Immigrazione: chi la lasciato morire 63 persone su un gommone? |
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di Don Mussie Zerai (presidente Agenzia Habeshia)
Europa, 17 aprile 2011
Sono stupito: il diritto internazionale marittimo che obbliga di salvare chi si trova in pericolo di vita, che valore ha oggi? Perché il 90 per cento della stampa ha scelto il silenzio di fronte ad un atto cosi grave, crudele e disumano? Più volte abbiamo segnalato la scomparsa del gommone partito da Tripoli il 25 marzo con 72 persone a bordo, e di cui si sono perse le tracce dal 26 marzo tardo pomeriggio. Sono stati localizzati per l’ultima volta a circa 60 miglia da Tripoli e poi il nulla, ci è stato detto che non sono stati trovati. In questi giorni siamo stati contattati da 9 persone sopravvissute alla tragedia, dopo due settimane in mare sono tornati a Tripoli, raccontano di essere sopravvissuti in 11 persone, due donne 9 uomini: la corrente del mare li ha portati a Zelatien dove i militari di Gheddafi li hanno presi e messi in carcere dove sono morti un ragazzo e una ragazza. Dopo qualche giorno 7 dei sopravvissuti sono stati trasferiti nel carcere di Tuweshia a Tripoli, mentre due sono stati portati in ospedale a Zelatien. Raccontano che sono stati abbandonati da “diversi navi militari, una di queste era italiana, addirittura un elicottero si è avvicinato fornendo loro da bere” ma lasciando morire 63 persone donne e bambini. Un atto disumano. Queste nove persone sono testimoni della tragedia, ho parlato con uno che ha perso la moglie dalla fame e sete. Chiediamo che la Nato faccia piena luce su questa vicenda: di chi era l’elicottero che si è limitato a fornire acqua ai profughi senza poi mandare i soccorsi? Quali sono le navi militari che hanno avvistato questo gommone nei giorni tra il 25 e il 30 marzo?
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Svizzera: in meno di 24 ore nel carcere di Friburgo due detenuti si sono tolti la vita |
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Apcom, 17 aprile 2011
Due detenuti si sono tolti la vita nelle ultime 24 ore nel carcere centrale di Friburgo. I due decessi sono avvenuti in circostanze diverse e fra le due vittime - un 30enne cileno e un 35enne brasiliano - non vi era un legame particolare, ha indicato la polizia cantonale. Il cileno è stato trovato esanime stamane nella sua cella. Incarcerato in gennaio per furti in banda, l’uomo si è impiccato con una stringa. L’intervento di terzi è escluso e secondo il personale di sorveglianza nessun segno lasciava presagire un suicidio. Il brasiliano si è dato la morte con un paio di forbici. La tragedia è avvenuta intorno alle 16 nell’infermeria del penitenziario: il sudamericano si è inferto diversi colpi al torace e malgrado il ricovero in ospedale è spirato per le gravi ferite riportate. Si trovava dietro le sbarre da una settimana dopo aver aggredito con un coltello una persona che si trovava al domicilio della moglie, da cui viveva separato.
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Gran Bretagna: il ministro della Giustizia dichiara “le prigioni sono uno spreco di denaro” |
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Ansa, 17 aprile 2011
I detenuti e le carceri costano troppo alle tasche dello stato, anzi sono un vero e proprio “spreco di soldi”. Lo sostiene Kenneth Clarke, ministro della giustizia britannico, secondo il quale il numero di condanne a pene detentive è “insostenibile da un punto di vista finanziario”. Questo naturalmente non vuol dire, spiega il guardasigilli in un’intervista al Times, che bisogna essere “tolleranti con i criminali”. Piuttosto, le pene sono spesso troppo lievi e il ministro le inasprirebbe volentieri obbligando i detenuti a otto ore al giorno di lavoro gratuito. “Vorrei che le carceri risultassero più punitive, efficaci e organizzate. I condannati dovrebbero lavorare gratuitamente in un ambiente pulito e in modo disciplinato piuttosto che ciondolare senza fare nulla in luoghi trascurati”. Clark dovrebbe varare la prossima settimana un disegno di legge volto da un lato a ridurre il numero dei criminali rinchiusi nelle prigioni e dall’altro a reprimere in modo estremamente severo i recidivi. Nelle sue proposte sono previsti sconti di pena sostanziosi per gli incensurati, limiti alle condanne a pene detentive, invio delle persone con problemi mentali in strutture diverse dalle carceri. Nei piani del governo conservatore, la popolazione carceraria dovrebbe diminuire entro il 2015 di 3.500 unità. Attualmente nelle prigioni britanniche vi sono 85.361 persone. Il risparmio annuale sarebbe di 3,7 miliardi di sterline.
