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"Cucchi torturato come Regeni"

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di Eleonora Martini

 

Il Manifesto, 9 giugno 2016

 

Processo d'appello. Dura requisitoria del pg contro i medici dell'ospedale Pertini. La pubblica accusa chiede la condanna dei sanitari che lo hanno "lasciato morire". E oggi nuova riunione dei periti dell'inchiesta sul pestaggio. "Stefano Cucchi è stato vittima di tortura come Giulio Regeni, è stato ucciso dai servitori dello Stato, si tratta di stabilire solo il colore delle divise".
L'eco delle parole pronunciate ieri dal procuratore generale Eugenio Rubolino davanti alla III Corte d'assise d'appello che celebra il processo bis ai medici dell'ospedale Pertini rimbombano nelle aule parlamentari italiane, dove la parola tortura rimane ancora un tabù o quasi. Al pari, dal punto di vista legislativo, dell'Egitto.
Forse nemmeno Ilaria Cucchi e il suo avvocato Fabio Anselmo si aspettavano di sentire finalmente parole così forti e liberatorie nell'aula del tribunale che emetterà sentenza il 12 luglio prossimo. Per la pubblica accusa i cinque medici che ebbero "in cura" per cinque giorni il geometra romano arrestato per spaccio e morto sotto i loro occhi nel reparto detentivo il 22 ottobre 2009 "sono responsabili di omicidio colposo".
"Per loro, nessuna attenuante generica", esorta il Pg Rubolino che ha chiesto di riformulare la precedente sentenza, annullata dalla Cassazione nel dicembre scorso, e condannare senza attenuanti il primario del reparto Aldo Fierro a 4 anni di reclusione (due, in primo grado), e i medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo a tre anni e mezzo ciascuno (un anno e quattro mesi ciascuno, le pena inflitta loro nel giugno 2013, quando la stessa Corte aveva assolto anche gli altri imputati, tre infermieri, tre agenti penitenziari e un sesto medico, "perché il fatto non sussiste").
"Cucchi è stato pestato, ucciso quando era in mano dello Stato, ucciso da servitori dello Stato in camice bianco. Occorre restituire dignità a Stefano e all'intero Paese. Bisogna evitare che muoia una terza volta", ha aggiunto Rubolino che nella sua requisitoria ricostruisce passo per passo perché "quell'ospedale per Stefano è stato un lager".
"Già all'ingresso al Pertini sono state riportate circostanze chiaramente false sulla cartella clinica di Cucchi: era un bradicardico patologico, con 40 battiti cardiaci al minuto eppure i medici non gli hanno mai preso il polso". Se poi è vero, sostiene Rubolino, che tra le concause della sua morte c'è la sindrome di inanizione, come riconosciuto dai giudici di primo grado, allora va sanzionato il comportamento dei medici che "presenta profili di colpa ai confini di un dolo eventuale, una colpa con previsione, una colpa gravissima".
I sanitari, infatti, sono stati "lontani non solo dal formulare una corretta diagnosi, ma anche dal verificarla". Il giovane geometra con lo stigma di "drogato" "è stato trascurato durante la degenza, non è stato per nulla curato. Gli imputati potevano e dovevano intervenire e invece fino all'ultimo al ragazzo è stata somministrata solo acqua, quando ormai era già cominciato quello che i periti hanno definito un catabolismo proteico "catastrofico". Viene privato anche del pane in quanto ciliaco. Stefano, cioè, si stava nutrendo delle sue stesse cellule e stava perdendo un chilo al giorno. Al momento del decesso il suo peso si aggirava intorno ai 37 kg".
E ancora: "Presentava una frattura alla vertebra sacrale per il pestaggio avvenuto nelle fasi successive all'arresto, aveva un forte dolore fisico in conseguenza di quell'aggressione, eppure al Pertini gli è stato solo somministrato un antidolorifico che ha contribuito a rallentare il cuore, già indebolito. L'apparato muscolare nel suo complesso, in quella cartella clinica fasulla, venne definito tonico e trofico ma il paziente non aveva neppure i glutei per poter avere una iniezione".
Cucchi, ricorda infine Rubolino - rifiutava le terapie e non mangiava perché nessuno lo metteva in contatto col suo avvocato. Nessuno si è preoccupato di riferire ad altri le sue esigenze. Non doveva stare in quel reparto perché non era stabilizzato. Eppure si è fatto in modo che venisse ricoverato in quella struttura protetta lontana da occhi e orecchi indiscreti. La sua morte è arrivata dopo 5 giorni di vera agonia".
"La verità finalmente in aula", ha commentato l'avv. Anselmo che oggi attende l'esito della nuova riunione dei periti incaricati dal gip di accertare la natura, l'entità e l'effettiva portata delle lesioni subite da Stefano, nell'ambito dell'inchiesta bis che vede indagati 5 carabinieri. Per concludere il lavoro, i periti guidati da Francesco Introna (contestato dalla famiglia Cucchi) hanno chiesto altri 90 giorni. Tutto tempo guadagnato per la prescrizione.

