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Napoli. Come curare i mali della giustizia: le proposte di esperti e addetti ai lavori PDF Stampa
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di Viviana Lanza


Il Riformista, 6 luglio 2020

 

Processi e indagini preliminari che durano troppi anni, intercettazioni che costano annualmente più di 12milioni di euro e che in diversi casi, come per le cosiddette intercettazioni a strascico, finiscono per essere ritenute inutilizzabili e non valide, la ripresa del lavoro in Tribunale ancora troppo lenta dopo i mesi di lockdown e dopo gli strappi tra avvocati e cancellieri sono alcune delle spine nel fianco di una giustizia che affanna. Il dietrofront, avvenuto l'altra sera, con la sospensione, decisa dal dirigente amministrativo, della decisione che la coordinatrice del settore penale del Tribunale di Napoli voleva adottare prevedendo il pagamento di una marca da 3,87 euro per conoscere per iscritto le date dei rinvii dei processi, è solo l'ultimo segnale del clima difficile che si respira. Quel punto è stato sospeso dopo la forte ondata di proteste da parte degli avvocati, sempre più delusi dai tempi stanchi della ripresa dell'attività del Palazzo di giustizia.

E poi c'è il carcere, con i finanziamenti per la struttura di Poggioreale fermi al palo da tre anni, con i disagi del sovraffollamento, il rischio che l'eco delle proteste che nei giorni scorsi hanno interessato il carcere di Santa Maria Capua Vetere possa in qualche modo diffondersi anche a Napoli, con il numero di suicidi in cella che continua ad essere un pericolo attuale, ancor di più a seguito del drammatico gesto computo da un detenuto a Napoli solo pochi giorni fa, e con le difficili condizioni di vita all'interno delle celle che rendono l'espiazione della condanna (ma anche l'attesa del processo, se si parla di detenuti in attesa di giudizio) qualcosa di più simile a una tortura che a un percorso di reinserimento nella società. Eccole alcune criticità della giustizia. Eccoli i nodi del sistema che occorrerebbe sciogliere.

Per recuperare efficienza ed efficacia servirebbe una riforma seria, organica, per certi versi coraggiosa. Il Riformista ha raccolto pareri e proposte di esponenti napoletani del mondo della giustizia e con il magistrato Carlo Alemi, giudice in pensione, e con gli avvocati Bruno Von Arx, penalista e docente di diritto penale, Annamaria Ziccardi, presidente del Carcere possibile onlus, e Gennaro Demetrio Paipais, presidente dell'Unione giovani penalisti, ha approfondito una riflessione sulle più attuali criticità del sistema e individuato proposte per un futuro diverso del mondo della giustizia e di quello del carcere.

 

"Snellire le procedure per velocizzare i processi penali e le cause civili" Carlo Alemi (già presidente del Tribunale di Napoli)

 

I tempi lunghi dei processi rendono spesso la giustizia poco tempestiva e quindi poco efficace. La media dei dibattimenti supera quello che la legge definisce "tempo ragionevole" e la mancanza di una riforma organica di tutto il sistema giustizia non consente di risolvere in maniera definitiva il problema. Per Carlo Alemi, magistrato dalla lunga esperienza, giudice in processi delicati e complessi che hanno riguardato gli anni più bui della nostra storia, dalle Brigate Rosse alla camorra di Cutolo, "il Coronavirus ha inciso in modo molto negativo sul mondo della giustizia ma ha dato una spinta ulteriore per l'informatizzazione e le procedure informatiche". A proposito di tempi e lungaggini dei processi, Alemi aggiunge: "Di questi argomenti e delle possibili soluzioni si parla da tempo, ma la prima proposta dovrebbe essere quella di semplificare le procedure perché così si riesce ad avere una causa o un processo, a seconda se parliamo di settore civile o penale, più rapida. Finora sono state fatte riforme che in teoria dovevano servire a snellire le procedure ma che nella pratica tutto hanno ottenuto tranne che quello. Inoltre, magistrati e avvocati dovrebbero cambiare mentalità perché non sempre sono propensi ad accelerare le procedure della giustizia".

