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La comunicazione sbagliata nella selva oscura dei divieti PDF Stampa
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di Paolo Graldi


Il Mattino, 18 gennaio 2021

 

Nella selva oscura delle direttive su come muoversi dentro la pandemia nelle diverse regioni spunta il perfido gioco della mosca cieca: "fonti di palazzo Chigi", da una parte, informano che è sempre possibile raggiungere le seconde case, anche fuori Regione, mentre se si legge con attenzione il relativo Dpcm di questa opportunità non v'è traccia alcuna. Si può dare il caso che, fermati a un posto di blocco, Dpcm alla mano, i tutori dell'ordine si sentano obbligati ad applicare le sanzioni previste.

Non si tratta di dettagli, di piccoli refusi, di vuoti del testo: qui si gioca su un equivoco di fondo che alimenta confusione, frustrazione, disincanto, e in più si crea un campo di conflitti. Le famose "fonti" bene informate troppo spesso sbarellano, costrette a correzioni, notazioni, dietrofront. Tanto la fonte è ignota per definizione. I destinatari, noi tutti, sono così obbligati ad aggiornamenti e aggiustamenti in corsa, continui, nevrotizzanti.

Nel pieno della giornata festiva, ieri, il ministro della Salute Speranza ha convocato d'urgenza il Comitato Tecnico Scientifico e ha ottenuto per oggi il rientro a scuola del 50 per cento degli studenti delle superiori, eventualità non prevista fino a un'oretta prima. Salvo le differenze tra Regioni e i comportamenti dei presidenti. Alcuni di essi già pronti con carta e penna, per i ricorsi al Tar, altra specialità di stagione: governo e istituzioni locali litigano quasi su tutto e i magistrati dirimono le questioni. A leggere le sentenze, poi, servono comitati di esperti crittografi, addetti alla traduzione in lingua italiana corrente, comprensibile agli italiani.

La questione della comunicazione del governo, ma non solo di quello, del burocratese dilagante e del compiacimento sadico che ne consegue, in tempi di guerra alla pandemia, rappresentano un tema primario, fondamentale. Tema, dicono i fatti, ignorato e anche vilipeso. La lingua utile e comprensibile viene strapazzata, piegata, costretta nei labirinti di linguaggi intraducibili e, dunque, incomprensibili. Se è vero che il messaggio è come un dardo che viene lanciato da una postazione per colpire il centro del bersaglio, il dardo che esce di traiettoria, prende strade diverse dalla rotta corretta: la comunicazione si accartoccia, manda segnali sbagliati, perde di efficacia, si trasforma in un danno. Comunicare sembra facile, non lo è.

Quel che è peggio è la presunzione che lo sia. Ad ogni ondata di provvedimenti ministeriali sono necessarie squadre di pompieri del linguaggio per sciogliere i nodi del burocratese, per rendere intellegibili i rimandi ad altre leggi, per svelare l'arcano dei commi e sottocommi, per sciogliere parole difficili che dovrebbe viceversa essere facile comprendere e utilizzare. In varie epoche, e anche di recente, sono cresciute ampollose promesse per una riforma del linguaggio, per una grammatica delle leggi e una nuova sintassi ministeriale capaci di superare il politichese, il burocratese e tutto l'armamentario del compiacimento delle complicazioni linguistiche. Non si è visto ancora niente all'orizzonte. Il fatto è che occorrono dei professionisti.

E se ne vedono pochi. Occorrono staff specializzati. E ce ne sono, ma rari. Un conto è raccontare attraverso il linguaggio delle veline i retroscena, gli arabeschi, il gossip, i veleni, gli aut aut della chimica politica quotidiana, un altro conto è disporre di leggi lineari. Il vezzo di decidere a notte fonda per il giorno dopo scuote la paziente disponibilità del suddito della Costituzione, il quale vorrebbe confrontarsi con una migliore organizzazione del pensiero governativo e dell'azione che lo muove. Quante volte è stato criticato il metodo di emanare circolari attuative in prossimità massima del loro impiego? E tutti a dire: come possiamo fare a rispettarle in così ristretti margini di tempo? Di qui, direttamente, rabbia, frustrazione, voglia di rivolta.