 

Gonnella (Antigone): "subito il reato di tortura"

 

"Stefano Cucchi è stato vittima di tortura come Giulio Regeni". A dirlo è stato il Pg Eugenio Rubolino nella sua requisitoria al processo d'appello bis per la vicenda della morte di Stefano Cucchi, a cui è seguita la richiesta di condanna di cinque imputati per omicidio colposo.
"Ancora una volta - dichiara Patrizio Gonnella - in un'aula di tribunale italiana si torna a parlare di tortura e, ancora una volta, dobbiamo constatare la mancanza di questo reato nel codice penale". "Dopo essere stato approvato alla Camera nell'aprile scorso - prosegue il presidente di Antigone - il testo della legge è tornato al Senato dove si è arenato, fino ad essere tolto dall'ordine del giorno dei lavori". "Sono oltre 27 anni che l'Italia aspetta il reato e non possiamo più permetterci di far passare del tempo nel dare seguito agli impegni internazionali assunti". "Per questo - conclude Gonnella - chiediamo ancora una volta al Presidente del Consiglio Renzi di farsi garante dell'approvazione di una legge che punisca la tortura".

 

Sulla vicenda Cucchi la giustizia perde sempre l'equilibrio

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di Davide Giacalone

 

Libero, 9 giugno 2016

 

Una cosa è certa: Stefano Cucchi è morto mentre era nelle mani dello Stato, ricoverato, da detenuto, all'ospedale Pertini di Roma. Una seconda cosa è evidente: la giustizia non riesce a trovare equilibrio, in una vicenda precipitata nel mentre faceva il suo corso.
Arrestato il 15 ottobre del 2009, Cucchi fu poi portato in ospedale. Dopo pochi giorni mori. Le fotografie del cadavere sono state pubblicate per ogni dove e si deve fare uno sforzo per attenersi ai canoni della civiltà: non tocca a noi formulare sentenze, ma ai tribunali, dopo un regolare processo. Vale sempre, anche se spesso lo si dimentica.
Il processo serve a stabilire se in quella morte ci sono delle colpe ed eventualmente di chi. L'appello aveva già assolto tutti i medici. La Corte di cassazione, però, ha cancellato quella sentenza e rinviato a un nuovo appello, che ora è alle sue battute finali. Poi si tornerà in cassazione. Se va bene, alla fine, saranno passati otto o nove anni. È un tempo impressionante, considerato che il cittadino Cucchi, appunto, è morto in casa della giustizia.
È un tempo impressionante, anche per gli imputati, naturalmente, che se confermati nella loro innocenza avranno passato troppo tempo in una condizione terribile, mentre se sono colpevoli hanno passato troppo tempo senza essere puniti. È un tempo impressionante perché nel suo scorrere altri cittadini si sono trovati come si trovò Cucchi, senza che una sentenza chiara facesse da punto di riferimento.
Nel corso della requisitoria (le sue conclusioni) il pubblico ministero ha definito Cucchi: "Vittima di tortura, come Giulio Regeni, si tratta solo di stabilire il colore delle divise". Ho l'impressione che si fatichi ancora, a trovare equilibrio, in questa faccenda. Nel corso di un processo può ben starci il richiamo ad altri casi analoghi, ma avviene per richiamarne le sentenze, passate in giudicato.
Serve per citare il precedente, cui si chiede al tribunale di avvicinarsi. Ma il caso Regeni non solo non ha sentenza, ma si è lontani assai dal ragionevole accertamento dei fatti. Le notizie giunte da Cambridge, con i suoi professori che si rifiutano di rispondere ai procuratori italiani, invocando la segretezza degli studi che svolgeva, hanno un che di inquietante. Lasciano supporre che il non detto sia ancora prevalente sul detto.
E non sappiamo in che circostanze è stato ucciso Regeni, ancor meno da chi, non sappiamo se lo scempio si deve all'operato delle forze di sicurezza egiziane, o da chi, magari fra loro stessi, ha agito in quel modo per procurare problemi al governo e alla polizia, ne sappiamo se c'è lo zampino di qualche non egiziano, magari desideroso d'increspare le acque nei rapporti fra l'Egitto e l'Italia, sappiamo, però, che il corpo di Regeni è stato straziato. Il caso di Stefano Cucchi è molto diverso.
Se i trattamenti fossero stati gli stessi, anche il capo d'accusa è sbagliato: non omicidio colposo, ma sevizie inferte con crudeltà, per uccidere. Le condanne richieste (la più alta è quattro anni di reclusione) sarebbero sproporzionate. Il compito dell'accusa è quello di dimostrare la colpevolezza degli imputati. Con le prove, non a poco convincenti e pertinenti chiacchiere.

