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Violenza contro le donne: le leggi ci sono, l'applicazione non funziona

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di Simona Rossitto

 

Il Sole 24 Ore, 8 marzo 2019

 

La Corte di assise di appello di Bologna, qualche giorno fa, ha dimezzato la pena di un uomo accusato di femminicidio, motivando la riduzione con la "tempesta emotiva" determinata dalla gelosia per la partner. Un caso che ha fatto clamore ma che è solo uno dei molti, troppi casi, in cui la giustizia non riesce a tutelare adeguatamente le donne vittime di violenza maschile. L'indagine realizzata da Ipsos, d'altra parte, ci dice che il 75% degli italiani non ha fiducia negli strumenti di contrasto esistenti.

Ma davvero sulla violenza maschile contro le donne siamo in Italia al punto zero sul fronte di leggi e tutele? Che cosa si è fatto e che cosa si può e deve ancora fare per contrastare una piaga che miete in media un femminicidio ogni tre giorni? A questi interrogativi dà una risposta l'ebook di Alley Oop, patrocinato dal dipartimento per le Pari opportunità, intitolato "#hodettono/2", da oggi scaricabile gratuitamente on line.

Dal punto di vista normativo l'Italia vanta una cornice solida, a partire dalla ratifica della Convenzione di Istanbul avvenuta nel 2013. Una risposta alle prescrizioni della Convenzione è arrivata infatti con la legge numero 119 del 2013, più nota come legge anti femminicidio. Una pietra miliare nella lotta alla violenza di genere che arricchisce il codice di aggravanti e amplia le misure di tutela. Il testo di legge prevede anche lo stanziamento di risorse, in parte destinate ai centri anti violenza.

Non solo. Al momento ci sono quattro proposte di legge alla Camera, oltre a un piano strategico anti violenza per il triennio 2017-2020 in via di attuazione. La bontà del nostro impianto normativo è riconosciuta unanimemente, anche se ci sono lacune da colmare, tra le quali la mancanza di coordinamento tra processo penale e civile. Sono carenze che potrebbero essere riempite proprio dalle nuove proposte di legge, anche se c'è chi sottolinea come una iperproduzione di norme non sia la soluzione.

C'è poi da considerare che altri disegni di legge, come il ddl Pillon al Senato, sembrano andare nella direzione opposta a quella della maggior tutela prevista dalle proposte alla Camera. Rischiando di minare la protezione delle vittime. "Nel nostro Paese - ricorda, nella prefazione all'e book, Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità - il delitto d'onore è stato abolito solo nel 1981 e la legge italiana riconosce nella violenza sessuale un delitto contro la persona solo dal 1996, prima di allora lo stupro era considerato un reato contro la morale pubblica! I diritti delle donne negli anni hanno faticato ad avanzare e purtroppo tuttora faticano ad affermarsi".

Se le leggi ci sono, quindi, perché le donne vittime di violenza faticano a trovare giustizia? Il problema sta nell'applicazione delle norme, in quello che succede in aula, in ciò che accade concretamente alla donna che va a denunciare, ai rischi che corre - proprio denunciando - rispetto per esempio all'affidamento dei figli. Perché ad applicare le leggi sono le persone, con la loro cultura, le loro idee e - spesso - i loro pregiudizi. In questo senso, pesa l'insufficienza di investimenti e risorse da destinare, ad esempio, alla formazione di quanti vengono in contatto con le donne vittime di violenza. Ma guardiamo i numeri: secondo i dati del Csm, il 31% delle procure ha sezioni o collegi specializzati; nei tribunali la percentuale scende al 17 per cento. Proprio la mancata conoscenza delle dinamiche insite nel circolo della violenza sulle donne è alla base di valutazioni erronee che possono avere conseguenze gravissime per le vittime. Così come il mancato coordinamento tra procedimento civile e penale: basti pensare a una causa civile per l'affidamento dei figli che viaggia su un binario separato da quella penale, in caso di violenza domestica.

Migliorare le norme, dunque, non basta. Superare la visione arcaica e patriarcale della donna è fondamentale per combattere la violenza maschile: affinché il problema possa essere risolto, va affrontato da molteplici punti di vista, come lo stesso Csm nelle sue linee guida sul tema, auspica fortemente. Un approccio multidisciplinare è quello proposto del piano strategico anti violenza 2017-2020 promosso dal dipartimento per le Pari opportunità e in via di attuazione, che sviluppa i tre pilastri della legge del 2013, cioè prevenzione, punizione dei colpevoli e protezione delle vittime.

La violenza contro le donne non è un'emergenza, ma un fenomeno strutturale e, come tale, va trattato, puntando sull'istruzione, investendo in formazione e offrendo sostegno, anche economico, alle donne che vogliono uscire dal tunnel della violenza. Senza dimenticare i percorsi per recuperare gli uomini maltrattanti, fondamentali perché il cambiamento sia davvero profondo e condiviso. "In questi mesi - afferma Spadafora - mi sono mosso per dare gambe alla Strategia Nazionale contro la violenza sulle donne, istituendo la Cabina di Regia politica e il Comitato tecnico di confronto tra istituzioni centrali, territoriali e associazioni.

Presto tutto questo lavoro si concretizzerà in un Piano Operativo con azioni, risorse economiche, soggetti responsabili e tempi certi". E sul tema dei fondi necessari precisa: "le risorse del Dipartimento per le Pari Opportunità, oltre alle attività già previste nel Piano antiviolenza, verranno impiegate per assicurare un aiuto economico immediato per quelle donne che non essendo autonome rischiano di rimanere silenti in quanto ricattabili".

 

 

 

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