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Giustizia: Ferri "nessuno potrà punire le vittime che registrano i colloqui con gli usurai"

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di Giovanni Maria Jacobazzi

 

Il Garantista, 29 luglio 2015

 

Nessuna limitazione alle intercettazioni. e neppure a chi cerca prove per difendersi in un processo. così il rappresentante del governo smentisce chi si allarma per le norme della riforma penale. compresi magistrati come Nicola Gratteri.

 

Sottosegretario Cosimo Maria Ferri, parliamo dell'emendamento Pagano che tante polemiche ha scatenato. Davvero il governo vuole mettere il bavaglio alle intercettazioni? Il dottor Gratteri è arrivato a dire che non sarà più possibile effettuare indagini.

"Evitiamo equivoci e spieghiamo bene: l'emendamento in questione non c'entra niente con le limitazioni alla disciplina delle intercettazioni, che sono e restano un mezzo indispensabile nella ricerca della prova dei reati. La norma in discussione non avrà ricadute sull'efficacia di tale strumento di indagine. Inoltre, l'emendamento Pd depositato lunedì scorso chiarisce bene la portata della norma: il reato scatta in presenza della diffusione di riprese e registrazioni al solo fine di danneggiare la reputazione o l'immagine altrui. La previsione di tale scopo specifico non mi sembra possa entrare in contraddizione con la volontà del cittadino, vittima di un reato, di collaborare con la giustizia offrendo agli inquirenti eventuale materiale di indagine in suo possesso, in via riservata e per una finalità di per sé lecita".

 

Quale fine si prefigge il legislatore?

"Quello che si vuole colpire è l'uso distorto delle informazioni captate - al di fuori dei binari legali di utilizzabilità e divulgabilità dei dati oggetto di intercettazione - nei confronti di chi deliberatamente diffonda dati e immagini ottenuti fraudolentemente".

 

Il dottor Gratteri non ha motivo di preoccuparsi? Cosa succede se la vittima del "pizzo" registra la richiesta estorsiva?

"Lo ripeto, il cittadino potrà continuare a registrare la richiesta estorsiva di cui è vittima poiché si è opportunamente intervenuti sulle scriminanti per prevenire applicazioni generalizzate della norma in contrasto con l'esigenza di bilanciamento dei valori

costituzionali, tra cui vi è quello dell'efficacia del processo penale. Si è così esclusa la punibilità quando le registrazioni e le riprese sono utilizzabili nell'ambito di un procedimento giudiziario".

 

Ed il lavoro dei giornalisti sarà in qualche modo limitato?

"Assolutamente no, il diritto di cronaca deve restare e rimarrà salvo. Del resto, l'emendamento va in questo senso ed è non solo ragionevole ma anche in linea con la più recente giurisprudenza comunitaria visto che, in tema di diffusione dannosa di riprese e registrazioni effettuate fraudolentemente, esclude la punibilità dell'autore in presenza del legittimo esercizio del diritto di cronaca".

 

Quindi nessun riflesso negativo sulla libertà di stampa?

"No. Secondo me è stata trovata una soluzione normativa equilibrata che sgombra il campo da qualunque sospetto di bavaglio per la stampa e - senza porre in discussione l'essenzialità delle intercettazioni come mezzo di ricerca della prova - si pone nell'alveo dei principi costituzionali che tutelano la libertà e la segretezza delle comunicazioni al pari della libertà di informazione spettante al giornalista. Non deve, infatti, destare preoccupazione una norma diretta a chi deliberatamente e fraudolentemente interferisce nel circuito - tracciato nel codice di procedura penale - per l'utilizzabilità e la divulgabilità delle informazioni intercettate, al solo scopo di recare danno alla reputazione o all'immagine altrui".

 

E il pubblico interesse alla notizia ne esce sacrificato?

"No, perché al contempo la norma fa doverosamente salvo il diritto del giornalista ad informare la collettività in presenza di notizie di pubblico interesse, sulla scia di una recente pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell'uomo, la sentenza del 24 febbraio 2015 Haldimann c. Suisse, che ha consacrato il diritto della collettività a ricevere dal giornalista informazioni su questioni di rilievo generale. Con l'approvazione dell'emendamento a firma Verini ed Ermini si raggiunge insomma una soluzione equilibrata, che concilia tutte le esigenze, innanzitutto quelle investigative e poi il diritto di difesa, il diritto di cronaca e il diritto alla privacy, meritevoli di tutela".

