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Giustizia: intercettazioni, le bugie di Gratteri

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di Piero Sansonetti

 

Il Garantista, 28 luglio 2015

 

Secondo il famoso pm, se approvato, l'emendamento che vieta la diffusione di immagini o audio rubati impedirebbe le indagini sulla mafia. Niente di più falso. È un fatto di civiltà che però dà fastidio.

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Giustizia: Dichiarazione dei diritti in Internet, viva un Web non asservito e "stupido"

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di Massimo Russo

 

La Stampa, 28 luglio 2015

 

La cosa migliore che può capitare alla Dichiarazione dei diritti in Internet che sarà approvata questa mattina alla Camera è che non serva a nulla. Fuori di paradosso e rubando l'aforisma ad Aristotele, che lo applicava alla filosofia, la carta costituzionale della rete avrà successo se non sarà asservita a nessuno, se non alla volontà di definire Internet come un diritto fondamentale di cittadinanza. Il documento giunge al termine di un anno di lavoro della commissione voluta dalla presidente Laura Boldrini e coordinata da Stefano Rodotà. Di questa commissione hanno fatto parte parlamentari, studiosi, esperti, operatori, rappresentanti delle associazioni. Chi scrive è uno di loro.

Come accade nel gioco della democrazia, il risultato è la sintesi di sensibilità molto diverse tra loro - sono felice che alla fine la parola doveri sia stata espunta dal titolo - con differenti obiettivi. C'era chi voleva cogliere l'occasione per dare una lezione alle grandi piattaforme digitali come Google e Facebook, chi si prefiggeva di dar fastidio al governo, chi aspirava solo a tutelare le grandi società telefoniche, chi era in cerca di visibilità personale, chi mirava a riaffermare la centralità del copyright.

Tutto questo affiora qui e là nei 14 articoli e in alcuni eccessi, come la disciplina troppo restrittiva del diritto all'oblio o l'individuazione del consenso dei singoli come una base legale insufficiente al trattamento dei dati personali, quasi che lo Stato dovesse proteggerci da noi stessi. Azzardo una facile previsione: queste saranno le parti della dichiarazione che saranno superate più in fretta dalla storia. Ma, grazie al lavoro chiave di alcuni componenti - cito tra tutti Luca De Biase e Juan Carlos De Martin - che hanno asciugato l'articolato e sono riusciti a giungere a una sintesi tra la prima bozza e le 600 osservazioni civiche, alcuni passi sono altrettante pietre miliari. Non per caso, sono anche quelli in cui il linguaggio è più felice.

A cominciare dal preambolo, in cui si afferma che "Internet ha contribuito in maniera decisiva a ridefinire lo spazio pubblico e privato", ha consentito lo sviluppo di una società più "aperta e libera" e pertanto deve essere considerata come "una risorsa globale, che risponde al criterio della universalità". Provate a chiedere agli uomini forti di alcuni Paesi vicini come Tayyip Erdogan in Turchia o Viktor Orban in Ungheria se sono d'accordo, e vi renderete conto di quanto queste affermazioni siano necessarie.

Lo stesso vale per l'articolo 2, che individua l'accesso a Internet come diritto fondamentale della persona e condizione per il suo pieno sviluppo. Ancora, vanno ricordati il diritto all'identità, alla protezione dell'anonimato - sul quale nemmeno democrazie occidentali come Francia e Inghilterra, vittime dell'ossessione della vigilanza, oggi sarebbero d'accordo - alla tutela dei dati come rispetto di dignità, identità e riservatezza.

E se pensiamo a fatti recenti quali l'attacco ad Hacking team, ci rendiamo conto di come oggi la nostra privacy, più che dal grande fratello, sia spesso messa rischio da tanti piccoli fratellini che si intrufolano con disinvoltura nelle nostre vite. Infine, anche la tutela da abusi quali l'incitamento all'odio, nella carta è subordinata all'inammissibilità di limitazioni "alla libertà di manifestazione del pensiero".

