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Siria: fermiamoli, Aleppo viene ancora uccisa

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Andrea Riccardi

 

Avvenire, 18 agosto 2016

 

Si discute in Europa di sicurezza e immigrati. O di economia. Dall'altra parte del Mediterraneo, la Siria è a fuoco da cinque anni e la sua città più emblematica, Aleppo, sta morendo in un assedio spietato. Alcuni di noi, dal 2014, hanno posto la questione all'opinione pubblica internazionale con l'appello, Save Aleppo, che ha avuto molte adesioni: salvarla, con la tregua, facendone una "città aperta".
Ma quanto conta l'opinione pubblica? Soprattutto non contano i lamenti e le grida di sofferenti, bambini, malati, fragili. Voci flebili di chi non ha cibo, acqua, medicinali, medici. Voci di gente, che ha saputo adattarsi a tutto: riaprire gli antichi pozzi, coltivare ovunque, vivere tra le rovine, aspettare. Due milioni di abitanti e più. Solo dal primo agosto sono stati identificati 106 morti. Dall'inizio dell'assedio, se ne calcolano ufficialmente 28.894 (in realtà di più). Le immagini di Aleppo, trasmesse al mondo, mostrano una città-fantasma, con strade piene di macerie e scheletri di palazzi. Dovunque si è visto questo, ma non si è fatto niente. Aleppo è la Sarajevo del XXI secolo. Sarajevo fu assediata per quattro anni: dall'aprile 1992 al febbraio 1996. Ci furono 12.000 morti. Allora si vide la crudeltà dei combattenti unita all'impotenza dell'Onu e della comunità internazionale.
Aleppo è divisa dal 2012: l'Ovest (dove abitano i cristiani) è controllato dal regime di Assad, l'Est dalla ribellione. Oggi i combattenti di al-Nusra si sono distaccati da al-Qaeda e formano un fronte con i salafiti e altri gruppi con l'appoggio di Arabia Saudita, Qatar, Turchia. La parte Ovest è stata legata da una via alla Siria governativa. A volte torna isolata, mentre temibili missili cadono sulle case, distruggendo tutto. L'antico suk è un cumulo di rovine. Così la stupenda cattedrale armena. Gli elicotteri governativi, per la loro parte, scaricano terribili barili-bomba sull'Est, progressivamente isolato dalla recente offensiva di siriani, iraniani e hezbollah, appoggiati da aerei russi. Poi c'è stata la ripresa dei ribelli. Alterne vicende di due assedi contemporanei che tengono in ostaggio, dal 2012, una comunità che viveva insieme da sempre: musulmani di varie tradizioni, cristiani (armeni, siriaci, ortodossi, cattolici...). Una danza macabra di siriani, islamisti, potenze regionali, grandi potenze che continua sulla testa della città-simbolo del vivere insieme.
Sì, questo era Aleppo. Fino a qualche decennio fa c'erano anche gli ebrei: ne parla Miro Silvera nel suo Prigioniero di Aleppo, romanzo di memoria della convivenza perduta. C'è l'Hotel Baron, di proprietà armena, dove scesero Lawrence e Agatha Christie. Ad Aleppo si è sempre commerciato. Prima della tragedia, vidi all'aeroporto donne che venivano dall'Armenia per acquisti. C'erano insegne in tante lingue, pure in russo. Aleppo soprattutto era capitale di storia e di cultura. Lo stupendo museo con le statue millenarie dei Baal. Soprattutto si viveva una tradizione di rispetto nella differenza. Per questo i combattenti non hanno salvato la città con una tregua: Aleppo doveva morire. Era, con il suo vivere insieme, la risposta vivente al totalitarismo islamista. Ed era troppo vivace per il clima occhiuto della dittatura. Preservarla era creare un'isola di pace in tanta guerra. Ricordo, quando lanciai l'appello Save Aleppo, le obiezioni: "Perché Aleppo e non un'altra città siriana?". Ma Aleppo vuol dire pace e convivenza: il futuro auspicabile per la Siria.
Oggi è quasi distrutta. Ciascun attore ha la sua strategia. Ne abbiamo discusso tante volte. Mentre l'Onu è impotente, vediamo la connivenza di tutti (pur nemici) nell'assassinare la città. Insensibili alle lacrime degli aleppini. Ci dicono nei fatti: la solidarietà e la volontà di salvare Aleppo non contano nulla. Non ci si meravigli allora se cresce il nichilismo tra la gente e i giovani. Non si era proclamato negli anni Novanta "Mai più Sarajevo" ? Aleppo è la nuova Sarajevo. Forse peggio, se si possono paragonare i drammi. Peggio, perché non si è imparato niente dalla storia. Non ci stancheremo però di gridare: Save Aleppo! Salvate Aleppo, salviamola.

