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Le porte aperte dell'Europa per i migranti (se sono ricchi)

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di Paolo Valentino

 

Corriere della Sera, 30 settembre 2015

 

I migranti economici non sono tutti uguali, nemmeno per l'Unione europea: se sono sufficientemente facoltosi da potersi "comprare" una nazionalità, l'ingresso è rapido. E garantito. Una delle distinzioni più discusse e causa di polemica nella vicenda dei migranti è quella tra profughi (persone in fuga da guerre e atroci dittature) e immigrati economici, disperati in fuga dalla miseria e in cerca di una nuova opportunità di vita. I primi, secondo la narrativa dominante, vanno accolti come impongono le convenzioni internazionali, i secondi andrebbero rimpatriati, come se la prospettiva della fame o della carestia non sia motivo degno per affrontare i nuovi cammini della speranza. Eppure non tutti i migranti economici sono così indesiderati. Alcuni sono più uguali di altri. E molti Paesi fanno a gara per accaparrarseli.

Collezionisti di passaporti. È la nuova élite globale, parte di quell'1% della popolazione del pianeta nelle cui mani si concentra una fetta sempre più cospicua e smisurata della ricchezza mondiale. Da sempre votati all'acquisto di proprietà immobiliari, opere d'arte, gioielli - talismani della loro sicurezza economica - i moderni paperoni hanno scoperto una nuova forma di bene rifugio: dimenticate ville, quadri e diamanti, adesso collezionano passaporti.

Una corsia preferenziale da 2 miliardi. È in crescita esponenziale il numero di ricchi investitori, disposti a spendere diversi milioni di euro per mettersi in sicurezza da situazioni politiche o economiche instabili nei loro Paesi d'origine. Sono in gran parte milionari e miliardari delle economie emergenti, Cina, Russia, Paesi mediorientali, nazioni asiatiche o sudamericane, ansiosi di trovare usbergo per se e i propri familiari in luoghi stabili, dove i sistemi giuridici, economici ed educativi mettono al riparo da sorprese. Con meno disdegno dei loro emuli più poveri, tecnicamente vengono definiti "cittadini economici". Nel 2014 hanno speso più di 2 miliardi di dollari per assicurarsi un secondo o terzo passaporto e la domanda è così alta da aver innescato un vera e propria corsa tra i Paesi che offrono corsie preferenziali per ottenere visti di lunga durata o la cittadinanza tout- court a prezzi sempre più alti.

Le tariffe. All'inizio, trent'anni fa, fu l'isola caraibica di St. Kitts a lanciare per prima il Citizen Investment Program, in base al quale ancora oggi per avere il passaporto basta acquistare una proprietà da 400 mila dollari. Molto più contese sono le offerte di cittadinanza di Paesi dell'Unione europea, come Malta, Spagna, Portogallo, Grecia e Cipro, privilegiate porte di accesso allo spazio di Schengen e ai suoi vantaggi. Vediamo alcune tariffe: per avere la cittadinanza maltese, bisogna pagare 650 mila euro, oltre ad acquistare proprietà immobiliari per almeno 350 mila e titoli pubblici per 150 mila, senza nessun vincolo di residenza. Un successone: nei primi sei mesi del programma, 200 persone hanno sottoscritto il programma, con un incasso di oltre 200 milioni di euro per il governo di La Valletta. A Cipro, la cifra dell'investimento complessivo sale di molto, 5 milioni di euro per un passaporto, ma non c'è alcun obbligo.

Spagna, Portogallo e Regno Unito. Le condizioni cambiano nella penisola iberica: in Portogallo, dove l'investimento immobiliare richiesto è di 500 mila euro, si può richiedere la cittadinanza solo dopo 6 anni e occorre avere anche una conoscenza colloquiale della lingua. La Spagna ha lanciato un anno fa il programma "Golden Visa" per cittadini extracomunitari: anche qui occorrono almeno 500 mila euro di investimento, ma c'è in più il vincolo di passare almeno 183 giorni l'anno dentro i confini spagnoli. Nell'Unione europea, ma fuori da Schengen, anche il Regno Unito partecipa alla gara: occorrono infatti 2 milioni di sterline per ottenere, dopo 5 anni, il permesso di residenza illimitato. Ma di recente il governo di Sua Maestà ha inaugurato una corsia veloce, dove per 5 milioni di pound il permesso ve lo danno in 3 anni e per 10 milioni in appena 2: un affare. Interessante notare che la metà dei "visti Vip" del governo britannico sono andati fin qui a ricconi russi e cinesi.