Ora che succede? La dichiarazione diventerà una mozione del Parlamento e sarà fatta propria dal governo. Rodotà e Tim Berners Lee, l'inventore del web, la porteranno all'Internet governance forum in Brasile a novembre. Il tema del governo è rilevante. Non tanto per creare sovrastrutture inutili, ma perché sia riconosciuto che la ricchezza della rete è nella sua stupidità, nel suo essere infrastruttura acefala.

L'intelligenza è ai margini, nei nodi che vi si collegano, che ogni giorno accrescono il corpus di conoscenze collettive con nuovi siti, nuovi link, nuove applicazioni. La tentazione dei governi oggi - dalle democrazie impaurite dal terrorismo fino alla Russia di Putin - è spezzettare Internet in un insieme di reti nazionali, che ognuno di essi possa controllare, con licenza di ficcare il naso nella nostra corrispondenza, di gestire in modo dirigista le linee guida di sviluppo del digitale per favorire i campioni nazionali, invece di mantenere le condizioni di libertà perché ne possano sorgere di nuovi. Una rete stupida e una dichiarazione che non serva sono il meglio che possiamo augurarci per festeggiare i prossimi 25 anni del web.

 

Giustizia: accesso, oblio e garanzie, proposta della Camera per un diritto nuovo sul web

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di Alessandro Galimberti

 

Il Sole 24 Ore, 28 luglio 2015

 

A vent'anni dal debutto commerciale della Rete - e dopo che nel 2003 l'Onu l'ha definita "componente essenziale di una società dell'informazione" - per il Web è assolutamente urgente la definizione di un quadro internazionale, e internazionalmente condiviso, di regole.

Dal diritto d'accesso alla tutela dei dati personali, dal diritto all'identità al (rischio di) trattamento automatizzato dei dati, la società dell'informazione deve oggi porre al centro del suo sviluppo la persona fisica, difendendola dalle profilazioni, da derive del potere pubblico e dagli abusi dell'enorme potere privato di chi "fa" la rete.

È questo il quadro di riflessioni che ha portato alla stesura della "Dichiarazione dei diritti di Internet", promossa dalla presidenza della Camera dei deputati - attraverso una Commissione istituita esattamente un anno fa - e che verrà approvata oggi a Montecitorio. Lo scopo, trasformare il testo di 14 articoli in una mozione in Aula ai primi di settembre, e presentarla poi all'Internet Governance Forum 2015 - che si terrà in Brasile a novembre - insieme a Sir Tim Berners-Lee, ovvero il creatore del Web che lo ideò ormai 40 anni fa.

Se la preoccupazione di fondo - e il presupposto - è il riconoscimento e la garanzia dei diritti di ogni persona - estendendo al soggetto "virtuale" le Carte fondamentali della civiltà giuridica -, il problema miliare è l'accesso alla piattaforma globale del web, dove oggi viaggiano praticamente tutte le informazioni, le transazioni e gli archivi dell'umanità. Da qui scaturisce il principio secondo cui "l'accesso a Internet è diritto fondamentale della persona e condizione per il suo pieno sviluppo come persona e come soggetto della comunità nella quale vive e opera".

Con una immediata conseguenza: che questo diritto deve essere reso effettivo dall'istituzione pubblica, per esempio in materia di digital divide, cioè di accesso a pari condizioni alla rete. Dopo di che la persona/soggetto, per poter sviluppare il proprio senso critico - cioè dar spazio alla propria "personalità - deve sapersi muovere nel "vuoto" digitale in modo "proattivo", distinguendo che cosa è attendibile da che cosa non lo è, ma soprattutto capendo che la Rete è un luogo di incontro di milioni di aventi diritto. Pertanto è indispensabile insegnare in primo luogo il rispetto degli altri e, subito dopo, il riconoscimento del diritto d'autore cioè di proprietà intellettuale dei contenuti.

Nella Dichiarazione trova spazio un altro principio portante del web, cioè la "neutralità della Rete" che non può essere assoggettata al controllo preventivo - oggi tecnicamente possibile - degli "smistatori" Internet service provider.

