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Bari: progetto del Coni, in carcere la rieducazione passa anche per lo sport

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ilpaesenuovo.it, 28 novembre 2015

 

Nel capoluogo calcio e ginnastica hanno coinvolto 76 detenuti. Un anno di attività presentata in Presidenza della Regione. Progetto analogo anche a Taranto. Piemontese: "Punteremo a estenderlo ad altre carceri pugliesi". Migliorare la condizione carceraria e il trattamento dei detenuti attraverso la pratica e la formazione sportiva: con questo obiettivo lo sport, nell'ultimo anno, è entrato in molte carceri in modo evidente, come mezzo di socializzazione e rieducazione. Ciò grazie al progetto Sport in Carcere promosso dal Coni in collaborazione con il Ministero della Giustizia, tenutosi in una quindicina di istituti carcerari: i risultati del lavoro svolto per undici mesi nella Casa Circondariale di Bari e per tre in quella di Taranto sono stati illustrati oggi, nella Presidenza della Regione.

"Davvero un bel progetto - le parole dell'assessore regionale allo Sport Raffaele Piemontese - quello condotto da Coni e Casa Circondariale di Bari, su uno dei temi verso cui questa Amministrazione regionale pone grande attenzione. Importante su due fronti: recupero socioeducativo del detenuto tramite valori tipici dello sport come la lealtà e il rispetto delle regole, e prevenzione sanitaria legata a uno stile di vita giocoforza sedentario. Quindi un'iniziativa da riprendere e ampliare". Ed ecco il segnale auspicato, rafforzato dal dirigente della sezione Sicurezza del cittadino della Regione Puglia, Stefano Fumarulo: "Un progetto che per la sua portata dobbiamo provare a replicare anche in altre carceri pugliesi".

Nei dettagli, corposa l'esperienza barese, presentata dal referente di progetto per il Coni Puglia Alfredo Grieco (assente il presidente Elio Sannicandro, colpito da un lutto improvviso), conclusasi il 20 novembre e durata - col fondamentale supporto del servizio Socio-Pedagocico dell'istituto - undici mesi, incentrati su un corso di calcio e ginnastica tenuto da laureati in Scienze motorie e tecnici Figc, arricchito da momenti informativi sui corretti stili di vita curati dalla Federazione Medico-Sportiva. Un po' di numeri: 40 settimane di attività; 240 ore di lezioni di esperti Coni pratiche e teoriche (proiezioni di dvd a tema, fair-play, Carta dei diritti del ragazzo nello sport); 90 minuti di lezione per due giorni a settimana; due gruppi di detenuti per un totale di 76 destinatari coinvolti, con una presenza media ad incontro di otto persone (a causa di trasferimento o liberazione dei detenuti) e picchi di 12-14 presenze. Il Coni ha inoltre fornito attrezzature sportive per le attività e abbigliamento sportivo.

"Un'esperienza che - ha sottolineato la direttrice della Casa Circondariale di Bari, Lidia De Leonardis - è emblema di come il concetto di rieducazione si rafforzi con sinergie che coinvolgano anche la società: una visione che ci induce ad aprire molto a iniziative esterne. Pur facendo i conti con i limiti della vetusta struttura in cui lavoriamo, che per esempio non ha palestre o spazi per lo sport". Un bisogno sottolineato anche dall'ex calciatore del Bari e della nazionale Antonio Di Gennaro, reduce - come la responsabile della delegazione di Bari di "Carcere Possibile" Virginia Ambruosi - dall'incontro avvenuto qualche ora prima nella Casa Circondariale di Bari per la consegna degli attestati di partecipazione ai detenuti coinvolti dal progetto.

Ricordata, infine, l'iniziativa analoga tenutasi a inizio anno anche nella Casa Circondariale di Taranto e incentrata sul tennistavolo, con tre istruttori Fitet (gli ex campioni ionici Lino Catapano, Francesco Marangio e Antonio Marossi) che per tre mesi hanno impartito lezioni a 15 detenuti per preparali a un mini-torneo fra una rappresentativa di detenuti, magistrati e Polizia.

