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Varese: in carcere col piumino

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di Barbara Zanetti

 

La Prealpina, 4 febbraio 2019

 

Temperature polari ai Miogni: parenti, detenuti e guardiani al gelo nella sala colloqui. "Abbiamo freddo". Di togliere il piumino o il cappotto, non ci pensano nemmeno. E non perché il luogo dove si trovano mette freddo nell'anima.

Perché i caloriferi non ci sono e quando ci sono funzionano poco e male. Sono comunque insufficienti per garantire un minimo di tepore in spazi nemmeno troppo grandi ma di certo poco accoglienti, sotto tutti i punti di vista.

Nel carcere dei Miogni, i detenuti hanno temperature accettabili nella sezione, cioè nelle celle e negli spazi che normalmente frequentano, da quando è stato rifatto l'impianto, anche se il caldo viene pesantemente raffreddato dagli infissi in ferro parecchio datati. Naturalmente non ci sono vetri nelle celle ma una sorta di plexiglass, sono state installate guarnizioni ed è stata posata una gran quantità di silicone per isolare le piccole finestre, ma con risultati poco efficaci. Il freddo, il freddo vero, viene invece affrontato quando i detenuti vanno nella sala colloqui.

Prima e dopo vengono perquisiti, la stanza dove avviene questa operazione d'obbligo è priva di riscaldamento. E tutta l'area è nelle stesse condizioni. Condizioni che vivono pure gli agenti (anche se cercano di correre ai ripari sotto le divise) ma soprattutto i visitatori, cioè i parenti e chi ottiene un permesso per scambiare due parole con il proprio caro o l'amico.

Le proteste hanno superato la stanza dei colloqui della casa circondariale. A rimanere in attesa intirizzite sono spesso mogli e compagne dei detenuti, in attesa di entrare nella sala colloqui, idem dopo aver varcato la soglia. Situazione analoga nella stanza del rilascio di permessi e pacchi. I caloriferi ci sono anche, ma o non funzionano o non sono sufficienti per garantire un clima accettabile, soprattutto dove vi sono ampi spazi, come nella sala colloqui. "La temperatura è almeno tre gradi sotto i 18", dicono le voci di protesta.

Anche gli agenti di polizia penitenziaria che operano a turno in quella parte del carcere sono costretti a stare in stanze dove è difficile non provare un brivido di freddo. Singolare che la stanza delle perquisizioni sia totalmente priva di caloriferi, mentre se gli agenti tentano di attaccare una stufetta nella sala del controllo visivo (durante appunto i colloqui), salta spesso la corrente.

Le lamentele sono state formalizzate dai sindacati dagli agenti della polizia penitenziaria anche durante l'ultimo incontro. La richiesta, ormai "sul tavolo" della direzione da anni, riguarda la possibilità di trasformare la block house, in sostanza la guardiola che sorge accanto al cancello di ingresso: esiste un condizionatore e non un impianto di riscaldamento vero e proprio, il tetto è piatto e in cemento, la temperatura inadeguata sia in estate sia in inverno. Soprattutto, in inverno. E poi quella guardiola dà le spalle alla strada e da sempre viene denunciata la pericolosità del lavoro e delle scarse possibilità di reale controllo da una simile postazione.

 

 

 



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