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Il film "Portami via", di Marta Santamato Cosentino, racconta i Corridoi umanitari

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di Gian Mario Gillio

 

articolo21.org, 20 ottobre 2016

 

Jamal, dalle carceri di Assad a Torino. La storia della famiglia Makawi raccontata nel docufilm "Portami via", di Marta Santamato Cosentino e Invisibile film. La nostra intervista.

"Portami via" è un documentario, un film, che ripercorre la storia di una famiglia siriana, ora in Italia, grazie ai "Corridoi umanitari". Cosentino, com'è nata l'idea di realizzare questo progetto?
L'idea di realizzare un docufilm è nata un po' per caso; ci eravamo occupati di "Corridoi umanitari" prima ancora del loro reale avvio insieme a Gad Lerner. Eravamo venuti a conoscenza di questo progetto pilota in Europa che poteva sembrare lapalissiano, nella pratica, ma rivoluzionario nel panorama europeo: mettere a disposizione di persone vulnerabili, in paesi devastati da guerre e conflitti, un aereo e un visto umanitario per agevolare il passaggio in paesi sicuri e accoglienti, evitando così il possibile rischio di morte in mare o subire patimenti e torture da parte di scafisti senza scrupoli. L'unica soluzione ragionevole. Abitando a Beirut, città di partenza per le persone coinvolte dal progetto, ho deciso contattare gli operatori sul campo. Da una curiosità iniziale la mia attenzione è poi diventata esigenza e poi, lo ammetto, un onore: poter essere prossima a molte persone; ad una famiglia in particolare, quella Makawi, diventata la protagonista del racconto e con la quale ho stretto una forte amicizia.

 

Cosa sono i Corridoi umanitari?
Sono vie di accesso legali e sicure per richiedenti asilo; una buona pratica che permette il raggiungimento in un Paese terzo sicuro. Il meccanismo europeo non prevede che il richiedente asilo possa attivare la protezione internazionale direttamente nelle proprie Ambasciate. Questo spiega il motivo per cui molte persone, che avrebbero diritto all'asilo politico, sono invece costrette ad affrontare la rotta del mare o la rotta Balcanica e coprire distanze infinite, come ad esempio dal Libano o dalla Turchia, in maniera illegale e rischiosa. I Corridoi umanitari sono una delle vie d'accesso legali e sicure; un'altra è quella messa in atto da Medici senza Frontiere che mette a disposizione delle navi di salvataggio".

 

Quali sono state le tappe del docufilm?
L'incontro con gli operatori di Mediterranean Hope della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) e della Comunità di Sant'Egidio - promotori dei Corridoi umanitari insieme alla Tavola valdese - è stata la conditio sine qua non del nostro lavoro, senza di loro non sarebbe stato possibile. Presi per mano io e Manolo Luppichini, il mio collega di viaggio e avventura, siamo stati guidati e accompagnati in questo percorso di conoscenze e messi nelle condizioni di poter operare sul campo attraverso interviste, riprese e la raccolta di dati. In questo peregrinare tra famiglie e storie, nella ricerca di persone vulnerabili da sostenere e condurre in Italia, ho potuto incontrare la famiglia di Jamal Makawi, che poi è diventata la protagonista del nostro video. "Portami via" è nato in corsa, dal semplice desiderio di parlare di questa grande "tragedia umanitaria", ma in modo più ambizioso rispetto ad una pura testimonianza giornalistica. Prima di allora non mi ero mai cimentata in un documentario così lungo, della durata è di sessanta minuti, e seppur in punta di piedi, entrando così fortemente nella vita di altre persone. Quando ho incontrato la famiglia Makawi ho avuto la presunzione di voler diventare, in qualche misura, il loro diario di viaggio, spero di esserci riuscita nel rispetto della loro dignità e della veridicità del racconto. Per raccontare e divulgare quella che ritengo una chance per la salvezza. L'incontro con gli operatori dei Corridoi umanitari "è stata una poesia della salvezza" ha detto anche Jamal.

