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Libro: "Il prezzo di due mani pulite", di Francesco De Palma, presentato a Secondigliano

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di Rosanna Borzillo

 

Nuova Stagione, 30 ottobre 2015

 

Al Centro penitenziario di Secondigliano, la presentazione del libro di Francesco De Palma sulla storia di Floribert Bwana Chui. Floribert Bwana Chui era un giovane credente, estroverso, ottimista: ha pagato con la vita il suo desiderio di non cedere alla illegalità, di mantenere le sue "mani pulite".

La storia di Floribert potrebbe essere la storia di chiunque decide di non abbassare la testa e di resistere alla corruzione perciò non c'è uditorio migliore che l'istituto penitenziario di Secondigliano per raccontare la vicenda del giovane congolese.

Qui, l'autore del libro "Il prezzo di due mani pulite", Francesco De Palma, con il direttore del carcere Liberato Guerriero, un detenuto, il cappellano don Raffaele Grimaldi, il giornalista Gianluca Abate, e il procuratore della Repubblica Giovanni Colangelo, mercoledì 7 ottobre, sono intervenuti ad un dibattito moderato da Antonio Mattone della Comunità di Sant'Egidio. "La storia di Floribert - spiega Mattone - ha appassionato tutti i detenuti durante le catechesi. In tanti hanno partecipato al progetto della comunità "Liberare i prigionieri in Africa" e la storia del nostro giovane amico è diventata esempio da condividere e sui cui riflettere. Floribert è un martire dell'integrità contro la corruzione".

Floribert si affaccia all'età adulta in una Repubblica Democratica del Congo appena uscita dalla guerra civile. A venticinque anni trova lavoro come caposervizio dell'Agenzia congolese che vigila sulla qualità delle merci in entrata e in uscita dal Paese. Intende lavorare con rettitudine, nonostante viva in uno dei contesti tra i più violenti e corrotti del mondo; quando gli offrono migliaia di dollari perché faccia passare una partita di riso avariato, il giovane rifiuta.

E continua a farlo anche quando seguono le minacce. La sua coscienza gli impedisce di scendere a patti. Ed è la morte. Martire dell'integrità di fronte alla corruzione, Floribert indica una via di riscatto per il Congo e per l'Africa. "Ma la storia di Floribert può essere la storia di ciascuno di noi - spiega il procuratore della Repubblica Giovanni Colangelo - Rapine, furti, omicidi hanno conseguenze su chi non ha fatto nulla. Basterebbe valutare il peso delle proprie azioni anziché sforzarsi di fare grandi gesti.

Non abbiamo bisogno di eroi - prosegue, fissando i detenuti - ma di cittadini responsabili". In lui "si possono rispecchiare - prosegue Colangelo, rivolto ai detenuti presenti- tutti quelli che scelgono di respingere la criminalità, coloro che scelgono di non stare in silenzio e, rischiando in prima persona, di non danneggiare gli altri". "In realtà Floribert - aggiunge il giornalista Abate -è il nostro Diana, una persona che ha respinto la criminalità.

Dalla storia, una grande lezione: una regione deturpata e offesa ed un uomo che si ribella, che non vuole girare la testa dall'altra parte. Come Floribert, così ci sono tanti qui a Napoli che scelgono la strada dell'onestà, ma non cerchiamo martiri, cerchiamo uomini che facciano il proprio dovere civico".

Al dibattito anche il cappellano don Raffaele Grimaldi che ha ricordato "il sangue versato nelle strade, la terra umiliata e ferita, i soprusi perpetrati - invitando tutti - ad un esame di coscienza per rifiutare la violenza che uccide". Commuovente la testimonianza di Santo, un detenuto, che ha raccontato la sua emozione nel leggere il libro e la storia di Floribert "un esempio che deve illuminare tutti noi". Floribert non è morto invano.

 

Stranieri criminali? Meno degli italiani

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di Adriana Comaschi

 

L'Unità, 30 ottobre 2015

 

Aumentano invece le denunce contro autoctoni. La Lega, spiazzata, insorge. Numeri che fanno giustizia dei pregiudizi. E che raccontano un'Italia impaurita, incapace di distinguere tra campagne mediatiche e realtà quando si tratta di accostare migranti e criminalità.