 

Giustizia: diffamazione a mezzo stampa, carcere per 17 anni a trenta cronisti

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di Luca Rocca

 

Il Tempo, 29 luglio 2015

 

È il rapporto di "Ossigeno per l'informazione" sulla diffamazione a mezzo stampa.

Fra i giornalisti condannati ci sono anche il direttore di Panorama, Giorgio Mulè, insieme ad Andrea Marcenaro, Riccardo Arena e Maurizio Tortorella, dello stesso settimanale. Poi Luigi Vicinanza, attuale direttore dell'Espresso e al momento della condanna a capo del Centro di Pescara (condannati anche due cronisti dello stesso quotidiano), Claudio del Frate del Corriere della Sera (assolto in appello), Luca Fazzo del Giornale, Orfeo Donatini e Tiziano Marson, redattore e direttore dell'Alto Adige, e Antonio Cipriani, ex direttore delle testate free press E-Polis sottoposto a 34 processi e che ora a rischia carcere.

Il dossier sottolinea che in realtà i casi di sentenze che prevedono pene carcerarie sono molto più numerosi. L'Osservatorio, infatti, che è promosso da Fnsi e Ordine dei giornalisti, si basa solo su quanto appreso direttamente attraverso un loro monitoraggio, tenendo ben presente che spesso i giornalisti non vogliono far sapere di essere stati minacciati, imputati o condannati per diffamazione.

Il rapporto si sofferma anche sulla legge in discussione in parlamento dal 2013, che se da un lato elimina il carcere per i giornalisti condannati per diffamazione, dall'altro prevede multe salate che vanno dai 5mila ai 50mila euro. Per Ossigeno, la norma non allineerà il nostro Paese alla giurisprudenza europea.

L'Osservatorio riporta poi i dati della Federazione Italiana Editori Giornali, nei quali si evidenzia come "negli ultimi dieci anni a Roma e Milano si sono svolte 400 cause con richieste risarcitorie del valore di due miliardi di euro" con una durata media di nove anni.

Secondo il dossier, ci sono "otto differenti tipi di azioni legali pretestuose" fra le quali "le querele penali e le cause civili per diffamazione a mezzo stampa sono le tipologie più diffuse". La querela sporta o minacciata "senza fondato motivo", inoltre, nove volte su dieci dà vita a "procedimenti giudiziari che durano anni" e obbligano il giornalista a tirare fuori molti soldi.

Il codice penale, ricorda Ossigeno, "contiene una norma che punisce l'autore di querele temerarie", ma "non si ricordano casi in cui questo articolo sia stato applicato alle querele pretestuose e infondate". Quanto alla stessa norma prevista dal codice di procedura civile per "punire chi sostiene una causa con motivazioni che sa di essere false o infondate", l'applicazione si è verificata "due o tre volte".

Nel 2014, infine, le "denunce e azioni legali" strumentali classificate da Ossigeno, sono state il 54,5 per cento del totale delle 506 minacciate e registrate dall'Osservatorio. Grasso, che ha ricevuto il rapporto nel corso della cerimonia del Ventaglio a Palazzo Giustiniani, ha parlato della "necessità di compiere decisivi passi in campo legislativo per adeguare il nostro impianto normativo a quello europeo" e della "urgenza alla quale il parlamento deve immediatamente rispondere, approvando al più presto il disegno di legge sulla diffamazione, la cui gestazione è stata finora troppo lunga e complicata".

 

Giustizia: il Csm vara la riforma degli incarichi direttivi

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di Alessandro Galimberti

 

Il Sole 24 Ore, 29 luglio 2015

 

Attenuare la discrezionalità del Csm, ridurre il peso delle correnti, valutare l'effettiva attitudine dei magistrati a ricoprire ruoli di vertice negli uffici. Sono gli obiettivi del Testo unico sull'accesso agli incarichi direttivi e semi-direttivi, approvato ieri dal plenum del Consiglio superiore della magistratura e subito riconosciuto dal ministro Andrea Orlando come un passo nella direzione "di volere cambiare le regole e di voler dare un contributo al miglioramento della Giustizia italiana" da parte dei magistrati.

