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Iran: statunitensi in carcere, il Presidente Larijani non esclude uno scambio di detenuti

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Aki, 5 settembre 2015

 

Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, non ha escluso, come fatto invece in precedenza da altri esponenti del governo di Teheran, che alcuni americani in carcere nella Repubblica islamica, tra cui il reporter del Washington Post Jason Rezaian, possano essere scambiati con iraniani detenuti negli Stati Uniti. Alla domanda di un giornalista della radio Npr riguardo all'ipotesi di uno scambio, Larijani - in questi giorni a New York - ha sottolineato che "ci sono certamente modi pratici".

"Per esempio - ha spiegato il presidente del Majlis - ci sono alcuni iraniani in prigione qui (negli Usa, ndr). Sicuramente su questioni di questo tipo si possono trovare delle soluzioni. Penso che i nostri politici sappiano quali siano le maniere". Il giornalista ha poi chiesto esplicitamente a Larijani se si riferisse a uno scambio di prigionieri. "Questo è uno dei modi", ha replicato l'esponente del governo di Teheran, aggiungendo che "i sistemi giudiziari dei due paesi possono trovare anche altre maniere".

Il mese scorso, il vice ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Hassan Qashqavi, ha annunciato che Teheran è al lavoro per ottenere il rilascio di 19 cittadini iraniani che al momento si trovano in carcere negli Usa, precisando che si tratta di "prigionieri politici". Lo stesso ha poi escluso l'ipotesi di uno scambio di detenuti con gli Usa, affermando che una tale soluzione "non è in agenda". Tra i casi più noti di cittadini iraniani in carcere negli Usa c'è quello di Mannsor Arbabsiar, un irano-americano del Texas, condannato a 25 anni di carcere perché riconosciuto colpevole di aver pianificato l'omicidio dell'ambasciatore saudita a Washington. La dichiarazioni di Larijani riaccendono i riflettori sul caso del corrispondente del Washington Post, Jason Rezaian, arrestato oltre un anno fa in Iran con l'accusa di spionaggio, collaborazione con governo ostile e diffusione di propaganda nemica. Ci sono poi almeno altri due cittadini americani in carcere in Iran. Si tratta del pastore cristiano Saeed Abedini, imprigionato per aver condotto studi sulla Bibbia e Amir Hekmati, un ex marine accusato di spionaggio.

 

Stati Uniti: la sfida di Kim "meglio in cella che sposare due omosessuali"

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di Francesco Semprini

 

La Stampa, 5 settembre 2015

 

La funzionaria del Kentucky non vuole registrare le nozze di una coppia gay. Il giudice: firmi la licenza e sarà libera. I conservatori: è la nostra eroina. "Attenti, mia moglie è pronta a rimanere dietro le sbarre a lungo". Con queste parole Joe Davis ha messo in guardia le autorità federali per dissuaderle dalla convinzione che la cella possa convincere Kim Davis a ritornare sui suoi passi.

La donna, ufficiale di stato civile della contea di Rowan, nel Kentucky, si era rifiutata di emettere la licenza per il matrimonio di una coppia omosessuale, rifiutando quanto previsto da una sentenza della Corte suprema del 26 giugno, che ha stabilito il diritto per le coppie gay di convolare a nozze in tutti gli Stati Uniti.

Le ragioni del giudice. La legge aveva causato una levata di scudi, specie da parte degli ambienti della destra conservatrice e degli attivisti religiosi, che avevano minacciato "l'ostruzionismo nei municipi". Kim, cristiana apostolica, ha deciso di dar seguito alle minacce con i fatti: "Non provo rancore nei confronti di nessuno, per me è una questione di fede, è la parola di Dio".

Spiegazione non certo sufficiente a giustificare il rifiuto, secondo il giudice federale David Bunning. "La corte - si legge nelle motivazioni - non può condonare la disobbedienza ostinata ad un ordine emanato dalla legge. Se si dà alle persone l'opportunità di scegliere quali ordini eseguire, si creano seri problemi". Il giudice ha anche aggiunto che la Davis rimarrà in prigione finché non si adeguerà agli obblighi imposti dalla propria posizione.