 

"Udienze di pomeriggio e comunicazioni via pec per superare la fase di stallo" Gennaro Demetrio Paipais (Unione dei Giovani Penalisti)

 

La fase 2 procede a rilento. E lo stallo vissuto dalla giustizia civile e penale è alla base dello scontro tra avvocati, magistrati e cancellieri. Qual è il punto di vista di Gennaro Demetrio Paipais, leader dei Giovani Penalisti? "Crediamo che anche il settore giustizia possa riprendere progressivamente con le udienze in presenza calendarizzate, anche di pomeriggio se necessario, e con il mero rinvio da comunicare ai difensori a mezzo pec per le sole prime udienze o per le udienza da rinviare. Anche gli adempimenti potrebbero essere svolti in presenza, facendo leva sul senso di responsabilità che contraddistingue la nostra categoria professionale. Infatti, la procedura telematica e il pagamento dei diritti di copia con modello F23 hanno determinato alcune criticità in ordine alle richieste urgenti degli atti. Si potrebbe, viceversa, depositare la richiesta di copia e i diritti di copia, per poi ricevere la copia dell'atto a mezzo pec. Queste e tante altre proposte potrebbero essere sviluppate da una commissione del Consiglio dell'Ordine e della Camera penale costituita con la finalità di formulare un documento di proposte da sottoporre al presidente del Tribunale. Ed è proprio per questo che chiediamo al Consiglio dell'Ordine e alla Camera penale l'istituzione di un gruppo di avvocati penalisti che possa evidenziare criticità e avanzare proposte".

 

"Bene i limiti fissati dalla Cassazione alle intercettazioni a strascico" Bruno von Arx (docente di Diritto penale all'università Federico II)

 

Dal bilancio della Procura di Napoli emerge un largo uso delle intercettazioni. Basti pensare che, nel 2019, la Procura ha speso circa 12 milioni di euro per eseguirle. Eppure a gennaio, con la sentenza Cavallo, la Cassazione ha ribadito i limiti all'uso di questo mezzo di indagine. Ecco il punto di vista dell'avvocato Bruno von Arx: "Lo strumento di indagine delle intercettazioni telefoniche e ambientali è particolarmente subdolo e insidioso perché riflette sempre una realtà virtuale che è difficile interpretare nel suo peso reale. Sono senz'altro positivi gli interventi del legislatore e l'applicazione da parte dei giudici di strumenti e di leggi che impediscano il travaso e l'uso delle intercettazioni da un procedimento all'altro. E la lungaggine delle indagini è una conseguenza patologica dell'uso improprio che si fa delle intercettazioni. Per evitare che ciò accada, ci sono allo stato degli ostacoli che la giurisprudenza e le Sezioni Unite hanno posto in essere. Tuttavia, dipende soprattutto dalla prudenza e dalla capacità del giudice di comprendere l'importanza dello strumento investigativo. Uno strumento importante anche perché è nell'uso indiscriminato delle intercettazioni che si annida la genesi dell'errore giudiziario. E l'errore è possibile proprio perché, come dicevo, si insegue una realtà virtuale, che non può essere compresa fino in fondo attraverso il mezzo dell'intercettazione".

