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"Uso della forza per prendere le impronte"

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di Leo Lancari

 

Il Manifesto, 30 ottobre 2015

 

Ricorrere all'uso forza per identificare i migranti che rifiutano di fornire spontaneamente le proprie generalità e di farsi prendere le impronte digitali. È l'ipotesi a cui starebbe pensando il governo, almeno stando a quanto affermato ieri in commissione Migranti della Camera dal direttore del Dipartimento immigrazione e della polizia di frontiera Giovanni Pinto.

Se confermata, la novità rappresenterebbe un deciso cambio di linea rispetto al comportamento tenuto fino a oggi dalle forze dell'ordine anche se dovrebbe comunque prima ottenere il via libera da parte del parlamento. Ma intanto ha lasciato senza parole i deputati di fronte ai quali Pinto ha parlato. "Un'ipotesi, quella avanzata dal prefetto, che ci ha lasciati stupiti e che personalmente non mi trova d'accordo", ha commentato il presidente della Commissione Gennaro Migliore.

Quella del capo Dipartimento immigrazione e polizia di frontiera fa parte delle audizioni indette dalla commissione parlamentare per il suo lavoro di indagine sull'accoglienza dei migranti in Italia. "Il governo - ha spiegato Pinto - sta cercando di introdurre una norma che consenta l'uso della forza nei confronti dei migranti che rifiutano il foto segnalamento".

Non si tratta, ha aggiunto, "di spaccare le ossa, ma di permettere un uso della forza commisurata alle esigenze di identificare chi arriva in Italia, come ci chiede l'Europa". Da Frontex arriveranno dieci esperti in raccolta delle impronte per aiutare i funzionari italiani a superare le difficoltà che incontrano: "Ci sono migranti che si mettono in posizione fetale per evitare di essere identificati, a volte si impiegano anche 40 minuti per una identificazione", ha proseguito Pinto.

La norma messa a punto dal Dipartimento guidato da Pinto, si trova attualmente sul tavolo del ministro degli Interni Alfano per una sua valutazione. Prevede la possibilità di trasferire in un Cie il migrante che rifiuta di farsi identificare, con relativa richiesta al giudice di autorizzare il trattenimento e - si specificherebbe - il prelievo coattivo delle impronte digitali, nel rispetto della dignità dello straniero.

Tutto da chiarire cosa si intenda per prelievo coattivo delle impronte, se poggiare forzatamente la mano del migrante sulla macchina che rileva le impronte (con il rischio tra l'altro di rendere non valida l'operazione) o altro. Se comunque Alfano darà il suo via libera, spetterà poi al consiglio dei ministri valutare la norma e, infine, al parlamento.

Se è vero che quello delle identificazioni è uno dei punti sui quali Bruxelles insiste di più con l'Italia, accusata di non impegnarsi più di tanto nel prendere le impronte digitali dei migranti, è pur vero che da quando in Europa si è giunti a un accordo sui ricollocamenti di siriani ed eritrei le cose sono cambiate. Come dimostrano i numeri, che parlano di una media di identificazioni pari al 70% dal primo gennaio al 30 settembre, improvvisamente balzata al 95% a ottobre, dopo il consenso trovato proprio sui ricollocamenti.

Una novità infine per i richiedenti asilo che hanno ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari o per protezione sussidiaria. Fino a ieri il rinnovo doveva essere fatto presso la questura che aveva rilasciato il provvedimento. Su proposta ella commissione Migranti il Viminale ha reso possibile effettuare i rinnovi presso qualunque questura.

 

Arabia Saudita: Premio "Sakharov" a Raif Badawi, il blogger condannato a morte

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di Michele Giorgio

 

Il Manifesto, 30 ottobre 2015

 

Il riconoscimento dell'Europarlamento potrebbe salvare il blogger saudita da altre frustate e, forse, spingere le autorità a lasciarlo raggiungere la famiglia in Canada. Intanto si teme per la sorte del 21enne sciita Ali Mohammed an Nimr, arrestato quando era ancora minorenne, condannato a morte per decapitazione e crocifissione.

Raif Badawi come Nelson Mandela e Malala Yousafzai. Il blogger saudita condannato dai giudici del suo Paese a mille frustate, dieci anni di prigione e ad una multa di 266mila dollari per aver offeso le monarchia Saud e le gerarchie religiose, si è visto assegnare ieri il Premio Sakharov, il "Nobel" del Parlamento europeo creato nel 1988 per gli alfieri dei diritti umani e della libertà di espressione. Un riconoscimento che potrebbe salvarlo da altre frustate e, forse, spingere i sauditi a lasciarlo partire e a raggiungere la moglie e i figli che hanno ottenuto l'asilo politico in Canada. Quella delle frustate è "la più brutale delle condanne, una vera tortura", ha detto il presidente dell'Europarlamento Martin Schulz, "faccio appello al re dell'Arabia Saudita affinché conceda la grazia lo liberi immediatamente".