La pandemia, nella sua enorme e multiforme complessità, porrà sempre di più problemi di comunicazione. Lo vediamo già ora con la campagna vaccinale ai primi passi. Si assiste al susseguirsi degli ordini e dei contrordini, delle grida e dei silenzi, delle affermazioni e delle smentite in un clima di crescente incertezza (A chi tocca? E quando? E dove? E come?). Anche qui le leggi della comunicazione vengono piegate ad un dilettantismo deleterio. Serve e presto una informazione tempestiva e corretta, comprensibile per definizione, che attinga alla scientificità della materia.

Serve professionismo e un taglio netto con i vizietti del velinismo d'autore. Un cambio di passo, insomma. Il rapporto dialogante con il cittadino in questa fase specialmente diviene essenziale, risolutivo. E quando al cittadino si chiede di adottare comportamenti che implicano sacrifici e costi, che sono comunque virtuosi, ecco che ogni indecisione, sgrammaticatura, ritardo si traduce in uno strappo, in una stizzita indifferenza. Se dalla pandemia si deve uscire tutti insieme chi scandisce il passo deve farlo senza balbuzie.

 
Restituire campo al privato e restaurare spazi di libertà PDF Stampa
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di Alberto Mingardi


Corriere della Sera, 18 gennaio 2021

 

Il coronavirus ha costituito l'occasione per rinforzare il "pubblico". Se il centro-destra vuole costruire un'alternativa deve porsi il problema di superare questa fase. In tutto il mondo, il Covid-19 ha prodotto più "pubblico" e meno "privato". Da anni diciamo che le ideologie sono finite. Forse però non è un caso che la sinistra al governo abbia considerato la pandemia come un'occasione da non sprecare. Per quei partiti la politica resta lo strumento privilegiato per "perfezionare" le società, ha una funzione ortopedica. L'accentramento di poteri determinato dallo stato d'emergenza è un'opportunità.

Persino le restrizioni alla libertà di movimento sono una prova generale per fare sul serio nella riduzione delle emissioni di CO2, ad esempio limitando drasticamente i voli internazionali, raddrizzando così a colpi di norme il rapporto fra uomo e ambiente. Piaccia o meno, è un'idea di governo chiara. Questo è vero anche in Italia e, nelle sue mosse di queste settimane, Matteo Renzi forse ha sottovalutato proprio questo aspetto: come esista una sensibilità ideologica comune, nei suoi ex compagni di strada.

Ma in ogni crisi politica che si rispetti il gioco si allarga all'opposizione che ha il ruolo di prefigurare altre soluzioni. Che cosa vuole fare il centro-destra? L'incertezza di questi giorni, la possibilità, per quanto remota, di un ritorno alle urne lo obbligano a mettere a punto un'alternativa. Può amministrare con persone diverse lo Stato "più grande" che i suoi avversari stanno costruendo, contando sull'esperienza nei governi locali. Può giocare ancora la carta della politica dell'identità, come hanno fatto Salvini e Meloni con grande successo.

Non da oggi, il centro-destra in Italia è più statalista dei suoi corrispettivi di altri Paesi e più refrattario a dotarsi di un armamentario di idee e proposte che inevitabilmente circoscriverebbe la creatività dei suoi leader. Forse però "questa volta è diverso". È diverso il contesto in cui si terranno le prossime elezioni, è diverso il Paese che chi le vincerà dovrà governare. I dieci punti di Pil che abbiamo perso nel 2020, il fatto che a pagarne lo scotto sia stata la componente privata e non garantita del Paese, rappresentano una ferita profonda. Più profonda in Italia che altrove, dal momento che nel 2019 non eravamo ancora ritornati ai livelli di reddito precedenti la crisi finanziaria.

L'allargarsi del "pubblico" a spese del "privato" è avvenuto, in questi mesi, su tre dimensioni diverse. Le libertà personali si sono ridotte. Se il diritto serve per proteggere i cittadini dall'onnipotenza dello Stato, quella protezione è oggi assai meno solida che in passato. Abbiamo capito che non possiamo dare per scontate cose apparentemente banali come la libertà di andare a fare shopping.