Un capitolo molto importante riguarda la tutela dei dati personali, messi fortemente a rischio dalla capacità degli algoritmi di tracciare ogni singola piega delle scelte - cioè del pensiero - di ogni singolo utente. L'aspirazione del regolatore è che ognuno possa sempre avere il controllo di ciò che la Rete sa - e fa - del suo Io virtuale, particolarmente se dietro alla rete ci sarà sempre meno un controllore "umano" e sempre più una somma di algoritmi.

Un tema, questo, che porta a scenari da pre-polizia (dal famoso film "Minority Report") dove il riconoscimento della fisionomia delle persone, unito al network sempre più invasivo di telecamere pubbliche e private, rischia di classificare come "devianti" o "pre-delinquenti" inconsapevoli (e incensurate) persone. Paradossalmente la Rete ha però anche bisogno di molto anonimato, specie nelle situazioni in cui regimi politici oppressivi la usino per dare la caccia a dissenzienti, prima ancora che oppositori.

E poi ancora il diritto all'oblio (trattato dalla ormai famosa sentenza della Corte di Giustizia su Google Spain), la sicurezza in rete, l'intangibilità degli strumenti personali per l'accesso alla rete (pc, smartphone etc) diritto violabile solo per ragioni di giustizia e solo da un magistrato.

Fino al problema dei problemi: il governo della rete. Di fronte ad autorità nazionali disarmate dall'assenza di confini fisici nel web, al cospetto dei detentori di know-how in continuo sviluppo (e spesso sottotraccia) l'unica difesa/armonizzazione possibile è quella di un Regolatore internazionale. Che però, dovendo rispondere a bilanciamenti di enormi interessi finanziari e politici, rischia di nascere "spuntato".

 

Giustizia: la Carta dei Diritti di Internet, in cerca di un equilibrio tra Assange e Google

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di Giovanni Paglia (Sel)

 

Il Garantista, 28 luglio 2015

 

La Carta dei Diritti di Internet che presentiamo oggi alla Camera dei deputati costituisce anzitutto una sfida. Una sfida alle spinte contrapposte che animano la discussione intorno al Web e alle sue potenzialità, in particolare sul tema della regolarizzazione.

Il lavoro della Commissione presieduta da Stefano Rodotà e fortemente sostenuta da Laura Boldrini si è basato sul metodo del "consensus" tra un gruppo di persone dalle diverse sensibilità politiche e culturali, e l'esito consiste in una cornice ricca e sintetica di diritti fondamentali: all'accesso, all'oblio, alla conoscenza condivisa,

all'autodeterminazione informativa, all'inviolabilità dei sistemi e dei dispositivi informatici, a un rapporto corretto e trasparente tra le persone e piattaforme quali i social network, per citare alcuni dei 14 punti che compongono la Carta. In un Paese che, secondo una recente indagine di Demopolis, vede ancora 15 milioni di persone totalmente escluse dal Web, appare particolarmente degno di nota l'articolo 2 che definisce l'accesso ad Internet come "diritto fondamentale della persona e condizione per il suo pieno sviluppo individuale e sociale" e che impegna anche le Istituzioni pubbliche a garantire "i necessari interventi per il superamento di ogni forma di divario digitale tra cui quelli determinati dal genere, dalle condizioni economiche oltre che da situazioni di vulnerabilità personale e disabilità". Due problematiche particolarmente avvertite sono state l'esigenza di cominciare ad intaccare lo strapotere delle corporations nonché di garantire un uso consapevole del Web, anche attraverso gli strumenti messi a disposizione dal sistema d'istruzione.

Sullo strapotere delle corporations appare pregnante l'articolo sul "Governo della Rete" che si prefigge l'obiettivo di rendere il Web uno spazio effettivamente aperto e democratico anche al fine di "evitare che la sua disciplina dipenda dal potere esercitato da soggetti dotati di maggiore forza economica", e che prevede come qualsiasi innovazione normativa proposta in futuro dal Legislatore debba conformarsi al rispetto dei princìpi, molto avanzati, contenuti nella Carta.