Di qui la replica del marito, il quale ha definito lo stesso giudice un personaggio dai "comportamenti bulleschi". Il punto è che la 49 enne funzionaria della contea, con il diniego pagato a spese della sua stessa libertà, da "clerk" come tanti nel Paese (ufficiali di stato civile), è diventata una eroina per milioni di americani che si oppongono ai matrimoni gay e per i rappresentanti di una certa destra repubblicana.

Tra questi l'ex governatore dell'Arkansas, Mike Huckabee e il senatore del Texas, Ted Cruz, candidati alla nomination repubblicana. "Oggi, per la prima volta in assoluto, il governo degli Stati Uniti ha arrestato una donna cristiana perché vuole vivere secondo la sua fede - ha tuonato Cruz. Questo è sbagliato. Questa non è America, per questo io sto con Kim Davis, inequivocabilmente". Intanto l'altra America, quella a favore dei matrimoni gay, prosegue il suo cammino anche nella Contea di Rowan, con la prima cerimonia per una coppia omosessuale.

Via libera ai matrimoni. I primi ad ottenere ieri mattina un certificato di matrimonio sono stati William Smith ji e James Yates, insieme da circa dieci anni: la licenza di matrimonio gli era stata negati per ben cinque volte. Il via libera è arrivato dai vice di Kin Davis. Cinque su sei hanno da to il loro ok. L'unico ad opporsi è stato il figlio di Kim, colei che per una certa parte del Paese è considerata la "Rosa Parks anti-gay", in riferimento alla paladina dei diritti civili degli afro-americani. Ieri a pronunciare il sì è stata anche una delle coppie che ha fatto causa alla Davis, Karen Roberts e Apri Miller, mentre a scendere il campo è ora il Liberty Counsel potente studio legale di ispirazione cristiana, che prometto di proseguire nelle aule di tribunale la battaglia iniziata ne municipi da Kim Davis.

 

Giustizia: Pannella "l'amnistia ci sarà, il Papa è con noi contro il populismo penale"

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di Errico Novi

 

Il Garantista, 4 settembre 2015

 

Nel governo non tutti la pensano come Orlando e Alfano. Ormai è un provvedimento inevitabile. Io mi sono convertito? No, tranquilli, si è convertito il Papa.

Stavolta è diverso. È un'altra storia, che non replicherà la scena del 2013, quando la doppiezza del Parlamento arrivò a imbrigliare persino il messaggio alle Camere - l'unico del mandato - di un presidente della Repubblica. Allora i Radicali e Marco Pannella si trovarono soli a sostenere il Napolitano nella battaglia per l'amnistia. Oggi hanno dalla loro parte innanzitutto un Papa che raccoglie consensi ben al di là dell'orizzonte cattolico. Ma per il leader radicale non è tanto questa la chiave della partita. "È l'Onu che spinge per liquidare le resistenze filo-populiste tipiche della ragion di Stato". E sulla sintonia con Bergoglio su questa e altre sfide, Pannella assicura: "Non sono io che mi sono convertito, potremmo dire che è lui che si converte alle nostre posizioni".

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Giustizia: i suggerimenti della storia sulla riforma

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di Beniamino Migliucci (Presidente dell'Unione camere penali)

 

Corriere della Sera, 4 settembre 2015

 

Sabino Cassese, nell'editoriale pubblicato nelle pagine sul Corriere della Sera il 24 agosto scorso, ha individuato i temi principali sui quali dovrebbe incidere l'azione del governo per riformare giustizia e magistratura.

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Giustizia: un Cantone choc sulla magistratura

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di Claudio Cerasa

 

Il Foglio, 4 settembre 2015

 

"Le correnti? Un cancro. Md? Non mi piace l'utilizzo della giustizia come lotta di classe. L'Anm? Non mi sento rappresentato. Csm? Centro di potere vuoto. E la trattativa".

Incontrare alla festa del Pd un inedito Cantone. Le correnti della magistratura come un male assoluto, "un cancro". L'obbligatorietà dell'azione penale diventata una grande farsa, "discrezionale". Il ruolo del Csm che non esiste più, "centro di potere vuoto".

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