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Torino: l'ingegnere imam che insegna ai detenuti a non farsi conquistare dall'islam radicale

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di Maria Teresa Martinengo

 

La Stampa, 11 febbraio 2019

 

Da tre anni il venerdì entra in carcere per guidare la preghiera accreditato dal ministero. Due o tre volte al mese da tre anni, il venerdì, Walid Dannawi, vice presidente della moschea Omar di via Saluzzo, ingegnere elettrotecnico laureato al Politecnico, nell'ora di pranzo esce dall'azienda in cui lavora e raggiunge la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno per guidare la preghiera, accreditato dai ministeri della Giustizia e degli Interni.

Il progetto, in cui si alterna con altri imam, ha l'obiettivo di portare ai detenuti una visione dell'islam corretta, che contrasti con eventuali spinte radicali. Dannawi, è arrivato dal Libano nel 1984, ha un figlio laureando e una figlia studentessa, entrambi al Poli, la moglie, siriana, è mediatrice di lingua araba alla Città della Salute.

"A Torino volevo fermarmi solo il tempo di laurearmi e per cinque anni non ho fatto altro che studiare. Appena laureato, il lavoro mi ha rincorso, nel vero senso della parola". L'ingegnere si è fermato ed è poi diventato anche punto di riferimento della comunità. "In carcere il lavoro da fare sarebbe infinito: i detenuti sono in media quattrocento, un terzo della popolazione, con pene lunghe o passaggi di pochi giorni. I reati che hanno commesso sono molto diversi, ma tutti avrebbero bisogno di essere seguiti", racconta Dannawi.

"So che quelli ritenuti a rischio di radicalizzazione sono pochissimi, due, tre. La religione è un buono strumento per la riabilitazione e la nostra si basa molto sull'educazione. Un versetto del Corano dice che il buon comportamento nei confronti del prossimo è essenziale. Le preghiere nell'Islam sono numerose, ma se dal pregare non esce niente nel comportamento, è come non farle. Nel sermone noi puntiamo proprio su questi concetti. Spesso parliamo della droga, con gli scippi la ragione più frequente di detenzione, insistiamo sul fatto che è esplicitamente vietata nella religione islamica".

L'ingegner Dannawi si sta specializzando: "Seguo dei corsi di formazione. Di recente sono stato a Brescia per una giornata in cui è stato coinvolto un integralista pentito venuto dall'Inghilterra, uno che aveva incontrato gente dell'Isis". L'amministrazione carceraria a Torino crede molto a questo strumento di educazione.

"Ma i mezzi sono pochi. Finché vado io, che ho un lavoro, nel mio tempo libero, va bene. Ma se devo mandare una persona dedicata, e ne servirebbe più d'una, bisogna pagarla. Servirebbero risorse economiche, nemmeno molte. Ho visto esperienze in altri Paesi. In Belgio ci sono persone pagate dallo stato che vanno in carcere e ci restano otto ore, sono indicate dalla comunità hanno solide conoscenze religiose".

Con l'amministrazione è stato concordato di diffondere tra i detenuti la possibilità di ottenere dei colloqui privati. "Non so quanto sia stata pubblicizzata davvero questa opportunità. Qualche volta vado a fare un colloquio dopo il lavoro, mi è permesso entrare fino all'ora di cena. In molti cercano soprattutto di parlare alla fine della preghiera del venerdì, anche se in quel momento non è possibile fermarsi a lungo. Noi non andiamo a cercare le persone, l'idea è essere a disposizione di chi ha bisogno. I detenuti chiedono piccole cose, un aiuto per poter fare una telefonata ai parenti, chiedono un tappetino per la preghiera. Noi non siamo in grado di dare aiuti economici, se non in casi rarissimi. Molti sono soli, non hanno famiglia, genitori, in grande maggioranza sono giovani ma c'è chi ha 50, 60 anni". Nei colloqui, Dannawi incontra persone con storie e difficoltà diverse.

"Il detenuto straniero spesso non sa perché è stato portato in carcere, non comprende il suo reato. Il maltrattamento, per esempio: in molti Paesi non è reato, stessa cosa per lo stupro all'interno del matrimonio, obbligare la moglie ad avere rapporti sessuali. Neppure qui anni fa era reato, ma la religione islamica su questi aspetti è molto precisa: non si può.

Ma altra cosa sono le abitudini. Gli agenti non lo percepiscono, sono spesso arrabbiati, è un ambiente difficile. Poi c'è il problema della comunicazione. Bisognerebbe spiegare molte cose ai detenuti. Il direttore Minervini e il comandante hanno una visione molto aperta, il loro obiettivo è certamente di recuperare le persone. Il problema sono i pochi mezzi a disposizione".

 

 

 

 

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