 

Venezia: "La cella, porta di misericordia", incontro con Marco Pozza e Gabriella Straffi

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Gente Veneta, 28 novembre 2015

 

A pochi giorni dall'avvio del Giubileo straordinario, la Fondazione del Duomo di Mestre e l'Istituto di Cultura Laurentianum danno il via ad un ciclo di incontri sulla Misericordia cominciando a "trattarla" da un punto di vista singolare e davvero inconsueto, ovvero dal lato delle... carceri e da chi ci vive ed opera.

"La cella, porta di misericordia" - a richiamare subito le parole di Papa Francesco su Giubileo e carceri - è il titolo dell'appuntamento in programma giovedì 3 dicembre, alle ore 18.15, presso l'aula magna del Laurentianum in Piazza Ferretto a Mestre (alla destra del Duomo). Due gli ospiti di eccezione che interverranno e che, certamente, sono ben addentro al tema per la grande esperienza maturata in quest'ambito nel quale svolgono da tempo il loro lavoro e servizio: don Marco Pozza, sacerdote e scrittore, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova e autore del recentissimo libro "L'agguato di Dio" (che verrà anche presentato nell'occasione); Gabriella Straffi, direttrice del carcere femminile della Giudecca (Venezia).

"Più che una stramaledetta cosa dopo l'altra - ha scritto don Marco Pozza in una sua precedente pubblicazione - la storia dell'uomo è una storia incastonata nella Bellezza e che parla della Bellezza. Nessuna storia è inutile o senza senso, per quanto piccola e povera possa apparire. Ogni storia è un capitolo - o forse anche solo un rigo o un segno di punteggiatura - di una storia più grande che è la storia della salvezza. Riprovare gli errori sì (lo impone la carità e la verità), ma per l'uomo solo richiamo, rispetto e amore".

 

Torino: cultura in carcere, mozione Pd per impegnare Comune in progetti riqualificazione

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Ansa, 28 novembre 2015

 

Portare più cultura all'interno del cinema, magari anche grazie a grandi realtà cittadine come il Salone del Libro e Luci d'Artista, per mirare ad una maggior riqualificazione della vita interna al carcere ed ad una maggiore fruibilità culturale da parte dei detenuti.

È quanto prevede la proposta di menzione, prime firmatarie le consigliere del Pd, Lucia Centillo e Laura Onofri, presentata oggi. "Gli spazi della detenzione carceraria rappresentano una cesura nel tessuto urbano e sociale - dicono le consigliere - il carcere può essere definito come un luogo di non-identificazione collettiva: non ci si identifica la città, non ci si identifica chi lo abita e non vi sono spazi a misura umana, non a misura di chi vi è recluso e non a misura di coloro che vi operano".

La mozione vuole impegnare il sindaco e la Giunta a sviluppare, "in accordo con la direzione del carcere, esperienze di riqualificazione degli spazi estendendo all'interno del carcere l'organizzazione e la fruibilità di eventi culturali e di arte urbana come avviene in diversi territori cittadini con l'allestimento e la diffusione di iniziative decentrate".

 

Il deserto di senso che alimenta il terrorismo

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di Piero Bevilacqua

 

Il Manifesto, 28 novembre 2015

 

Lo shock del 13 novembre. Quello che un tempo era Oriente, e ora chiamiamo Islam, non è che un mondo sconfitto, culturalmente annichilito dal dominio dell'Occidente.

Possiamo anche comprendere, dopo la tragedia di Parigi, la campagna di enfasi sui valori dell'Occidente scatenata dai media della vecchia Europa. Possiamo anche essere indulgenti, dopo lo shock del 13 novembre, nel leggere l'infedele lista di virtù e primati che la parte del mondo dove tramonta il sole vanterebbe sul resto di popoli della terra. Partecipiamo dello stesso dolore e risentimento per l'aggressione subita, e conosciamo anche l'insuperabile superficialità dei nostri media, la propaganda politica camuffata di informazione ed analisi.

Ma la lista dei nostri valori è infedele e incompleta non solo perché si limita a ricordare la libertà individuale, lo stile di vita, il rispetto della donna e pochissime altre cose. Manca dall'elenco la retorica da primato, la capacità di autoassolversi, l'incapacità congenita di comprendere le ragioni dell'altro. E latitano di fatto anche conquiste positive che effettivamente possediamo: lo spirito critico, la capacità di analisi storica. Queste ultime dovrebbero rammentarci che dentro l'Occidente è fiorita e prospera da secoli la malapianta del razzismo, che anzi l'Occidente stesso nasce come colonialismo, distinzione e sopraffazione dell'altro. Noi datiamo l'inizio dell'Età moderna e dunque la fondazione dell' Occidente con la scoperta delle Americhe, col completamento, a Ovest, della conoscenza del globo. Ma dimentichiamo che quell'avvio dell'occidentalizzazione del mondo coincide con lo sterminio delle popolazioni native: "Il più grande genocidio dell'umanità", come lo ha definito Tzevtan Todorov.

