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Torino: la Caritas apre un centro d'ascolto nel carcere

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di Federica Bello

 

Avvenire, 11 aprile 2019

 

Ogni quindici giorni otto volontari incontreranno i detenuti per aiutarli su più fronti: dal reinserimento lavorativo, alla gestione delle problematiche familiari. Il centro d'ascolto "Le due tuniche" con cui la Caritas di Torino affronta quotidianamente le fatiche di giovani e anziani, singoli e famiglie si allarga.

Apre un nuovo spazio là da dove chi è in difficoltà non può uscire per presentare richieste e problemi: tra le mura del carcere del capoluogo piemontese Lorusso e Cutugno. È il risultato di un accordo che nei giorni scorsi è stato ufficialmente presentato dal direttore della Caritas diocesana, Pierluigi Dovis, e dal direttore dell'istituto penitenziario Domenico Minervini.

Un accordo che sotto il nome di progetto "Saf" (Servizio di ascolto fraterno) prevede che a cadenza quindicinale 8 volontari Caritas si "trasferiscano" dal Centro d'ascolto diocesano "Le due tuniche" in carcere per incontrare i detenuti e avviare azioni di aiuto su più fronti: dalla casa, al reinserimento lavorativo, alla gestione delle problematiche familiari. Un nuovo servizio della Caritas che si affianca a quello ordinario dei volontari penitenziari e della cappellania e che è stato formalizzato in un protocollo con durata annuale. L'accordo istituzionalizza dunque l'attenzione che già da tempo la Caritas diocesana ha verso "quella porzione di città", ha ricordato Dovis illustrando il servizio, "che non deve essere mai esclusa".

Un ascolto che già da tempo la Caritas offriva ai detenuti, da gennaio 2017 a marzo di quest'anno sono state infatti accompagnate dai volontari Caritas 150 persone: con 50 di loro si sono realizzati avviamenti lavorativi, di cui 13 durante ultimo anno, e una decina gli inserimenti abitativi, oltre 30 gli inserimenti in attività stabili di volontariato.

Tre gli obiettivi del "Saf": facilitare la vita del detenuto attraverso il colloquio, l'ascolto, il disbrigo di alcune pratiche amministrative, la realizzazione di attività di socializzazione extra carcerarie; mettere in rete le risorse cui Caritas diocesana normalmente accede, aumentando le possibilità di reinserimento nel tessuto di riferimento dei detenuti; collaborare - senza sovrapporsi - con le diverse figure professionali presenti nell'istituto, con la cappellania, con il volontariato intra-carcerario ed eventualmente coinvolgendo persone ed enti esterni di riferimento a sostegno della persona detenuta.

"All'interno del carcere", ha sottolineato il direttore Minervini esprimendo il proprio ringraziamento alla Caritas, "ci sono persone in estrema difficoltà, persone che nell'espiare la pena devono essere sostenute in un'ottica di reinserimento.

Altrimenti ci troviamo poi a considerare il dato della percentuale di recidiva - che si attesta intorno al 70% - con preoccupazione. Con la Caritas possiamo far capire ai carcerati che ci sono strade percorribili, che non sono le scorciatoie in cui tanti sono caduti, e che si posso avviare già nel tempo della detenzione".

 

 

 

 

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