Accostamento strumentale, appunto, se come testimonia il rapporto Idos gli stranieri nel Belpaese commettono in proporzione meno reati degli italiani e meno gravi. E a sfatare un altro luogo comune che li vuole "liberi subito" nonostante i crimini commessi, lo studio evidenzia anche come in caso di accuse o condanne, i migranti vengano "più facilmente fermati e arrestati" rispetto agli autoctoni. Un quadro che il leghista Roberto Calderoli bolla subito come "un concentrato di falsità".

Facile capire il perché Calderoli accosti quasi 500 pagine fitte di dati alla "Pravda di Lenin" che dipinge "un mondo fantastico". È lo stesso vice presidente del Senato del resto a spiegare cosa trova inconcepibile: uno dossier "che descrive gli immigrati come brava gente, che non delinque, vittima di stereotipi, che contribuisce in modo determinante al Pil".

Ad essere precisi, lo studio non sostiene ovviamente che i migranti non delinquono, ma appunto che non lo fanno in misura maggiore degli autoctoni, e che anzi si verifica il contrario. Uno schiaffo comunque a uno dei punti cardine della fortuna politica del Carroccio, nel la lotta senza esclusione di colpi per la leadership del centrodestra.

Non solo, il dossier nota in premessa come "in questi anni di crisi è crescente, secondo Eurostat. la preoccupazione dei cittadini, sia in Italia che negli altri Stati dell'Ue, nei confronti degli immigrati e della loro criminalità, spesso enfatizzata sui media. Siamo di fronte a un complesso fenomeno di psicologia sociale che nel passato ha riguardato l'atteggiamenti di molti paesi esteri verso gli immigrati italiani. Una metodologia in grado di ridimensionare le reazioni infondate consiste nel corretto utilizzo delle statistiche".

Ed ecco allora i dati. Il dossier allarga lo sguardo alle denunce di reati di tutta l'Europa a 28 Stati. E si sofferma su un punto: tra il 2004 e 2013 le denunce contro italiani, a fronte di una popolazione in leggera diminuzione, sono cresciute del 28% (da 513.618 a 657.443), mentre quelle contro stranieri risultano in calo del 6,2% (da 255.304 a 239.701), nonostante una popolazione più che raddoppiata. E ancora, in questo stesso arco di tempo si può mettere a fuoco l'incidenza percentuale delle denunce contro stranieri sul totale di quelle contro autore noto: anche questa voce registra un calo, e di ben un terzo, dal 32,5% al 26,7%, con una maggior incidenza nel Centro (32,5%) e nel Settentrione (Nord Est 36,3% e Nord Ovest 37,2%) rispetto alle Isole (12,0%) e anche al Sud (13,2%).

Un paragrafo è dedicato anche ai detenuti stranieri. Al 30 giugno 2015, l'amministrazione penitenziaria ne ha rilevati 17.207, pari al 32,6% dei 52.754 reclusi delle 198 carceri italiane. A fronte di un calo delle presenze carcerarie negli ultimi anni, il numero dei reclusi stranieri è diminuito in misura maggiore di quel lo dei detenuti italiani, e cioè del 4% in cinque anni. Il dossier rileva poi come "i detenuti stranieri commettono - o sono accusati di avere commesso - i reati meno gravi dal punto di vista dei beni o degli interessi costituzionalmente protetti.

Ma nei loro confronti maggiormente opera l'azione di repressione di polizia: essi più facilmente vengono fermati o arrestati rispetto agli autoctoni". In cifre: negli istituti di pena il 29,3% dei condannati in via definitiva è straniero, come lo è il 39,5% dei detenuti non ancora condannati ma in attesa di giudizio e il 40,7%di quelli in attesa di primo giudizio.

Altissima poi la percentuale degli stranieri condannati a pene lievi, cioè a meno di tre anni di carcere: è del 43%. Quanto ai reati commessi, il 76,9% dei detenuti stranieri è in carcere per reati legati alla prostituzione, il 34,7% per violazione della legge sulle droghe, il 27% per reati contro il patrimonio.

 

In coda alla frontiera prima del muro "la barriera austriaca non ci fermerà"

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di Andrea Tarquini

 

La Repubblica, 30 ottobre 2015

 

A Spielfeld sono iniziati i lavori per blindare il confine, ma mille migranti sfondano il blocco: "Vogliamo arrivare in Germania". Alla fine hanno deciso il tutto per tutto. Quando dopo ore d'attesa sotto la pioggia hanno saputo dell'imminente innalzamento del muro austriaco, oltre mille migranti del campo di transito sloveno di Sentilj hanno preso bimbi e anziani e hanno sfondato le barriere metalliche già poste da Vienna e da Lubiana. "Basta aspettare, no ai vostri muri, marciamo verso un futuro migliore, viva la Germania, viva la Merkel", hanno gridato.