Certo, non è questo il momento di andare così indietro nel tempo. Del resto, basterebbe rammentare le vicende recenti, a partire dalla prima Guerra del Golfo, come hanno fatto pochi onesti commentatori, capaci di pensare prima di scrivere. E tuttavia oggi bisogna rinserrare i ranghi e predisporre le difese per evitare che la tragedia si ripeta. Ma è in questi momenti che la mancanza di analisi critica, di lucidità, di onestà storica può indurre a compiere errori fatali. E allora, chiediamo: qual è il senso dell'espressione "scontro di civiltà", aggiornato a "guerra di civiltà"? Guerra di civiltà? Ma l'Occidente non ha mai smesso un istante di fare guerra agli altri da quando è sorto e si è autodefinito come tale. L'espressione non è solo un capovolgimento clamoroso della realtà storica, è una rappresentazione del presente infondata sino al ridicolo. È come se due entità alla pari, per l'appunto due civiltà, si fronteggiassero per conseguire un primato assoluto. Ma non è così. In realtà quello che un tempo era Oriente - ricordate Edward Said ? - e ora chiamiamo Islam, non è che un mondo sconfitto, culturalmente annichilito dal dominio dell'Occidente.

L'immaginario che noi abbiamo costruito si è ormai imposto come l'unico orizzonte di possibilità a tutti i popoli della terra. Le grandi masse di religione islamica non hanno altra prospettiva che essere assorbiti dai valori e dagli idoli scintillanti della nostra società. Sono lì, condannati a diventare come noi. Ma non è solo da tale immenso accampamento di sconfitti che partono le imprese disperate dei terroristi. Al suo interno le élites musulmane non disdegnano, com'è noto, di assaporare le ebbrezze delle nostre Ferrari. Perché anche l'Islam è diviso in classi, lacerato dalle disuguaglianze.

Tale realtà è vera e nota da tempo. Quel che cambia, quel che oggi appare più esemplarmente visibile, è l'intimo nichilismo del nostro messaggio. Un nichilismo che ha lo stesso volto per i giovani europei, bianchi e cattolici come per i ragazzi musulmani della banlieue parigina. Al di sotto delle fantasmagorie del consumismo, le società capitalistiche del nostro tempo svelano la desertificazione di senso a cui sono approdate. Non hanno nessun progetto di futuro da proporre, nessun nuovo assetto di civiltà con cui attrarre e sedurre culture altre. Tanto meno i giovani musulmani di seconda generazione, senza lavoro e senza opportunità.

Qualcuno si ricorda più dell'american dream, del sogno americano? Oggi negli Usa, come in Europa, le nuove generazioni hanno la certezza che non potranno contare sulle stesse opportunità e i vantaggi dei loro padri. Di quale protezione sociale godranno una volta anziani? Quale certezza di occupazione e di reddito, di stabilità nel lavoro, nelle relazioni umane? Quale messaggio di solidarietà, di superiore assetto del vivere in comune, di felicità collettiva lanciano ad esse le élites dell'odierno capitalismo? Tutto ciò che la sua parte più avanzata può offrire di seducente alle nuove generazioni è un nuovo prodotto tecnologico da godere in consumistica solitudine.

Perfino il nostro avvenire sul pianeta, a causa dell'esaurimento delle risorse e del riscaldamento globale, appare minacciato. Per il resto, l'intero tessuto della società così come l'abbiamo conosciuta viene frantumato, risucchiato negli scambi di mercato. Ci ricordiamo ancora della nota esclamazione di Margaret Thatcher, "non c'è alternativa"? Non era solo un invito a desistere dalla lotta rivolto al movimento operaio e alle sinistre. Era, ed è ancora, uno sbarramento degli orizzonti dello stesso capitalismo, che non ha più nulla da offrire, se non il mondo così com'è.