 

Qual è la storia della famiglia Makawi?
La famiglia risedeva a Tripoli, siamo stati insieme per un mese, quello prima della loro partenza verso l'Italia. Sempre insieme siamo partiti e arrivati a Torino: la città che li ha ospitati e dove ancora oggi continuiamo a vederci regolarmente, seppur io viva Milano. Le testimonianze di Jammal sono tutte molto forti e poetiche allo stesso tempo, lui si è messo a nudo e ha messo in luce i suoi sentimenti. Jamal è stato in carcere per molto tempo, 115 giorni, torturato e interrogato dal regime di Assad. Se oggi è qui con noi è perché non hanno trovato nulla per poterlo trattenere. Lui sostiene che se avessero davvero sospettato di lui oggi non sarebbe riuscito a raccontarlo. Molte persone invece hanno potuto incontrarlo in Italia e apprezzarlo, proprio com'è avvenuto in occasione della serata pubblica dedicata ai Corridoi umanitari promossa dal Sinodo valdese e metodista di Torre Pellice alla quale era stato invitato a fine agosto. Il film racconta una storia fatta di ricordi, di presente e di futuro. Abbiamo documentato anche i primi due mesi a Torino, raccogliendo le loro prime impressioni. Un mondo nuovo: l'Italia. Una cultura nuova con abitudini, tradizioni e usanze a diverse, ne sono uscite chiavi di lettura interessanti. Siamo abituati a vedere e giudicare l'altro ma non sappiamo come l'altro, invece, vede noi. La loro storia è stata un'altalena tra entusiasmo, da una parte, e salti nel buio dall'altra. Un aereo per la salvezza che porta verso l'ignoto, questo era il Corridoio umanitario per loro, sapere cosa stavano lasciando e non dove sarebbero andati a finire. Lunedì scorso, a Milano, in occasione della presentazione pubblica di "Portami via", è arrivata una bella notizia, una novità: la famiglia ha ottenuto il riconoscimento di protezione internazionale per cinque anni che darà loro diritto ad ottenere la cittadinanza italiana e dunque a poter lavorare. La storia della famiglia Makawi è paradigmatica perché racconta la quella di tante famiglie siriane. Famiglia composta da otto persone che viveva ad Homs, luogo dove la repressione del regime è stata pesante e dove già da tempo, per usare le parole di Jamal "si sentiva da tempo che qualcosa di molto grosso stesse bollendo in pentola". Seppur la famiglia non fosse politicamente coinvolta, ha patito come tante altre le brutalità della rivolta in atto. Forti e toccanti i racconti di Jamal ricordano le torture subite nel periodo di detenzione. L'unica colpa era, probabilmente, quella di aver aiutato persone come lui a superare il dolore e la sofferenza delle ingiustizie. La musica di Saro Cosentino, mio papà e grande musicista se posso permettermi, accompagnano le immagini del nostro lavoro con toccante sintonia".

 

Diritti di stampa? Sì, ma prima diritto di parola

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di Alessandro Zaccuri

 

Avvenire, 20 ottobre 2016

 

