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Terni: finalmente lo mandano ai domiciliari, ma le sue condizioni sono gravissime

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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 11 luglio 2018

 

Ha un piede incancrenito a causa del diabete non curato, una cirrosi epatica e, come se non bastasse, ha saputo di avere due noduli alla gola. Ora è ai domiciliari, ma dopo tre anni che non riusciva più ad alzarsi dal letto della sua cella, nel carcere di Terni. La notte fa fatica a respirare, non dorme, e deve necessariamente affacciarsi al balcone di casa per respirare meglio.

Un caso segnalato a Rita Bernardini, coordinatrice della Presidenza del Partito Radicale. Tratto agli arresti fin dal 1999, prima al carcere di Secondigliano che - a detta sua - era assistito giornalmente, poi il trasferimento a Terni e lì sarebbe iniziato il suo calvario. Sarebbe stato curato esclusivamente con forti dose di cortisone per alleviare i suoi dolori lombari. Una denuncia forte, che se fosse confermata, mette in luce la criticità dell'assistenza sanitaria in carcere che avrebbe peggiorato le sue condizioni di salute.

Dice che stava malissimo e per attirare l'attenzione degli infermieri, si sarebbe provocato dei tagli. Ma non solo, ha anche tentato di impiccarsi per farla finita e mettere fine alla sua sofferenza. Ora il magistrato di sorveglianza Fabio Gianfilippi gli ha concesso i domiciliari per incompatibilità con il carcere, anche per permettersi di curarsi. Nonostante ciò, è difficile ugualmente curarsi, perché a causa della perdita di sensibilità della gamba non può sportarsi per recarsi in ospedale. I tempi di attesa, si sa, sono lunghi e la prima visita sarà a settembre.

I domiciliari sono stati concessi per sei mesi, rinnovabili nel caso sussistono le gravi condizioni fisiche. È distrutto il detenuto, sa che ora è difficile curarsi visto le patologie che sarebbero state trascurate in carcere. Ma la denuncia si estende anche agli altri.

Dice che il suo ex compagno di cella è in altrettanti gravi condizioni di salute: avrebbe dei problemi alle ossa e ha un grande bisogno di curarsi. Anche lui sarebbe tentato di finirla con la vita. La sofferenza è forte. Saranno gli esponenti del Partito Radicale con Rita Bernardini, Sergio D'Elia e Elisabetta Zamparutti, a visitare sabato prossimo tutto il carcere per verificare - nel dettaglio - anche l'aspetto sanitario.

Ed è proprio la sanità in carcere, una delle criticità maggiori riscontrare nelle patrie galere. Basti pensare che proprio l'altro ieri sono stati rinviati a giudizio tre medici del carcere per il decesso di Agostino Taddeo, 59 anni, avvenuta nell'ottobre del 2016. La vittima stava scontando una condanna a tre anni nel carcere di Benevento, diventata definitiva, che gli era stata inflitta per reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Accusava dolori nella zona sinistra del torace ed intercostali che aumentavano con il respiro, il 6 ottobre era stato trasportato in ambulanza al Rummo, dove era stato sottoposto ad alcuni accertamenti e gli era stata praticata un'angioplastica coronarica per un infarto del miocardio.

Era stato successivamente trasferito nel reparto di rianimazione, dove, a distanza di alcuni giorni, il suo cuore si era fermato per sempre. La salma era stata sequestrata all'epoca su ordine del pm Iolanda Gaudino, titolare di un'indagine inizialmente contro ignoti. Il medico legale, la dottoressa Monica Fonzo, aveva eseguito l'autopsia, ravvisando elementi di presunta responsabilità a carico dei dottori in servizio presso il carcere e non di quelli del Rummo. Di qui il coinvolgimento dei tre medici della struttura detentiva, chiamati in causa per omicidio colposo. Sono i medici che lo avevano visitato dal 3 al 5 ottobre del 2016.

In base a una convenzione con l'Asl, operano presso la casa circondariale di contrada Capodimonte, e, sostiene il sostituto procuratore Miriam Lapalorcia, che ne ha chiesto il rinvio a giudizio, non avrebbero diagnosticato in tempo, né avrebbero ordinato il suo trasferimento d'urgenza in ospedale, il problema che affliggeva il detenuto. Al di là dell'eventuale responsabilità, questo è uno dei tanti casi di malasanità in carcere. Problema che sarebbe stato risolto, almeno in parte, attraverso una profonda riforma dell'ordinamento penitenziario. Ma è naufragata nel nulla.

 

 

 



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