Giovedì 14 Dicembre 2017
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Violenze di genere, più tempo per le denunce: ha ragione il ministro Orlando

PDF Stampa
Condividi

di Andrea Catizone*


Il Dubbio, 6 dicembre 2017

 

Nella ricerca di un continuo equilibrio nell'individuazione di risposte che contrastino la violenza di genere, tra una posizione che non vuole rinunciare all'affermazione di autodeterminazione della donna e l'altra che invece ritiene necessario imporre il potere autoritativo dello Stato nella repressione di questi reati, è importante osservare il contesto storico normativo di riferimento.

Posto che non esiste, in via definitiva, una risposta immodificabile a questa legittima contrapposizione di vedute, la soluzione va individuata nella regola che meglio risponde alle esigenze del momento. Il numero sempre più elevato di violenze contro le donne associato alle poco numerose denunce esprimono l'evidenza di modificare l'ordine di priorità. A questa situazione si aggiunge un quadro normativo internazionale che, sia a livello legislativo sia giurisprudenziale, richiede un mutamento di prospettiva domandando sempre di più allo Stato e sempre meno alla vittima (non ci si scandalizzi di usare la parola vittima) di assumersi la responsabilità della protezione di diritti fondamentali che, in quanto tali, sono irrinunciabili.

Davanti a fatti di violenza non occasionali è lo Stato che deve farsi promotore della tutela di quell'interesse specifico, ma anche di quello più diffuso dell'intera collettività mediante un iter che abbia come fine quello di "togliere la responsabilità della violenza dalle spalle delle donne, responsabilizzando, invece, gli autori di quella violenza".

L'accertamento della volontà della vittima della violenza di perseguire quel reato è solo uno degli aspetti che uno Stato deve considerare per contrastare la violenza di genere, dovendo continuare il suo corso anche laddove questa volontà dovesse venire meno, successivamente. È questa la filosofia sottostante la Convenzione di Istanbul che, all'art. 55, impone di "continuare il procedimento anche se la vittima dovesse ritrattare l'accusa o ritrattare la denuncia" ed è questa anche l'argomentazione giuridica che hanno seguito le supreme giurisdizioni di Strasburgo e di Lussemburgo quando hanno dovuto decidere sulle violenze consumate dentro rapporti affettivi e familiari affermando che tale violenza contrastava, evidentemente, con la Cedu come pure con interessi più generali della collettività.

La situazione storica e il piano normativo devono dunque rispondere ad un cambio di passo rispetto anche alle modifiche che sono state recentemente introdotte e che sono insufficienti a contrastare pratiche violente sempre più ripetute. Le strade perseguibili sono solo due: prevedere la irrevocabilità della querela, come richiesto dalla Convenzione di Istanbul, da noi ratificata e dalle pronunce delle due Corti europee e prevedere, come accade in altri Paesi, l'estensione dei termini di presentazione della denuncia querela che possa permettere di evitare l'improcedibilità dell'azione penale a fronte di una oggettiva sussistenza del reato.

Sono misure entrambe ragionevoli e che non pregiudicano il diritto della difesa le cui garanzie si devono esplicare all'interno di un giusto processo di previsione costituzionale, art. 111, e che darebbero un segnale di volontà dello Stato di esercizio della sua imprescindibile funzione anche educativa, non repressiva tout court, in un contesto storico in cui il tema della violenza di genere è diventato di quotidiana trattazione.

 

*Avvocato dei diritti delle relazioni familiari e dei minori

 

 

 

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it