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Turchia: almeno 57 i giornalisti in carcere; un “record mondiale”… peggio di Cina e Iran |
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Il Foglio, 17 aprile 2011
La Turchia è oggi il paese al mondo con il più alto numero di giornalisti in carcere. Ankara ha superato persino Cina e Iran, storici e assidui regimi persecutori dell’informazione. A rivelarlo è un rapporto dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa con sede a Vienna. Secondo il rapporto redatto da Dunja Mijatovic, sarebbero “almeno 57” attualmente i giornalisti in carcere in Turchia. Di fronte a questi dati, il mensile americano Commentary dice che ad Ankara oggi vige il “reato di pensiero”. I dati sono ancora più gravi perché la Turchia è un membro della Nato, ambisce a entrare in Europa ed è considerata un modello di democrazia nel medio oriente. Il 9 marzo, migliaia di giornalisti, assieme ad avvocati e politici dell’opposizione kemalista, si sono radunati a Istanbul per protestare contro il clima repressivo. Una settimana dopo, la manifestazione è stata replicata ad Ankara. Le incarcerazioni sono iniziate nel 2005, dopo la promulgazione della legge 301 da parte del governo islamico di Erdogan. Nata per avvicinare la Turchia all’ingresso nell’Unione europea, la legge è diventata uno strumento di repressione. Fra gli arrestati spicca Nedim Sener, collaboratore dei quotidiani Milliyet e Posta, ma soprattutto autore di un libro sull’omicidio di Hrant Dink, un’indagine sulle responsabilità della polizia nell’omicidio del giornalista e per il quale Sener ha ricevuto dall’International Press Institate il titolo di “World Press Freedom Hero”. In carcere c’è anche Ahmet Sik, docente alla Università Bilgi di Istanbul e giornalista investigativo, legato a un libro sull’influenza islamista nelle forze di polizia. L’autore è in carcere e il libro sequestrato. Quasi tutti i giornalisti incriminati sono trattenuti nel carcere di Silivri, vicino Istanbul. Tra di loro, da quasi due anni, c’è Mustafa Balbay del quotidiano Cumhuriyet: “Il governo ha arrestato tutti quelli che si oppongono al potere islamico”. La situazione è talmente preoccupante che anche il celebre pianista Fazil Say ha dichiarato che “in Turchia vige un fascismo pesante. La gente ha paura. Le persone su Facebook si autocensurano”. Un altro caso riguarda Ismail Saymaz del quotidiano Radikal, nei cui confronti il procuratore Osman Sanai ha appena avviato una procedura giudiziaria. Il reporter in un suo libro si era riferito proprio al procuratore Sanai come “vicino al jihad”. Sarebbero un migliaio i procedimenti giudiziari attualmente a carico di giornalisti. Quando nel 2005 il premier Recep Tayyip Erdogan riformò il codice penale turco, pochi compresero le conseguenze delle misure draconiane contenute nel testo giuridico. I consensi degli ambienti europeisti, favorevoli all’ingresso di Ankara nell’Unione europea, si concentrarono sulle positive riforme che inasprirono le pene per le violazioni di diritti umani. Ma accanto ai consensi vi furono le critiche degli ambienti laici che sostennero che il premier Erdogan avesse volutamente introdotto per la prima volta nella legislazione penale turca (che dal 1926 era basata sul codice italiano Zanardelli in vigore per decenni fino alla successiva riforma Rocco in epoca fascista) la possibilità del carcere per i giornalisti. Fra le accuse di Erdogan ai giornalisti che hanno osato “offuscare l’immagine della Turchia” c’è stata la diffusione della violenta repressione della manifestazione delle donne laiche avvenuta il 6 marzo del 2005. Poi il processo contro il giornalista Fikret Otyam. Il celebre pittore, ultraottantenne, aveva pubblicato un articolo sarcastico che si beffava così del premier turco sull’adulterio: “Erdogan ha abbassato con successo il dibattito al livello del cavallo dei pantaloni”.
