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Stati Uniti: crollano i titoli delle prigioni private, Obama le vuole chiudere

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di Luca Pagni

 

La Repubblica, 19 agosto 2016

 

L'amministrazione Usa fa retromarcia sulle privatizzazioni dei carceri. Una commissione ha stabilito che sono meno sicure e meno efficienti. A Wall Street perdono fino al 50% le azioni delle società che si occupano del "business". L'amministrazione Obama ste per dare addio a una delle privatizzazioni più discusse della storia degli Stati Uniti: l'affidamento a società privare della gestione delle carceri. Una indiscrezioni riportata dal Washington Post che ha avuto come immediata conseguenza il crollo verticale a Wall Street di due società quotate che si occupano del Business penitenziario: sia "Correction Corp of America" che "Geo Group", sono state sospese più volte al ribasso e sono arrivare a perdere fino al 50% della loro capitalizzazione.
Per i fanatici di della serie tv "Orange is a new black" il tema è assolutamente familiare. Il carcere femminile in cui si trova la protagonista Piper Chapman a un certo punto viene dato in gestione a un gruppo privato, il cui obiettivo è tagliare i costi. Esattamente come avevano previsti i più critici nei confronti della decisione di affidare ai privati la gestione delle prigioni. Del resto, l'amministrazione Usa lo aveva deciso proprio per tagliare il budget pubblico in presenza di una popolazione carceraria che è tra le più alte del mondo occidentale per numero di abitanti. Non a caso, il Washington Post riferisce che i funzionari del governo americano hanno concluso che i centri di detenzione non pubblici sono meno sicuri e meno efficaci di quelli gestiti dal governo. Il quotidiano riferisce di un memo firmato da Sally Yates, vice segretario alla giustizia, e inviato a tutti i dipendenti del ministero. Nel documento, a quanto riferisce l'articolo, si fa presente di non rinnovare i contratti con i gestori di prigioni private quando giungeranno a scadenza o di "ridurre notevolmente" la portata di quei contratti. L'obiettivo è "ridurre e alla fine terminare il nostro uso di carceri gestite privatamente".

 

Siria: l'Onu blocca riunioni per gli aiuti. La Russia: "pronti a una tregua di 48 ore"

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di Federico Thoman

 

Corriere della Sera, 19 agosto 2016

 