Schulz ha ricordato che i rapporti della Ue con i partner sono regolati anche sul rispetto dei diritti umani. Bene per Badawi ma quanta ipocrisia nelle parole del presidente Schulz. L'Ue che premia il blogger è quella che da decenni tace di fronte alle sistematiche violazioni in Arabia saudita dei diritti umani e politici, ai diritti negati alle donne, alle migliaia di prigionieri politici, alla negazione dei diritti delle minoranze religiose ed etniche e all'assenza di democrazia e di elezioni. È la stessa Europa che reclama democrazia e libertà in Siria e una dura punizione per il "brutale dittatore Bashar Assad" che deve uscire di scena, con le buone o con le cattive. I Saud al contrario sono intoccabili, perché fedeli alleati dell'Occidente in una regione strategica e perché comprano, grazie ai petrodollari, assieme agli altri monarchi del Golfo, armi statunitensi ed europee per decine di miliardi di dollari. Barack Obama qualche mese fa ha accolto con grande calore alla Casa Bianca il re saudita Salman.

Raid Badawi rischia di tornare davanti alle centinaia di spettatori che lo scorso gennaio accanto alla moschea Al-Jafali di Gedda hanno assistito alle prime 50 frustate della sentenza che prevede altre 19 serie da 50. Il 30 luglio 2013 Badawi era stato condannato a sette anni di prigione e "soltanto" a 700 frustate ma l'anno successivo la pena in appello è stata aumentata a 1.000 colpi e dieci anni di prigione. La Corte suprema sino ad oggi ha rinviato la seconda sessione di frustate per le pressioni dei centri internazionali per i diritti umani e di alcuni Paesi. Ma la macchina della "giustizia" sarebbe pronta ad ordinare la ripresa della punizione. Ensaf Haidar, la moglie del blogger, ha saputo da fonti attendibili che a breve riprenderà il ciclo di frustate. Non ci sono per ora conferme ufficiale ma l'allarme non è infondato. Le autorità saudite non hanno mai indicato di voler rinunciare alla punizione di Badawi, anzi, hanno denunciato con irritazione le "ingerenze straniere" volte, affermano, ad imporre modelli estranei alla "cultura" del regno dei Saud.

Badawi è colpevole di aver dibattuto, sul suo sito "Free Saudi Liberals", temi politici e religiosi. Già nel 2008 è stato condannato per apostasia e per aver denunciato che le università e le scuole religiose del paese sono laboratori dell'estremismo wahabita, corrente tra le più rigide del sunnismo. Badawi non è l'unico attivista in carcere. Molti altri sono dietro le sbarre e scontano pene persino più dure della sua. La condizione più critica è quella del 21enne sciita Ali Mohammed an Nimr, arrestato quando era ancora minorenne per aver partecipato a una protesta contro il regno. Lo attende una sentenza di morte per decapitazione e crocifissione.

A complicare la posizione di an Nimr, che ha confessato le sue "colpe" sotto tortura, affermano gli attivisti dei diritti umani, è la sua stretta parentela con lo sceicco Nimr Baqr an-Nimr, un famoso imam sciita e oppositore della casa reale. Si teme anche per l'avvocato Waleed Abulkhair, arrestato e condannato lo scorso anno per "incitamento dell'opinione pubblica". Abulkhair era il legale di Raif Badawi e il suo arresto è strettamente legato al caso del blogger.

Inizialmente era stato condannato a cinque anni di reclusione, pena prima sospesa e poi, a sorpresa, inasprita da un altro tribunale, specializzato in "terrorismo", che a inizio 2015 lo ha condannato a 15 anni. Il pugno di ferro delle autorità saudite si è inasprito durante la "primavera araba". Nel regno non ci sono state rivolte ma il timore che il malcontento tra i sudditi più giovani sfoci in azioni concrete ha spinto la monarchia a usare il bastone con i dissidenti politici e gli attivisti delle riforme. Di fronte a tutto ciò Bruxelles finge di non vedere. Non sarà il Premio Sakharov assegnato a Raif Badawi a cancellare l'ipocrisia europea.

 

Turchia: la risposta dei media turchi "contro l'oppressione"

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di Fazila Mat

 

Il Manifesto, 30 ottobre 2015

 

"Voci della democrazia unite contro l'oppressione". Così la prima pagina del quotidiano Cumhuriyet riassumeva ieri, all'indomani del blitz della polizia alla sede del gruppo mediatico (Koza) Ipek di Istanbul, il coro di protesta all'oscuramento dei canali televisivi Bugün e Kanal Türk e al blocco della diffusione dei due quotidiani dello stesso gruppo, Bugün e Millet. Un coro formato dai media turchi non pro-governativi come da numerosi giuristi, rappresentanti politici e della società civile.

Il fatto ha unito i settori più disparati della società, dal movimento politico curdo ai kemalisti, dal partito dei nazionalisti che hanno condannato l'operazione all'unisono. Una situazione considerata quasi una minaccia dai media pro-governativi come Star che parla invece di una messa in scena pianificata dall'"organizzazione terroristica di Gülen e i loro alleati" per creare tafferugli spargendo la voce che si "stava attentando alla libertà di stampa". Un'operazione, insomma, "per influenzare la percezione dei fatti".

