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Tanzania. Caccia ai diritti umani nella terra dei safari

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di Antonella Napoli

 

Left, 11 gennaio 2019

 

Una task-force governativa è stata sguinzagliata su tutto il territorio per arrestare le persone che hanno un orientamento sessuale sgradito al regime. E nel mirino del presidente Magufuli ci sono anche giornalisti e partiti d'opposizione.

Il volto della Tanzania nell'immaginario collettivo è quello di un Paese bellissimo, benedetto da una miriade di meraviglie naturali, dalle famose pianure del Serengeti, alle montagne vulcaniche esposte alle intemperie, tra cui il Kilimangiaro, la più alta dell'Africa, e Ngorongoro, cratere dallo straordinario impatto scenico, fino alla paradisiaca isola di Zanzibar.

Ciò che non conosciamo è l'inferno che vive una parte della popolazione a cui sono negati i più basilari diritti umani e civili. "Non abbiamo cifre e notizie certe sulla situazione delle persone omosessuali perseguitate ma è in atto una serie di arresti. Di alcuni attivisti non sappiamo più nulla da settimane". I a voce di Fatuma Namoko è quasi un sussurro. Chiacchieriamo sedute a un tavolino del Kibo Palace di Arusha, frequentato solo da occidentali.

Eppure non si sente sicura. "Tutti noi impegnati nella campagna in difesa della comunità Lgbti siamo in pericolo. La repressione si estende anche oltre il mare. A Zanzibar la polizia ha fatto irruzione in una casa privata dove si festeggiava un matrimonio gay e una decina di invitati sono stati fermati e sottoposti a schedatura. Da novembre è iniziata una caccia alle streghe". Esile, viso da modella di un ebano intenso, senza imperfezioni, Fatuma scopre i suoi bianchissimi denti con un sorriso che illumina il suo volto solo quando parla della compagna.

"Ho conosciuto Henriette quattro anni fa. Lei era in vacanza. È grazie a lei che sono rinata. Mio padre mi aveva data in moglie a un uomo più vecchio di me di 40 anni. Avevo 13 anni. Mi ha lasciata vedova a 20. Non potevo avere figli, lui mi picchiava per questo. Mi ha rotto una gamba, da allora zoppico. Dopo di lui non ho voluto più sposarmi. Non volevo più essere toccata da un uomo. Ma ho paura... non per me, per lei. Le ho chiesto di tornare in Francia ma senza di me non vuole partire. E io non posso lasciare il mio Paese, non ora che c'è più bisogno di difendere i diritti della comunità Lgbti di cui sono portavoce".

Nel rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani nel mondo Amnesty International denuncia la deriva censoria del governo tanzaniano, accusato di alimentare la discriminazione legata al genere e all'orientamento sessuale. Negli ultimi anni si è innescato un vero e proprio giro di vite nei confronti dei gay con perquisizioni nelle sedi delle organizzazioni che si occupano di informare su questioni relative alla salute, la sospensione della fornitura di servizi a chi è affetto da Hiv-Aids, la chiusura di strutture di supporto psicologico e sanitarie e la minaccia di togliere le autorizzazioni alle ong che danno loro assistenza.

Nell'ottobre 2017, 13 attivisti per i diritti umani e il diritto alle cure mediche sono stati arrestati per "promozione dell'omosessualità". È stato solo l'inizio di una escalation di repressioni. "Dal 5 novembre sono partite ufficialmente le attività della task-force del governo della Tanzania per identificare e arrestare persone che sono gay o semplicemente vengono percepite tali", racconta Seif Magango, direttore per l'Africa Orientale, la Regione dei Grandi laghi e il Corno d'Africa di Amnesty.

"Di questo organo governativo fanno parte funzionari dell'authority per le Comunicazioni, agenti di polizia e anche giornalisti. I cittadini sono stati invitati a fare segnalazioni". L'organizzazione internazionale ha da subito condannato la decisione del governo guidato dal presidente John Magufuli, che tra i provvedimenti da lui emanati annovera anche leggi che hanno determinato la restrizione dei diritti della società civile, tra cui l'esclusione dalla frequenza scolare delle ragazze incinte.

Nonostante i richiami delle ong e le posizioni espresse da istituzioni e Paesi occidentali, Magufuli continua con parole e azioni a incitare all'odio nei confronti della comunità Lgbti che già vive ai margini della società ed è costantemente vittima di attacchi e intimidazioni. La Costituzione tanzaniana, che risale al periodo coloniale, e le leggi del Paese vietano le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso. E nulla è destinato a cambiare, se non in peggio. Non solo per i diritti dei gay. Il Parlamento sta per approvare una le e che renderà l'attivismo politico un crimine. Il forte contrasto delle opposizioni, che hanno lanciato un appello alla comunità internazionale affinché interceda per impedire che si arrivi all'ok definitivo di questo provvedimento liberticida, non sembra in grado di fermare l'iter del provvedimento.

Capofila della protesta è il leader di uno dei dieci partiti di minoranza, Hashim Rungwe, presidente di Chama cha Ukombozi wa Umma (Chauma), formazione liberale, il quale non esita a definire autoritaria la svolta di Magufuli.

"Stiamo attraversando i momenti più diflìcil i, politicamente, dal ripristino della democrazia multipartitica nel Paese - afferma con voce profonda e ferma L'attuale amministrazione non è riuscita a seguire le orme di quelle precedenti per quanto riguarda l'apertura dello spazio politico. Gli ex presidenti, Benjamin Mkapa e Jakaya Kikwete hanno rispettato la Costituzione multipartitica del Paese ed erano orgogliosi di vedere la democrazia prosperare nel Paese. Questo presidente sta facendo di tutto per ridurla. Vuole eliminare i diritti previsti dalle leggi in vigore".

Tutti i partiti di opposizione in Tanzania si sono schierati contro le proposte di emendamento che "disciplinerebbero" le formazioni politiche limitandone le loro attività. Norme che ridurranno le libertà costituzionali, che prevedono multe salate e il carcere per chi le contravviene. La nuova legge vieta sostanzialmente ai partiti di funzionare come gruppi "attivisti" e introduce la figura di un "vigilante" governativo, dotato di ampi poteri che gli consentiranno di sospendere o licenziare un membro della formazione politica e esercitare una certa influenza sulle elezioni interne allo stesso partito.

Salito al potere nel 2015, Magufuli oltre a perseguire la comunità Lgbti è determinato a portare avanti una dura repressione del dissenso, con restrizioni sull'opposizione politica, i media, i blogger e le organizzazioni non governative. E nessuno sembra in grado di fermarlo. Le restrizioni alla libertà di informazione riguardano anche la stampa internazionale.

Come dimostrano gli arresti lo scorso novembre di una giornalista sudafricana e un collega keniota, membri dello staff del Committee to Protect Journalists. Angela Quintal, coordinatrice del programma Africa del Cpj e Muthoki Mumo, rappresentante della stessa organizzazione per l'Africa sub-sahariana, erano in missione in Tanzania per raccogliere dati sullo stato della libertà di informazione.

Sono stati prelevati dal loro hotel e portati in una località sconosciuta di Dar es Salaam, dopo aver assistito alla perquisizione delle loro cose, il sequestro di documenti e dei loro passaporti. Dopo 24 ore di interrogatori sono stati rilasciati e costretti a lasciare la Tanzania con un decreto di espulsione che ne vieta il rientro nel Paese. Per sempre. La Tanzania non è un Paese neanche per giornalisti.

 

 

 



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