Per Amnesty International nelle prigioni di Assad in 5 anni sono morti 17.723 detenuti. E nel frattempo de Mistura annulla i meeting della task force per il soccorso ad Aleppo.
L'inviato Onu ha invitato a compiere "un gesto di umanità" per permettere l'assistenza. L'inviato speciale dell'Onu in Siria, Staffan de Mistura, ha interrotto a Ginevra dopo pochi minuti la riunione della task force per gli aiuti umanitaria visto il protrarsi dei combattimenti che nelle aree sotto assedio impedisce l'arrivo degli aiuti. "Tutto quello che sentiamo dalla Siria - ha affermato un de Mistura visibilmente irritato - è solo combattimenti, bombardamenti, offensive, controffensive, razzi, napalm, cloro, cecchini, barili bomba, attentatori suicidi. E in un mese non un singolo convoglio umanitario ha potuto raggiungere le aree assediate". Un cessate il fuoco di almeno 48 ore permetterebbe agli operatori di portare aiuti e assistenza alle circa 300 mila persone rimaste ad Aleppo, città sotto assedio in cui si combatte la battaglia forse decisiva tra le forze governative di Assad e quelle ribelli. Il primo Stato a rispondere all'appello delle Nazioni Unite è la Russia. Il generale Igor Konashenkov, portavoce del ministero della Difesa russo, ha fatto sapere che Mosca è pronta a sostenere la proposta di una tregua di 48 ore su base settimanale ad Aleppo per consentire l'invio di aiuti umanitari nella città assediata. Si dovrebbe iniziare la prossima settimana. Intanto anche l'Ue, con l'Alto rappresentante Federica Mogherini, "condanna fortemente l'escalation della violenza ad Aleppo" e chiede "uno stop immediato ai combattimenti".
L'inferno in terra delle prigioni siriane - Dieci morti al giorno. Trecento al mese. 17.723 in oltre cinque anni. Queste le vittime delle carceri siriane durante il regime di terrore di Bashar Assad al tempo della guerra civile in Siria. Oltre a bombe e ai proiettili, che nel conflitto più sanguinoso dei nostri tempi in cui ci sarebbero almeno 200 mila morti, in Siria si muore anche dentro a una cella. E se non si muore, si è di sicuro oggetto di indicibili torture. Stupri, pestaggi ed elettroshock inclusi. A finire in prigione ex membri dell'esercito ma soprattutto civili: medici, elettricisti, avvocati, contabili, infermieri, giornalisti. Chi è sospettato di essere in qualche modo legato o favorevole ai ribelli, finisce in cella alla mercé pressoché assoluta dei servizi segreti (militari e civili) del regime di Assad. A denunciarlo un rapporto di Amnesty International, l'organizzazione non governativa internazionale che lotta per il rispetto dei diritti umani nel mondo. Amnesty ha intervistato 65 persone sopravvissute alle prigioni di Assad: 54 uomini e 11 donne. Una di queste, al momento dell'arresto, aveva meno di 18 anni. Ognuno di loro ha raccontato di aver udito o avuto certezza della morte di un compagno o di una compagna. E di aver subito violenze e umiliazioni di diabolica crudeltà.
Le "feste di benvenuto" a sprangate - Samer al-Ahmed è un avvocato. Nel febbraio 2012 è stato arrestato vicino a Hama: la sua colpa, secondo quanto ha raccontato ad Amnesty International, è stata quella di portare aiuti umanitari, soprattutto cibo per infanti, da un'area controllata dalle forze lealiste a una in mano ai ribelli. Samer ha descritto quelle che definisce le "botte di benvenuto" quando si arriva in carcere. Nel suo caso, ha parlato dell'arrivo nel centro detentivo gestito dai servizi dell'aeronautica militare al-Mezzeh vicino a Damasco: "Appena ti fanno scendere dal mezzo che ti ha portato lì e i tuoi piedi toccano terra, inizia la "festa di benvenuto". Ero in compagnia di 50 uomini, e ci hanno picchiato selvaggiamente nel cortile usando sbarre di plastica e spranghe in metallo, o anche cavi elettrici. Ci colpivano dappertutto, testa inclusa. E nel mentre di questa "festa di accoglienza" ci registravano e ci toglievano tutti i vestiti e gli effetti personali, facendoci marciare nudi all'interno dell'edificio. Non risparmiavano nessuno: ho visto picchiare un uomo anziano in modo anche più crudele rispetto agli altri".E una volta dentro, le cose non sono che peggiorate. Samer ha parlato di una piccola cella con una specie di porticina rettangolare alla base della porta in cui passava a malapena la testa di un essere umano. Le guardie carcerarie e gli agenti dei servizi governativi lo costringevano ad appoggiare la propria gola sul bordo di questa fessura. A quel punto, a turno, saltavano con tutto il peso del loro corpo sulla testa di Samer. Finché sangue e vomito non lo stavano quasi per soffocare.

 

Quell'odore di tortura nelle prigioni siriane

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di Riccardo Noury

 

Corriere della Sera, 19 agosto 2016

 

"Quando mi hanno portato a Saydnaya, ho sentito l'odore della tortura: un odore specifico, un misto di umidità, sangue e sudore. Lo riconosci: è l'odore della tortura".
Saydnaya è il famigerato carcere militare alla periferia di Damasco, la capitale siriana. Quell'odore Salam, un avvocato di Aleppo, lo ha sentito per due anni. Un giorno, racconta Salam le guardie hanno picchiato a morte un istruttore di arti marziali dopo aver scoperto che allenava i compagni di cella: "Hanno picchiato a morte l'istruttore e altri cinque detenuti, poi hanno proseguito con gli altri 14. Nel giro di una settimana erano tutti morti. Vedevamo il sangue scorrere via dalla cella".
Omar S. ha raccontato invece di una volta in cui una guardia ha obbligato due uomini a denudarsi e poi ha obbligato uno a stuprare l'altro, minacciandolo di morte se non l'avesse fatto. Queste e altre testimonianze, 65 in tutto, sono contenute in un agghiacciante rapporto diffuso oggi da Amnesty International sulla tortura e le condizioni inumane delle strutture detentive gestite dai vari servizi di sicurezza del governo siriano.
I 65 sopravvissuti (54 uomini e 11 donne) intervistati individualmente da Amnesty International vivono tutti attualmente all'estero. Uno di loro ha realizzato una serie di disegni molto eloquenti che accompagnano il rapporto. Uno di questi raffigura la tecnica di tortura del bisat al-rih, il "tappeto volante": la vittima è legata faccia in su a una struttura pieghevole, la cui parte inferiore viene pressata su quella superiore.
Il rapporto è corredato da una ricostruzione virtuale di Saydnaya, resa possibile dall'alleanza tra la memoria dei testimoni e la tecnologia tridimensionale e realizzata da Architettura forense. Ha collaborato anche il Gruppo di analisi sui dati relativi ai diritti umani (Hrdag), un'organizzazione che usa un approccio scientifico per analizzare le violazioni dei diritti umani. Le conclusioni: tra marzo 2011 e dicembre 2015 nelle prigioni siriane sarebbero morte 17.723 persone (in questo documento in bozza viene descritta la metodologia impiegata per arrivare al dato parziale di 15.000 vittime).
Di padre in figlio, in Siria la tortura ha costituito da decenni a questa parte uno degli strumenti di potere e di terrore della famiglia Assad. Negli anni Ottanta, Amnesty International aveva diffuso un rapporto in cui erano descritti quasi 40 metodi di tortura.
Ma negli scorsi decenni, i decessi in carcere registrati ogni anno erano più o meno 45, tre o quattro al mese. Dallo scoppio della crisi, ossia negli ultimi cinque anni, la media è di 300 al mese. Ma non solo di tortura si muore nelle carceri siriane. Gli ex detenuti hanno raccontato che l'accesso al cibo, all'acqua e ai servizi igienico-sanitari viene spesso limitato. La maggior parte di loro ha riferito di non aver mai potuto lavarsi adeguatamente. In questo ambiente, scabbia, pidocchi e altre infezioni proliferano.
Poiché alla maggior parte dei detenuti vengono negate cure mediche adeguate, in molti casi i detenuti ricorrono a medicamenti rudimentali, ciò che ha contribuito al drammatico aumento dei decessi in carcere dal 2011. La maggior parte dei sopravvissuti alla tortura e alle condizioni detentive è stata annichilita, fisicamente e psicologicamente, dall'incubo attraverso cui è passata. Molti di loro sono fuggiti all'estero dopo il rilascio e fanno parte degli oltre 11 milioni di siriani costretti a lasciare le loro case, in cerca di un luogo in cui trovare una cura per il fisico e per la mente.