"La cittadinanza non può essere in vendita". "Avere più passaporti è un modo per i ricchi di diversificare ulteriormente il rischio", spiega Christian H. Kalin, presidente di Henley & Partners, società di consulenza londinese specializzata nel settore. Ma la pratica del passport-shopping solleva anche molte obiezioni, non ultimo perché ha un forte lato negativo: quello di essere un potenziale porto sicuro per chi ha costruito la propria fortuna sulla corruzione o su attività illegali. Nel 2013, l'allora Commissario europeo responsabile per la giustizia, Viviane Reading, fu molto esplicita in proposito: "La cittadinanza non può essere in vendita".

"Li paghiamo perché arrivino". Secondo i fautori del programma, invece, i visti permanenti per i miliardari globali portano molti benefici ai Paesi ospiti: gli "economic citizens" infatti investono in nuove aziende, comprano nuove case, spendono in ristoranti, moda, scuole e personale. "In più portano competenze e talento", dice Nadine Goldfoot, avvocato del gruppo Fragoment. Ma secondo David Metcalf, docente della London School of Econimics e membro del Migration Advisory Committee, questi vantaggi sono annullati dall'aumento dei prezzi delle case e dei servizi, prodotto dall'arrivo di investitori che non badano a spese. Inoltre, spiega Metcalf, gli interessi versati dallo Stato sui titoli pubblici, che sono parte dell'investimento richiesto per avere il visto permanente, significano "pagare di fatto gli oligarchi perché vengano nel Regno Unito".

 

L'Europa che invecchia salvata dai migranti, senza nuovi lavoratori l'industria è a rischio

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di Stefan Von Borstel, Martin Greive e Benno Müchler

 

La Repubblica, 30 settembre 2015

 

La crisi demografica. L'Ocse: entro il 2020 la popolazione in età produttiva calerà di 7,5 milioni di unità. Il maestro artigiano Ulrich Benke è entusiasta del suo nuovo apprendista. È sveglio e molto diligente.

"Quello che vorrei anche nei miei apprendisti tedeschi. Lui ha qualcosa in più". Yamoussa Sylla, un ragazzo della Guinea, è arrivato in Germania da solo, a 15 anni, come profugo. Ora il giovane, che parla perfettamente tedesco, sta svolgendo un tirocinio come saldatore presso l'azienda di laminati Benke, a Schwerte, nella Renania Settentrionale-Vestfalia.

Secondo l'Ocse, quest'anno un milione di persone verrà in Europa in cerca di asilo. Non sono mai stati così tanti dai tempi della Seconda guerra mondiale. Solo la Germania attende fino a 800 mila profughi - uno su due con meno di 25 anni.

Molti Paesi della Ue vedono i profughi come una minaccia e si chiudono, mentre i migranti possono essere un arricchimento, come dimostra l'esempio di Yamoussa Sylla. Possono contribuire perlomeno ad attenuare il problema demografico della Germania e dell'Europa. Si prevede che già fra il 2013 e il 2020 la quota di popolazione in età lavorativa in tutta Europa calerà di circa 7,5 milioni, mentre in tutti gli Stati dell'Ocse crescerà nella medesima proporzione. "La realtà oggi è tale che in molti Paesi dell'Ue il fabbisogno dei rispettivi mercati del lavoro non può più essere coperto con manodopera esclusivamente indigena", ha scritto la Commissione europea in un rapporto dell'anno scorso. Perciò l'Europa, nel suo stesso interesse, deve poter contare su profughi come Yamoussa Sylla.

Oggi in Germania i richiedenti asilo sono accettati più che negli anni Novanta. Ciò è dovuto anche al fatto che allora la pressione demografica non era forte come oggi. Nel confronto internazionale l'invecchiamento della società tedesca è particolarmente drammatico. La Fondazione Bertelsmann ha recentemente stimato che per mantenere stabile fino al 2050 il numero dei suoi lavoratori e il suo sistema sociale, la più grande economia europea ha un fabbisogno netto annuo di mezzo milione di immigrati.

