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Stati Uniti. La riabilitazione dei detenuti diventa virtuale

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di Eugenio Giannetta

 

Avvenire, 18 luglio 2017

 

Dagli Stati Uniti arriva una nuova sperimentazione: esperti a confronto. Il futuro della realtà carceraria passerà dalla realtà virtuale? Potrebbe, ma al centro resta sempre l'uomo e la sua volontà o meno di intraprendere un tragitto di cambiamento e riabilitazione, oltre che di ritorno alla società. Fermo restando il percorso correttivo nelle sue forme tradizionali, sviluppato attraverso il lavoro o le attività di socialità e responsabilizzazione, una startup americana ha recentemente investito nello sviluppo del virtuale all'interno degli istituti di detenzione. Va da sé che il caso americano è differente da quello del resto del mondo, in particolare se si guarda al sistema italiano.
La creatura di Raji Wahidy, Virtual rehab (da rehabilitation, riabilitazione), si concentra su istruzione, formazione, riabilitazione psicologica e riabilitazione correttiva. Commenta Mauro Palma, garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale: "Sono positivo riguardo l'utilizzo di tecnologie, un po' meno sull'esportazione di un metodo nato nel riabilitativo medicale applicato a contesti diversi. Il medicale si rivolge a soggetti che hanno il desiderio di riabilitarsi, mentre nel caso della detenzione il nodo centrale è far acquisire questo desiderio come forma di cambiamento".
Palma è poi cauto sulla possibilità che lo strumento possa prospettarsi in Italia: "La nostra gestione del carcere e della pena è molto diffidente. Abbiamo istituti in cui è raro anche l'utilizzo di Sky-pe per mettere i detenuti in comunicazione con la famiglia. Vediamo ancora la tecnologia non tanto come supporto e aiuto, ma come concessione fatta sotto forma di beneficio. L'unico utilizzo reale della tecnologia è nella sorveglianza". Relativamente alle tematiche cardine della riabilitazione virtuale, inoltre, Palma esprime perplessità in particolare sull'utilizzo del termine "correzione": "Lo sostituirei con il termine "responsabilità", ovvero quella di prendere in mano la propria vita. Senza responsabilità non c'è correzione".
Se da una parte c'è una questione di diffidenza, dall'altra non va trascurato l'aspetto etico. A monte va affrontato un inevitabile mutamento del paradigma culturale alla base del confine tra punizione e riabilitazione, soprattutto in quella che è la percezione della società nell'assorbire il messaggio di una riabilitazione vista come maturazione, ovvero come esperienza istruttiva per ridurre l'eventuale rischio di pericolosità sociale e recidiva, come confermato anche da studi di settore dell'International centre for prison e dal Pew research center.
Emanuela Saita, direttore del master in Psicologia penitenziaria della Cattolica, spiega dinamiche e possibilità di sviluppo della realtà virtuale all'interno del sistema carcerario: "Tutto ciò che viene "portato" in carcere deve rispondere ad un basilare criterio di sicurezza. Fatto salvo questo principio sarebbe utile l'utilizzo della realtà virtuale per aiutare i detenuti a familiarizzare con un contesto esterno al carcere", soprattutto rifacendosi all'ampia letteratura sull'argomento, dalla quale emerge, da parte di alcuni detenuti, una esigua capacità emotiva, che porta a una complicata percezione delle proprie e altrui emozioni.
"Programmare una riabilitazione mediante la realtà virtuale - continua Saita - è di sicuro interesse, anche in ragione delle evidenze scientifiche circa la validità di queste tecniche riabilitative in molti contesti di disabilità, soprattutto motoria, cognitiva e sensoriale. Credo però sia precoce pensare di attivare una riabilitazione di questo tipo in Italia. Le ragioni sono molteplici: di sicurezza, ma anche di cultura organizzativa e sociale circa le modalità con cui la pena deve essere scontata. La realtà virtuale si basa su tecnologie in grado di creare ambienti che simulano quelli del mondo reale, questo è certamente importante, ma la tecnologia da sola non può aiutare il soggetto a rielaborare l'esperienza.
Può essere un valido supporto, ma va sempre inserita in una dinamica relazionale che le persone possono cambiare. Il confronto con l'altro facilita, infatti, il cambiamento attraverso l'assunzione di una diversa prospettiva. Occorre tempo e supporto adeguato affinché la riabilitazione virtuale possa essere utilizzata nelle sue potenzialità riabilitative. Reale, altrimenti, il rischio che possa essere considerata poco più di un gioco". Al centro resta il tema della sicurezza e l'enorme differenza tra soggetti reclusi, questioni che rendono difficile proporre la medesima e standardizzata attività trattamentale: "La tecnologia è un mezzo che consente di raggiungere un fine, sta alle persone saperla utilizzare nei modi più opportuni.
Certo, in futuro non potremo farne a meno in qualunque contesto". Vanno comunque tenute sotto controllo le potenzialità di crescita in ottica futura, come spiega con orgoglio il fondatore Raji Wahidy: "Ho iniziato a utilizzare la realtà virtuale in situazioni didattiche e ne ho osservato il grande valore nell'esperienza di apprendimento immersivo".
Una domanda che spesso ci poniamo come esseri umani calati nel quotidiano rapporto con la tecnologia, è se questa può davvero cambiare il presente in cui siamo immersi e in questo caso specifico quello delle prigioni: "La tecnologia ha cambiato molte delle nostre vite negli anni. Le prigioni non sono diverse - prosegue Wahidy. Dobbiamo sfruttare gli avanzamenti della tecnologia per aiutare coloro che hanno più bisogno. Ho ricevuto molte lettere da famiglie di detenuti e dai detenuti stessi, apprezzando ciò che stiamo facendo con Virtual rehab.
Hanno menzionato che questa tecnologia li aiuterà a relazionarsi con ciò che sta accadendo al di fuori del confinamento della prigione, perché dobbiamo anche pensare oltre le prigioni. Dobbiamo imparare a dare alle persone una seconda possibilità e, soprattutto, aiutarli a cambiare. Funzionerà con alcuni e non funzionerà per altri. Tuttavia, le statistiche dimostrano che quanto più istruiamo, tanto più è alta la probabilità che questi individui non ricadano; E di conseguenza avremo fatto eticamente qualcosa di buono per la nostra società".

 

 

 



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