 

 

Siria: Amnesty International denuncia "18.000 persone morte nelle carceri dal 2011"

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Askanews, 18 agosto 2016

 

L'Ong denuncia crimini contro l'umanità commessi da forze governative. Sono quasi 18.000 le persone morte in carcere in Siria dal marzo 2011, inizio della crisi, pari a una media di oltre 300 morti al mese. È quanto emerge dal rapporto diffuso oggi da Amnesty International, intitolato "Ti spezza l'umanità. Tortura, malattie e morte nelle prigioni della Siria", in cui vengono denunciati crimini contro l'umanità commessi dalle forze governative di Damasco e viene ricostruita l'esperienza provata da migliaia di detenuti attraverso i casi di 65 sopravvissuti alla tortura.
"Il campionario di orrori contenuti in questo rapporto ricostruisce in raccapriccianti dettagli le violenze da incubo inflitte ai detenuti sin dal momento dell'arresto e poi durante gli interrogatori, svolti a porte chiuse all'interno dei famigerati centri di detenzione dei servizi di sicurezza siriani: un incubo che spesso termina con la morte, che può arrivare in ogni fase della detenzione - ha dichiarato Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International - da decenni le forze governative siriane usano la tortura per stroncare gli oppositori. Oggi viene usata nell'ambito di attacchi sistematici contro chiunque, nella popolazione civile, sia sospettato di non stare dalla parte del governo. Siamo di fronte a crimini contro l'umanità, i cui responsabili devono essere portati di fronte alla giustizia".
"I paesi della comunità internazionale, soprattutto Russia e Stati Uniti che condividono la direzione dei colloqui di pace sulla Siria, devono mettere questo tema in cima all'agenda delle discussioni tanto col governo quanto coi gruppi armati e sollecitare gli uni e gli altri a porre fine alla tortura", ha aggiunto Luther.
In una nota Amnesty ha chiesto inoltre il rilascio di tutti i prigionieri di coscienza. Tutti gli altri detenuti dovrebbero essere sottoposti a un giusto processo in linea con gli standard internazionali oppure rilasciati. Osservatori indipendenti dovrebbero poter visitare immediatamente e senza ostacoli tutti i centri di detenzione. (segue)

 

Libia: a Sirte dove i giovani miliziani sfidano i mercenari del Califfo

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di Giordano Stabile

 

La Stampa, 18 agosto 2016

 