E sono riusciti a passare. La crisi dell'Europa oggi ha il suo epicentro qui, nella placida zona collinosa tra Austria e Slovenia dove da un lato e dall'altro del confine i villaggi si somigliano come ai tempi di Francesco Giuseppe. Qui dove feste in comune e matrimoni misti erano tradizione, il muro annunciato apre gelide crepe di diffidenza.

"Non ci fidiamo più di quelli dell'altra parte", dicono entrambi, usando un linguaggio d'odio sconosciuto dal 1945. La linea dura austriaca iniziata l'altro ieri sera, qui ha suscitato shock: a Spielfeld e per diversi chilometri a est e a ovest del passaggio di confine, sorgerà al una barriera per sigillare la frontiera. Il muro di Orbán fa proseliti, qui lo vedi con i tuoi occhi. Non si sa quanto sarà lunga né alta la barriera, ma genieri del Bundesheer, il piccolo esercito austriaco, e i tecnici governativi sono già al lavoro per progettarla in corsa. "Dobbiamo costruire un'Europa-fortezza", ha detto ieri la ministra dell'Interno austriaca, la democristiana Johanna Mikl-Leitner, durante una visita al confine, per confortare e incitare alla linea dura poliziotti e soldati allo stremo, troppo pochi contro lo Tsunami umano.

"Non ne possiamo più, neanche il loro Muro ci fermerà", dice il 29enne afgano Mohammed Reza Musafari, e racconta: "Siamo stati svegliati prima dell'alba dai poliziotti sloveni, in modo rude. "Muovetevi, adesso andate in Austria", ci hanno detto. Abbiamo marciato nel buio tra i campi, finché soldati e poliziotti austriaci ci hanno fermato, e per ore siamo rimasti nella Terra di nessuno, l'Austria, via del sogno verso la Germania era solo a 300 metri ma irraggiungibile. E non potevamo più tornare indietro, gli sloveni ce lo avevano detto.

Allora alla fine abbiamo sfondato". Sono appena arrivati qui dalla parte austriaca, e Mohammed Reza si stringe alla giovane moglie: lei ha forti dolori al ventre, non sanno nemmeno se sia malata o incinta perché nessun medico li soccorre. Chiedono ad agenti e militari, "qual è la via per la Germania?" e nessuno dà loro una risposta. Spielfeld, simbolo dell'Europa senza frontiere di Schengen che rischia di morire. "Gli sloveni", dicono i poliziotti austriaci, "ci hanno inviato senza preavviso treni speciali con a bordo duemila o tremila profughi, ma al massimo ne sono passati cinque-seicento".

Nervi a fior di pelle nei profughi che hanno sfondato le recinzioni, nei soldati e negli agenti. Il benvenuto caloroso, il soccorso solidale che vedemmo in ottobre dalla parte austriaca del confine con l'Ungheria di Orbán, è sparito. "Andatevene, giornalisti, non avete l'autorizzazione a stare qui", intima un militare del Bundesheer a colleghi della tv austriaca. Militari e poliziotti respingono persino i giovani volontari e i medici delle Ong accorsi per aiutare i migranti, prima che nasca il muro di Vienna. Muro troppo piccolo per arginare la grande migrazione: da Spielfeld, in una settimana, di migranti ne sono passati oltre 58mila e 75 autobus carichi di profughi sono attesi in Baviera provenienti dall'Austria.

"Non sappiamo gestire la crisi e adesso annunciamo il muro, intanto a Vienna abbiamo già migliaia di migranti senza tetto, con l'inverno e le gelate in arrivo. Le stazioni della capitale sono già piene, non c'è più posto", spiega allarmato Peter Hacker, responsabile governativo per i migranti.