 

"Subito percorsi professionali per i detenuti appena usciti dal carcere" Anna Maria Ziccardi (Il Carcere Possibile onlus)

 

Le carceri campane scoppiano. E, al loro interno, scarseggiano strutture e figure capaci di gestire il disagio psichico e il desiderio di reinserirsi nella società nutrito dai detenuti. Il Riformista ne parla con Anna Maria Ziccardi: "Rieducazione non è tra i termini che preferisco. Il carcere va pensato soprattutto per la sua funzione di reinserimento e su questo bisogna investire in termini di risorse e personale, ma anche di coraggio. Bisogna dare ai detenuti la possibilità di fare qualcosa che non sia destinato a rimanere nel carcere, ma diventi un'opportunità da coltivare anche all'esterno. Ai detenuti bisogna offrire un'alternativa reale, così che quel che hanno imparato in carcere possano realizzarlo anche fuori evitando che, una volta scarcerati, possano ritornare al pessimo percorso che li aveva portati in cella. Abbiamo un provveditore eccezionale, un bravo direttore del carcere a Poggioreale, da Roma sono arrivati i rinforzi per il trattamento dei detenuti: se sappiamo sfruttarle, le occasioni ci sono e questo è il lavoro più utile che c'è da fare. È però anche importante che l'opinione pubblica conosca e comprenda il valore della funzione di reinserimento del carcere. Perché ora i problemi del carcere nessuno li vuole sapere, la gente li vuole lontani ed è interessata solo a tenere dentro i detenuti come se questo bastasse a risolvere i problemi. Purtroppo quella del carcere è politica che non fa voti; invece, se la curassimo di più, l'integrazione sarebbe possibile e sarebbero possibili tante cose.

 
Milano. "Fumo e buio, sembrava un territorio di guerra" PDF Stampa
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di Andrea Gianni


Il Giorno, 6 luglio 2020

 

Nelle lettere dei detenuti il racconto della rivolta paure e vita quotidiana. "Sembrava un territorio di guerra, corridoi senza più le luci, fumo nero intenso tanto da fare fatica a respirare, quell'incosciente che ha appiccato il fuoco poteva fare una strage". Sergio Tuccio, da anni detenuto a Opera per associazione a delinquere di stampo mafioso e omicidio, racconta la rivolta scoppiata a marzo, nei giorni segnati da sommosse nei penitenziari di tutta Italia. Lettere, come messaggi in bottiglia, recapitate al Gruppo della Trasgressione creato 22 anni fa dallo psicologo Angelo Aparo per il recupero attraverso l'auto-percezione delle proprie responsabilità, attivo a Opera, Bollate e San Vittore. Come tutte le attività di volontariato, gli incontri si sono fermati e dovrebbero riprendere nei prossimi giorni. I detenuti hanno comunicato con l'esterno attraverso lettere, che raccontano frammenti di vita nelle carceri durante la pandemia.

"In queste settimane di totale caos - scrive Tuccio - abbiamo avuto diverse emozioni, come quella di essere autorizzati a videochiamare i nostri cari. Rivedere casa mia è stato magnifico, quei minuti mi sono bastati per tornare indietro di dieci anni, tempo che manco da casa. Rivedere la cucina dove giocavo con i miei piccoli, la cameretta dei bambini. Tutto sembra rimasto come prima, è come se per me qui dentro il tempo si fosse fermato".

"Mi sento impotente, fragile e psicologicamente instabile", scrive Giuseppe Amato, un altro detenuto, condannato per estorsione. "Piango quando sento tutti i giorni il numero dei morti - prosegue - mi accorgo che non sto bene, mi manca la quotidianità del carcere, mi manca tutto ciò che in questi anni mi sono costruito in questo piccolo mondo che fra due anni non mi apparterrà più". Rosario Roberto Romeo, invece, è uscito dal carcere di Bollate il 20 aprile, in piena emergenza: "La mancanza dei colloqui settimanali è stata la più grande sofferenza. Ho due figli piccoli e non abbracciarli per quasi due mesi è stato molto triste".

