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Strage di Bologna, piste e fantasmi

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di Beppe Boni

 

Il Resto del Carlino, 7 febbraio 2019

 

Mentre gli anni passano la notte della Repubblica si infittisce allontanandosi nel tempo e nella storia, sfumando volti e nomi di vittime e protagonisti dell'epopea terroristica. Ma a Bologna le fiammate di ricordi riemergono nel processo bis (dopo le condanne di Valeria Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini) con solitario imputato Gilberto Cavallini, anche lui ex militante della destra eversiva dei Nar.

A 39 anni dalla strage della stazione riappaiono fantasmi già visti e messi da parte, come il possibile quarto uomo, e rivoli di indagine che portano alla riesumazione dei resti di Maria Fresu, una delle 85 vittime, quella più vicina all'esplosione. Servirà?

La fragile speranza e che le analisi sui brandelli del corpo, attraverso le tecniche sofisticate di oggi, rivelino qualcosa in più sul tipo di esplosivo e sulla genetica del corpo che si presume della Fresu. O del possibile quarto uomo della strage, ipoteticamente sbriciolato dall'esplosione ma della cui presenza non c'è prova. Difficilmente la perizia su questi elementi porterà altra luce sulle indagini. Troppa acqua è passata sotto i ponti.

Eppure è comprensibile che ogni aspetto riletto con la sensibilità di altri giudici vada esplorato. Non sempre è stato così, pero, in questa strage mai del tutto chiarita nella sua ideazione, nei mandanti, nella motivazione e nella dinamica. Troppe ombre e misteri hanno ballato nei decenni intorno alle 10.25 del 2 agosto, ora dell'Apocalisse.

Poi ancora depistaggi, forzature politiche e cose non fatte che non hanno mantenuto sereno l'alternarsi di indagini e processi. Perché allora tirare in ballo il corpo della. povera Fresu e non interrogare in aula Carlos lo sciacallo, già evocato per la pista palestinese archiviata nell'indagine bis?

Perché non scavare più a fondo sulla presenza a Bologna nel giorni della strage di Thomas Krain e Margot Frolich, campioni del terrorismo internazionale vicini ai palestinesi? Tutto fatto, dicono i giudici, con zero risultati. Sarà anche vero, ma la percezione è che la pista non sia stata percorsa con convinzione.

Restano sullo sfondo dell'"altra verità" anche i messaggi da Beirut (1980) dei nostri servizi segreti che segnalavano, da fonti palestinesi, attentati in Italia. Di lì a poco seguirono il disastro di Ustica e la strage di Bologna. Ma i documenti sono coperti dal segreto di Stato.

 

 

 

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