Anche i poliziotti sono allo stremo, troppo pochi davanti alla marea umana: e ora minacciano uno sciopero. "Nelle prossime ore, con noi ancora senza muro, potrebbero arrivarne altri 14 mila", afferma un ufficiale in tenuta da campo. Scontri, scambio d'insulti, tensione tremenda tra migranti passati a forza, militari e agenti. Da lontano, i profughi hanno visto la ministra ideatrice del muro, Johanna Mikl-Leitner, che da una collina osservava la situazione. Non conoscono i volti d'Europa, hanno subito chiesto con speranza: "Chi è, Angela Merkel?". "No, vi sbagliate, sedetevi in terra e non andate oltre", gli hanno risposto in inglese urlando nervosissimi i militari del Bundesheer. "Imparate ad aspettare: e a lungo. Avete tempo".

 

Immigrati: l'Italia ci guadagna 3 miliardi l'anno

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di Corrado Giustiniani

 

Secolo XIX, 30 ottobre 2015

 

Una svolta epocale. Adesso sono più gli italiani che emigrano degli stranieri che giungono da noi. Non accadeva da quarant'anni. Il 1975 era considerato infatti l'ultimo testimone della nostra ultracentenaria storia di espatri. Dall'anno dopo, l'inversione di segno. Non si espatria più, arrivano gli immigrati. Non ce ne siamo quasi accorti, perché i primi stranieri erano quasi invisibili, i pescatori tunisini di Mazara del Vallo, confinati nei pescherecci, le colf filippine e di Capo Verde, chiuse nelle case dei ricchi di Torino, Milano, Genova, Roma.

E i primi venditori ambulanti che battevano le spiagge estive e a fine stagione sembravano sparire. Poi l'esplosione, che ha portato a stimare gli stranieri regolarmente presenti in Italia a 5 milioni 421 mila. Ma l'anno scorso 155mila connazionali hanno lasciato il Paese in cerca di maggior fortuna all'estero, mentre gli stranieri della Penisola sono aumentati soltanto di 92mila unità. Parola del Dossier Statistico Immigrazione 2015, la bibbia degli addetti ai lavori, curato dal Centro di ricerche Idos e dalla rivista Confronti, finanziato dalla Chiesa Valdese.

Pochissimi gli ingressi per lavoro, riservati oggi solo agli stagionali dell'agricoltura, ai lavoratori autonomi e professionalità elevate. Gli stranieri sono aumentati quasi soltanto grazie ai ricongiungimenti familiari e ai nuovi nati, 75 mila, nel 2014, da genitori non italiani. Sull'altro piatto della bilancia, in 155 mila non hanno rinnovato il permesso di soggiorno, perdendo così il diritto a restare in Italia. E dire che ci furono annate in cui gli immigrati aumentavano a botte di mezzo milione: nel 2007 furono 530 mila in più, l'anno dopo 505 mila.

Ma come la mettiamo allora con l'impressione di essere invasi dall'estero, che tuttora i media ci istillano, e sulla quale i politici della Lega soffiano? Sono i profughi, i richiedenti asilo a caratterizzare l'attuale stagione migratoria: 60 milioni in tutto il mondo. E 170 mila sbarchi in Italia, lo scorso anno, anche se poi le domande di asilo sono state soltanto 65 mila. Fuggono i siriani (prevalentemente in Grecia) gli eritrei, gli afghani. È un tema che ci accompagnerà per molti anni e al quale l'Europa non ha saputo ancora dare una degna risposta.

Il rapporto Idos fornisce più di un segnale incoraggiante sugli immigrati che si sono stabiliti in Italia. Per molti, integrazione non è una parola vuota. Ben 130 mila, nel 2014, hanno ottenuto la cittadinanza italiana: il 30 per cento in più dell'anno prima, e due volte e mezza in più rispetto ai 53 mila del 2008. Inoltre sei cittadini non comunitari su dieci hanno il permesso permanente per lungo soggiornanti, che si conquista dopo cinque anni di residenza regolare e che darà diritto ai loro figli di essere italiani alla nascita, quando la riforma della cittadinanza passata alla Camera sarà varata anche dal Senato.

Il 53 per cento degli immigrati sono donne e il 23 per cento minori, un dato che conferma la dimensione familiare della presenza straniera. Ma ancora: non è vero che gli immigrati siano ladri di welfare. Il saldo tra quanto l'Italia spende per gli stranieri, e le entrate che questi procurano è di 3,1 miliardi di euro a loro favore. Tra gettito fiscale (6,1 miliardi) e contributi previdenziali (10,5 miliardi) ci arrivano infatti 16,6 miliardi di euro, mentre il totale delle uscite (sanità, scuola, giustizia e altro) è di 13,5 miliardi.