 
Milano. L'altro lockdown: "In cella fra isolamento e violenza" PDF Stampa
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di Andrea Gianni


Il Giorno, 6 luglio 2020

 

"Ho trascorso 29 anni in carcere ma non ho mai sofferto tanto come in questi quattro mesi: è stato un tuffo in un passato che vorrei lasciarmi alle spalle, ho avuto paura di perdere la serenità e l'equilibrio costruito con tanta fatica". Antonio Tango, 57 anni, è uscito dal penitenziario di Bollate per 5 giorni di permesso premio dopo il lockdown che per i detenuti si è tradotto in "un inedito isolamento", senza visite, lavoro all'esterno e incontri con i volontari che scandiscono giornate senza fine. Ha riabbracciato il figlio 13enne e nei prossimi giorni dovrebbe tornare a lavorare al Cimitero Monumentale di Milano grazie a un progetto del Comune interrotto a causa dell'emergenza. Tango 13 anni fa ha imboccato un percorso per lasciarsi alle spalle un passato criminale che gli è costato una serie di condanne, l'ultima a 18 anni per rapine.

 

Come ha vissuto il periodo di lockdown?

"Da 6 anni ho la possibilità di uscire in regime di articolo 21 e negli ultimi 4 anni ho lavorato al Monumentale. Sono abituato a trascorrere le giornate fuori e, da un giorno all'altro, tutto questo è finito. Ho sofferto tantissimo perché mi è sembrato di tornare indietro alle condizioni di 30 anni fa, però con la mentalità che ho adesso. È stato un richiamo alla mia bestialità, sentivo sgretolarsi la serenità interiore. Poi c'era l'incertezza, la paura di essere abbandonati".

 

Nelle carceri sono scoppiate anche rivolte e violenze...

"Questa situazione ha aumentato l'aggressività dei detenuti, ha fatto scoppiare la rabbia. Per fortuna a Bollate la situazione è stata abbastanza tranquilla, grazie anche al comportamento della direttrice, che ha mantenuto un dialogo e ci ha tenuti informati giorno per giorno".

 

Ci sono stati contagi?

"Si è parlato di contagi, non so se si tratta solo di voci. Ma l'aspetto peggiore non è stato tanto la paura del contagio quanto il senso di impotenza".

 

Come è iniziato il suo percorso di cambiamento?

"Quando sono entrato in carcere per l'ultima volta ho lasciato mio figlio di un anno e mezzo. Il senso di colpa mi stava logorando. Sono entrato nel Gruppo della trasgressione fondato dallo psicologo Angelo Aparo, all'inizio solo con l'idea di ottenere benefici e tornare libero il prima possibile. Piano piano, però, ho iniziato un percorso che mi ha portato a guardare gli scheletri nell'armadio, a perdere l'identità di criminale che avevo costruito per anni. Mi sono sentito né carne né pesce. Prima, quando andavo in giro, notavo solo banche e gioiellerie. Adesso guardo le statue, perché lavorando al Monumentale mi sono appassionato".

 

Ha incontrato suo figlio?

"Ci siamo visti appena sono uscito in permesso. Per quattro mesi ci siamo sentiti solo al telefono. È un bravo ragazzo, studia e frequenta l'oratorio. Questa è la mia gioia più grande".

 
Livorno. Rugby, le "Pecore nere" di nuovo in campo PDF Stampa
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gazzettadilivorno.it, 6 luglio 2020


La squadra composta dai detenuti del carcere delle Sughere ha ripreso gli allenamenti, grazie al via libera del direttore Mazzerbo. Decisivo il nulla osta firmato dal Direttore dell'istituto penitenziario de 'Le Sughere' Carlo Alberto Mazzerbo: le 'Pecore Nere', squadra di rugby composta da detenuti, dopo il lockdown ed il periodo più critico dell'emergenza legata al Covid-19, hanno ripreso ad allenarsi.

I tre tecnici della squadra, Manrico Soriani, Michele Niccolai e Mario Lenzi - ovviamente con tutte le precauzioni del caso e indossando costantemente la "mascherina" d'ordinanza - hanno ricominciato a guidare, da metà giugno, una volta alla settimana, le sedute per tale squadra del tutto speciale, composta da detenuti del carcere labronico.