Da un po' di tempo la Buchmesse non è più soltanto quella che tecnicamente viene definita una fiera di diritti, nel senso della compravendita di libri da tradurre e pubblicare nei diversi mercati nazionali. Questo resta un aspetto irrinunciabile della kermesse, d'accordo, ma a Francoforte il termine "diritti" può essere inteso anche in un'altra eccezione. I diritti umani, esatto.
Almeno uno dei quali, quello alla libera espressione del pensiero, è stato addirittura indicato come "valore non negoziabile" nel corso della cerimonia inaugurale di ieri. Non è una novità assoluta, ripetiamolo, come dimostra il programma del Weltempfang, l'ormai irrinunciabile forum internazionale all'interno del quale intellettuali e scrittori dibattono i temi caldi del momento. L'impressione però è che in questo 2016, tra l'acuirsi delle crisi umanitarie e l'avanzata dei populismi globali, l'attenzione in materia sia più alta che mai.
Aggiustamento dopo aggiustamento, del resto, la Buchmesse ha assunto una struttura sempre più concentrata sull'editoria di lingua inglese, con il conseguente rischio di un duplice sbilanciamento per effetto di una Brexit pressoché irreversibile e del trumpismo non proprio debellato. Ma anche dal punto di vista della politica estera tedesca c'è tutto l'interesse a fare in modo che l'azione di accoglienza dei rifugiati avviata dalla cancelliera Angela Merkel non rappresenti un'eccezione in un'Unione Europea propensa più a ripristinare le frontiere che cancellarle definitivamente.
E così, a dispetto della presenza in sala delle coppie reali dei Paesi Bassi e del Belgio (ospite d'onore della Buchmesse 2016 è la regione in cui olandese e fiammingo si alternano in un bilinguismo a tratti contrastato ma sempre vivace), il vero protagonista della serata inaugurale finisce per essere il presidente dell'Europarlamento, il tedesco Martin Schulz. Nel cui passato - oltre a un memorabile duetto con l'ex premier Berlusconi - c'è posto per un rapporto assiduo e decisivo con i libri. Inizialmente abbondonati sui banchi di scuola e ritrovati poi sui banconi delle librerie per le quali Schulz ha lavorato e di cui è stato titolare. È tra le pagine dei classici che ha scoperto che l'Europa è la patria comune di Goethe e Dickens, di Herta Müller e Lessing, di Jorge Semprún e Primo Levi. Il discorso che ha preparato sarebbe già eloquente, ma quando gli si presenta l'occasione Schulz improvvisa e rilancia. Lo spunto glielo offre il presidente dell'associazione dei Librai ed editori tedeschi, Heinrich Riethmüller.
Dopo una fugace lamentela sulle politiche governative che rendono complicato il mestiere di chi pubblica e vende libri, estrae a sorpresa un breve messaggio che la scrittrice turca Asli Erdogan (nota anche in Italia grazie a Il mandarino meraviglioso, pubblicato da Keller) è riuscita a far trapelare dal carcere in cui è imprigionata dal 16 agosto scorso con altri 22 giornalisti, tutti accusati di complicità nel tentato golpe. Nel 2008, ricorda Riethmüller, Asli Erdogan faceva parte della delegazione ufficiale della Turchia, ospite d'onore alla Buchmesse di quell'anno. Il fatto che ora la donna sia detenuta per le sue opinioni è uno scandalo intollerabile, aggiunge. Schulz non ci pensa due volte e ribadisce che senza libertà di parola non esiste democrazia. "Il Governo turco deve liberare immediatamente queste persone", dichiara. La presa di posizione non è irrilevante, dato che tra meno di un mese la Germania sarà l'ospite principale della Fiera del libro di Istanbul ed è difficile che l'appello a favore di Asli Erdogan e dei suoi compagni di prigionia passi inosservato.
Di diritti umani, in ogni caso, si parla anche quando ci sono di mezzo i diritti editoriali. Le contrattazioni sono appena cominciate, ma a quanto pare uno dei titoli italiani più richiesti all'estero è Lacrime di sale (Mondadori), il libro nel quale la giornalista Lidia Tilotta ha raccolto la toccante testimonianza di Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa che tanti hanno imparato a conoscere attraverso Fuocoammare di Gianfranco Rosi. Alla Buchmesse, inoltre, è arrivata una piccola rappresentanza di editori siriani, che hanno fatto di tutto per non rinunciare a questa che, non senza orgoglio, il direttore della manifestazione Juergen Boos ama descrivere come una settimana di pace in un mondo martoriato dalla guerra.
Olandesi e fiamminghi, da questo punto di vista, hanno da condividere una storia esemplare ( This Is What We Share, "Ecco che cosa condividiamo", è il motto che campeggia sul loro padiglione). Le loro terre hanno conosciuto conflitti terribili e particolarismi spietati, ma guardateli adesso, il narratore Arnon Grunberg e la giovane poetessa Charlotte Van den Broek. Lui scrive in olandese, lei in fiammingo, e il discorso inaugurale lo fanno a due voci. Prima di iniziare, però, bevono un sorso d'acqua. Dallo stesso bicchiere, si capisce.

