Martedì 22 Gennaio 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Straniero il 33% dei detenuti, misure alternative per pochi

PDF Stampa
Condividi

di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 4 gennaio 2019

 

La nazionalità più diffusa è la marocchina, seguita dai rumeni. Per i rimpatri è necessario rispettare la Convenzione di Strasburgo e la legge sul delitto di tortura, oltre alle difficoltà di trovare accordi con i paesi d'origine.

Sono tanti gli stranieri ristretti nelle nostre carceri e, nel caso fosse vero, perché? Qualche tempo fa il Censis aveva fotografato, nel suo rapporto annuale, un'Italia in cui domina la paura: del futuro e del diverso. Secondo il 75% dei nostri connazionali infatti l'immigrazione farebbe aumentare la criminalità. Ma analizzando i dati rilasciati dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria si può notare che, al 31 novembre 2018, la presenza di detenuti stranieri nelle nostre carceri è di 20.306 unità.

Questo significa che il 67% dei detenuti è di nazionalità italiana. Tra gli stranieri, che quindi compongono circa il 33% del totale, la nazionalità più diffusa è quella marocchina con il 18,3% dei detenuti. Al secondo posto in percentuale ci sono le persone detenute provenienti dalla Romania (12,7%), dall'Albania (12,7%), con la Tunisia a chiudere il cerchio delle percentuali a doppia cifra (10,3%). Il numero, quindi, non è altissimo da far creare inutili allarmismi, ma nemmeno irrilevante. Però ci sono da fare delle osservazioni. Innanzitutto, nei confronti degli stranieri si usa in misura maggiore la custodia cautelare, cioè il carcere prima della conclusione del processo.

Tra i detenuti in attesa di giudizio - secondo l'ultimo rapporto di Antigone riferito a luglio scorso - gli stranieri sono il 37,7 per cento (3.640 individui), mentre tra quelli condannati in via definitiva la percentuale scende al 31,6 per cento. Chi è straniero ha insomma maggiore difficoltà ad accedere a misure alternative al carcere.

Ma è possibile, come si propone da più parti, risolvere il "problema" rimandando i detenuti stranieri nei loro paesi di origine? La prima difficoltà è che la questione del trasferimento dei detenuti stranieri è regolamentata dalla Convenzione di Strasburgo del 1983, entrata in vigore in Italia sei anni più tardi 1989.

All'articolo 3, la Convenzione - sottoscritta solo da alcuni Paesi - afferma che una persona può essere trasferita solo in specifiche condizioni. Per esempio, la sentenza di condanna deve essere per almeno sei mesi di reclusione e definitiva, e il condannato deve acconsentire al trasferimento. Inoltre, la legge sull'introduzione del delitto di tortura del 14 luglio 2017 impedisce di estradare una persona quando ci sono motivi fondati di ritenere che essa rischia di essere sottoposta a tortura. Come sottolineato dal rapporto dell'Associazione Antigone, "almeno 806 detenuti non dovrebbero essere trasferiti nei loro Paesi di origine e hanno diritto a restare in Italia. 217 vengono dalla Libia, 37 dal Sudan e 642 dall'Egitto".

La seconda difficoltà nei rimpatri riguarda la necessità di trovare accordi con i Paesi di origine e se un accordo si trova, non è detto che sia proficuo. Abbiamo l'esempio dell'accordo dell'Inghilterra sottoscritto nel 2014 con la Nigeria: a un impatto stimato di riduzione dell' 1 per cento sulla popolazione carceraria straniera nel Regno Unito. Gli altri accordi britannici con Paesi extra- Ue non hanno dato esiti migliori: da inizio 2016 a settembre 2016, il totale dei detenuti trasferiti all'estero dal Regno Unito, ammontava a 18 individui. Di questi, diciassette sono stati rimandati in Albania e uno in Nigeria.

 

 

 



06


06

 

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it