori non accompagnati perché saranno seguiti da psicologi e educatori e avranno un posto sicuro dove stare".
"Al loro arrivo in Libia si offrono loro stessi come scafisti agli organizzatori delle traversate - spiega il capo della squadra mobile ragusana Ciavola - e questo per avere un passaggio gratis sul gommone o per guadagnare al massimo due o trecento dollari. Hanno pochissima esperienza, ovviamente, ma qualcuno di loro faceva il pescatore e dunque sa come si sta su una barca". Difficile però dire se questo sia o meno un requisito richiesto dai ricchi trafficanti di uomini che oggi spadroneggiano in Libia.

 
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