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Milano: 8 Marzo; 400mila bracciali realizzati da detenute, parte ricavato a lotta contro violenza

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Ansa, 27 febbraio 2015

 

Saranno le detenute di alcune carceri a realizzare in occasione della festa della donna, il prossimo 8 marzo, circa 400 mila braccialetti in stoffa, che si potranno trovare nei punti vendita dei supermercati Conad in tutta Italia. Il progetto è stato illustrato nella giornata di debutto in Italia della rete di imprenditori del sociale Ashoka, da Luciana Delle Donne imprenditrice pugliese che ha creato con la sua cooperativa il marchio "Made in Carcere", per dare lavoro alle detenute delle carceri di Trani e Lecce.

La cooperativa è una delle tre realtà italiane che si sono presentate ad Ashoka come partner potenziali. Sono 20 le detenute assunte dalla cooperativa a tempo indeterminato e dal carcere realizzano braccialetti con gli scarti dell'industria tessile. Un progetto che è cresciuto coinvolgendo altri penitenziari del Paese, per realizzare l'edizione speciale dei braccialetti in occasione dell'8 marzo.

Con il ricavato si pagheranno le detenute e una parte andrà in beneficenza ad una associazione che lotta contro la violenza sulle donne. Il progetto è realizzato in collaborazione con il ministero della Giustizia, che ha sostenuto la formazione delle detenute nei laboratori tessili, tra le carceri coinvolte anche Milano e Vigevano. "Progetti come questi nascono anche con il sostegno delle imprese - ha spiegato il primo imprenditore che ha deciso di sostenere Ashoka in Italia, Mimmo Costanzo - che da parte loro devono imparare a guardare al sociale con interesse, a saper ascoltare e a essere termometro del cambiamento".

 

Reggio Emilia: dalla chiusura degli Opg l'inizio di una nuova vita

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di Vanna Iori (parlamentare del Pd)

 

Gazzetta di Reggio, 27 febbraio 2015

 

Nel 1975 Antonietta Bernardini morì bruciata viva perché legata al letto di contenzione. Era stata arrestata alla Stazione Termini perché aveva schiaffeggiato un agente in borghese per una lite sul posto nella fila allo sportello. Da Rebibbia era stata portata all'Opg di Pozzuoli. L'episodio riportato da molti giornali aveva aperto il dibattito su una realtà quasi sconosciuta, sui drammi di malati dimenticati da anni nell'incuria e nell'abbandono. La lunga e faticosa chiusura degli Opg, che dovrebbe concludersi finalmente il 31 marzo di quest'anno, è una storia che viene da lontano e ha le sue radici nel peggior degrado dell'istituzione manicomiale e di quella carceraria.

È la storia dei manicomi giudiziari che la legge 345/1975 ha denominato ospedali psichiatrici giudiziari, cambiandone solo il nome, mentre è rimasta la fisionomia di luoghi di segregazione, strutture fatiscenti, disumane e infernali di custodia, luoghi di punizione e sofferenza con letti di contenzione e violenze, basate sulla filosofia del "sorvegliare e punire" (Foucault).

Queste strutture giudiziarie sono sopravvissute alla Legge 180/1978 (legge Basaglia per la chiusura dei manicomi), per le motivazioni ideologiche della pericolosità sociale e della non imputabilità del malato di mente.

La paura del diverso ha prevalso e ha comportato la privazione delle libertà fondamentali. Sempre sul crinale del confine tra cura e custodia, tra tutela della salute mentale e istituzione totale della follia (Goffman, Asylums), la persona non imputabile non è "responsabile". Ma togliere la responsabilità a una persona è toglierle la dignità stessa dell'esistenza.

"In manicomio giudiziario ti dicono che tu non sei più tu, perché qua non ti hanno solo tolto tutto, ma anche quell'azione per quanto tragica per cui tu sei finito qua dentro, anche quel gesto te l'hanno portato via, nemmeno quell'azione ti appartiene più." (Il dialogo di Marco Cavallo).

Restituire a una persona il diritto a essere processato e a essere punito anche con il carcere, significa riconoscere il diritto a essere cittadino, a un progetto terapeutico, alla libertà vigilata, a un inserimento lavorativo, a tutte le condizioni dei detenuti comuni, ferma restando la garanzia della sicurezza sociale e la certezza della pena.