 

Stati Uniti: Obama chiude ai privati, ma le lobby puntano sulle strutture intermedie

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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 20 ottobre 2016

 

Negli Usa finisce l'era delle carceri private grazie all'intervento dell'amministrazione Obama, ma le aziende hanno deciso di restare nel settore della "correzione" spostandosi dai penitenziari alla gestione delle "strutture intermedie" come le "halfwayhouse", centri per la reintegrazione nella società di ex detenuti o persone con disabilità mentali o di altra natura. Ma non solo: stanno acquistando anche centri per il recupero dei tossicodipendenti e altre strutture usate per sorvegliare o sanzionare senza ricorrere al carcere i 4,7 milioni di americani in libertà vigilata. Il ministero della Giustizia americana lo aveva annunciato ad agosto che avrebbe messo fine agli accordi con le imprese che gestiscono le prigioni private. La numero due del ministero della Giustizia Usa, Sally Yates, ha disegnato un bilancio piuttosto severo delle attività dei gruppi privati che gestiscono le prigioni.
Secondo uno studio messo in campo dall'organizzazione California Prison Focus, dal 1990 ai giorni nostri il numero delle persone detenute nelle carceri private degli Stati Uniti è aumentato del 1.600 per cento e non è un caso: più alto è il numero dei detenuti e maggiori sono gli introiti. In quasi venti anni le prigioni private negli Stati Uniti sono arrivate ad essere oltre cento. Questo business non dà segni di crisi: le società private di detenzione statunitensi hanno visto aumentare i loro profitti da 760 a 5.100 milioni di dollari. I costi più alti della carcerazione non ricadono sul settore privato perché i detenuti più malati o più pericolosi sono collocati nelle strutture pubbliche. Ma come guadagnavano le carceri private? Attraverso la manodopera a basso costo dei detenuti. Il mercato statunitense delle carceri private, come riportava un articolo uscito su The Post International, "è dominato interamente dalla Correction Corporation of America e dalla Geo Group, che ha acquistato le concorrenti Correctional Services Corporation e Cornell Companies rispettivamente nel 2005 e nel 2010".
Oltre all'annuncio del ministero della Giustizia, c'è anche l'annuncio di Hillary Clinton che promette di mettere fine "all'era delle carcerazioni di massa". Durante il penultimo confronto televisivo con Trump, ha anche evidenziato come gli afroamericani e gli ispanici finiscano più facilmente in carcere e quindi più penalizzati rispetto ai bianchi. Le aziende private che gestivano le carceri sono quindi finite in crisi. Dall'annuncio del ministero della Giustizia, ad oggi, hanno perso più il 30 per cento del loro valore in Borsa. Ma per poter sopravvivere, e riassicurare gli azionisti, sono passate subito al contrattacco: sono rimaste sempre nel campo penale per lo sfruttamento economico e hanno subito acquistato numerosi centri di correzione un tempo gestiti da aziende familiari. Le associazioni dei diritti civili sono già sul sentiero di guerra: sostengono che la scelta politica che si manifesta nella tendenza a ridurre le punizioni soprattutto detentive per i crimini (con la depenalizzazione di quelli minori) rischia di essere frenata proprio dall'esistenza di un settore economico che vive e prospera solo se questo tipo di "business" cresce. In poche parole c'è il rischio che, ancora una volta, la lobby influirà nelle scelte dei legislatori e la depenalizzazione e la decarcerizzazione rimarrà solo un sogno.

 

Iraq. La presa di Mosul e la pace difficile

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di Franco Venturini

 

Corriere della Sera, 20 ottobre 2016

 

