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Alghero: trenta detenuti al lavoro per manutenzioni in città

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di Gianni Olandi

 

La Nuova Sardegna, 29 novembre 2015

 

Accordo tra Comune e tribunale di Sassari per un progetto di reinserimento Sarà possibile scontare condanne con un impiego pubblico non retribuito.

L'amministrazione comunale ha avviato un nuovo percorso di particolare rilievo sociale sottoscrivendo con il tribunale di Sassari un accordo per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità. Il contenuto di un ragionamento che andrebbe esteso in modo significativo anche per le opportunità di reinserimento nella vita sociale, consente a detenuti condannati alla pena sostitutiva di scontarla con lavori non retribuiti in settori operativi delle manutenzioni di stabili e monumenti, decoro urbano, protezione civile, archiviazione, collaborazione.

Va ricordato che l'espletamento della forma alternativa della pena da parte di soggetti che ne facciano esplicita richiesta, è stato oggetto di uno specifico indirizzo giunto dal consiglio comunale che già nell'ottobre 2014, su proposta del consigliere Alessandro Nasone, ha approvato all'unanimità un ordine del giorno che aveva per oggetto proprio la possibilità di avviare, con il tribunale di Sassari, un accordo di tipo operativo come sta avvenendo ora. Lo stesso Nasone, promotore dell'iniziativa, si è fatto carico inoltre di seguire l'intero iter della pratica fino allo schema di convenzione approvato recentemente dalla Giunta. Nei giorni scorsi c'è stata la chiusura dell'iter con la formale consegna della convenzione firmata dal Sindaco Mario Bruno da parte del vice sindaco Raimondo Cacciotto presso il Tribunale di Sassari.

La collaborazione avviata tra Amministrazione e Tribunale di Sassari consente a 30 detenuti di affrontare un'esperienza di alto valore umano e di riabilitazione per chi sconta una pena sostitutiva. A fronte di un aspetto di ordine sociale indubbiamente prioritario, non va sottovalutato che l'accordo costituisce anche una tangibile utilità per la città che vedrà portare a compimento opere o interventi senza alcun costo aggiuntivo. Sul fronte del detenuto che sconta la pena, questa alternativa offre la possibilità di svolgere attività risocializzanti con maggior consapevolezza sul ruolo attivo che ognuno ha nella società, aprendo perfino possibilità di tipo professionale una volta pagato il debito con la società.

La convenzione stipulata avrà la durata di cinque anni e quindi visto lo spazio temporale a disposizione consentirà anche di praticare un minimo di programmazione per quanto riguarda gli interventi da eseguire. Va ricordato che una analoga iniziativa che si è rivelata di assoluto interesse, è stata perfezionata dal Parco di Porto Conte con la collaborazione di diversi detenuti che hanno svolto un enorme lavoro di recupero e catalogazione degli atti della vecchia colonia penale di Tramariglio. Un lavoro anche di valenza storica che sta producendo interessanti ricadute di tipo culturale.

 

Gela (Cl): terreni del Comune abbandonati, gli ex detenuti chiedono di gestirli

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quotidianodigela.it, 29 novembre 2015

 

Una lettera molto dettagliata, indirizzata, tra gli altri, al sindaco Domenico Messinese, al presidente dell'antiracket Renzo Caponetti e al vescovo Rosario Gisana. "Non vogliamo sbagliare per la seconda volta". Gli ex detenuti non vogliono sbagliare una seconda volta. Così, davanti a ristrettezze economiche sempre più difficili da sostenere, chiedono di poter avere una possibilità. Il punto per ripartire, dopo i tanti lavori svolti negli anni precedenti per conto del Comune, sembra potersi chiamare agricoltura. L'associazione locale degli ex detenuti, per bocca del presidente Rocco Bassora, vuol puntare sul rilancio di diversi terreni, di proprietà comunale, da anni abbandonati e dominati dall'incuria.

I terreni a Feudo Nobile. Le aree che gli ex detenuti vorrebbero gestire si trovano in contrada Feudo Nobile. "Parliamo di terreni lasciati all'abbandono da anni - spiega lo stesso Bassora - sappiamo che sono di proprietà del Comune. Per questa ragione, ne chiederemo l'affidamento. Sarebbe un indubbio vantaggio per l'amministrazione comunale, dato che con il nostro lavoro risolleveremo le sorti di aree lasciate ai margini e, inoltre, potremmo ottenere un piccolo reddito. Noi vogliamo reinserirci. Sappiamo di aver sbagliato in passato e, proprio per questo motivo, abbiamo scelto di cambiare vita. Chiediamo una possibilità che non ci porti nuovamente a delinquere". L'attività da svolgere nei campi, in base alla proposta avanzata dagli ex detenuti, dovrebbe servire da traino soprattutto per supportare un circuito virtuoso, fatto d'inserimento lavorativo dei diversamente abili e di chi si trova in difficoltà. Adesso, la proposta verrà depositata sul tavolo del sindaco Domenico Messinese e dei suoi assessori, in attesa di risposte.