Persino nel penale ci sono miglioramenti: dal 2004 al 2013 le denunce con autori noti sono diminuite del 6 per cento per loro (da 255 a 239 mila) nonostante la popolazione immigrata da allora sia più che raddoppiata, mentre quelle a carico di italiani sono aumentate del 28 per cento, toccando quota 657 mila. Persino nelle 198 ultra affollate carceri italiane gli immigrati, che vengono messi dentro più facilmente, a parità di reato, sono in leggera diminuzione: al 30 giugno 2015 erano detenuti 17.200 stranieri, il 32,6 per cento del totale. Sempre tanti, ma quattro punti percentuali in meno rispetto a cinque anni prima.

 

"Uso della forza per prendere le impronte"

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di Leo Lancari

 

Il Manifesto, 30 ottobre 2015

 

Ricorrere all'uso forza per identificare i migranti che rifiutano di fornire spontaneamente le proprie generalità e di farsi prendere le impronte digitali. È l'ipotesi a cui starebbe pensando il governo, almeno stando a quanto affermato ieri in commissione Migranti della Camera dal direttore del Dipartimento immigrazione e della polizia di frontiera Giovanni Pinto.

Se confermata, la novità rappresenterebbe un deciso cambio di linea rispetto al comportamento tenuto fino a oggi dalle forze dell'ordine anche se dovrebbe comunque prima ottenere il via libera da parte del parlamento. Ma intanto ha lasciato senza parole i deputati di fronte ai quali Pinto ha parlato. "Un'ipotesi, quella avanzata dal prefetto, che ci ha lasciati stupiti e che personalmente non mi trova d'accordo", ha commentato il presidente della Commissione Gennaro Migliore.

Quella del capo Dipartimento immigrazione e polizia di frontiera fa parte delle audizioni indette dalla commissione parlamentare per il suo lavoro di indagine sull'accoglienza dei migranti in Italia. "Il governo - ha spiegato Pinto - sta cercando di introdurre una norma che consenta l'uso della forza nei confronti dei migranti che rifiutano il foto segnalamento".

Non si tratta, ha aggiunto, "di spaccare le ossa, ma di permettere un uso della forza commisurata alle esigenze di identificare chi arriva in Italia, come ci chiede l'Europa". Da Frontex arriveranno dieci esperti in raccolta delle impronte per aiutare i funzionari italiani a superare le difficoltà che incontrano: "Ci sono migranti che si mettono in posizione fetale per evitare di essere identificati, a volte si impiegano anche 40 minuti per una identificazione", ha proseguito Pinto.

La norma messa a punto dal Dipartimento guidato da Pinto, si trova attualmente sul tavolo del ministro degli Interni Alfano per una sua valutazione. Prevede la possibilità di trasferire in un Cie il migrante che rifiuta di farsi identificare, con relativa richiesta al giudice di autorizzare il trattenimento e - si specificherebbe - il prelievo coattivo delle impronte digitali, nel rispetto della dignità dello straniero.

Tutto da chiarire cosa si intenda per prelievo coattivo delle impronte, se poggiare forzatamente la mano del migrante sulla macchina che rileva le impronte (con il rischio tra l'altro di rendere non valida l'operazione) o altro. Se comunque Alfano darà il suo via libera, spetterà poi al consiglio dei ministri valutare la norma e, infine, al parlamento.

Se è vero che quello delle identificazioni è uno dei punti sui quali Bruxelles insiste di più con l'Italia, accusata di non impegnarsi più di tanto nel prendere le impronte digitali dei migranti, è pur vero che da quando in Europa si è giunti a un accordo sui ricollocamenti di siriani ed eritrei le cose sono cambiate. Come dimostrano i numeri, che parlano di una media di identificazioni pari al 70% dal primo gennaio al 30 settembre, improvvisamente balzata al 95% a ottobre, dopo il consenso trovato proprio sui ricollocamenti.

Una novità infine per i richiedenti asilo che hanno ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari o per protezione sussidiaria. Fino a ieri il rinnovo doveva essere fatto presso la questura che aveva rilasciato il provvedimento. Su proposta ella commissione Migranti il Viminale ha reso possibile effettuare i rinnovi presso qualunque questura.

 
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