L'attacco a Mosul è una scommessa rischiosa, che può essere vinta o persa dall'Occidente e dai suoi alleati anche a prescindere dall'esito del castigo militare che si vuole infliggere agli uomini del Califfato. Non a caso la battaglia è stata receduta da molti mesi di preparazione più politica che operativa, e non a caso i contrasti etnici e i diversi interessi strategici scuotono ancora oggi, mentre l'offensiva è in corso, il variegato fronte dell'armata anti Isis. Le milizie sciite telecomandate da Teheran non dovranno entrare a Mosul, per evitare che possano prendersela con la popolazione sunnita? Lo assicura il governo iracheno e lo prevedono gli americani che discretamente dirigono le operazioni, ma resta da verificare se gli sciiti obbediranno sapendo che a Bagdad comandano i loro correligionari e che gli Usa, con le elezioni alle porte o appena passate, più di tanto non potranno fare. I peshmerga hanno fama di ottimi soldati, ma il premier iracheno Abadi vuole limitare il loro contributo perché teme le rivendicazioni curde su Mosul. E anche i turchi hanno mire sulla città che è stata a lungo ottomana: per questo vogliono partecipare alla battaglia, e poi sedere al tavolo della pace. Tutte mine etnico-politiche che possono esplodere più facilmente se gli uomini del Califfato terranno duro fino alla fine come stanno facendo nella ridotta libica di Sirte, se lo scontro comporterà gravi perdite civili o se i civili diventeranno gli "scudi" dei jihadisti.
Che possono insomma esplodere se il prezzo della vittoria risulterà tanto alto da affiancarsi per settimane o per mesi alla carneficina siriana di Aleppo. L'America del vecchio o del nuovo presidente potrebbe sopportarlo? E cosa accadrebbe se alla battaglia di Mosul si accompagnassero, come temono alcuni servizi occidentali, una nuova offensiva terroristica in Europa, e il non pacifico ritorno a casa di un buon numero di foreign fighters sedotti a suo tempo dai messaggi dell'Isis? Anche nella migliore delle ipotesi, quella di una presa militare di Mosul che segnerebbe la fine del Califfato in Iraq e il contenimento dell'Isis nel territorio siriano, la via della vittoria è irta di ostacoli e di possibili derive. Ma quel che può accadere "durante" la battaglia, malgrado il sangue che sarà versato per infliggere ai tagliagole la loro prima e necessaria sconfitta (con i militari italiani impegnati in prima linea nel recupero dei feriti), rischia di diventare un episodio di contorno rispetto alle trappole pronte a scattare "dopo" la battaglia.
Nel day after della vittoria, le trombe potrebbero non squillare a lungo. Di sicuro il turco Erdogan rivendicherebbe a favore dei turcomanni e dei sunniti a lui legati, vale a dire a favore di Ankara, il "mantenimento degli equilibri di Mosul" che già va reclamando. Ma sarebbero altri equilibri, quelli interni all'Iraq, a decidere tra l'avvio di una pace che potrebbe poi contagiare la Siria e la paradossale disgregazione del Paese "vittorioso". Con lo scontato seguito, in questo secondo caso, di una guerra civile dal cui esito nascerebbero nuovi confini e nuove liti locali e regionali. Se questa è una prospettiva oggi realistica, lo si deve a una serie di errori prima e di egoismi etnico-religiosi poi. Quando gli americani abbatterono il sunnita Saddam (che non suscita certo rimpianti) e consegnarono il potere iracheno alla maggioranza sciita, i confratelli iraniani ricevettero in dono una autostrada nuova di zecca per le loro ambizioni. Non solo. I governi iracheni, dopo il ritiro Usa nel 2011, se ne infischiarono delle promesse fatte a Washington e costruirono un potere esclusivamente sciita, escludendo man mano i sunniti e osteggiando la semi-autonomia dei curdi. Il Paese si è così di fatto diviso tra sciiti, sunniti e curdi a suon di polemiche e di attentati, mentre altre sanguinose rivalità esplodevano all'interno di ognuna delle tre fazioni.
La conquista di Mosul, quando avverrà, sarà un bivio tra la spaccatura lungo linee etnico-confessionali e riforme sin qui mai attuate che parlino di parità e di riconciliazione, di autonomie e di ricostruzione, di ripartizione dei proventi petroliferi (peraltro in calo) e di nascita di un parlamento non settario e corrotto come quello attuale. Per vincere davvero a Mosul si deve poi vincere a Baghdad, questa è la doppia battaglia appena cominciata. Con Assad e Putin spettatori interessati.