Spesa e debito hanno sperimentato un aumento senza precedenti. Quei quattrini in parte hanno tamponato la riduzione delle entrate fiscali, inevitabile conseguenza del rallentamento dell'attività economica, in parte hanno cercato di ridurre il disagio sociale. I "ristori" sono stati una strategia obbligata, e lo sarebbero stati chiunque fosse al governo.

Ma è difficile pensare che i ristori da una parte, il rischio di non poter svolgere la propria attività a causa dall'emergenza dall'altra, non influenzino il sistema di incentivi con cui le persone debbono confrontarsi. Come la disponibilità del reddito di cittadinanza avrà un qualche effetto sull'offerta di lavoro, così i ristori smorzeranno la propensione ad intraprendere. Per chi governa, può essere persino, cinicamente, una grande operazione: gli aiuti di oggi possono diventare voti domani. Per chi crede che le decisioni dei singoli siano miopi, e quelle dello Stato lungimiranti, stiamo facendo passi avanti in una direzione auspicabile.

L'opposizione ha giocato fin qui sullo stesso terreno. Nella legge di Bilancio è stato recepito l'emendamento della Lega che esenta le partite Iva dal versare i contributi previdenziali per il 2021. A ogni nuova chiusura, i partiti di centro-destra hanno richiamato il governo sulla necessità di risarcimenti congrui alle attività interdette. È un'idea di governo alternativa a quella della sinistra?

C'è chi sostiene che le innovazioni dell'ultimo anno dovrebbero essere permanenti. L'opposizione dovrebbe, quasi per definizione, sostenere che così non deve essere. Che per quanto possa essere faticoso e difficile, dovremo provare a invertire la tendenza: a restituire campo al privato, a restaurare spazi di libertà, a evitare insomma che tutto ciò che è "emergenziale" diventi "regolare".

Partiti e programmi sono in una certa misura l'esito delle circostanze, non solo di precise inclinazioni ideologiche. Pensando al futuro, il centro-destra non può eludere una questione "esistenziale". C'è un blocco sociale, tradizionalmente allineato con esso, che le politiche di contrasto al Covid hanno costretto a chiedere aiuto ma che non ha l'assistenzialismo come sua massima aspirazione. Desidera anzi tornare a lavorare e rischiare, perché è nel lavoro e nel rischio che trova la sua identità. Aiutarlo a riconquistare i suoi spazi sarebbe già un programma politico.

 

 
Censura arbitraria, i pericoli dei social PDF Stampa
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di Pierluigi Battista

 

Corriere della Sera, 18 gennaio 2021

 

Erano considerati "mostri", ma se mettono a tacere il nemico (Trump) non lo sono più? Fino all'altro ieri erano mostri giganteschi che divoravano i cervelli e la democrazia, oggi, se decidono di silenziare (insomma: censurare) il disgustoso nemico, diventano esclusivi club per soli gentiluomini, mere "agenzie private" che potranno pur decidere se mettere alla porta gli screanzati che violano le buone maniere di casa. Bisognerà pur scegliere una strada coerente, però: non si può lanciare l'allarme contro le mega-compagnie del web che svuotano i valori classici delle istituzioni democratiche, che incarnano un potere globale senza controlli e contrappesi e poi, solo per giustificare un'auspicata censura, minimizzare il loro ruolo come fossero innocui circoli degli scacchi autorizzati a scegliere i propri ospiti.

Oggi, piaccia o non piaccia, la politica passa da lì, è quella la piazza contemporanea, e negare l'accesso a qualsivoglia soggetto politico diventa, per usare le sagge parole liberali di un'acerrima nemica di Trump come Angela Merkel (ben consapevole, nativa nella Germania comunista, della deriva totalitaria del potere), quanto meno una scelta "problematica" e fortemente lesiva della libertà d'espressione politica. Tanto più se quella scelta diventa zigzagante, opportunistica, mutevole, lasciando libero il campo a dittatori e attentatori seriali dei diritti fondamentali e ciarlatani di varia matrice, e non avendo nulla da eccepire, ad esempio, alle manifestazioni dell'antisemitismo "progressista" che si alimenta sui social con ripetuti attacchi a Israele e ripetuti inviti di radere al suolo l'"entità sionista".