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Cina: agli arresti l’avvocato che denunciò otto funzionari pubblici per corruzione |
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La Stampa, 17 aprile 2011
Ancora una volta è stato arrestato un avvocato che difende i diritti, riferisce Asia News. Un altro avvocato “scompare”, costretto in casa chi chiede di cacciare i funzionari pubblici corrotti. La popolazione è preoccupata, ma anche esasperata: a Shanghai i passanti si scontrano con la polizia dopo un sopruso contro un migrante. Detenuto per “avere creato disordini” l’avvocato Ni Yulan, noto difensore dei diritti umani, informa Asia News. “Scomparso” un altro avvocato Liu Xiaoyuan. Agli arresti domiciliari Shen Pelian che ha presentato petizioni denunciando la corruzione di importanti funzionari di Shanghai. Riferisce l’agenzia di stampa del Pime: “Prosegue senza soste la persecuzione delle autorità contro chi difende i diritti umani e la democrazia, per prevenire una Rivoluzione dei gelsomini stile-cinese. Ma il Paese, colpito anche dall’inflazione, è sempre più una polveriera: ieri a Shanghai un sopruso di alcuni funzionari pubblici innesca una vera guerriglia urbana tra passanti e polizia. Ni da anni difende i diritti umani. Nel 2002, mentre stava filmando la demolizione coatta della casa di un cliente, fu pestata a sangue dalla polizia che l’ha resa invalida e fu anche arrestata. Nel 2008 è stata di nuovo pestata e arrestata dalla polizia per avere difeso chi a Pechino è stato cacciato di casa per realizzare le grandiose strutture per le Olimpiadi. Chi la conosce dice che Ni non ha mai parlato delle proteste che si sono propagate nel Medio Oriente e che molti auspicano avvengano anche in Cina. Nemmeno i parenti conoscono l’esatta accusa. Ma molti commentano che l’arresto conferma la volontà del Partito Comunista cinese di stroncare qualsiasi voce indipendente e democratica. È invece scomparso da ieri l’avvocato Liu Xiaoyuan a Pechino, difensore dei diritti umani. Poco prima aveva scritto sul suo blog che qualcuno lo seguiva.Da febbraio sono stati arrestati o sono scomparsi almeno altri 6 legali, tra cui Teng Biao e Jiang Tianyong. La polizia ha messo Shen Peilan agli arresti domiciliari di fatto, sorvegliando la sua casa a Maqiao 24 ore su 24. Shen ha presentato petizioni e lanciato una campagna per denunciare per corruzione e chiederne la rimozione di 8 alti funzionari municipali di Shanghai tra cui il procuratore distrettuale, il capo dell’ufficio indagini presso la Corte Suprema del Popolo e il presidente dell’Assemblea nazionale del popolo di Shanghai. La donna è stata arrestata circa 100 volte da quando, nel 2000, ha cominciato a presentare petizioni per difendere circa 3mila famiglie di Shanghai cacciate da casa per realizzare la grandiosa Expò mondiale del 2010. La Cina da anni afferma tolleranza zero verso i funzionari corrotti, ma non accetta che i cittadini denuncino fatti di corruzione. Questa ondata di arresti sta però anche facendo crescere il malcontento e la protesta, come dimostra lo scontro esploso il 13 aprile nella città di Jiuting, municipalità di Shanghai, dopo che un gruppo di funzionari pubblici ha pestato e lasciato a terra ferito un migrante, dopo una banale lite per ragioni di traffico. Pare che il migrante, rialzatosi, si sia messo a urlare in strada, chiedendo giustizia. In breve tempo si sono radunati circa duemila passanti che per protesta hanno bloccato il traffico. Per 8 ore ci sono stati blocchi e scontri con la polizia, con danni a numerosi veicoli della polizia, feriti e l’arresto di almeno 10 dimostranti”.
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