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Togliere i figli ai mafiosi

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di Silvia Ricciardi e Vincenzo Morgera*

 

La Repubblica, 24 aprile 2018

 

Il dibattito che si è aperto sull'ipotesi di togliere i figli ai mafiosi sta assumendo, anche per l'autorevolezza delle persone coinvolte, toni che non consentono di rimanere neutrali. Per esperienza sappiamo che chi porta avanti idee diverse da quelle dominanti è nel migliore dei casi compatito. Nel peggiore sospettato di malafede o considerato pericoloso.

Portiamo ancora i segni della discriminazione subita quando abbiamo proposto alla Regione Campania di prendere in considerazione la possibilità di prevedere dei servizi d'accoglienza specialistici per i minori dell'area penale. Siamo stati trattati come quelli che volevano riaprire i riformatori e le classi differenziate.

Viviamo in un territorio dove la politica e la burocrazia prescindono generalmente dal buonsenso. Tornando alla nostra questione è quello che sta succedendo nei confronti di chi crede nell'iniziativa intrapresa dal Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria che per tutelare i minori sospende la patria podestà ai mafiosi.

Un provvedimento che apre una strada che consente a questi ragazzi di vedere il mondo, la società dove vivono con una percezione nuova e diversa. Chiaramente ognuno è libero di pensarla come vuole, eppure esiste un "minimo sindacale" di realtà che non può essere omesso da nessuno. Per cercare di capirci qualcosa sarebbe utile chiedersi: lasciare un minore in contesti altamente a rischio dove la famiglia, i genitori sono portatori di modelli e valori mafiosi è cosa giusta in una società civile?

Devono essere abbandonati al loro destino? Forse queste domande sono un dettaglio che non toglie il sonno a nessuno. Il buon senso ci consiglia che è un dovere di tutti noi offrire a questi ragazzi educati alla violenza, alla sopraffazione, in un continuo conflitto con la giustizia una opportunità di vita diversa da quella dei propri genitori, altrimenti siamo tutti colpevoli. E certamente non ci assolve sapere che lo Stato, come affermato da qualcuno in questo dibattito, non fa il proprio dovere. Bisognerebbe ricordarsi che la nostra bellissima Costituzione enuncia tanti diritti: scuola, lavoro, sanità, eguaglianza, ma sempre più spesso i cittadini debbono rivendicarli perché non li trovano.

La verità è che ancora una volta la questione si sta ideologizzando: i figli non si tolgono alle famiglie, tutti possono rivendicare questo diritto, anche i mafiosi e camorristi. Se enfatizziamo la famiglia anche quando è disfunzionale come quella dei mafiosi, se la facciamo diventare un dogma che non si può toccare, commettiamo un imperdonabile errore. Un abbaglio purtroppo fortemente diffuso, figlio di pregiudizi e di una posizione troppo di parte. I figli non sono una proprietà privata e hanno il diritto, e lo Stato il dovere di offrirgliela, ad una vita normale invertendo un destino per molti aspetti già scritto.

Quello che c'è da fare è offrire alle prime vittime della mafia che sono i propri figli un esperienza educativa-affettiva-emotiva in grado di ricomporre il trauma, la ferita che irrimediabilmente si crea nel minore che viene portato via dalla sua famiglia. È qui il punto debole che ci trova impreparati. L'errore è che si pensa che si possono fare interventi sociali così complessi senza soldi, a costo zero.

Ci vogliono investimenti economici e risorse umane altamente qualificate. I continui tagli e la precarietà stanno rendendo difficile mantenere servizi decenti in tutti gli ambiti del welfare, figuriamoci se si possono, in queste condizioni, ipotizzare servizi di alta qualità per minori strappati alle famiglie mafiose. La presa in carica di questi ragazzi richiede professionalità e competenze sostanziali in ambito psicologico, sociale, educativo, relazionale in grado di ricostruire personalità contagiate dalla violenza e dall'illegalità.

Parliamo di personalità che la cronaca quotidiana descrive disponibili a tutte le occasioni che gli vengono offerte per affermarsi, anche calpestando gli altri pur di affermare la propria supremazia. Infatti in famiglia imparano presto come ricoprire un ruolo di prestigio, di potere diventando bravi a gestire una piazza di spaccio o addirittura a trasformarsi in killer spietati. Non possiamo lasciare questi figli in ostaggio alle loro famiglie.

Quindi, in assenza di alternative percorribili per recuperare e tutelare i "figli delle mafie" bisogna partire da quello che abbiamo; e attualmente abbiamo, con tutte le debolezze del caso, l'esperienza del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria. Una esperienza sulla quale avviare una riflessione scevra da condizionamenti e pregiudizi iniziando a studiare i protocolli operativi, il metodo utilizzato e verificare la sua replicabilità.

Contemporaneamente devono essere riconosciuti ai suoi promotori quel coraggio e quella onestà che hanno consentito di intraprendere una strada irta di difficoltà ma con il solo intento di riportare al centro dell'attenzione i bambini, minori vittime di una vita negata.

 

*Gli autori sono i fondatori della Associazione Jonathan Onlus

 

 

 

 

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