 

Trento: Fraccaro (M5S) "carcere vicino al collasso, ma per Rossi va tutto bene"

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Secolo Trentino, 29 novembre 2015

 

L'interrogazione parlamentare del deputato pentastellato Riccardo Fraccaro.

"Non più tardi di un mese fa il presidente Rossi, visitando il carcere di Spini di Gardolo, ne aveva dipinto un quadro idilliaco: contrariamente alla sua visione edulcorata, la situazione è invece profondamente critica, in quanto la struttura andrà presto incontro a un grave problema di sovraffollamento, dovendo accogliere una cinquantina di nuovi detenuti provenienti dal Veneto. Situazione che si accompagna alla già nota carenza di personale carcerario e che potrebbe portare a seri problemi di gestione, di cui Rossi deve dare immediata spiegazione". Il deputato M5S Riccardo Fraccaro denuncia il pericolo di collasso della struttura carceraria di Spini di Gardolo e lo fa con un'interrogazione parlamentare sottoscritta anche dai deputati Francesca Businarolo e Vittorio Ferraresi, della Commissione Giustizia Camera(di cui Ferraresi è anche capogruppo M5S).

Inaugurata nel 2011 come luogo detentivo all'avanguardia, in sostituzione del carcere di via Pilati a Trento e della casa circondariale di Rovereto, la struttura di Spini di Gardolo è frutto dell'Accordo di Programma Quadro del 2002 tra la Provincia autonoma, allora governata da Dellai, il Comune di Trento e il Governo italiano. "L'accordo - spiega Fraccaro - prevede determinate caratteristiche per la struttura, che può ospitare al massimo 240 detenuti. Caratteristiche riconfermate anche negli accordi successivi: l'atto aggiuntivo del 2008, anche questo sottoscritto da Dellai, la riunione del 28 giugno 2011 della Segreteria tecnica paritetica. In entrambe le occasioni era stato assicurato che non vi era alcuna previsione di superare i limiti di capienza. Sta di fatto che adesso i detenuti presenti sono circa 300. Stiamo già sforando i limiti previsti e a breve arriveranno altri 50 detenuti. Se a ciò aggiungiamo gli annosi problemi di carenza di personale, di cui ho chiesto spiegazione al Governo con due interrogazioni (4-06976e 4-07333) ancora senza risposta, capiamo che la situazione è davvero al limite".

Fraccaro è tornato a sottolineare la carenza di organico con una terza interrogazione (4-09687) nel luglio di quest'anno e una serie di dati che la dicono lunga. "Il personale di polizia penitenziaria effettivamente a disposizione risulta di appena 130 unità, contro le 186 unità a disposizione al momento dell'inaugurazione nel luglio 2011, contro le 162 dichiarate sulla carta, ma soprattutto contro le 214 unità previste dalla pianta organica. A una situazione già critica, si aggiunge ora la notizia dell'imminente trasferimento di una cinquantina di detenuti dal Veneto. La popolazione carceraria incrementerebbe fino a 350 unità rendendo la struttura non più adeguata al numero di detenuti. Il presidente Rossi era a conoscenza di questi problemi, avendo visitato il carcere di recente, eppure ha fatto finta di nulla. Ma certo anche la posizione di Dellai, che all'epoca sottoscrisse gli accordi e adesso da parlamentare non si oppone a questa imposizione del governo, è del tutto incoerente. Ne diano immediata spiegazione, perché un quadro del genere non è accettabile, non consente al personale di lavorare in sicurezza e ai detenuti scontare la pena in uno spazio vitale umano e dignitoso, come indicato dalla sentenza Torreggiani".

 

Biella: detenuto marocchino sfregia un carcerato italiano

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di Elena Giacchero

 

newsbiella.it, 29 novembre 2015

 

Soltanto un paio di settimane fa, un nord africano era stato colpito al volto con una caffettiera, riportando la frattura dello zigomo. La Penitenziaria sta operando per evitare ulteriori ritorsioni. Ancora un'aggressione tra le mura del carcere di Biella, dove un detenuto marocchino, F.M., ha sfregiato un italiano. L'episodio è avvenuto mercoledì 25 novembre, ma è trapelato soltanto dopo tre giorni. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, il nord africano si trovava nella stanza dove solitamente i reclusi si recano per il taglio di barba e capelli. Chiesta in prestito una macchinetta elettrica a un altro detenuto, italiano, per portesi radere il cranio, ha ricevuto un perentorio diniego. Ne è scaturito così un violento litigio, che ha portato il marocchino a prendere in mano la lama affilata dell'apparecchio e colpire al volto, sfregiandolo, l'italiano. Adesso l'aggressore è stato denunciato per lesioni aggravate, mentre gli agenti della Polizia penitenziaria stanno cercando di prevenire vendette trasversali. Soltanto un paio di settimane fa, erano stati due detenuti italiani, uno dei quali sarebbe uscito il giorno dopo dalla Casa circondariale, a colpire al volto un magrebino con la macchina del caffè, causandogli la frattura dello zigomo.