Tutte le domeniche mattina, sul sintetico posto all'interno del carcere labronico, le "Pecore Nere" effettuano allenamenti. Viene rispettato il protocollo FIR, che, per ora, impedisce il classico contatto e le classiche mischie. Ad onor del vero, rispetto al periodo invernale, rispetto a quando, prima della sospensione dettata dalla pandemia, questa squadra stava disputando il suo primo campionato federale (aveva inanellato nel torneo amatoriale Old toscano, girone 2, un'eccellente striscia di tre vittorie ed un pareggio su quattro partite), la condizione fisico-atletica è meno brillante. Non manca il tempo per tornare ad esprimersi nella forma migliore: prima del mese di ottobre, ben difficilmente si giocheranno gare ufficiali con punti in palio.

La storia di un pallone ovale da far rotolare all'interno dell'istituto penitenziario cittadino è iniziata, grazie ai Lions Livorno, circa 6 anni fa - sabato 27 settembre 2014 per la precisione - quando 22 giocatori amaranto, accompagnati dal presidente della società Mauro Fraddanni, dallo stesso Manrico Soriani (ex allenatore dell'under 16) e dai rappresentanti del comitato toscano della FIR, Marco Bertocchi e Claudia Cavalieri, dettero vita, sul terreno di gioco del carcere, ad un allenamento piuttosto sostenuto, con tanto di partitella in famiglia. Fu grande l'entusiasmo mostrato dai circa cento detenuti presenti sugli spalti.

Da quel giorno, grazie ai Lions, grazie all'Associazione Amatori Rugby e grazie alla sensibilità ed alla concreta collaborazione della direzione e del personale de "Le Sughere", sono scattati 'veri' allenamenti per i detenuti. Ben presto è stata allestita una squadra di rugby composta, appunto, da atleti reclusi nella casa circondariale livornese. La formazione, con grande autoironia, è stata battezzata, dagli stessi detenuti, "Pecore Nere". L'intenzione di far disputare anche alcune gare amichevoli si è trasformata dopo alcuni mesi in realtà. Varie compagini di serie C si sono presentate all'interno dell'istituto carcerario, per giocare contro tale formazione, partite ricche di significato.

Cinque anni dopo il primo allenamento effettuato dai 22 atleti Lions di cui sopra, e più precisamente il 24 settembre 2019, nel corso della conferenza stampa svoltasi nella sala riunioni dell'istituto penitenziario di Livorno, ecco l'annuncio di una grande novità: grazie all'interessamento del Comitato Toscano della FIR, le "Pecore Nere" possono partecipare all'imminente campionato federale "Old". All'incontro con i giornalisti, oltre ai tecnici Soriani e a Niccolai, parteciparono tra gli altri il direttore dell'istituto de "Le Sughere" Carlo Alberto Mazzerbo, il delegato provinciale del Coni Gianni Giannone, il presidente del comitato toscano della Fir, Riccardo Bonaccorsi, il consigliere dello stesso comitato Luca Sardelli, l'assessore al sociale del comune di Livorno Andrea Raspanti, il garante dei detenuti Giovanni De Peppo, in rappresentanza dell'Associazione Amatori Rugby Toscana Arienno Marconi e, per i Lions, il consigliere Fabio Bizzi e l'addetto stampa Fabio Giorgi.

I giocatori delle "Pecore Nere" sono tesserati Associazione Amatori Rugby Toscana. Nel campionato Old potrebbero militare solo atleti che hanno già compiuto 35 anni: prevista, per alcuni elementi della squadra dei detenuti, una deroga. Le partite, viste le dimensioni del campo, piuttosto ridotte, sono disputate con soli 13 elementi, senza flankers. Il 16 novembre 2019 iniziò l'avventura nel torneo Old. Un'avventura entusiasmante, bloccata, bruscamente, dall'emergenza della pandemia. Un'avventura, per fortuna, non conclusa in modo definitivo: l'ovale ha ripreso, da metà giugno a viaggiare su quel terreno di gioco sintetico posto all'interno dell'istituto penitenziario.