E dunque si stabilisce che siano le mega-compagnie, talvolta demonizzate fino al giorno prima, ad essere investite del compito di stabilire, in uno spazio formalmente privato ma capace di coinvolgere milioni e forse miliardi di "utenti", cosa è lecito dire e cosa non lo è. Una privatizzazione del diritto e della sanzione che dovrebbe preoccupare i custodi del santuario democratico. E invece, attraverso una rappresentazione iper-banalizzante dei padroni dei social ("agenzie private" come un club per soli uomini), a prevalere è il godimento per la messa al bando dell'orrido nemico. Senza considerare che la ruota della storia gira, e i sostenitori della censura arbitraria potrebbero diventare un giorno i nuovi censurati in base a una decisione "problematica".

 
 
Diritti umani, cosa è successo nel 2020 nei Paesi dell'area mediorientale PDF Stampa
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di Flavia Carlorecchio


La Repubblica, 18 gennaio 2021

 

Il report di Human Rights Watch. Gravissima la situazione in Siria e Yemen dove milioni di persone soffrono la fame e la violenza. L'Egitto ha emesso 171 condanne a morte nel 2020. "Un generale peggioramento per la popolazione civile". È stato presentato ieri il Report 2021 di Human Rights Watch. Il documento sintetizza i principali avvenimenti del 2020, Paese per Paese, e lancia uno sguardo al futuro. Forte l'attenzione per il cambio di presidenza negli Stati Uniti.

Donald Trump è stato "un disastro per i diritti umani, ma il cambio di presidenza non rappresenta una panacea", afferma Kenneth Roth, direttore di Human Rights Watch. "Non basta rimandare l'orologio indietro di quattro anni per rimediare ai danni. Il mondo non è più lo stesso". Con questa dichiarazione, prosegue l'analisi regionale dello stato dei diritti umani. Il 2020 ha lasciato segni profondi nella zona del Medio oriente e nord Africa per l'intrecciarsi delle crisi sanitaria, economica, umanitaria.

Embargo armi Usa. Human Rights Watch rileva con preoccupazione la vendita di armi da parte degli Stati Uniti a paesi come l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, colpevoli di pesanti interventi militari in Yemen. In particolare, è sotto i riflettori la vendita di caccia F-35 e droni agli Emirati Arabi Uniti per un valore di oltre 23 miliardi di dollari. L'accordo sulla vendita fa parte degli "Accordi Abraham" tra Israele ed Emirati Arabi Uniti siglati il 15 settembre 2020 e mediati dagli Stati Uniti. Questo trasferimento di armi renderebbe gli Emirati l'unico paese dell'area, oltre a Israele, a possedere un tale equipaggiamento.

Yemen e Siria. La situazione in Yemen è precipitata ulteriormente a causa della crisi sanitaria ed economica. Prosegue il conflitto che in sei anni ha ucciso almeno 18.400 civili e tiene in ostaggio di fame e povertà milioni di persone. Le organizzazioni umanitarie stimano che 24 milioni di civili hanno bisogno di assistenza umanitaria, alimentare, sanitaria e solo nel 2020 l'80% della popolazione, tra cui 12 milioni di minori, ha necessitato dell'assistenza umanitaria. Analoga la condizione della Siria, dove oltre 9 milioni di civili vivono insicurezza alimentare e oltre l'80% della popolazione è al di sotto della linea di povertà. Anno nero per il Libano Il 2020 per il Libano si è aperto con una pesante crisi economica. La moneta locale è crollata a partire dalla fine del 2019, e ha eroso la capacità della popolazione di approvvigionarsi e compare beni di prima necessità. La pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione, provocando una grave crisi umanitaria. In agosto un'esplosione al porto della città ha ucciso oltre 200 persone, ferite 6000, distrutto 300mila abitazioni.

