Giovedì 14 Dicembre 2017
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Venezia: in pensione Gabriella Straffi, una vita per chi è in carcere

PDF Stampa
Condividi

di Giorgio Malavasi

 

Gente Veneta, 14 gennaio 2017

 

"Non ero entusiasta di lavorare qui alla Giudecca, perché la detenzione femminile mi aveva colpito molto più di quella maschile". Gabriella Straffi, dopo quasi 33 anni alla guida di una o anche di tutte e tre le carceri veneziane, va in pensione. Marchigiana, a 27 anni il concorso. Dal 1° gennaio 2017 non è più a capo della casa in cui, attualmente, una settantina di donne scontano la propria pena. Così ripercorre questa lunga stagione veneziana, lei che è veneziana acquisita: "Sono di Grottammare, in provincia di Ascoli Piceno. Sono arrivata a Venezia il 1° febbraio 1984, primo incarico. Laureata in giurisprudenza a Macerata, avevo fatto un pò di pratica legale. Poi ho visto che la strada, nella professione legale, era troppo lunga. Avevo 27 anni, non avevo ancora legami familiari e vedevo che le prospettive erano di anni per poter dire: posso vivere da sola. E forse volevo anche andarmene".
Così la scelta di fare concorsi. Il primo, quello per la direzione di un carcere, la incuriosisce: "Da ragazza avevo sempre fatto attività di carattere sociale, volontariato. Da studentessa, poi, per la verità, preferivo il diritto civile al penale. Ma quando ho capito che il concorso era andato bene e quando mi dissero che ero stata destinata a Venezia, che non avevo mai visto ma che mi affascinava, ne fui molto contenta".
Trucco e capelli: quando le donne invecchiavano in cella. Molto meno contenta, invece, del primo impatto con il carcere: "Le donne detenute mi colpirono molto, fin da principio. Gli istituti erano chiusi: c'era solo qualche volontario che entrava, il cappellano, le suore e noi. Di educatori ce n'era uno, ma il mondo esterno non entrava. Quando feci il giro delle sezioni ebbi una sensazione: era come vedere i vecchi film in bianco e nero. Il trucco, il taglio dei capelli, il vestito ti dava subito l'immagine degli anni passati in carcere dalle donne che vedevo. Una donna si capisce a che punto è rimasta dal modo di vestire, o da come si lega i capelli o da come si fa la linea sugli occhi. Il peso degli anni trascorsi in carcere si vedevano tutti, perché lì il mondo non entrava".
Del resto, "l'unico specchio che le detenute avevano, portato dalle suore - in tutto l'istituto non c'erano specchi perché considerati pericolosi - una specchiera di una vecchia camera da letto, era nella sala giochi, dove loro si acconciavano i capelli. L'unico specchio in tutto l'istituto: in teoria non ci poteva stare, ma nessuno osava toccarlo".
Le ragazze di oggi, invece... Quindi, quando una donna aveva fatto vent'anni di cella, il mondo fuori era veramente rimasto fuori: "Lo è anche adesso - prosegue Gabriella Straffi - ma in modo diverso. Una ragazza di oggi che ha fatto dieci anni qui, è sempre perfetta nell'abbigliamento, progredisce, non si ferma. Quindi il primo impatto non fu gradevole; e quando il direttore mi disse (io ero vicedirettrice) che sarei andata nell'altra struttura, la casa di lavoro dove c'erano gli uomini, ricordo di aver fatto il ponte lungo quasi correndo: ero proprio felice di andare a lavorare da un'altra parte".
Non dire mai "qui comando io". Felice ma anche spaventata: "Non è facile, a 27-28 anni, entrare in un carcere e mettersi in gioco sempre, far vedere che sei in grado di comandare. Devi ingoiare tanto e non dire mai "qui comando io"; ma devi comandare. Adesso posso anche dirlo "qui comando io", allora no. Adesso, se lo dico, è per dire: "non voglio parlare più di tanto"; prima no, l'autorità me la dovevo guadagnare sul campo, soprattutto in un ambiente molto maschile, a parte le suore - che fino al '90 ebbero la gestione del carcere femminile, il comandante di reparto era la madre superiora - e le vigilatrici".
Triplo incarico? Non parli più con i detenuti. Da lì inizia una lunga storia, che vede la Straffi tornare al femminile come vicedirettrice per poi arrivare alla direzione contemporanea delle tre carceri veneziane (femminile, maschile di Santa Maria Maggiore e casa di lavoro) nel 1995. Un impegno pesante, tenuto fino al 2008: "Quando hai doppio o triplo incarico - ricorda - vedi le cose solo dall'alto: non hai approccio e colloquio con i detenuti, hai problemi prevalentemente organizzativi".
"Oggi sento il bisogno di staccare". Quindi, dal 2008 fino al pensionamento di questi giorni, "solo" la direzione del femminile alla Giudecca. E adesso, cosa mancherà a Gabriella Straffi del carcere? "Non lo so - dice qualche giorno prima di lasciare la direzione - faccio fatica a rispondere: è stato un impegno tanto forte e tanto difficile, ma so che voglio fare un taglio. È stata un'esperienza umana in certi momenti troppo intensa e oggi sento bisogno di una cesura. Io vengo a lavorare ancora oggi contenta al mattino; sfiancata alla sera, ma contenta al mattino. E so anche di avere tanta umanità attorno. Ma adesso voglio staccare la spina, anche se so che poi qualcosa mi mancherà".

 

 

 

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it