 

Argentina. Sciopero delle donne contro il femminicidio

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Geraldina Colotti

 

Il Manifesto, 20 ottobre 2016

 

Dopo l'omicidio di una sedicenne, l'astensione per un'ora da tutte le attività. "Non una di meno. Non una precaria in più". Così le donne argentine hanno sfilato ieri, vestite a lutto per dire basta al femminicidio. È stato definito "il mercoledì nero dell'Argentina". Prima, dalle 13 alle 14 (le 19 e le 20 in Italia), le femministe hanno realizzato uno storico sciopero, il primo del genere in Argentina: per un'ora, si sono astenute da ogni attività. Nei giorni precedenti, avevano lanciato questo appello: "Nel tuo ufficio, la tua scuola, il tuo tribunale, la tua redazione, il tuo commercio o la fabbrica nella quale stai lavorando, fermati per un'ora per dire basta alla violenza maschilista, perché noi ci vogliamo tutte vive".
I femminicidi, in Argentina, sono in preoccupante aumento: 19 casi negli ultimi 18 giorni, uno ogni 23 ore. L'ultimo, quello della sedicenne Lucia Perez, ha scosso l'opinione pubblica, ponendo il tema della violenza sulle donne al centro dell'attenzione. La ragazza è stata drogata, violentata e impalata nella zona turistica di Mar del Plata: "Un'aggressione sessuale disumana", ha detto la magistrata Isabel Sanchez, incaricata del caso. Due uomini - uno di 23 anni, l'altro di 41 - sono stati arrestati. Ieri, il fratello di Lucia ha reso pubblica una commovente lettera, e anche la madre ha invitato a manifestare "Perché non ci siano altre Lucie".
La campagna #NiUnaMenos ha preso avvio nel marzo del 2015. Il giorno prima venne ritrovato sotto un ponte il cadavere seminudo di Daiana Garcia, 19 anni, violentata e asfissiata con un calzino. L'idea dello sciopero delle donne è nata in Islanda il 24 ottobre del 1975, quando il 90% delle islandesi si astenne per un'ora da ogni attività. E di recente si è ripetuta in Polonia. Anche ieri, la partecipazione è stata altissima. Con rabbia e commozione, hanno risposto in molti paesi dell'America latina: Bolivia, Venezuela, Uruguay, Honduras, Colombia. E in Messico, dove - a seguito della mattanza di Ciudad Juarez - ha preso forma la nozione giuridica di femminicidio. Solidarietà anche dalle femministe italiane, spagnole, francesi e tedesche.
"Come tutte voi, compagne, voglio le donne della mia Patria vive", ha scritto in Facebook la ex presidente argentina, Cristina Kirchner, invitando a partecipare allo sciopero. Cristina, ha chiesto di marciare "per tutte quelle donne che, come Milagro Sala, hanno lottato per dare nome e diritti a chi prima non ne aveva nessuno". La deputata indigena Milagro Sala è in carcere dal dicembre scorso con l'accusa di aver sottratto denaro pubblico nella costruzione di case popolari autogestite. Sala, che fa parte dell'organizzazione indigena Tupac Amaru e della Central de los Trabajadores Argentinos (Cta) ha sempre respinto le accuse e denunciato le manovre politiche del governatore di destra Gerardo Morales. Per lei si è mobilitato anche il papa Francesco, che ha avuto modo di conoscerla durante l'incontro con le organizzazioni popolari in Vaticano, e che le ha inviato un rosario in carcere.
La Cta ha aderito allo sciopero insieme ad altre organizzazioni sindacali, in crescente agitazione contro i massicci licenziamenti, l'aumento delle tariffe, la privatizzazione e la chiusura degli spazi per la libera informazione decisi dal presidente neoliberista Mauricio Macri. "Vi voglio vive e in tutti gli spazi politici e sociali, nella scienza e nella cultura, in ogni spazio che porti la nostra società verso un luogo più giusto e ugualitario, nella giustizia e negli ospedali. Nelle scuole e per strada", ha scritto Cristina. Dieci giorni fa, nella città di Rosario, una grande manifestazione di donne, al termine di un incontro nazionale, è stata brutalmente dispersa dalla polizia. Oltre 30 i feriti, anche giornalisti.

 
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