Perciò l'artigianato tedesco accoglie a braccia aperte i richiedenti asilo. Quest'anno l'economia tedesca non è in grado di assegnare decine di migliaia di posti di apprendista perché non ci sono richieste. Il numero dei diplomati si sta riducendo e sempre più giovani decidono di iscriversi all'università. Perciò i profughi, che possono dare una mano, sono benvenuti. "I giovani sono molto motivati", dice il presidente della camera dell'artigianato di Dortmund, Berthold Schröder. Per loro, poter imparare a fondo un mestiere da artigiano è una grande opportunità". Nel suo distretto venti richiedenti asilo stanno ricevendo una formazione nell'ambito di un progetto pilota. Imparano, fra gli altri, i mestieri di falegname, carpentiere, elettricista o meccatronico autoriparatore - professioni nelle quali poi potranno aiutare la ricostruzione dei loro Paesi, come sottolinea la camera dell'artigianato. Per la durata della loro formazione sono "ammessi" in Germania, anche se non sono ancora profughi riconosciuti, e non possono essere espulsi.

Anche in altre città sono stati avviati progetti come quello di Dortmund. Così la Berliner Stadtmission intende fornire ai profughi, al più tardi entro l'inizio del prossimo anno, una formazione professionale come tecnici e venditori di biciclette. Già da due mesi, in un'officina presso la stazione centrale, i profughi riparano biciclette offerte. Al giovane siriano Baschar Albdiwi piacerebbe imparare come si assemblano le componenti delle biciclette. Abita in un caseggiato nei pressi dell'officina "Rückenwind - Biciclette per profughi", un'associazione senza fini di lucro gestita da giovani berlinesi, che intende collaborare al progetto della Berliner Stadtmission. "In Germania vorrei diventare costruttore meccanico", dice Albidwi. In Siria i suoi voti erano sufficienti soltanto per imparare la seconda delle sue professioni preferite, cioè un impiego nel settore alberghiero. Però a causa della guerra è stato costretto ad interrompere dopo poco più di un anno il corso di studi quinquennale e a fuggire.

Ora Albidwi spera in una vita migliore in Germania. Molto dipende dal successo che potrà avere il tentativo di integrare nel mercato del lavoro i richiedenti asilo come lui. Gli esperti dell'Ocse elencano quello che è necessario a questo scopo: "I profughi hanno bisogno di corsi di tedesco, di assistenza intensiva, di una tempestiva valutazione delle loro capacità. Hanno bisogno di accedere al sistema formativo, devono essere risolti i loro problemi sanitari e sociali e, non ultimo, i datori di lavoro devono dare ai richiedenti asilo un'opportunità di impiego".

L'economia è senz'altro preparata a tutto questo. Tuttavia, i politici e gli studiosi mettono in guardia da un'eccessiva euforia. Il ministro federale degli Interni, Thomas de Maiziere ( Cdu), è convinto che l'afflusso di profughi non sia la panacea contro il rapido invecchiamento e il calo a lungo termine della popolazione tedesca. "In Germania mancano operai specializzati e qualificati - non abbiamo bisogno di quelli privi di qualifiche", dice anche l'esperto di mercato del lavoro Bernd Raffelhüschen. "Le esperienze delle precedenti crisi dei profughi hanno dimostrato che i migranti possono dare un contributo prezioso al benessere economico e sociale", scrive anche l'Ocse nel suo più recente rapporto sull'emigrazione.

Comunque, Yamoussa Sylla è contento di trovarsi nell'azienda di venti persone di Schwerte. Forse, spera il ragazzo, dopo il suo apprendistato potrò fare il capo. "O addirittura creare una mia azienda".

 

Droghe: relazione governativa di transizione

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di Leopoldo Grosso

 

Il Manifesto, 30 settembre 2015

 

La Relazione annuale al Parlamento sulla questione "droga" costituisce un debito informativo che la legge, la 309 del '90, impone al Governo con l'obiettivo di monitorare un fenomeno in continua e veloce trasformazione e di suggerire al Legislatore le indicazioni più opportune di cambiamento. Dalla voluminosa Relazione del 2015, appena pubblicata, si sottolineano "a caldo" tre aspetti, due di contenuto e uno di metodo.

Dal questionario Espad, che indaga il consumo di sostanze psicoattive tra gli studenti dai 15 ai 19 anni rispetto al mese precedente all'intervista, guardando ai consumi nell'ultimo mese, si ha la conferma che la cannabis forma, insieme al tabacco e all'alcol, la "triade" di sostanze psicoattive di gran lunga più utilizzate dalla stragrande maggioranza dei consumatori. Quasi uno studente su sei (15,9%) ha utilizzato cannabis negli ultimi 30 giorni, uno su tre-quattro (29%) fuma tabacco, uno su due (54,2%) assume bevande alcoliche. Al contrario, tutte le altre sostanze psicoattive illegali, cocaina compresa, sono tutte sotto la linea di consumo dell'1%.