Un altro segnale viene dall'indicazione che non possa essere il "trattamento automatizzato dei dati personali" a fungere da base esclusiva per qualsiasi "atto, provvedimento giudiziario o amministrativo" destinato a incidere significativamente sulla vita delle persone; si pensi, al proposito, all'utilizzo spregiudicato che fanno dei nostri dati colossi quali Google e Facebook.

La vera novità della stesura definitiva della Carta consiste nell'avere affrontato, a mio parere in maniera equilibrata, l'annoso dilemma del rapporto tra diritto alla conoscenza e diritto d'autore, lì dove si sancisce la priorità, tramite un chiaro principio di gerarchia interna, della "conoscenza in rete intesa come bene accessibile e fruibile da parte di ogni soggetto", dunque un diritto alla conoscenza come interesse supremo e in quanto tale tutelato dalle istituzioni pubbliche, rispetto alla dovuta presa in considerazione degli "interessi morali e materiali legati alla produzione di conoscenze".

Da sottolineare, ancora, è il metodo di lavoro adoperato; intorno alla Carta è stato infatti attivato un notevole processo di inclusione: sono stati coinvolti gli stakeholder, cioè i portatori di interesse (enti, istituzioni, imprese, associazioni e cittadini), in quella che è stata una intensa fase di partecipazione che ha visto espresse circa 600 opinioni critiche e informate sulla Carta nonché registrati circa 15mila accessi alla piattaforma di consultazione.

Ciò detto, occorre senza dubbio rilanciare certi temi affinché acquistino consistenza normativa e influenzino in maniera permanente e non episodica il dibattito. Quel che ci auguriamo è di intercettare un interesso vivo della politica e del grande pubblico giacché, come ha sostenuto di recente Arturo di Corinto, gli argomenti trattati dalla Carta sono stati costantemente al centro dell'attenzione dei media nel corso degli ultimi tempi oltre a riguardare direttamente la vita quotidiana della stragrande maggioranza della popolazione italiana.

Questo nesso stringente tra la nostra elaborazione intellettuale e la realtà dei fatti va però messo a fuoco meglio; come pure va denunciato il ritardo ideologico della sinistra nel comprendere le trasformazioni determinate dalle rivoluzioni della comunicazione e dell'informazione, un ritardo che anche a partire dalla Carta stiamo cominciando a colmare. Bisogna che un lavoro ambizioso e necessario del genere diventi una vera e propria bussola per il Parlamento e per il Governo. Sarebbe il caso infine che ci si occupasse di un problema che va al di là della Carta e che investe in pieno lo spazio della Rete, ovvero il diritto alla distinzione tra l'informazione di qualità e l'informazione spazzatura che sempre più inquina la democrazia, e non stancarsi di sottolineare come l'educazione e l'alfabetizzazione (digitali e non) potrebbero ritagliarsi un ruolo decisivo.

 

Giustizia: reati fiscali, dietrofront del Governo sulla riforma a tempo delle sanzioni penali

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di Marco Mobili

 

Il Sole 24 Ore, 28 luglio 2015

 

Dietrofront del Governo sulla riforma a tempo delle sanzioni penali. E se si troveranno le coperture, l'Esecutivo è pronto a superare, già in questa fase di confronto parlamentare con le commissioni Finanze, anche la valenza biennale della revisione delle sanzioni amministrative. L'annuncio è dello stesso viceministro dell'Economia, Luigi Casero, che, aprendo i lavori del seminario di studi organizzato ieri alla Camera sui decreti attuativi della delega in materia di sanzioni, di interpelli e contenzioso, ha voluto subito chiarire l'esatta portata della norma transitoria secondo cui la revisione delle sanzioni penali e amministrative ha validità fino al 31 dicembre 2017.

"Un'assurdità logica, prima ancora che giuridica" l'aveva già definita Andrea Bolla, presidente del Comitato Tecnico per il Fisco di Confindustria, precisando che "le esigenze di gettito non possono condizionare la riforma del sistema sanzionatorio".