 

Haiti: l'Onu e il colera, un mea culpa in ritardo per i liquami scaricati nel fiume

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di Michele Farina

 

Corriere della Sera, 19 agosto 2016

 

Il rapporto interno con tutte le prove, 19 pagine che saranno presentate ufficialmente a settembre, è già arrivato sul tavolo del Segretario Generale Ban Ki-moon.
Lo sanno tutti a Haiti: furono i Caschi Blu a portare il colera, dopo il terremoto nel 2010. Scaricando i loro liquami contaminati nel fiume Meille dove la gente andava a prendere l'acqua. Dopo diecimila morti e quasi sei anni di no, anche l'Onu deve (quasi) ammetterlo. Il rapporto interno con tutte le prove, 19 pagine che saranno presentate ufficialmente a settembre, è già arrivato sul tavolo del Segretario Generale Ban Ki-moon e nella posta di un giornalista del New York Times che ne ha diffuso il contenuto.
L'autore del rapporto, Philip Alston, esperto consigliere Onu sui diritti umani, è durissimo con la politica adottata dall'organizzazione: "moralmente deplorevole, legalmente indifendibile", politicamente suicida. Aver negato l'evidenza e chiuso ogni dialogo con gli haitiani, ha minato la credibilità e ingigantito la questione legale. I familiari di 5mila vittime sono andati a chiedere giustizia (e 40 miliardi di danni) a New York, facendo causa a Ban e compagni presso una corte federale Usa (di cui si attende il responso).
L'ufficio legale del Palazzo di Vetro ha sempre rifiutato ogni contatto, ogni prospettiva di accordo, trincerandosi dietro lo scudo dell'immunità. Naturalmente 40 miliardi di danni sono una richiesta impossibile (quattro volte il budget di tutte le operazioni di peacekeeping nel mondo). Ma l'Onu se l'è cercata, lascia intendere Alston. "Come si fa a esigere dagli Stati membri il rispetto dei diritti umani e il principio di responsabilità, quando poi si è i primi a infischiarsene?". Un portavoce di Ban, Farhan Haq, in una mail al New York Times ha ammesso che l'Onu ha avuto "un ruolo" nello scoppio iniziale dell'epidemia. Anche se non arriva a riconoscere per intero la "colpa".
Ma la cosa più grave, scrive Alston, è il fallimento del piano anti-colera. Il tasso dei contagi e il numero delle vittime è in crescita dal 2014. I progetti Onu per acqua potabile e fognature a Haiti si sono arenati (pochi fondi). Ci sono almeno diecimila motivi (il numero delle vittime ufficiali) per portarli a termine.

 

Ergastolani a congresso con i Radicali, Orlando dice no ai trasferimenti

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L'Unità, 18 agosto 2016

 

Proposta avanzata da Bernardini e D'Elia. Il Dap: "Niente spostamenti". Nulla in contrario a organizzare il congresso di un partito, quello Radicale, in un carcere, ma un secco "no" all'ipotesi di trasferire per l'occasione oltre 40 detenuti, tra cui numerosi ergastolani, dall'istituto in cui sono rinchiusi a quello scelto per la convention: Rebibbia.

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