La cannabis non è quindi l'anticamera dell'eroina e il suo consumo e abuso si configurano molto più simili a quello di tabacco e alcol, per cui si rende necessario realizzare misure di prevenzione e di promozione alla salute anziché di mera repressione.

L'indebolimento dei servizi. L'utenza di 164.000 persone in cura presso i servizi pubblici e del privato-sociale è rimasta stabile in questi ultimi anni, tra consumatori d'eroina e oppiacei (71%), utilizzatori di cocaina (16,9%), alcol-dipendenti, consumatori di cannabis e giocatori d'azzardo patologici. Ciò che si riducono sono invece le risorse a disposizione dei servizi. Per via dei ripetuti tagli lineari alla sanità, il personale, sia dei Serd che del privato-sociale, non ha ricambi. Ne risente la qualità delle prestazioni: gli utenti tossicodipendenti non testati per l'Hiv aumentano al 66,1%, più 7% rispetto all'anno precedente. Ma sono soprattutto le funzioni della riabilitazione e della prevenzione, a essere maggiormente colpite: un milione di euro in meno (su sei!) per i reinserimenti lavorativi, ed un taglio alla prevenzione primaria del 44,2% e del 38,9% a quella secondaria.

La metodologia della Relazione. Rispetto a quest'ultimo aspetto, si coglie una importante discontinuità nei confronti della "reggenza" Giovanardi-Serpelloni, ma permangono ancora troppi lasciti della "vecchia macchina". Da un lato si prende atto, con prudenza anziché onnipotenza, dei limiti intrinseci della rilevazione dei dati e delle stime conseguenti, si dà ampio spazio alla trasparenza delle fonti informative e dei metodi utilizzati, ci si adegua agli standard europei dell'Osservatorio di Lisbona, si reintroduce l'approccio della Riduzione del danno e si costruisce una Relazione maggiormente partecipata.

Dall'altro lato alcuni studi appaiono ridondanti (rispetto alle stime dei consumi), altri meno attendibili (le rilevazioni sulla popolazione generale tramite questionario postale che ottengono risposte del 16%), altre ancora di dubbia utilità e significatività (le stime di consumatori problematici "eleggibili" al trattamento), altri infine lacunosi (i dati sui risultati dei trattamenti da parte dei Serd, delle comunità e del carcere).

Manca infine un ampliamento di sguardo su fenomeni che per troppo tempo ignorati, pur ben documentati da ricerche anche nazionali, di cui non si è tenuto conto, come il fenomeno affatto secondario dell'autoregolazione dei consumi da parte di chi fa uso di sostanze psicoattive.

 

Il social network della cannabis: così l'erba si compra online

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di Riccardo Luna

 

La Repubblica, 30 settembre 2015

 

Boom di startup per i consumatori e per chi ne ha bisogno per curarsi. Per la marijuana è arrivato il "momento startup": il momento in cui i giovani imprenditori applicano il loro talento e le tecnologie digitali per costruire nuove aziende, legali naturalmente, basate sulla coltivazione, la distribuzione, il commercio e il consumo dell'erba più famosa del mondo: la cannabis. Tecnicamente, uno stupefacente; in molti paesi, una droga e quindi vietata. Ma negli Stati Uniti, anche grazie alla spinta di alcuni referendum popolari, le cose stanno cambiando. In fretta. Quanto in fretta lo si è visto all'ultimo "Tech Crunch Disrupt" di San Francisco. Di fatto è l'Olimpiade degli startupper: si candidano in migliaia, ne vengono scelti 25 per la selezione finale, e poi in sei si giocano il titolo di campione, ovvero 50 mila dollari ed una coppa che di solito attira investimenti milionari dei venture capitalist.

La settimana scorsa l'evento annuale è andato in scena al " Pier 70" di San Francisco, un monumentale edificio affacciato sulla baia, che un tempo aveva un utilizzo industriale e oggi è tutto ruggine e polvere. Invaso di ragazzi che sognano di diventare milionari, ha il suo fascino. Che fosse un'edizione speciale lo si è capito dal primo giorno quando sul palco è salito Snoop Dogg, il famosissimo rapper. Era lì per lanciare una nuova piattaforma editoriale "Merry Jane": "Mary Jane" è uno dei modi popolari di chiamare la marijuana; "Merry Jane" è per mettere in evidenza l'uso felice ("merry", come il Natale) dell'erba. "Lo faccio per far uscire i consumatori dal gabinetto e fargli ammettere con tutti che gli piace fumare". Praticamente, un social network per fare outing. Sarà online a fine ottobre, per ora ci si può solo iscrivere lasciando la propria mail.