 

Caso Cucchi. Ospedale "Pertini", il reparto carcerario va chiuso

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di Carlo Picozza

 

La Repubblica, 9 giugno 2016

 

Quattro anni per il primario e tre e mezzo per quattro medici del padiglione carcerario che, nell'ospedale Pertini, ospitò Stefano Cucchi, arrestato sano a 33 anni, la sera del 15 ottobre 2009 e morto con la schiena rotta e altre lesioni all'alba di una settimana dopo. La condanna è stata chiesta dal procuratore generale Eugenio Rubolino per il primario Aldo Fierro, per Flaminia Bruno, Stefania Corbi, Luigi De Marchis e Silvia Di Carlo, nell'ambito del processo di appello bis. "La morte di Cucchi", ha scandito il pg, "è arrivata dopo 5 giorni di agonia durante i quali al giovane non è stata neanche presa la frequenza cardiaca che era di 40 battiti al minuto all'arrivo al Pertini: è gravissimo; i medici non hanno fatto nulla".
"Nel reparto protetto del Pertini", ha detto, "possono entrare solo detenuti in condizioni di salute stabilizzate ma Cucchi non era in queste condizioni". Il giovane sarebbe dovuto passare per il Pronto soccorso, per essere poi stabilizzato dagli specialisti. Fu dirottato, invece, nella corsia con le sbarre. Abbandonato al suo destino consumatosi con un ricovero pilotato. Un dirigente dell'Amministrazione penitenziaria, fuori servizio, bussò alle porte ferrate del centro per far accettare Cucchi, nonostante la gravità delle sue condizioni cliniche.
Il dirigente del Dap chiese il rito abbreviato e fu condannato a due anni di reclusione dalla giudice Rosalba Liso. Fu assolto poi in Corte d'appello. Rubolino fece ricorso e la Cassazione annullò la sentenza rinviando gli atti ad altra sezione della Corte d'appello che assolse di nuovo il dirigente. Ora, nel "carcere" del Pertini è ricoverato Marcello Dell'Utri dopo essere passato, piantonato, nella Cardiologia dell'ospedale dove ha superato la fase acuta.
"Quel padiglione", confida un medico, "è inutile e costoso: l'andirivieni dei pazienti verso il Pertini e degli specialisti verso i detenuti è uno sperpero di risorse ed energie". Il primario di allora ora dirige la Medicina dell'ospedale. Al suo posto si sono avvicendati due "facenti funzioni". Anche i suoi ex collaboratori non sono più dove Cucchi si spense il 22 ottobre 2009.

