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Suicidi, sovraffollamenti, pseudo-riforma. L'Annus Horribilis nelle carceri italiane

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di Valter Vecellio

 

lindro.it, 5 gennaio 2019

 

È un record per nulla lusinghiero: il 30 novembre scorso l'Italia ha superato la soglia delle 60 mila presenze nei 206 istituti di pena italiani. Non accadeva dal 2013: quell'anno la Corte europea con la sentenza sul caso di Mino Torreggiani condanna l'Italia perché stipa i detenuti violando il principio della dignità umana, e impone il varo di provvedimenti urgenti contro il sovraffollamento. Tanti reclusi ottengono risarcimenti dallo Stato per essere stati detenuti in celle di un paio di due metri quadri. Le statistiche del Ministero della Giustizia informano che il 30 novembre in carcere si contavano 60.002 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare (3 metri quadrati per singolo detenuto) di 50.583. Dunque, ci sono circa diecimila detenuti oltre la capienza regolamentare; un tasso di affollamento del 118,6 per cento. La regione più affollata è la Puglia: 161 per cento; segue la Lombardia (137 per cento). Negli istituti penitenziari di Taranto, Brescia e Como, si supera la soglia del 200 per cento.

"L'indirizzo dell'attuale governo", a giudizio di Patrizio Gonnella, presidente dell'Associazione Antigone che da sempre si occupa di queste problematiche, "sembra quello di costruire nuovi istituti di pena. Costruire un carcere di 250 posti costa tuttavia circa 25 milioni di euro. Ciò significa che ad oggi servirebbero circa 40 nuovi istituti di medie dimensioni per una spesa complessiva di 1 miliardo di euro, senza contare che il numero dei detenuti dal 2014 ad oggi ha registrato una costante crescita e nemmeno questa spesa dunque basterà. Servirebbe inoltre più personale, più risorse, e ci vorrebbe comunque molto tempo". Risorse a parte (che non ci sono), non è possibile attendere tutto questo tempo. Che fare, dunque? "Quello che si potrebbe fare subito è investire nelle misure alternative alla detenzione. Sono circa un terzo le persone recluse che potrebbero beneficiarne e finire di scontare la propria pena in una misura di comunità. Inoltre andrebbe riposta al centro della discussione pubblica la questione droghe. Circa il 34 per cento dei detenuti è in carcere per aver violato le leggi in materia, un numero esorbitante per un fenomeno che andrebbe regolato e gestito diversamente".

Aumentati i detenuti che nel 2018 si sono tolti la vita: 63. Il primo il 14 gennaio nel carcere di Cagliari; l'ultimo il 22 dicembre in quello di Trento. Era dal 2011 che non se ne registravano così tanti. Antigone ha promosso una proposta di legge per prevenire i suicidi in carcere. Si articola in tre punti: maggiore accesso alle telefonate, maggiore possibilità di passare momenti con i propri famigliari, inclusa l'opportunità di avere rapporti sessuali con le proprie compagne o con i propri compagni, una notevole diminuzione dell'utilizzo dell'isolamento. "La prevenzione dei suicidi", dice Gonnella, "ha a che fare con la qualità della vita interna, con la condizione di solitudine, con l'isolamento e con i legami affettivi all'esterno. Il carcere deve riprodurre la vita normale. Nella vita normale si incontrano persone, si hanno rapporti affettivi ed intimi, si telefona, si parla, non si sta mai soli per troppo tempo. Abbiamo inviato questa proposta ai parlamentari e a gennaio incontreremo alcuni di loro affinché arrivi presto in Parlamento".

La cosiddetta riforma dell'ordinamento penitenziario - Il precedente Governo aveva convocato gli Stati Generali dell'Esecuzione Penale; vi hanno partecipato "addetti ai lavori" ed esperti che hanno dato significativi e positivi contributi. Gran parte delle indicazioni uscite da quella consultazione sono state disattese, in particolare proprio sulle misure alternative alla detenzione. Nel corso del 2018 sono state effettuate, da esponenti del Partito Radicale e da associazioni che si occupano della tutela dei diritti civili e umani, centinaia di "ispezioni" negli istituti penitenziari. In almeno il 20 per cento dei casi si è rilevato che nelle celle i detenuti hanno a disposizione meno di tre metri quadrati ciascuno previsti dalla legge. Il 36 per cento degli istituti visitati risultano privi di acqua calda; il 56 per cento è privo di doccia.

Si continua a registrare carenza di personale - Negli istituti visitati c'è in media un educatore ogni 80 detenuti ed un agente di polizia penitenziaria ogni 1,8 detenuti. In alcune realtà si arriva a 3,8 detenuti per ogni agente (Reggio Calabria "Arghillà"); a 206 detenuti per ogni educatore (Taranto). Tra i pochissimi politici che si occupano con sistematicità e competenza delle questioni relative al carcere e alla mala-giustizia, l'esponente radicale Rita Bernardini. Anche quest'anno, come da anni, ha trascorso il Natale e il Capodanno in carcere, assieme a detenuti, agenti di custodia, volontari. Quest'anno in particolare, dice, "con l'animo di chi sa che va in visita ad una comunità ferita che rischia di perdere definitivamente la speranza nella Costituzione. Gli indicatori più espliciti di questa sofferenza sono le morti e i suicidi che si verificano in carcere. Quest'anno abbiamo raggiunto i livelli di dieci anni fa. Anche fra gli agenti l'esasperazione è tanta: in 73 si sono suicidati negli ultimi dieci anni, per lo più con l'arma di ordinanza".

Bernardini fa sapere che il Partito Radicale invierà a breve, al Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, un dossier tradotto, aggiornato e firmato, oltre che dal Partito Radicale, anche dall'Unione delle Camere Penali. Un lavoro che il professor Glauco Giostra definisce "un documento rigoroso ed eloquentissimo (per chi vuol capire)"; e confortato dal giudizio del professor Tullio Padovani: "Ho letto il dossier, che rappresenta un ulteriore esempio di ciò che per i Radicali significa agire politico: concreto, rigoroso, documentato, incalzante. La vergogna denudata, resa vera senza scampo. Vedremo se e come cercheranno di sottrarsi alla forza delle cose. Battersi incessantemente affinché i diritti (almeno quelli elementari!) siano rispettati, credo anch'io sia l'unico modo non solo per evidenziare pragmaticamente le contraddizioni strutturali dell'istituzione, ma soprattutto per alleviare la crudeltà efferata di una pena abominevole".

 

 

 



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