L'ultima resistenza dell'Isis nella roccaforte è affidata a nigeriani, ciadiani e sudanesi Si difendono con autobombe e trappole esplosive dinanzi alle brigate di Misurata. Li uccideranno tutti. Non si sa quanti jihadisti dell'Isis siano ancora a Sirte, negli ultimi tre quartieri che ancora controllano. E quanto potranno resistere. Tre, quattro giorni, forse una settimana. Di certo non potranno scappare. A terra sono chiusi da tre lati dai combattenti di Misurata, sul mare dalle navi della Marina libica, dai droni e dai cacciabombardieri americani dal cielo. E le milizie di Misurata non faranno prigionieri. "E perché, per ritrovarceli fra qualche anno a organizzare attentati?".
Anche gli uomini in nero lo sanno. Tanto vale farla finita da soli e cercare di compiere stragi fino all'ultimo. L'arsenale di autobombe e cinture esplosive è ancora abbondante. Sono gli unici attacchi che mandano in panico i combattenti. Le auto kamikaze blindate con lastre d'acciaio spesse un paio di centimetri possono essere fermate solo da un colpo di cannone ben assestato o un missile da un F-18 statunitense. I mitra, i lanciarazzi portatili, gli Rpg, non bastano.
Mentre avanzano su una strada i militari piazzano vedette sui tetti, per anticipare l'allarme. Pochi secondi fanno la differenza fra vita e morte. Quando l'autobomba sbuca da un angolo le vedette urlano e si sbracciano. I combattenti lasciano la strada di corsa. A volte serve il sacrificio estremo. Come martedì, nel distretto residenziale Numero 1. Il kamikaze ha puntato un gruppo di soldati e di civili, alcuni medici. Un volontario di Misurata si è gettato con la sua macchina contro l'autobomba in corsa. L'esplosione l'ha ucciso sul colpo assieme al terrorista e ha ferito leggermente una decina di persone. Ma poteva essere un massacro.
L'inizio della fine della battaglia, cominciata a maggio, è stato il primo agosto. I raid americani, pochi, 48 in tutto, ma mirati sulle postazioni difensive inespugnabili da terra, hanno rotto lo stallo che durava da due mesi. Il gigantesco complesso Ougadougou, il distretto amministrativo dell'Unione Africana nei sogni di Gheddafi, diventato nel 2015 il quartier generale del Califfato in Libia, è stato preso in pochi giorni. Ora restano da espugnare tre quartieri residenziali, verso il mare.
I combattenti di Misurata, sono giovani, un'età media sui 25 anni, molti ragazzi, anche sedicenni. Hanno imparato ad avanzare lentamente, frenati da un pugno di ufficiali anziani, che tengono le redini delle katibe, i battaglioni di volontari che si sono formati dopo l'attacco dell'Isis ad Abu Ghrain a maggio. "Erano alle porte di Misurata, è come se avessero attaccato nostra madre". Migliaia di uomini si sono arruolati. Il governo di Unità nazionale di Fayez al-Sarraj ha mandato qualche rinforzo e benedetto l'operazione. Le armi sono arrivate dagli arsenali di Misurata, riempiti all'inverosimile con i saccheggi nelle caserme di Gheddafi durante la rivoluzione del 2011.
L'arsenale di Gheddafi
Ci sono blindati di fabbricazione jugoslava, sovietica, russa, brasiliana, semoventi con cannoni da 105 millimetri, vecchi carri T-62. E poi un numero infinito di "tecniche". I furgoncini con le mitragliatrici saldate sul pianale. In genere armi antiaeree da 14 e ½ e 23 millimetri, dal grande volume di fuoco. La tattica dei "ragazzi", nonostante gli sforzi degli ufficiali, è abbastanza primitiva. Un diluvio di colpi e razzi Rpg sull'edificio da conquistare e poi l'assalto.
Dove le case sono addossate si aprono aperture nei muri e si passa da una all'altra. Un'occhiata dentro la stanza da "bonificare" e poi dentro. È qui che i ragazzi subiscono le perdite maggiori. Booby traps. Mine collegate a un fil di ferro, un cavo, dentro un innocuo scatolone di cartone. Non ci sono reparti sminatori. Si va avanti a intuito e fortuna. Coraggio ce n'è in abbondanza ma gli oltre 300 morti in tre mesi, i 1400 feriti, hanno ridotto di un terzo la forza iniziale dell'armata di liberazione.
Le stime delle perdite dei jihadisti variano invece moltissimo, centinaia, forse mille. "Dentro", nei quartieri da espugnare, ce ne sono "da 200 a 800". I volti dei caduti hanno spesso la pelle scura. "Ciadiani, sudanesi, nigeriani". Sono stati recuperati alcuni passaporti a conferma. E poi molti tunisini, qualche libico. "Mercenari". Comunque gente addestrata, abituata a combattere sui fronti siriano, iracheno, afghano. Il contrario dei "ragazzi". E i civili? Qualcuno dice che "dentro" ne sono rimasti al massimo "dieci", altri "un centinaio". Sono un dilemma per i miliziani. Complici o vittime? I jihadisti saranno uccisi tutti, ma che cosa fare dei civili non è stato ancora deciso.
Ora che la battaglia sta per finire i rimpianti sono per le troppe perdite. Forse bisognava "chiedere prima" l'aiuto dei raid americani. La raccogliticcia aviazione di Misurata, qualche Mig-23, ha fatto quello che poteva. Raid in picchiata fino a bassa quota per sganciare bombe a caduta libera, imprecise. Un Mig, esposto al tiro delle mitraglie anti-aeree, è stato abbattuto.
I "ragazzi" comunque sanno di non avere debiti di riconoscenza. È "con il loro sangue" che hanno difeso mamma-Misurata ma anche l'Occidente dal più feroce esercito di terroristi che sia mai sorto in Medio Oriente. Fra tutti i Paesi europei le maggiori simpatie, nonostante il passato coloniale, sono per l'Italia. A Misurata prima del 2011 c'erano 68 imprese italiane e "davano tanto lavoro". Per gli eroi che stanno per tornare a casa la nuova battaglia sarà costruirsi un futuro.

 

Turchia: fuori i detenuti "comuni", dentro i golpisti

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di Mariano Giustino

 

Il Manifesto, 18 agosto 2016

 