 

L'ombra della camorra sul concorso per poliziotti penitenziari

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di Nino Materi

 

Il Giornale, 9 giugno 2016

 

In America negli anni 30 la mafia si infiltrava sistematicamente nella polizia e nelle carceri per meglio controllare i propri affari. In Italia il fenomeno non è tale da suscitare allarme, ma qualche ombra esiste. Ne sono prova le inchieste che hanno individuato alcune "mele marce" nei vari corpi di polizia, cui va però riconosciuto il merito di aver saputo fare presto e bene pulizia al proprio interno. Eppure resta la sensazione che una presenza pervasiva di mafia, camorra e 'ndrangheta tra gli uomini in divisa non sia del tutto da escludere. Negli ultimi giorni due casi hanno fatto riflettere. I sospetti di irregolarità nell'ultimo concorso per entrare in polizia e la sospensione dell'esame di per agenti penitenziari a causa del sospetto di "infiltrazioni camorristiche".
E che non si tratti di pericoli immaginari lo dimostra l'apertura di due indagini giudiziarie e l'interessamento a entrambi i casi da parte di Raffaele Cantone, presiede dell'Autorità nazionale anticorruzione. Titolo del Messaggero del 18 maggio scorso: "Così la camorra truccava il concorso per guardie carcerarie"; titolo del Mattino di Napoli dell'altro ieri: "II concorso di polizia tra veleni e sospetti". A proposito del test per agenti penitenziari il sospetto è che la camorra abbia tentato di infiltrarsi nelle carceri italiane e che per farlo abbia intrapreso la via ordinaria del concorso ministeriale. E non è un caso che il fascicolo sullo scandalo della selezione per 400 agenti di polizia penitenziaria, sospesa dal Dap perché 88 concorrenti sono stati trovati durante le prove con radiotrasmittenti, auricolari, bracciali con le risposte ai quiz, cellulari contraffatti, cover dei telefonini con le soluzioni, sia all'esame della Procura distrettuale antimafia della Capitale. A coordinare l'indagine a carico degli 88, che alla fine di aprile erano sbarcati alla Fiera di Roma dalla Campania per superare le prove, è il procuratore aggiunto Michele Prestipino. Stessa storia per l'esame in polizia ora sub iudice a Napoli. In rete già parlano di "concorso miracoloso". Ma c'è anche chi lo ha soprannominato "concorso truffa": è quello per selezionare 559 allievi agenti della polizia di Stato.
"La prima prova - riporta il principale quotidiano campano - si è tenuta il 13 maggio e ben 194 candidati non hanno sbagliato nemmeno una delle ottanta risposte, un record. 134 hanno commesso un solo errore e 93 ne hanno commessi 2. In totale 421 persone che si sono cimentate su un test a risposta chiusa di cui non era stata in precedenza pubblicata la banca dati risultando praticamente infallibili. Basta guardare il grafico dei risultati per notare un'impennata finale in corrispondenza proprio delle votazioni più alte, quelle superiori al 9.
Un risultato definito da molti sospetto e che ha fatto scattare una serie di segnalazioni all'Authority anticorruzione guidata da Raffaele Cantone che le sta verificando. Tra le varie anomalie, spicca il fatto che gli ammessi sono quasi tutti campani. Il segretario campano dello sindacato Silp, Tommaso Delli Paoli denuncia "lo stato di confusione in cui versa, ormai da anni, l'ufficio per le attività concorsuali, situazione questa diventata ormai insostenibile. Chiediamo quindi un'attenta attività ispettiva". Per non trovarci un domani con uomini in divisa, teoricamente al servizio dello Stato, ma in realtà a libro paga dei boss.