Ed è con decreto del Presidente del Consiglio del 1° aprile 2008 che le persone detenute negli Opg passano dal ministero della Giustizia a quello della Salute, dallo Stato alle Regioni e alle Ausl. Dopo due proroghe si avvicina ora la data del 31 marzo 2015 in cui concretizzare le dimissioni di tutti gli internati ritenuti in grado di proseguire il loro cammino terapeutico-riabilitativo all'esterno. Le Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) previste dalla Legge 81/2014 per il superamento degli Opg sono pronte solo in alcune regioni, mentre altre non sono ancora in grado di ricevere i pazienti dimessi.

A Reggio Emilia le dimissioni sono già iniziate e si è ridotto il problema del sovraffollamento (oggi 142 internati), inoltre 4 reparti su 5 sono aperti e le persone possono muoversi. Sono predisposti i programmi specifici per le misure alternative all'internamento, accompagnate da personale qualificato, e un potenziamento dei servizi territoriali di salute mentale. È giunto il momento di "buttare giù" i muri. Ma non possiamo considerare superficialmente risolta la complessità di una questione che andrà affrontata ancora.

La chiusura è la fine di una storia di segregazione disumana, ma deve essere anche l'inizio di buone pratiche socio-sanitarie, di percorsi individualizzati, di inclusione sociale e assistenza in famiglia o in gruppi di convivenza, di collaborazione degli operatori con le reti territoriali di avvocati, associazioni, garanti dei detenuti, familiari, volontari, cooperative.

La legge 81/2014 va attuata nel suo spirito autentico. Il che significa innanzitutto non trasferire semplicemente i malati psichiatrici dagli Opg alle Rems, trasformandole in neostrutture manicomiali o "mini Opg" più confortevoli, ma ancora improntate alla logica custodialistica.

Inoltre bisogna evitare che ridiventi definitiva la permanenza temporanea (da 18 a 33 mesi) nelle Rems. Questo sarebbe un nuovo fallimento. Dopo la chiusura non dobbiamo quindi dimenticarci di potenziare e monitorare l'effettivo recupero della dignità umana, etica, civile e politica di queste persone, della libertà e dei diritti di reale cittadinanza.

 

Roma: Fns-Cisl; nel carcere di Regina Coeli condizioni pietose e luoghi detentivi invivibili

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www.romatoday.it, 27 febbraio 2015

 

La denuncia dei sindacalisti dei baschi azzurri in sopralluogo nell'istituto penitenziario di via della Lungara: "Lontani dal poter garantire standard di vivibilità accettabili". "Condizioni pietose dove lavorano la Penitenziaria e luoghi detentivi a dir poco vivibili". Non ci girano intorno i sindacalisti della Fns-Cisl di Roma Capitale e Rieti (sindacato della Polizia Penitenziaria) in vista questa mattina al carcere romano di Regina Coeli. Il sopralluogo nell'istituto penitenziario di Trastevere da parte del neo segretario generale Riccardo Ciofi, unitamente ai Segretari Regionali Massimo Costantino e Davide Barillà.

Una visita durante la quale i sindacalisti dei baschi azzurri "hanno verificato le precarie condizioni igieniche e logistiche in cui sono costretti a lavorare il personale di Polizia Penitenziaria in servizio a Regina Coeli ma anche gli ambienti detentivi, dove si trovano i detenuti, una situazione da far accapponare la pelle".

Una situazione denunciata con delle immagini eloquenti: "Le foto scattate fanno capire, al di la di quando scritto, la reale situazione critica in cui si trova l'Istituto. Purtroppo - prosegue la nota della Fns-Cisl - anche i sopralluoghi sullo stato di pulizia delle stanze ed il mantenimento delle condizioni alloggiative circa l'adeguatezza della sistemazione alloggiativa del personale lasciano desiderare, scarsa pulizia ed infiltrazioni varie e muffe ai muri".

Oltre al danno la beffa, prosegue la nota del sindacato della Polizia Penitenziaria: "E pensare che per questi alloggi il Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) vuole che si paghino canoni di affitto. Assurdo è dir poco. La realtà è un'altra. Purtroppo siamo lontani dal poter garantire standard di vivibilità accettabili sia per i detenuti, visto il sovraffollamento attuale, presenti 899 detenuti rispetto ai 642 previsti, ma alla stessa stregua anche per il personale di Polizia Penitenziaria che lavora in condizioni pessime".

 

Chieti: Ripa Teatina dice "no" all'ospedale dei criminali, nasce il Comitato anti-Rems

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di Francesco Blasi

 

Il Centro, 27 febbraio 2015

 

Non vogliono la Rems a Ripa, dove invece Regione e Asl hanno deciso che verrà aperta in quello che da decenni è il rudere una volta destinato a ospitare la casa di riposo sanitaria per anziani, la Rsa. Contro l'arrivo dei criminali con problemi mentali provenienti dagli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) ormai fuori legge in Italia si costituisce un comitato di cittadini contro la Rems.