Ma la sorpresa è stata la gara. La vittoria finale se la sono giocata una startup legata agli orti, Agrilyst (che poi ha vinto), e la prima startup del mondo dedicata alla marijuana. Si chiama GreenBits e di fatto è un software gestionale che aiuta i commercianti che vendono l'erba. Lo ha realizzato un giovane genietto del digitale: si chiama Ben Curren, ed è da poco diventato milionario vendendo la sua precedente startup, Outright (una piattaforma per gestire operazioni finanziarie) al colosso Go Daddy. Insomma era ricco, Ben Curren, e si annoiava.

Ha bussato alle porte di Google, ha costruito dei droni, ma dopo un po' si è accorto che sognava solo la sua prossima startup: "Allora ho riguardato i miei appunti sul telefonino e ho trovato questa frase, segui l'evoluzione dell'industria della cannabis. E ho pensato che fosse arrivato il momento di realizzare uno strumento che consentisse ai negozi di comprare e vendere marijuana in maniera facile e sicura con una app sul proprio iPad".

In effetti in America su questo fronte è in corso una trasformazione che può diventare rivoluzione culturale. Non solo quattro stati (Colorado, Oregon, Alaska e Washington) hanno legalizzato la vendita e il possesso di marijuana anche per uso non medico; molti altri sono andati verso la depenalizzazione sulla spinta dell'opinione pubblica che a larga maggioranza spinge in questa direzione.

I risultati sono clamorosi: a settembre il Colorado ha fatto sapere che le entrate fiscali dovute alla cannabis sono quasi raddoppiate in un anno (da 76 milioni di dollari nel 2014 ai 125 previsti entro il 2015) e hanno superato quelle per gli alcolici; un successo che motiva l'istituzione di un "tax free day", un giorno in cui fumare senza tasse (il 16 settembre scorso). E nel South Dakota, in un territorio abitato dagli indiani Sioux, aprirà il primo resort dedicato alla marijuana, con un bar dove ordinarla e un lounge dove fumare in santa pace.

In questo contesto effervescente, nel quale una ricerca dell'università del Michigan sostiene che fra i ragazzi il "fumo" di erba sia diventato più popolare delle sigarette " perché fa meno male", la startup di Ben Curren potrebbe avere successo ed essere la prima di una lunga serie. Infatti in Italia sta per debuttare "Let's Weed", che si candida a diventare il primo riferimento online per i consumatori di cannabis a fini terapeutici. L'impressione è che questa storia sia solo all'inizio.

 

Verso l'Italia le nuove atomiche Usa

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di Manlio Dinucci

 

Il Manifesto, 30 settembre 2015

 

Stanno per arrivare in Italia le nuove bombe nucleari statunitensi B61-12, che sostituiscono le precedenti B61. Lo conferma autorevolmente da Washington, con prove documentate, la Federazione degli scienziati americani (Fas). Lo scienziato nucleare Hans Kristensen, direttore del Nuclear Information Project alla Fas, scrive che è in corso a tale scopo l'upgrade della base della U.S. Air Force ad Aviano (Pordenone) e di quella di Ghedi Torre (Brescia).

Lo prova una foto satellitare, che mostra la costruzione ad Aviano di una doppia barriera attorno a 12 bunker con copertura a volta, dove gli F-16C/Ds della 31st Fighter Wing Usa sono pronti al decollo con le bombe nucleari. Analoghi preparativi sono in corso nella base aerea tedesca di Buchel, dove si stanno ristrutturando le piste, dotandole di nuove strumentazioni: documenti del Pentagono, citati dalla televisione pubblica tedesca Zdf, mostrano che la base sta per ricevere le nuove bombe nucleari B61-12. Lo stesso - documenta la Fas - avviene nella base aerea turca di Incirlic, dove sono in corso lavori per rafforzare "l'area Nato" dotata di 21 bunker, che accoglierà le nuove bombe nucleari. Si stanno rafforzando anche le basi nucleari in Belgio e Olanda, in attesa della B61-12, testata lo scorso luglio nel poligono di Tonopah in Nevada, dove si svolgeranno entro l'anno gli altri due test necessari per la messa a punto della bomba.

