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Sondaggio mondiale della Croce Rossa: "primo imperativo, risparmiare i civili"

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di Giampaolo Cadalanu

 

La Repubblica, 5 dicembre 2016

 

Sulle guerre in corso intervistate 17 mila persone in sedici nazioni. Otto su dieci contrari a violenze sui non combattenti. Ma cresce anche il numero di chi giustifica la tortura sui combattenti "nemici" per tutelare la sicurezza della propria comunità.
Si possono chiamare "danni collaterali" i civili uccisi nei combattimenti, invocare errori poco plausibili per spiegare le bombe sugli ospedali e le cannonate sui giornalisti, spargere lacrime da coccodrillo sui bambini mutilati nei campi dalle mine antiuomo e dalle cluster bomb... è la guerra, sentiamo dire. Ma davvero lo scontro armato deve essere devastazione selvaggia e massacro senza confini? O meglio: le regole di un tempo, quelle che imponevano qualche limite agli Stati in conflitto, valgono ancora, in epoca di scontri asimmetrici, di interventi "preventivi", di missioni più o meno autenticamente umanitarie condotte con strumenti militari? Il Comitato internazionale per la Croce rossa dà per accertato che l'opinione delle popolazioni conti ancora qualcosa, e ha realizzato una vasta indagine, intervistando oltre 17 mila persone in sedici nazioni. Il giudizio è netto: sì, se vogliamo credere alla nostra presunzione di civiltà allora anche i contrasti irriducibili devono avere una cornice di norme, che sottragga alla violenza chi non è impegnato nelle azioni belliche.
Dai dati della Croce rossa salta fuori che una "regolamentazione" dei conflitti sembra indispensabile a gran parte degli intervistati, otto su dieci ritengono che ai non combattenti debba essere risparmiata la violenza. In altre parole, si afferma un'idea di "civilizzazione" dei conflitti, di rifiuto della logica più arcaica basata sulla ferocia e sulla spietatezza. Ma se questa può sembrare un'evoluzione positiva, si affianca a un elemento meno rassicurante. Rispetto alle rilevazioni precedenti, sono aumentate le persone disposte a prendere in considerazione la tortura di un "combattente nemico", se considerata necessaria per strappare informazioni necessarie a tutelare la sicurezza della propria comunità.
Questa disponibilità è la scelta di un interpellato su tre, e solo poco più della metà la condanna. Ed è un segno molto preciso dell'insicurezza diffusa: il panel individuato dai rilevatori comprende Paesi che vivono direttamente un conflitto, ma anche i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Gli intervistati di questi ultimi Paesi sembrano meno preoccupati per il destino dei civili coinvolti nei combattimenti: solo il 50 per cento sottolinea che è sbagliato attaccare i nemici in aree densamente popolate. Fra le popolazioni coinvolte direttamente nelle guerre, il "no" agli scontri in zone abitate è molto più netto, sale al 78 per cento. Un atteggiamento simile si registra sulle azioni belliche che privano i civili di cibo, acqua e medicine: accettabili solo per 14 su cento nelle zone coinvolte, ma comprensibili come "parte della guerra" per oltre un cittadino su quattro nei paesi del Consiglio di Sicurezza.
E poi c'è l'Italia. i dati riferiti al nostro Paese lasciano pensare che gli italiani abbiano una conoscenza solo approssimativa delle regole di guerra: meno di uno su due comprende la portata delle Convenzioni di Ginevra. "Il sondaggio italiano mostra anche come il pubblico sappia che il non rispetto delle leggi di guerra porta la gente a scappare dal proprio paese", commenta Rosario Valastro, vicepresidente della Croce rossa italiana: "Ma alla richiesta di maggiore assistenza a chi scappa dalla guerra, solo il 41,8 per cento risponde positivamente, mentre il 25,5 è contrario e i "non so" sono tanti".

 

 

 

 

 

 

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