La prima riunione l'altro ieri sera alla pizzeria La Margherita di piazza San Rocco, dove si sono incontrati in venti su iniziativa di Luisa Bucciarelli, un'insegnante residente in contrada Feudo (la zona in cui sorge il rudere da ristrutturare con 4,5 milioni di euro dello Stato) che ha suonato la carica per raccogliere un dissenso cresciuto negli ultimi giorni dopo la presentazione ufficiale del progetto alla polivalente di via Marcone con l'assessore regionale alla Sanità Silvio Paolucci. "È stato sufficiente fare un giro di telefonate", racconta Bucciarelli, "per capire che serpeggia molto malumore su un'iniziativa, quella di procedere con la Residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria, che ci è stata comunicata a giochi già fatti, mettendoci di fronte al fatto compiuto". I promotori del neonato comitato civico non ci stanno, e propongono di azzerare tutto. La prima idea lanciata è un referendum consultivo.

"È però il Comune che dovrà farsene carico", sottolinea la portavoce del comitato, "perché i problemi posti da questa struttura e dai suoi ospiti riguardano Ripa e non soltanto i residenti di Feudo". Il no alla Rems è legato al timore di evasioni tra i detenuti che soggiorneranno nella struttura. "Non vorremmo", è una delle paure manifestate nell'incontro, "che un Izzo, un qualsiasi "mostro del Circeo", riesca a fuggire seminando terrore nella nostra comunità, anche perché quel poco che sappiamo del progetto non include una sorveglianza come quella che c'è nelle carceri, con alte mura di conta e agenti penitenziari, ma solo infermieri".

Il comitato chiederà di incontrare il sindaco Ignazio Rucci, mentre alcuni componenti si sono impegnati a richiedere tutta la documentazione sul progetto all'ufficio tecnico della Asl teatina. All'incontro ha preso parte anche il consigliere di opposizione Fernando Zuccarini, medico in servizio alla Asl. L'esponente Pd ha spiegato che "Ripa legò le sue sorti a un mini Opg nello scorso decennio, quando l'allora sindaco Mauro Petrucci diede a Regione e Asl l'assenso a procedere con quella struttura poiché da tempo era sfumato il finanziamento per la Rsa. Oggi, sindaco e giunta non possono più fare nulla".

 

Livorno: progetto Frescobaldi, a Gorgona raddoppiano le vigne curate dai detenuti

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Ansa, 27 febbraio 2015

 

Prosegue il progetto sociale Frescobaldi per Gorgona: oggi sono iniziati i lavori per raddoppiare il piccolo vigneto curato direttamente dai detenuti dell'ultima isola-carcere in Italia, nell'arcipelago toscano, sotto la guida di Lamberto Frescobaldi, presidente della Marchesi de Frescobaldi, e del suo staff. Un nuovo ettaro di Vermentino si aggiunge a quello già in produzione e che ad oggi ha regalato tre vendemmie. La produzione è un numero selezionatissimo di bottiglie numerate, dalle 2700 del 2012 alle 3200 della vendemmia 2014, di vino bianco a base di uve Ansonica e Vermentino battezzato appunto Gorgona. L'obiettivo Frescobaldi per Gorgona è dare ai detenuti la possibilità di imparare il mestiere del viticoltore e di fare un'esperienza professionale concreta in vigna sotto la supervisione degli agronomi e degli enologi della storica azienda vitivinicola toscana, che ha avuto in affitto per 15 anni le vigne dell'isola.

Il progetto di collaborazione tra l'azienda Frescobaldi e il penitenziario dell'isola Gorgona, è iniziato tre anni fa e prosegue oggi sotto l'occhio vigile del direttore dell'istituto Carlo Mazzerbo. Attualmente nei vigneti della Gorgona lavorano, a rotazione, sei dei settanta detenuti che vivono sull'isola. "Anche questo secondo ettaro di vigna ha uno scopo profondo, coinvolgente ed educativo per i detenuti - ha sottolineato Lamberto Frescobaldi. È un modo per insegnare loro un mestiere e dargli anche qualcosa a cui pensare per portare la mente altrove". "Con questo nuovo ettaro - ha concluso - puntiamo a portare, nei prossimi anni, la produzione a circa 6 mila bottiglie che raccontino l'unicità di questo luogo ma anche l'eccellenza italiana".

 
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