Non si sa quante B61-12 saranno schierate in Europa e Turchia. Secondo le ultime stime della Fas, gli Usa mantengono oggi 70 bombe nucleari B61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi), 50 in Turchia, 20 rispettivamente in Germania, Belgio e Olanda, per un totale di 180. Nessuno sa però con esattezza quante effettivamente siano: ad Aviano, ad esempio, ci sono 18 bunker in grado di stoccarne oltre 70.

Tantomeno si sa quante bombe nucleari si trovino a bordo delle portaerei Usa nei porti e nelle acque territoriali europee. Il programma del Pentagono prevede la costruzione di 400-500 B61-12, con un costo di 8-12 miliardi di dollari. Importante non è però solo l'aspetto quantitativo.

Intervistato dalla Zdf, Hans Kristensen conferma quanto scriviamo da anni (vedi il manifesto, 23 aprile 2013): quella che arriverà tra non molto in Italia e in altri paesi europei, non è una semplice versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare polivalente, che sostituirà le bombe B61-3, -4, -7, -10 nell'attuale arsenale nucleare Usa.

La B61-12, con una potenza media di 50 kiloton (circa il quadruplo della bomba di Hiroshima), svolgerà quindi la funzione di più bombe, comprese quelle penetranti progettate per "decapitare" il paese nemico, distruggendo i bunker dei centri di comando e altre strutture sotterranee in un first strike nucleare. A differenza delle B61 sganciate in verticale sull'obiettivo, le B61-12 vengono sganciate a grande distanza (circa 100 km) e si dirigono verso l'obiettivo guidate da un sistema satellitare. Si cancella così, in gran parte, la differenza tra armi nucleari strategiche a lungo raggio e armi tattiche a corto raggio.

Nell'intervista alla Zdf, il direttore del Nuclear Information Project della Fas dichiara che gli alleati europei (Italia compresa), consultati da Washington, hanno approvato lo schieramento in Europa delle bombe nucleari Usa B61-12. Anche la Germania, nonostante che il Bundestag avesse deciso nel 2009 che gli Usa ritirassero tutte le loro armi nucleari dal territorio tedesco. L'ex sottosegretario di Stato tedesco Willy Wimmer (già portavoce per la Difesa nella Cdu, lo stesso partito della cancelliera Merkel, la quale ha ignorato la decisione del Bundestag), ha dichiarato che lo schieramento delle nuove bombe nucleari Usa in Germania costituisce "una consapevole provocazione contro il nostro vicino russo". Non c'è quindi da stupirsi che la Russia prenda delle contromisure.

Alexander Neu, parlamentare di Die Linke, ha denunciato che la presenza dell'arsenale nucleare Usa in Germania viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari. Ciò vale anche per l'Italia. Gli Stati Uniti, quale Stato in possesso di armi nucleari, sono obbligati dal Trattato a non trasferirle ad altri (Art. 1). Italia, Germania, Belgio, Olanda e Turchia, quali stati non-nucleari, hanno l'obbligo di non riceverle da chicchessia (Art. 2). Per di più, nel 1999, gli alleati europei firmarono un accordo (sottoscritto dal premier D'Alema senza sottoporlo al Parlamento) sulla "pianificazione nucleare collettiva" della Nato, in cui si stabilisce che "l'Alleanza conserverà forze nucleari adeguate in Europa".

Hans Kristensen conferma, inoltre, che a Ghedi Torre sono stoccate le bombe nucleari Usa "per i Tornado italiani". Piloti italiani, analogamente a quelli degli altri paesi che ospitano tali bombe, vengono addestrati all'attacco nucleare sotto comando Usa. Non a caso l'esercitazione Nato di guerra nucleare, la Steadfast Noon, si è svolta nel 2013 ad Aviano e nel 2014 a Ghedi-Torre. A quest'ultima hanno partecipato anche cacciabombardieri F-16 polacchi. Poiché a fornire le bombe nucleari ci pensano gli Usa, i paesi che le ospitano si accollano (per i due terzi o totalmente) le spese per il mantenimento e l'upgrade delle basi. Paghiamo così, anche economicamente, la "sicurezza" che ci forniscono gli Usa schierando in Europa le loro armi nucleari.

 
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