Governi corrotti e inaffidabili. Il commento di Human Rights Watch: "la situazione per le associazioni umanitarie e di cooperazione internazionale è molto difficile, perché i governi abusanti e corrotti di paesi come Libano, Siria, Yemen confiscano gli aiuti internazionali e li utilizzano in modo poco limpido. Questo rende difficile aiutare la popolazione e distribuire fondi in modo imparziale", afferma Ahmed Benchmasi, direttore della comunicazione per la regione Mena di Hrw.

Egitto, diritti umani dimenticati. Il caso dello storico blogger attivista Alaa Abdel Fattah, incarcerato e torturato in Egitto, è un emblema dello stato dei diritti umani in Egitto, afferma poi Roth, che ha criticato duramente la posizione internazionale nei confronti del Paese. "La comunità internazionale tollera gli abusi gravissimi del regime di al-Sisi e anzi gli rende onore", afferma alludendo alla Legion d'Onore ricevuta da al-Sisi a Parigi lo scorso dicembre.

"Lo utilizza come guardiano dell'ordine regionale, anche se si tratta di una falsa stabilità. La repressione crea radicalizzazione e instabilità". L'Egitto ha emesso 171 condanne a morte nel corso del 2020. Nell'area, molti paesi hanno rilasciato prigionieri per diminuire la diffusione del Covid-19 nelle carceri. Tuttavia, osserva Hrw, sono stati esclusi tutti gli oppositori politici, giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani. Si parla di Iran, Egitto, Bahrain, Algeria.

Lavoratori e lavoratrici migranti. Il disastro sanitario ed economico ha colpito in modo durissimo lavoratori e lavoratrici migranti, che in paesi come il Libano nel 2019 erano 156mila. Qui, nel pieno dell'emergenza sanitaria decine di lavoratrici di nazionalità etiope sono state abbandonate dai datori di lavoro senza salario, documenti o sussistenza di alcun tipo. In generale, osserva Hrw, la condizione femminile è stata messa a dura prova in tutta la regione e sono aumentati i casi di violenza domestica.

 
Tunisia. Dieci anni dopo l'inizio della primavera araba i giovani in rivolta contro la crisi PDF Stampa
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di Francesco Battistini


Corriere della Sera, 18 gennaio 2021

 

Sabato, mentre ricorre l'anniversario della morte di Mohamed Bouazizi che diede inizio alle rivolte nel 2011, 242 persone, perfino dodicenni sono state arrestate. Morì invano? Dieci anni dopo le fiamme che trasformarono l'ambulante Mohamed Bouazizi in una torcia umana, nel cerino della Rivoluzione dei Gelsomini e nel detonatore delle Primavere arabe, a un decennio da quel gennaio 2011 in cui il dittatore Ben Ali salì su un aereo e fuggì in Arabia Saudita, c'è una Tunisia impoverita, impaurita e di nuovo infiammata che non si fa più domande e ha una sola risposta: sì, Bouazizi morì per nulla e la sua protesta non è servita a molto.

Dieci anni dopo, i gelsomini sono marciti. Secondo un sondaggio, il 58 per cento dei tunisini pensa si stesse meglio quando si stava peggio, il 28 si sente frustrato, l'84 odia tutti i politici e solo il 2 per cento onora ancora la memoria di Bouazizi e del suo sacrificio. Il decimo anniversario della prima delle Primavere, quelle che poi s'estesero all'Egitto di Mubarak, alla Libia di Gheddafi e alla Siria di Assad, non è una festa: oggi il Paese è sigillato dal Covid, l'economia è murata dalla crisi e i pugni si chiudono nella protesta. Sabato è stata una notte di ferro e fuoco, sassaiole e lacrimogeni da Tunisi a Sousse, da Hammamet a Tozeur, da Monastir a Djerba, migliaia di giovani in piazza e bande di ragazzini a saccheggiare negozi, case, banche, anche un canile comunale. La polizia ha arrestato 242 persone, perfino dodicenni. Barricate, copertoni in fumo, bombe molotov, taniche di benzina, un manifestante fermato mentre brandiva un machete. Decine d'agenti feriti e d'auto incendiate.