 

Il Papa: "Rifugiati test d'umanità". Oggi a Bangui si "apre" il Giubileo

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di Rita Plantera

 

Il Manifesto, 29 novembre 2015

 

Ad attendere il papa oggi a Bangui ci sono veicoli corazzati e carri armati francesi e dell'Onu ‚oltre alle migliaia di cattolici del posto e dalla Repubblica Democratica del Congo che hanno attraversato il fiume Ubangi a bordo di piccole imbarcazioni. In sfida aperta e coraggiosa alla minaccia delle milizie locali dei Seleka, degli Anti-Blaka e non c'è da escludere a quella del Lord's Resistance Army (Lra) che dall'Uganda ha esteso i suoi attacchi in Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centrafricana.

Da Bangui - prima che da Roma - Francesco aprirà oggi la porta santa per il Giubileo della misericordia, a cui seguirà la visita alla moschea del distretto Pk5, enclave musulmana dove, dopo mesi di relativa calma, sono ricominciati gli scontri tra le milizie a a maggioranza cristiana (Anti-Balaka) e quelle a maggioranza musulmana (Seleka) che secondo Human Rights Watch hanno fatto almeno 100 morti dalla fine di settembre ad oggi.

Sono tra i 3.000 e i 4.000 i soldati della missione Onu nella Repubblica Centrafricana (Minusca) schierate per le strade, a cui si aggiungono i 500 poliziotti e gendarmi del governo centrafricano e i 900 soldati allertati della Francia. Mentre al passaggio del pontefice nuovi droni di sorveglianza e palloncini di osservazione voleranno nei cieli sopra Bangui.

In un clima fortemente teso, resta forte l'attesa per la visita di un papa che non esita a porsi fuori da ogni protocollo nel portare un messaggio aperto ai bisogni più urgenti delle popolazioni civili soprattutto di quelle ai margini della società. Un'aspettativa in parte disattesa in Uganda, dove se da un lato Francesco non ha mancato di pronunciarsi sui rifugiati dall'altro - ancora mentre scriviamo - non una parola è giunta ai gruppi Lgbt in risposta al loro appello ad essere ricevuti e a quanti tra omosessuali e transgender (costretti alla clandestinità in un Paese conservatore come l'Uganda) gli chiedevano parole di denuncia contro le leggi omofobiche (che prevedono dure pene detentive tra cui il carcere a vita) e le persecuzioni subite in società.

Appena atterrato a Entebbe venerdì sera, il papa ha lodato l'Uganda per i suoi sforzi eccezionali verso i migranti: "Qui in Africa orientale, l'Uganda ha dimostrato eccezionale preoccupazione per l'accoglienza dei rifugiati, consentendo loro di ricostruire le loro vite in sicurezza e di percepire la dignità che viene dal guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro onesto". E ancora: "Il nostro mondo, coinvolto in guerre, violenza e varie forme di ingiustizia, è testimone di un movimento senza precedenti dei popoli". Far fronte a questo rappresenta "un test della nostra umanità, del nostro rispetto della dignità umana, e, soprattutto, della nostra solidarietà con i nostri fratelli e sorelle nel bisogno".

Secondo l'agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) l'Uganda ospita circa mezzo milione di rifugiati, la maggior parte delle quali fuggite ai conflitti e alle violenze nella vicina Repubblica Democratica del Congo, del Burundi e del Sud Sudan. Parole amplificate in un momento in cui l'Europa stenta a far fronte al più grande afflusso di migranti in fuga dalla Siria e da altre parti del Medio Oriente e dell'Africa. D'altro canto a "politicizzare" ulteriormente il viaggio apostolico del papa in Uganda è stato l'incontro in privato di 15 minuti con il presidente del Sud Sudan - il più giovane stato del mondo resosi indipendente dal Sudan nel 2011 - Salva Kiir giunto a sorpresa nel Paese per incontrare Francesco. Kiir è sotto la pressione della comunità internazionale per porre fine a una guerra civile che ha ucciso più di 10.000 persone, costretto più di 2 milioni di persone a lasciare il paese e ha portato gran parte della popolazione alla fame.

Il Sud Sudan è dal dicembre 2013 afflitto dalla guerra civile innescata da una controversia politica tra Salva Kiir e il suo vice Riek Machar. L'invio di truppe ugandesi in sostegno del governo di Giuba, ha rischiato di trasformare la guerra civile in un conflitto regionale.

 
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