Nonostante siano scivolate verso l'autunno altre due circolari fondamentali per il nuovo corso delle toghe - quella sugli incarichi extragiudiziari e l'altra sulle discese in politica e ritorno - il Testo unico sui direttivi è una tappa davvero significativa, perché infrange il tabù della spartizione correntizia che da decenni regola le nomine dei vertici degli uffici giudiziari. Con effetti perversi non solo - talvolta, non sempre - sulle scelte dei dirigenti, ma anche sulle prolungate scoperture delle sedi originate dal "domino" correntizio.

Da oggi non sarà più così. Se parte dal superamento della discriminazione femminile ("promuovere l'equilibrio tra generi) la circolare apre soprattutto ai "requisiti attitudinali" del candidato capo (o aggiunto) dell'ufficio, attitudini specifiche per il ruolo richiesto (tribunali o procure, organi giudicanti di merito o Cassazione, uffici di primo grado o di appello). Tra i requisiti compare la "cultura dell'organizzazione", che indaga su come i candidati capi hanno gestito gli uffici da cui provengono, sui rapporti avuti con la polizia giudiziaria, con il personale amministrativo e con l'avvocatura. Le esperienze fuori ruolo d'ora in poi incideranno solo se "attinenti" all'organizzazione giudiziaria.

Non avranno invece alcun peso positivo gli incarichi politici ricoperti in passato - destinazione parlamento, regioni, comuni o enti locali - da chi è poi tornato a indossare la toga. Al contrario se ne dovrà "tenere prudenzialmente conto" per evitare che nell'opinione pubblica possa nascere il "sospetto della possibile mancanza di imparzialità". E, sempre per la prima volta, si introduce un controllo su come i procuratori gestiscono i loro uffici, con un rapporto del Procuratore generale competente da cui il Csm non potrà prescindere in occasione del rinnovo dell'incarico.

Il parto del nuovo Testo unico non deve essere stato comunque indolore se, come ha dichiarato il relatore al provvedimento Claudio Galoppi (Mi) "la forte portata innovativa ha subìto le forti resistenze di lobby minoritarie di vecchi e nuovi conservatori", osservazione replicata anche dal collega Piergiorgio Morosini (Area). L'impressione però è che il conflitto ideologico tra le componenti storiche delle toghe esca molto ridimensionato nel nuovo Csm che, pur con qualche compromesso al ribasso, ha votato all'unanimità un Testo comunque impegnativo.

Un riconoscimento al lavoro di autoriforma è arrivato anche dal vicepresidente laico Giovanni Legnini: "Il Csm si è dato regole innovative e più certe e un percorso decisionale più trasparente, dimostrando di saper cambiare se stesso". In autunno è attesa un'altra prova, che sembra più in discesa rispetto a questa: la controriforma dell'organizzazione delle Procure, uscite gerarchizzate dalla legge Castelli del 2006.

 

Giustizia: reati finanziari, nella delega fiscale stretta penale sui professionisti

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di Francesco Bomba e Dario De Santis

 

Il Sole 24 Ore, 29 luglio 2015

 

Consulenze su operazioni fittizie per generare indebiti vantaggi fiscali a forte rischio correità per il professionista. Lo schema di Dlgs di riforma delle sanzioni penali e amministrative - ora all'esame delle commissioni parlamentari - prevede una nuova circostanza aggravante (articolo 13-bis del Dlgs 74/2000) indirizzata specificatamente ai professionisti: "Le pene stabilite per i delitti di cui al titolo II (tutti i delitti tributari, ndr) sono aumentate della metà se il reato è commesso da correo nell'esercizio di attività di intermediazione fiscale, attraverso l'elaborazione di modelli seriali di evasione fiscale".

L'aggravante, tuttavia, sottintende due questioni di non immediata comprensione: quando l'intermediario fiscale può dirsi "correo"; cosa si debba intendere per "elaborazione di modelli seriali di evasione fiscale".

