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Sondrio: Pinocchio entra in carcere, l'iniziativa rivolta ai detenuti

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di Paola Rainoldi

 

Settimanale Diocesi di Como, 8 gennaio 2019

 

Si è concluso nelle scorse settimane un laboratorio di lettura che è stato proposto nel corso dell'ultimo anno nella casa circondariale. Come sempre quando si inizia una attività, per quanto se ne voglia tracciare il cammino, non si sa esattamente gli esiti che porterà... ma l'impegno e la costanza del lavoro i loro frutti li danno.

E così il 22 novembre eccoci a chiudere il laboratorio di lettura su Pinocchio. Anche noi a saltelli e corse, come il burattino, abbinino camminato per un anno leggendo, riflettendo. C'è chi in questo anno se ne è andato, con la raccomandazione di non dimenticare le cose che ci siamo detti, c'è chi si è iscritto da poco al gruppo, con la speranza di un pizzico di ritrovata serenità. Ma il lavoro misteriosamente non ha perso di unità.

Da questa lettura alcune cose le abbiamo imparate. Certe volte ci sentiamo un po' come Mastro Ciliegia, l'uomo che crede già di sapere ciò che ha di fronte e che afferma con convinzione che "un pezzo di legno è solo un pezzo di legno". Anche noi spesso riteniamo che solo ciò che si vede e si tocca sia vero. E soprattutto ne traiamo la conseguenza più terribile: solo ciò che è sempre capitato può capitare. Eppure, in questa bellissima fiaba, un povero ciabattino pieno di sentimento, Geppetto, prende quel pezzo di legno e ne sa ascoltare la voce dell'anima; l'impossibile diventa possibile, persino il pezzo di legno ha un cuore e può essere educato alla speranza.

Il grande Carlo Collodi in questo splendido romanzo non nega la durezza del legno, la sua fibrosità la resistenza di questo materiale. Non nega la testardaggine di Pinocchio nel suoi sbagli e la incapacità di correggersi. Fino alle ultime pagine Pinocchio ricade nelle sue infedeltà. Ma l'autore pian piano inserisce, con un sorriso, uno sguardo positivo. Nel legno indocile e ribelle penetra una linfa nuova. Come nell'albero sale la clorofilla, da quei piedi rifatti con amore da papà Geppetto comincia a salire un sentimento, la percezione di non essere soli, cioè di essere nel cuore di qualcuno.

E come la linfa rinnova il legnoso ramo finché spuntano, piccole piccole, le gemme, così in Pinocchio la cura ricevuta dal padre, anche se disattesa mille volte, trasforma la cellulosa in materia vivente. Per Pinocchio c'è però bisogno di un lungo cammino, un percorso di pentimento. Pentimento, dal verbo pentire, dal greco "render puro". Ma uno non si rende puro da sé. È troppo facile lasciarsi ingannare dai malandrini e dalle illusioni del campo dei miracoli. C'è bisogno che quella linfa si trasformi in lacrime, in nostalgia per il padre, in affezione per la fata Turchina.

Penso che non sia un caso che tutti noi che abbiamo letto o riletto questo libro siamo andati con il pensiero a nostro padre, quella figura che abbiamo avuto o che abbiamo desiderato presente o che rimpiangiamo. Padri spesso semplici, come quello contadino in Marocco, che sperava per il figlio un percorso di studi. E che lo ha visto invece partire per l'Italia in cerca di avventura.

Ma in tutti rimane il desiderio di poter avere un abbraccio paterno, quell'abbraccio che fa ritrovare sé stessi. Pinocchio però deve andare fino in fondo al suo desiderio. Deve sfidare la morte e scendere sul fondo del mare.

Ci vuole coraggio, tanto coraggio e saper che si rischia la vita. Ma finalmente si rischia la vita per qualcosa che vale e forse ci sarà mandato un tonno che ci porterà sul suo dorso, finalmente sul dorso di qualcuno. Un grazie a tutti quelli che hanno partecipato a questo lavoro durante lo scorso anno e che hanno permesso anche a me di ripensare a queste cose.

 

 

 

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