Con un decreto il governo del Sultano annuncia l'uscita dai penitenziari di almeno 38mila detenuti perché "servono celle per rinchiudere chi si è reso colpevole del tentato colpo di stato". L'ultima mossa del governo dell'Akp viene camuffata dal ministro dell Giustizia Bekir Bozdag come risposta all'allarme per il sovraffolamento nelle carceri turche, che stanno letteralmente scoppiando. Ieri è stato varato un decreto che spianerà la strada alla liberazione condizionale di 38mila prigionieri dei 214mila tuttora detenuti.
Si tratta, a detta del ministro, di una misura necessaria per ridurre la popolazione carceraria e per fare spazio alle 35mila persone che sono state arrestate perché accusate di appartenenza all'organizzazione di Gülen. Il ministro ha precisato che non si tratta né di una grazia né di un'amnistia, ma di una liberazione condizionale: saranno rilasciati i detenuti con buona condotta e quelli con meno di due anni di pena da scontare. Non solo: a chi ha scontato metà della pena sarà possibile chiedere la grazia. Esclusi i detenuti per crimini di omicidio, violenza domestica, abusi sessuali e terrorismo.
Siamo soltanto all'inizio di quella che è senza dubbio la più imponente epurazione di massa mai avvenuta in Europa dalla dissoluzione dell'ex Unione sovietica. All'indomani del tentativo fallito di golpe, la notte del 15 luglio scorso, il presidente Erdogan ha lanciato una campagna epurativa senza precedenti che prosegue senza sosta: decine di migliaia di soldati, poliziotti, magistrati, giornalisti, dipendenti pubblici arrestati per cui va fatto posto.
Poco dopo il putsch, il governo aveva annunciato la costruzione di carceri ad hoc, maxi prigione dove infilare i "traditori". Nel frattempo, andranno a sostituire criminali incarcerati. Tra gli ultimi arrestati ci sono 50 imprenditori, considerati vicini all'imam Gülen, capro espiatorio del tentato golpe per il quale due giorni fa un procuratore turco ha chiesto due ergastoli e 1.900 anni di galera. Prosegue spedito anche l'attacco ai media in questi giorni di stato emergenza. Martedì scorso con un'ordinanza del tribunale di Istanbul è stato chiuso lo storico quotidiano vicino al movimento curdo, Özgür Gündem, per propaganda in favore di organizzazione terroristica: è accusato di sostenere il Partito dei lavori del Kurdistan, PKK. La vita di questo quotidiano è emblematica della censura a cui è stato sottoposta la Turchia nel corso di quest'ultimi anni: Özgür Gündem è alfiere della battaglia per il diritto all'informazione e per la libertà di stampa.
Sulle sue colonne hanno scritto firme prestigiose dell'Intellighentia turca. Da quando è stato fondato, il 14 maggio del 1992, è stato oggetto di continue violazioni della libertà di stampa da parte di tutti i governi turchi che si sono susseguiti fino ad oggi, perché critico delle politiche di Ankara nei confronti della comunità kurda. Dal 1994 è stato chiuso più volte. Una lunga scia di sangue ha inoltre accompagnato la sua esistenza: 27 membri della sua redazione, tra cui giornalisti, distributori e scrittori, sono stati uccisi nel corso dei primi due anni dalla sua pubblicazione. Delle 580 edizioni pubblicate finora dal quotidiano, 486 sono state sottoposte a sequestrato per ordine della magistratura.
I redattori sono continuamente perseguitati per i loro reportage e nei loro confronti sono state intentate centinaia di cause legali. Il 4 aprile 2011, dopo una pausa forzata durata 17 anni, Özgür Gündem aveva ripreso le pubblicazioni. Ma è la stampa in genere ad essere nel mirino: Selina Dogan, deputata armena del Parlamento di Turchia, eletta tra le file del maggior partito di opposizione Chp, ha denunciato ieri che è in corso la cancellazione di massa di un altissimo numero di passaporti di giornalisti turchi. Si teme la fuga di molti essi.
E la mannaia torna anche sulla scuola, già vittima di epurazioni: lunedì il Ministero dell'Istruzione ha chiesto a tutti gli istituti scolastici del paese di raccogliere e distruggere tutti i libri pubblicati dal movimento di Fethullah Gülen, compresi documenti, cd e dvd e ogni materiale elettronico. Nel contempo 29 case editrici, 15 riviste e 45 quotidiani legati alla organizzazione di Gülen sono state chiuse. Tali misure censorie sono consentite grazie ad un decreto legge varato sotto lo stato di emergenza proclamato il 21 luglio scorso a seguito del tentato colpo di stato. E ancora, l'Università Kultur di Istanbul ha distribuito ai suoi professori un documento da firmare in cui si dichiara di non avere legami con Gülen o con la sua ideologia.

 

La svolta buona (sul carcere) che allarma Renzi

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di Errico Novi

 

Il Dubbio, 17 agosto 2016

 

A settembre il Senato vota la delega sulla riforma penitenziaria: più spazio alle misure alternative. "Sì, ci hanno accolto bene come è sempre successo a ferragosto. Ma molti detenuti ci hanno anche lasciato un pensiero per Marco, sapevano della sua scomparsa e che questo giorno era diverso da come era stato per decenni".

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