Il governo parla di manifestazioni "contemporanee e organizzate" nelle aree popolari della capitale, da Kram al quartiere 5 dicembre, tutte scattate non appena alle 16 è cominciato il coprifuoco sanitario. E la sensazione è comunque che non finirà qui. "Il nostro lockdown politico dura da dieci anni!", gridano le folle.

L'emergenza coronavirus - 5.528 morti, 175mila casi, lo scorso venerdì da cifre record - s'è solo aggiunta alle mille di questo decennio: una disoccupazione giovanile al 35 per cento, un tunisino su cinque sotto la soglia di povertà, il crollo del turismo, delle esportazioni e degli investimenti stranieri, un'economia pubblica vicina alla bancarotta. I migranti verso l'Italia, che di nuovo salpano coi barconi da Sfax, da Zarzis o da Mahdia, sono un termometro preciso della crisi: erano 5.200 due anni fa, 2.654 nel 2019, sono stati più di 13mila nel 2020.

Il gruppo più grosso di richiedenti asilo nel nostro Paese, spiega la ministra italiana dell'Interno, Luciana Lamorgese, è proprio quello dei tunisini. I disordini dell'ultimo weekend sono l'eco di una protesta generazionale, spinta anche dalle restrizioni per il virus, che sta investendo un po' tutta l'Africa (in Algeria come in Namibia, in Ciad come in Uganda, nello Zimbabwe come in Angola). E si sommano a un migliaio di manifestazioni di protesta degli ultimi tre mesi, dice il Forum tunisino per l'economia e la disoccupazione: è forse più per questo che per il Covid, se le celebrazioni per il decimo anniversario della Rivoluzione dei Gelsomini sono state cancellate.

Il governo è in grave ritardo sull'emergenza e qui, al contrario che nei vicini Marocco ed Egitto, i vaccini non sono ancora arrivati. Sono stati fissati quattro giorni di totale lockdown, proprio giovedì 14, tanto da rendere spettrale l'Avenue Bourghiba di Tunisi, di solito un brulichio di cortei. Più che il fallimento del nono governo in dieci anni, è il fallimento d'uno Stato. Il premier Hichem Mechichi promette il rimpasto di dodici ministri, a partire da quelli dell'Interno, dalla Sanità e della Giustizia, ma per il 68 per cento dei tunisini dovrebbero andarsene a casa lui e tutti gli altri: anche il potente leader degli islamisti di Ennahda, Rashid Gannouchi, ora presidente del Paramento; pure il presidente-populista Kais Saied, un professore universitario che era stato eletto meno di due anni fa perché fuori dai giochi e che, gli ultimi sei mesi, ha perso 46 punti nei sondaggi. L'assenza di riforme, la mancanza di prospettive, il terrorismo, la crisi della vicina Libia: i troppi fallimenti del dopo Ben Ali pesano sulle conquiste della Rivoluzione - dalla nuova Costituzione alla libertà di parola, dalle elezioni al premio Nobel della pace - che tutto il mondo ha riconosciuto alla Tunisia.

Per i 132 morti e 4mila feriti nei giorni della repressione di dieci anni fa, nessuno è mai stato condannato. I poliziotti e i politici locali che esasperarono il povero Bouazizi, spingendolo a darsi fuoco, sono tornati in gran parte ai loro posti. Il tesoro di Ben Ali, morto nel 2019 con tutti i suoi segreti, è rimasto all'estero. E gli aiuti promessi dall'Occidente a una delle poche, vere democrazie del mondo arabo, sono rimaste chiacchiere: si campa d'elemosine Ue, americane e della Banca mondiale, ma nessun piano di sviluppo è stato adottato per evitare che questo piccolo Paese finisca nel caos del jihadismo. Bruciano ancora i copertoni nella notte, sulle circonvallazioni di Tunisi. Le strade sono svuotate dalla paura e dal virus. I murales dedicati a Bouazizi sono coperti di manifesti e di pubblicità. Morì invano? Sì, forse sì.

 

 
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