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Vogliono 2 milioni dagli eredi di Riina, ma la legge dice che non possono

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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 9 gennaio 2019

 

La procedura di recupero del credito sarebbe stata attivata dal carcere di Parma. È di circa due milioni di euro il conto da pagare recapitato alla famiglia di Totò Riina per il suo mantenimento al 41 bis. A notificare a Ninetta Bagarella, moglie dell'ex capo dei capi, la cartella esattoriale da pagare è stata Riscossione Sicilia, la società che riscuote i tributi nell'isola.

La procedura di recupero del credito sarebbe stata attivata, attraverso il ministero della Giustizia, dal carcere di Parma, ultimo istituto penitenziario in cui il capomafia è stato detenuto prima di morire in ospedale. Un conto che però, secondo quanto prevede la legge, non dovrebbe essere esteso agli eredi. Parliamo del dispositivo dell'articolo 188 del codice penale dove c'è scritto testualmente che "il condannato è obbligato a rimborsare all'erario dello Stato le spese per il suo mantenimento negli stabilimenti di pena, e risponde di tale obbligazione con tutti i suoi beni mobili e immobili, presenti e futuri, a norma delle leggi civili".

Dopodiché aggiunge che "l'obbligazione non si estende alla persona civilmente responsabile, e non si trasmette agli eredi del condannato", come sottolineato nella sent. n. 98/ 1998 della Corte Costituzionale. Proprio per questo motivo il legale dei Riina, l'avvocato Luca Cianferoni, ha così commentato: "A noi sembra una boutade perché la legge esclude espressamente che il rimborso per le spese di mantenimento in carcere si estenda agli eredi del condannato. Perciò stiamo studiando bene la questione per vedere in che termini è".

La cifra è enorme, perché le spese per il mantenimento, secondo quanto dispone l'art. 2 della legge 26 luglio 1975, n. 354, si limitano agli alimenti e al corredo e comunque sono dovute in misura non superiore ai due terzi del costo reale, ma a queste si aggiungono anche le spese processuali e l'assistenza sanitaria. Totò Riina di processi ne ha avuti molti, così come l'assistenza sanitaria visto i suoi continui ricoveri e un'assistenza da parte di un operatore socio sanitario durante la sua carcerazione dura. Costi che, per 23 anni di detenzione al 41 bis, sono ovviamente lievitati soprattutto per la sua degenza.

Tale notizia serve anche per sfatare il luogo comune che in carcere uno ci stia gratis. Non è così. Il nostro ordinamento prevede che le spese di mantenimento dei detenuti siano parzialmente versate da loro stessi, in quanto per legge sono tenuti a corrispondere allo stato una cifra mensile che viene chiamata "quota di mantenimento".

Se infatti lo Stato si fa carico delle spese per l'esecuzione delle pene e delle misure di sicurezza detentive, il nostro codice penale - come già ricordato- sancisce che la persona condannata sia obbligata a rimborsare all'erario le spese per il suo mantenimento in carcere, rispondendo di tale obbligazione con tutti i propri beni, sia mobili che immobili, presenti e futuri. Obbligazione, ricordiamo, che non si estende agli eredi.

Poiché la pena detentiva comporta inevitabilmente che il carcerato trascorra il proprio tempo negli istituti penitenziari, all'interno di questi dovrà di necessità mangiare, dormire, consumare acqua e ed energia elettrica, utilizzare mobilio e biancheria. Soltanto parte di questi costi gli verranno però addebitati, secondo una precisa previsione tariffaria che tiene conto del fatto che per legge costituiscono spese di mantenimento a suo carico solo quelle che concernono "gli alimenti ed il corredo".

Nel 2015, tramite circolare del Dap, è stata aumentata la quota di mantenimento prevista, fissandola alla cifra di 3,62 euro "per giornata di presenza", per un totale dunque di 108,60 euro a persona al mese. A queste si aggiungono, appunto, anche le spese processuali e spese processuali e l'assistenza sanitaria.

 

 

 



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