Alla luce dei principi generali di diritto penale, così come vengono ordinariamente interpretati dalla giurisprudenza, il professionista diventa complice dell'evasore fiscale ogni qual volta offre un contributo effettivo alla realizzazione dell'illecito penale. Nessun dubbio, pertanto, nelle ipotesi in cui il professionista collabori attivamente con l'evasore ponendo in essere le condotte descritte nelle fattispecie penali tributarie.

Più controversi, invece, sono i casi - peraltro, i più frequenti - che vedono il contribuente compiere autonomamente il reato fiscale sebbene guidato dal parere tecnico dell'esperto. Il giudice potrà chiamare a rispondere penalmente dell'evasione anche il professionista se riscontrerà che quest'ultimo con la sua attività ha "rafforzato" la volontà criminosa del contribuente evasore.

Occorre inoltre evidenziare come negli ultimi anni la Cassazione abbia delineato un ulteriore profilo di responsabilità del professionista, quasi a voler configurare, in capo a quest'ultimo, un vero e proprio obbligo di collaborazione con l'amministrazione finanziaria: "Nell'ipotesi in cui il professionista si veda affidare il solo compito di redigere la dichiarazione sulla base dei documenti annotati in contabilità direttamente dal contribuente e si renda conto, al momento di predisporre la dichiarazione, che una fattura passiva si riferisce a operazioni inesistenti, non v'è alcun dubbio che questi concorra con il cliente nel reato redigendo la dichiarazione" (sentenza 19335/2015).

Rispetto alle menzionate ipotesi di responsabilità penale del professionista nel reato tributario, l'aggravante in questione richiede anche l'elaborazione di un "modello seriale di evasione fiscale". Il legislatore intende quindi punire più gravemente gli artifici di quei sistemi fraudolenti che prevedono la creazione di strutture societarie che hanno il solo fine di generare indebiti vantaggi fiscali attraverso operazioni sostanzialmente fittizie. È il caso, per esempio, di: frodi carosello o società interposte allo scopo di beneficiare dei regimi fiscali previsti dalle direttive comunitarie o dai trattati contro le doppie imposizioni.

Né mancano i risvolti in tema di limitazione alla libertà personale dell'indagato: la contestazione dell'aggravante in esame rende, infatti, ammissibile la misura cautelare più grave della custodia cautelare in carcere anche per reati che nelle ipotesi base non la ammetterebbero come, ad esempio, nell'ipotesi di contestazione del reato di infedele dichiarazione.

 

Giustizia: caso Yara; smentito tentato suicidio di Bossetti, Corte d'Assise nega domiciliari

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Agi, 29 luglio 2015

 

Niente arresti domiciliari per Massimo Bossetti, in carcere per l'omicidio di Yara Gambirasio. La decisione è stata presa dalla Corte d'Assise di Bergamo che ha rigettato la richiesta presentata dalla difesa dell'imputato alla fine della scorsa settimana, in seguito al presunto tentato suicidio in carcere che Bossetti, secondo il suo difensore, avrebbe commesso dopo aver sentito parlare in aula dei tradimenti della moglie, ma che non è stato mai confermato dalle autorità carcerarie.

La stessa Corte d'Assise presieduta dal giudice Antonella Bertoja sottolinea che "il direttore del carcere e il comandante della polizia penitenziaria hanno escluso in radice ogni tentativo autolesionistico dopo l'ultima udienza e dopo il colloquio del Bossetti con la moglie, e anzi hanno testimoniato di aver raccolto lo sfogo dell'uomo, deluso dal comportamento della moglie ma per nulla incline a gesti anticonservativi".

Gli unici problemi di Bossetti, secondo la Corte, sono "qualche episodio di faringite, lombalgia e problemi connessi all'ernia inguinale, per cui è stato recentemente operato". Aveva perso qualche chilo dopo l'arresto, ma attualmente ne pesa due in più rispetto all'arrivo in carcere. Lo psicologo e lo psichiatra del carcere non hanno "mai segnalato problematiche tali anche solo da far sospettare un problema di compatibilità", tanto che sono stati sospesi i farmaci tranquillanti in precedenza utilizzati per dormire. Quindi niente arresti domiciliari: "il monitoraggio del carcere, rappresenta la massima garanzia per l'incolumità e la salute dell'imputato".

 
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