Eppure l' Occidente per qualche secolo, mentre schiacciava altri popoli, ha tenuta alta la bandiera del progresso, almeno per i propri. Oggi non accade più, non si va avanti, si torna indietro. Perciò nel senso in cui si utilizza oggi il termine, Occidente è una moneta scaduta, non ha più corso. Dovremmo essere onesti e dire la verità. Il messaggio di morte dei terroristi è figlio legittimo di questo capitalismo predatore e senza speranza.

 

Razzisti nel nome di Allah: l'Isis e la carne da macello dei "non arabi"

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di Emanuele Giordana

 

Il Manifesto, 28 novembre 2015

 

Uno degli elementi di forza dell'espansione islamica in Asia è sempre stata la percezione, per i nuovi adepti alla parola del profeta, di poter godere di pari diritti davanti a Dio e ai tribunali. Uno status che non era garantito in territori come l'India o l'Indonesia, dominati dalla regola delle caste. L'uguaglianza era invece una garanzia del Corano al convertito al di là della comunità di provenienza, della lingua, del colore della pelle. È dunque abbastanza bizzarro che i puristi di Daesh applichino al contrario questa regola su cui si fonda uno dei capisaldi della diffusione dell'Islam.

Stando a un rapporto d'intelligence cui avrebbero contribuito ricercatori di diversi Paesi e citato in questi giorni dalla stampa indiana, Daesh agirebbe proprio in direzione opposta: considerando la non provenienza da un Paese arabo - o di antica assimilazione araba - lo spartiacque per dividere i combattenti del califfato in musulmani di serie A e B. Rientrerebbero nella categoria B soprattutto indiani e pachistani ma anche cinesi, indonesiani e africani. Chissà, ma il rapporto non sembra dirlo, se ciò vale anche per il Caucaso e i combattenti che provengono dall'Asia centrale e che di solito sono ritenuti ottimi guerriglieri.

I "soldati" dell'Asia meridionale e orientale sarebbero comunque i meno affidabili: a loro non solo non sarebbero riservato il rango di "ufficiali"o la possibilità di entrare nella "military police" di Daesh (riservata a tunisini, palestinesi, sauditi, iracheni e siriani), ma vivrebbero in baracche meno accoglienti, non sarebbero ben armati, godrebbero di un salario inferiore e verrebbero addirittura utilizzati come carne da macello: spediti sulla linea del fronte, davanti ai guerriglieri etnicamente puri, a far da kamikaze senza saperlo, su jeep imbottite di esplosivo che saltano dopo che l'inconsapevole autista ha ottemperato al comando di comporre un certo numero al cellulare. Sebbene sia sempre meglio essere diffidenti anche su questi rapporti di intelligence più o meno segreti, la cosa sarebbe suffragata da almeno tre elementi. Uno quantitativo, uno culturale e uno ideologico religioso. Per quel che riguarda gli indiani il loro numero tra i foreign fighter sarebbe abbastanza ridotto: solo 23.

Ma di questi ne sarebbero già morti sei, ossia uno ogni quattro, che è molto. L'altro elemento riguarda il trattamento che in Arabia saudita o nel Golfo viene riservato a indiani, pachistani, bangladesi o indonesiani: camerieri e muratori senza diritti, relegati nelle periferie delle città e pagati una miseria. Decapitati o frustati se incorrono in qualche supposta malefatta. Questi musulmani di serie B, evidentemente ritenuti oltre che meno abili guerrieri anche meno affidabili sul piano della fedeltà, sarebbero sotto stretta sorveglianza da parte della polizia di Daesh.

Infine c'è un problema dottrinario: Daesh abbraccia la scuola giuridica (madhaab) hanbalita, una delle quattro seguite dai musulmani in tema di giurisprudenza coranica (fiqh). Centroasiatici, afgani, pachistani, indiani e bangladesi seguono soprattutto quella hanafita (la più antica e diffusa) vista con diffidenza da wahabiti e salafiti, per non parlare di quella shafita (diffusa in Indonesia, India, Africa orientale). Si ritorna dunque alla penisola arabica dove la scuola hanbalita - fu fondata a Bagdad da Ahmad ibn Hanbal - si è poi confinata. Ribadisce la supremazia dei testi sacri sul ragionamento personale, rifiuta l'analogia come fonte del diritto ed è la base giuridica dei movimenti wahabiti e salafiti.

 
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