Così, ad esempio, scrive anche l'editorialista del quotidiano Hüseyin Gülerce: "A tre giorni dalle elezioni, la decisione di assegnare dei commissari alle società in seno al gruppo Koza Ipek, ci ha dimostrato ancora una volta il livello di polarizzazione della nostra società", e aggiunge: "La resistenza dimostrata all'ingresso della sede dei media della Holding e il fatto che i deputati del Chp, Mhp e Hdp [rispettivamente il partito kemalista, nazionalista e filo-curdo ndr] che in condizioni normali non riescono a stare insieme, abbiano unanimemente sostenuto questa resistenza, ci serva da esempio per capire chi va a braccetto con chi".

Ma le voci hanno contestato l'operazione della polizia seguita dalla decisione di "commissariare" 22 società del gruppo Koza Ipek, sotto indagine dallo scorso settembre, non solo per motivi legati alla libertà di stampa. Come Murat Yetkin che su Radikal scrive che il fatto è estremamente "preoccupante non solo per la libertà di stampa e di espressione, ma anche per l'indipendenza della magistratura dall'esecutivo e non ultimo per il diritto di proprietà e la libertà di investimento".

Una questione particolarmente criticata è, ad esempio, proprio quella del commissariamento (peraltro a figure che risultano per la maggior parte membri del partito governativo o vicino a esso). Il prof. Metin Feyzioglu, a capo dell'Ordine nazionale degli avvocati contesta addirittura la stessa decisione di commissariamento "di cui", scrive, "non risulta la necessità".

"L'operazione che prevede la cessione ai commissari della direzione delle società del gruppo infrange numerosi diritti e libertà fondamentali, tra cui il diritto di proprietà e la libertà di stampa", afferma sempre Feyzioglu. Ieri intanto, per la prima volta il nome e la foto dell'imam stanziato negli Stati uniti, è apparso nella "lista rossa del terrorismo" del ministero dell'Interno. Il nome di Gülen appare accanto a quella di diversi dirigenti del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan). Un altro quotidiano filo-governativo, Sabah, ha fornito la notizia scrivendo: "Sabah vi rivela l'accordo segreto tra il Pkk e il movimento di Gülen". Una nuova teoria complottistica?

 

Stati Uniti: detenuti girano video rap in cella, puniti con 1.000 giorni di isolamento a testa

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di Eva Cabras

 

rockit.it, 30 ottobre 2015

 

Nel Kershaw Correctional Institute in South Carolina, un gruppo di detenuti ha realizzato il primo video di musica rap mai girato nella cella di una prigione. Grazie a un cellulare introdotto clandestinamente nella struttura, i carcerati hanno girato la clip dal titolo "Ìm on Fire" e l'hanno immediatamente diffusa sul web, generando comprensibilmente un fenomeno virale senza precedenti. L'impegno da parte dei rapper criminali è ammirevole, visto che il beat di sottofondo e la parte destinata agli strumenti sono frutto dell'uso creativo di oggetti trovati all'interno della cella.

Data l'immediata diffusione del video, non è stato difficile risalire agli autori e i vertici della prigione non ci sono andati leggeri con la punizione. Innanzitutto, addio privilegi. Niente più tempo in cortile, niente mensa e sconti per buona condotta neanche a parlarne.

In più, a ciascun detentuo sono stati inflitti 1000 giorni di isolamento forzato, per un totale cumulativo di 20 anni. Certo, gli autori del pezzo rap non sono agnellini e sono dentro per rapina a mano armata, omicidio e affiliazione alle gang, ma per un video musicale hanno decisamente subito gli effetti di un pugno di ferro mai visto.

Lo stato del South Carolina non è comunque nuovo a questo tipo di provvedimento estremo in materia di social network: nel 2013, il detenuto Tyheem Henry ha collezionato ben 13.680 giorni di isolamento e perso 27.360 giorni di visite, telefono e mensa. Il tutto per aver pubblicato di nascosto 38 post su Facebook con un telefono introdotto senza permesso in cella.

 

Giustizia: il cambiamento in carcere

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di Andrea Orlando (Ministro della Giustizia)

 

Il Manifesto, 29 ottobre 2015

 

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando risponde alla lettera pubblicata ieri a firma di Giuseppe Battaglia sul mantenimento in carcere dei detenuti.

Non vi è dubbio che esista un principio generale che obbliga chi ha responsabilità pubblica ad adempiere a quegli atti che evitino all'amministrazione di dover rispondere di danno rispetto alla gestione delle risorse. La pur dolorosa questione, sollevata dalla lettera di Giuseppe Battaglia al "manifesto", rientra in tali obblighi: appartiene alla correttezza amministrativa provvedere all'adeguamento di tabelle e quindi oneri dovuti, come la norma stabilisce, per il mantenimento quotidiano in carcere.

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