 

Una vita in lotta contro la mafia

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di Alfredo Marsala

 

Il Manifesto, 9 giugno 2016

 

Addio a Pina Maisano, protagonista con i suoi figli e insieme ai tanti "nipoti" di Addiopizzo di una battaglia esemplare per la dignità della Sicilia. Venticinque anni trascorsi nel nome di Libero Grassi, da quel giorno maledetto in cui trovò suo marito morto sparato davanti al portone di casa, a Palermo. Un "cittadino onesto", diventato icona dell'antimafia per aver sfidato la logica del racket. Venticinque anni trascorsi nel nome di Libero Grassi, da quel giorno maledetto in cui trovò suo marito morto sparato davanti al portone di casa, in via Alfieri. A fianco i figli, Alice e Davide. Infaticabile nella difesa dell'azienda di famiglia, eredità di un "cittadino onesto" e non di un eroe, divenuto icona dell'antimafia, quella vera, silenziosa e normale.
Fuori dalle mura di casa, Pina Maisano ha avuto pochi ma veri amici. E tanti "nipoti". Non c'è mai stato il mondo delle associazioni imprenditoriali, troppo grande la ferita inferta da quel pezzo di Confindustria palermitana che aveva bollato la ribellione di Libero Grassi come il gesto di un pazzo. In casa le foto del marito, finito nel lungo elenco delle vittime di mafia, assassinato perché aveva osato sfidare il racket del pizzo, scrivendo di suo pugno la lettera al "caro estortore".
Ucciso d'estate, Libero. Era il '91, a Palermo quasi ogni giorno un morto ammazzato per strada. Pina Maisano, piccola di fisico e grande d'animo, per le strade della città che amava e che odiava, vide quegli adesivi listati a lutto, scritta nera su fondo bianco, nessun nome, nessun logo: "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità". Era il 29 giugno del 2004.
Tredici anni senza Libero. "Mi chiama una giornalista e mi chiede cosa pensassi di quella frase, e ovviamente se ne conoscessi gli autori. Rispondo che non li conosco, ma che, se fossero stati dei giovani, li avrei adottati come nipoti miei e di Libero", racconterà Pina Maisano. E il giorno dopo nel suo studio citofonano dei ragazzi: "Siamo i tuoi nipoti". Con quell'"adozione" particolare nasceva Addiopizzo, l'associazione che raccogliendo il testimone di Grassi lancerà l'iniziativa del consumo critico anti-mafioso: un bollino per ogni negozio antiracket "certificato". E "rinasceva" anche Pina Maisano, non più la vedova di Libero Grassi, ma la "nonna" dei ragazzi che sfidano il racket, andando per negozi e imprese, infondendo coraggio e dando sostegno concreto a commercianti e imprenditori che pagano.
La diffidenza che si portava dentro - Pina è morta a 87 anni. È spirata a Villa Sofia, a pochi giorni dall'inizio dell'estate. La sua è stata una vita di sacrifici e lotta nel nome del marito. Non amava i riflettori, anzi. Mai una parola in più. Mai presenzialista. Composta, diretta. A tratti dura, per quella diffidenza che si portava dentro.
Dopo l'assassinio del marito prende le redini dell'azienda, la Sigma. Un anno dopo, era il '92 si candida con i Verdi. Scelta non di comodo la sua. Avrebbe potuto optare per l'ex Pci, che Achille Occhetto aveva appena trasformato nel Pds. Ma non lo fece. Era fatta così. Viene eletta in Senato. Ma non sono i siciliani a sceglierla: si candida nel collegio del Piemonte.
Anche il figlio Davide, qualche tempo dopo tenterà l'ingresso con i socialisti in Parlamento, ma non ce la fa. Ai "nipoti" di Addiopizzo per il ventennale dell'omicidio del marito aprì il cassetto dei ricordi più intimi, raccontando Libero, le cui battaglie di legalità erano iniziate molto prima del 1991.
A capo della Sigma, terza italiana del settore, un fatturato di 7 miliardi di lire, negli anni Sessanta s'era battuto perché il "sacco di Palermo" di Vito Ciancimino non inghiottisse il villino liberty del circolo Roggero di Lauria, a Mondello. Come consigliere d'amministrazione dell'azienda locale per l'energia, Grassi un decennio dopo si era speso perché la città fosse dotata di una rete di distribuzione del gas, mettendosi contro la lobby dei "bombolari". Aveva poi creato la Solange impiantistica, che avrebbe dovuto fare da battistrada in Italia per l'energia solare.
