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Stati Uniti: poliziotto uccide due afroamericani, torna la tensione razziale a Chicago

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di Paolo Mastrolilli

 

La Stampa, 28 dicembre 2015

 

Le due vittime sono un 19enne con disturbi mentali e una vicina di casa di 55 anni colpita per errore. La madre del giovane chiede le scuse al sindaco. Torna a salire la tensione razziale a Chicago, dopo che un poliziotto ha ucciso un ragazzo e una donna nera nella notte fra venerdì e sabato. Lui avrebbe aggredito gli agenti, mentre lei è stata colpita per errore. La città era già stata teatro di proteste nei giorni scorsi per un incidente simile, che erano culminate con la richiesta delle dimissioni del sindaco Rahm Emanuel.

Secondo le notizie pubblicate dal Dipartimento di polizia, alle 4,25 della mattina fra il giorno di Natale e quello di Santo Stefano, alcuni agenti hanno risposto ad una chiamata di emergenza che veniva dal quartiere della West Side, e denunciava una lite famigliare. Quando sono arrivati sul posto, i poliziotti sono stati affrontati da quello che un comunicato stampa del Dipartimento ha descritto come "un soggetto combattivo". Il confronto si è trasformato in scontro, per ragioni che le autorità non hanno chiarito, e un poliziotto ha reagito sparando. Quintonio Le Grier, uno studente universitario nero di 19 anni, è stato colpito ed è morto alle 4,51 in ospedale; Bettie Jones, una sua vicina di 55 anni madre di cinque figli, ha perso la vita poco dopo, alle 5,14, in un altro ospedale.

Il dipartimento non ha rivelato l'etnia dell'agente coinvolto nello scontro, e quindi non è chiaro se fosse bianco. La polizia era stata chiamata perché Quintonio, che negli ultimi temi soffriva di problemi mentali, minacciava di attaccare i parenti con una sbarra di metallo. Bettie era stata chiamata per avvertire quando arrivavano le volanti. Il tentativo di bloccare il ragazzo si è trasformato in sparatoria, che ha ucciso lui e colpito per errore la Jones.

La madre di Le Grier, Janet Cooksey, ha detto al giornale locale Chicago Tribune che il figlio si era diplomato alla Gwendolyn Brooks College Preparatory Academy e studiava ingegneria alla Northern Illinois University: "Stava realizzando qualcosa". La donna ha ammesso che Legrier aveva problemi mentali, ma ha aggiunto che la polizia non doveva reagire come ha fatto: "Pensavamo che gli agenti ci aiutassero e lo portassero in ospedale, invece lo hanno ucciso. Non aveva una pistola, ma una mazza".

La Cooksey ha chiesto le scuse del sindaco Emanuel, che è stato appena coinvolto in una vicenda simile a quella di Ferguson. Nel 2014 il poliziotto bianco Jason Van Dyke aveva sparato 16 volte contro il sedicenne nero Laquan McDonald, uccidendolo. Nei giorni scorsi era stato pubblicato il video di questa sparatoria, che aveva costretto il capo della polizia di Chicago Garry McCarthy a lasciare il suo posto. Da quell'episodio erano scoppiate proteste in strada, in cui i manifestanti avevano chiesto le dimissioni anche del sindaco.

 

Medio Oriente: parroco francescano scomparso in Siria

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Avvenire, 28 dicembre 2015

 

Nuovo possibile sequestro di un religioso cattolico in Siria. Dall'antivigilia di Natale, infatti, si è perso ogni contatto con il padre francescano Dhiya Azziz, 41 anni, parroco di Yacoubieh, che era in viaggio in taxi di ritorno dalla Turchia, dove era andato a trovare la famiglia lì rifugiata. La Custodia di Terra Santa ritiene "lecito pensare che sia stato preso da qualche gruppo". Padre Dhiya era stato già rapito dai jihadisti nel luglio scorso, ed era riuscito a sfuggire alla detenzione.

Proprio nei giorni in cui papa Francesco parla dei "martiri di oggi" perseguitati "nel silenzio vergognoso di tanti", e si ripetono attacchi sanguinosi ai cristiani da gruppi di militanti islamici - gli ultimi nelle Filippine e in Nigeria, l'ultimo caso di presunto rapimento, comunque ancora non rivendicato, ripropone la drammatica situazione in Siria, sconvolta da quattro anni dal conflitto civile, e dei religiosi che vi esercitano la loro missione in mezzo a gravi pericoli. Un esempio per tutti quello di padre Paolo Dall'Oglio, il gesuita scomparso due anni e mezzo fa a Raqqah e di cui non si sono più avute notizie certe.