E per sgombrare il campo da ulteriori contestazioni, Casero ha dunque precisato che l'indicazione di una data nella validità della revisione delle sanzioni, "nasce da un errore" del Governo: la validità fino al 31 dicembre 2017 nelle reali intenzioni dell'Esecutivo è legato solo al titolo II del Dlgs e dunque "con riferimento alle sanzioni amministrative e per esigenze di copertura". Questo passaggio, ha osservato ancora il viceministro, "potrà essere superato durante il dibattito", mentre, per quanto riguarda le sanzioni penali, "è da considerarsi già superato".

Nessun ripensamento invece sulla cosiddetta "tassa sul bancomat" per le partite Iva come ribattezzata dalla stampa nelle ultime settimane, ma una precisazione della stessa direttrice dell'agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi. Nel decreto sulle sanzioni, ha spiegato Orlandi "è stata prevista l'eliminazione di una sanzione impropria, molto pesante, collegata alle somme prelevate che non trovano giustificazione in contabilità".

Una norma, ha ricordato Orlandi, "oggetto di polemica, ma che in realtà introduce una sanzione proporzionata, con un elemento significativo di attenzione graduato al differente comportamento e che si applica ai soli imprenditori, non essendo la stessa applicabile anche ai professionisti". In particolare, ha spiegato la direttrice, in luogo di una sanzione "rilevante impropria" la nuova sanzione da 10 al 50% dei prelevamenti non giustificati degli imprenditori "non saranno più considerati come ricavi in sede di rettifica, ma saranno esclusivamente colpiti in misura commisurata al loro ammontare".

Positivo, invece, per la Guardia di Finanza l'inasprimento delle sanzioni penali per occultamento e distruzione di scritture contabili. Come ha sottolineato il Capo di Stato maggiore delle Fiamme gialle, Giancarlo Pezzuto, dal 1° gennaio 2014 al 30 giugno 2015 la Gdf ha riscontrato ben 2.500 reati. Duro invece l'intervento sul Dlgs sanzioni del Pm ed esperto per questioni societarie della Procura di Milano, Francesco Greco.

Il problema, secondo Greco, è capire se il gettito fiscale diminuisce o meno, e "dalle cose che vedo io quando si fanno questi tipi di norme i gettiti diminuiranno, punto". Non solo. La nuova soglia a 250mila euro per gli omessi versamenti secondo Greco è particolarmente elevata e soprattutto vanno distinti i comportamenti dei contribuenti tra "evasione per necessità" e le frodi che vanno sempre sanzionate.

Per Confindustria invece, l'introduzione di soglie di non punibilità coglie la necessità di non accanirsi sull'evasione per necessità, ma sarebbe stato opportuno depenalizzare completamente l'omesso versamento. Manca poi un intervento incisivo su regime sanzionatorio applicabile al reverse charge. Per Rete Imprese Italia ben venga la riduzione delle sanzioni per le mancate comunicazioni dei dati ai fini degli studi di settore. Ma artigiani e commercianti dicono no alla tassa sul bancomat. Una misura peggiore della disciplina vigente e una complicazione fiscale da stralciare dal decreto legislativo.

Per i commercialisti la revisione delle sanzioni non coglie pienamente "l'intento di attuare i principi di effettività, proporzionalità e certezza della risposta sanzionatoria dell'ordinamento di fronte a condotte illecite". Lo schema di Dlgs, infatti, invece di marcare la specialità delle fattispecie penali rispetto a quelle amministrative, "aumenta il rischio di violazione, da parte del nostro sistema sanzionatorio, del principio del ne bis in idem "sostanziale"".

Sul nuovo contenzioso, invece, il presidente del Consiglio della giustizia tributaria, Mario Cavallaro, ha evidenziato le criticità del provvedimento presentato dal Governo: la mancata attuazione del principio della legge delega sulla terzietà dei giudici a partire dal mancato cambio di denominazione delle Commissioni tributarie in Tribunale e corti d'appello tributarie. "Una modifica a costo zero, ha precisato Cavallaro, che potrebbe essere recuperata ora dalle commissioni con l'espressione del parere sul decreto".

 
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