E poi c'era il Grassi impegnato in politica. Quello che, in viaggio a Parigi con la moglie, trova sul parabrezza dell'auto il messaggio di un certo Marco, un italiano che si diceva in difficoltà economiche e chiedeva aiuto. "Era Marco Pannella - ricorderà Pina Maisano - tra lui e Libero si creò subito una certa intesa. Discutevano spesso su un punto: i politici, per poter davvero fare politica, non possono partecipare a più di due legislature, perché sennò perdono il contatto con la realtà di tutti i giorni". È così che Grassi si iscrive al Partito radicale, dopo una militanza con i repubblicani di Ugo La Malfa, col quale dà vita, insieme a pezzi di Democrazia proletaria, al Comitato opposizione Palermo, votato all'antimafia per denunciare "il sistema di potere Dc" come "espressione della "borghesia mafiosa".
Di quel sistema, tredici anni più tardi, la senatrice Pina Maisano chiederà conto a Giulio Andreotti. "Era il giorno in cui la giunta per le autorizzazioni a procedere doveva esprimersi sull'azione penale contro di lui - racconterà Pina - Il primo documento a disposizione, 250 pagine, era la relazione dei pentiti: Buscetta, Calderone, Mutolo, Mannoja... Si parlava dei Salvo, di Ciancimino, del maxi processo... Per gli altri senatori, si trattava di fatti lontani. Per me, palermitana, erano ferite aperte sul mio corpo. E allora non potei fare a meno di chiedere ad Andreotti: onorevole, mi scusi: ma lei, nella sua posizione, non poteva non sapere, visti i suoi rapporti con Lima e Ciancimino, quale fosse la situazione a Palermo. Non è così?".
Il "divo Giulio" promise che avrebbe risposto a processo chiuso. Nel 2003, dopo la sentenza d'appello che dichiarava prescritti i reati di mafia del senatore a vita fino al 1980, Pina Maisano gli scrive ricordandogli quel vecchio impegno. E lui risponde a suo modo, mandando in prescrizione la memoria: "Grazie, cara collega, della lettera gentile e dei ricordi di un periodo interessante. Sinceri auguri e saluti". Due mondi diversi. Due mondi lontani.
Senza guardarlo negli occhi - Libero fu ammazzato alle 7.45, a sparargli fu Salvino Madonia. Il killer, condannato all'ergastolo, rampollo di una potentissima famiglia lo attese sotto casa assieme a Marco Favaloro, poi pentito. Gli sparò alle spalle, senza neanche guardarlo negli occhi. Troppo pesante per Cosa nostra quella lettera che l'imprenditore qualche giorno prima scrisse al "Caro estortore...", pubblicata dal Giornale di Sicilia. Ogni anno Alice Grassi, proprio dove la mafia ha ucciso suo padre, scrive: "Qui è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall'omertà dell'associazione degli industriali, dall'indifferenza dei partiti, dall'assenza dello Stato". Parole dure, parole vere. Come a ricordare quegli anni Novanta quando un giudice, Luigi Russo di Catania, stabiliva in una sentenza che non era reato acquistare la "protezione" dei boss, quando il presidente degli industriali di Palermo, Salvatore Cozzo, urlava alla radio, proprio in risposta a Grassi, che "i panni sporchi si lavano in famiglia".
Adesso che Pina non c'è più, tocca ai "nipoti" di Addiopizzo. "Hai segnato per noi una strada che ancora oggi proviamo a percorrere seguendo i passi tuoi e di Libero. Passi lievi, garbati e al tempo stesso determinati e forti. Non sempre siamo stati all'altezza della tua sagacia, della tua intelligenza e ironia, della tua generosità e della tua grande capacità di amare, ma siamo stati onorati di camminare insieme, accompagnati dal tuo esempio d'amore, sapiente e generoso, che trasformava ciò che fa star male, che provoca dolore e rabbia in capacità di essere qualcosa di diverso dalla violenza in cui siamo cresciuti. Grazie, nonna".

 
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