"Dal mattino del 23 dicembre scorso, abbiamo nuovamente perso ogni contatto con padre Dhiya Azziz, ofm, parroco di Yacoubieh (Siria)", fa sapere sul suo sito la Custodia francescana di Terra Santa. Padre Dhiya era in viaggio con un taxi. C'erano altre persone a bordo. Era partito da Lattakia di buon'ora e diretto verso Yacoubieh, passando probabilmente per Hama, per essere in parrocchia per le festività natalizie. Era di ritorno dalla Turchia, dove era andato a visitare la sua famiglia che li si è rifugiata dopo l'ingresso di Daesh (Is) a Karakosh, in Iraq, suo paese natale. L'ultimo contatto telefonico si è avuto il 23 dicembre alle 9. Da allora nessuno sa più dove sia. Avrebbe dovuto arrivare a Yacoubieh nel primo pomeriggio di quel giorno. Non si hanno notizie neanche di nessuno dei passeggeri.

"Stiamo cercando di contattare le diverse fazioni in campo per capire se qualcuno è in grado di darci informazioni. Finora senza risultato", rende noto la Custodia di Terra Santa. "È lecito pensare che sia stato preso da qualche gruppo - aggiunge. Stiamo facendo il possibile per comprendere chi. La situazione altamente caotica del Paese non ci permette di fare molto, purtroppo. Se avremo altre notizie, lo comunicheremo".

Padre Dhiya Azziz, dell'Ordine dei Frati minori, è nato a Mosul, l'antica Ninive, in Iraq, il 10 gennaio 1974. Dopo i voti religiosi nel 2002, l'anno successivo si era trasferito in Egitto, dov'è rimasto per diversi anni. Nel 2010 è rientrato nella Custodia di Terra Santa e inviato ad Amman. In seguito è stato trasferito in Siria, a Lattakia. Si era reso poi volontariamente disponibile ad assistere la comunità di Yacoubieh, nella regione dell'Oronte, divenuta particolarmente pericolosa in quanto sotto il controllo di Jaish al-Fatah. Qui era maturato nel luglio scorso il primo sequestro da parte di un gruppo jihadista, da cui il francescano era riuscito a fuggire. "Invitiamo tutti alla preghiera e alla solidarietà con padre Dhiya, con i suoi parrocchiani, i confratelli in Siria, i pastori e tutti coloro che si spendono in quel Paese per fare ancora del bene", dice ora la Custodia di Terra Santa.

 

Regno Unito: in 10 anni liberati per errore 505 detenuti, 48 soltanto nel 2015

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La Presse, 28 dicembre 2015

 

Quarantotto detenuti che erano agli arresti per omicidio, rapina e altri reati violenti sono stati rilasciati per errore nel Regno Unito nel 2014/2015, precisamente in Inghilterra e Galles. È quanto emerge dai dati concessi dal ministero della Giustizia a Press Association a seguito di una richiesta basata sul Freedom of Information act (Foia), secondo i quali sono invece 505 in totale i detenuti liberati per errore negli ultimi 10 anni, in pratica poco meno di uno a settimana.

La maggior parte dei detenuti rilasciati per errore, però, sono stati individuati e rimessi in custodia: dei 48 liberati ingiustamente nell'ultimo anno, solo due sono ancora a piede libero (stando ai dati aggiornati a fine novembre) e uno di loro era sospettato avere compiuto reati sessuali. L'anno scorso nel Regno Unito erano state liberate per errore 49 persone, sei delle quali non erano state riportate in custodia. Nell'ultimo decennio l'anno peggiore per le liberazioni erronee è stato il 2009/2010, quando sono stati rilasciati per sbaglio 68 detenuti.

 

Brasile: l'indulto di Dilma Rousseff, a casa i detenuti con pene fino a 8 anni

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di Geraldina Colotti

 

Il Manifesto, 28 dicembre 2015

 

Un ampio indulto per condanne inferiori a 8 anni. La presidente brasiliana, Dilma Rousseff, ha consentito a un gran numero di detenuti (su un totale di 600.000) di trascorrere il Natale a casa. Tra questi, carcerati maggiori di 60 anni che abbiano scontato un terzo della pena o abbiano contratto gravi malattie in carcere. Interessati anche alcuni condannati per lo scandalo del Mensalao. Esclusi i condannati per tortura, terrorismo o traffico di droga.

 

Iraq: 18 detenuti evadono da una prigione dello Stato islamico a Mosul

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Nova, 28 dicembre 2015

 

Diciotto persone detenute in un carcere dello Stato islamico nella città di Mosul, nel nord dell'Iraq, sono riusciti ad evadere. È quanto riferito oggi dalla polizia irachena, secondo cui gli evasi erano detenuti nel carcere di Hamam al Alil, a sud di Mosul. Il colonnello Khaled al Jarawi ha spiegato che "tra gli evasi ci sono ufficiali di polizia iracheni che, dopo aver segato le sbarre della prigione, sono riusciti a fuggire approfittando dell'assenza dei secondini".

La prigione nella quale erano rinchiusi è in realtà una ex casa adibita a carcere. La polizia dello Stato islamico sta svolgendo le ricerche per trovare gli evasi. La stessa fonte sostiene che dopo l'evasione quattro delle guardie carcerarie addette alla loro sorveglianza sarebbero state giustiziate con l'accusa di aver aiutato i detenuti a evadere.

 
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