 
Addio Mauro Mellini, il padre intransigente, laico e radicale del garantismo italiano PDF Stampa
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di Carmelo Palma


linkiesta.it, 6 luglio 2020

 

Attivista, avvocato e politico, è stato in Parlamento dal 1976 al 1992 per poi continuare le sue battaglie, attraversando il quarto di secolo post-Tangentopoli con una critica sempre più documentata dell'eversione democratica rappresentata dalla tutela giudiziaria della Repubblica.

Dei molti dirigenti che fecero del Partito Radicale una nave corsara dell'eresia politica progressista, nell'Italia bloccata dal monopolio democristiano del governo e comunista dell'opposizione, Mauro Mellini non è stato il solo a rompere con Marco Pannella, ma fu quello a farlo nel modo più definitivo.

Dopo la svolta cosiddetta "transnazionale" della fine degli anni Ottanta, da lui considerata una forma di diserzione o un mero divertissement ideologico, Mellini, terminato il mandato al CSM, in cui malgrado i dissidi l'aveva voluto proprio Pannella, continuò per così dire "in solitaria" la propria militanza sui temi della giustizia e del potere giudiziario.

Dal 1994 a oggi, lasciando gli incarichi istituzionali, ha continuato a fare il laico e il garantista intransigente, attraversando il quarto di secolo post-Tangentopoli con una critica sempre più documentata e radicale dell'eversione democratica rappresentata dalla tutela giudiziaria della Repubblica. Nella stagione berlusconiana, ha difeso il Cavaliere "fatto oggetto di una vergognosa persecuzione", palesando però un dichiarato scetticismo sulla sua caratura ideale e sulla sua capacità di rinnovare o reinventare un pensiero e un partito liberale.

Mellini debutta da dirigente politico nel Partito radicale dopo la sua "rifondazione" da parte del gruppo della sinistra radicale nel 1963. È fin dall'inizio una figura politicamente ibrida: giurista e intellettuale sofisticato, come molti degli esponenti radicali che accompagnarono Pannella, ma anche inventore e organizzatore di campagne di successo, la principale delle quali fu certamente quella del divorzio, che diede un oggetto e un obiettivo preciso all'anticlericalismo profetico di Pannella, fino ad allora incentrato sulla battaglia anticoncordataria.

Mellini aveva un senso pratico della politica e un particolare gusto per la vita e per la buona tavola. Era scrupoloso e sarcastico, affidabile e irascibile. Dava, molto più di altri radicali, l'impressione di intendere gli ideali politici nel senso di una particolare concretezza.

Dopo il trionfo del No al referendum del 1974, Mellini lavorò alla battaglia sull'aborto, che inflisse una seconda sconfitta storica al temporalismo politico democristiano. Emma Bonino, che fu introdotta da Adele Faccio nel mondo radicale attraverso l'esperienza del Cisa - Centro d'informazione sulla sterilizzazione e sull'aborto - ricorda spesso che il suo primo incontro con Pannella fu preceduto da un lungo viaggio in auto da Milano a Roma, con una tappa a Firenze per caricare proprio Mellini, che stava arringando paonazzo, con le carotidi che sembravano esplodere, una folla di femministe coi gonnelloni a proposito delle disobbedienze civili sull'aborto. E nel viaggio verso Roma Mellini pretese di fermarsi a pranzare, facendo aspettare Pannella.

Non fu per caso dunque che questo avvocato, che aveva svelato gli scandali delle cause di annullamento della Sacra Rota e l'ipocrisia della giustizia canonica, diventò nel 1976 uno dei quattro primi deputati radicali (con Adele Faccio, Emma Bonino e Marco Pannella), rimanendo alla Camera fino al 1992, regista imprescindibile delle strategie istituzionali del PR. Molti anni dopo, nel 2018, raccoglierà questa esperienza in un libro, "C'era una volta Montecitorio".

Come ricorda una memoria storica radicale, Lorenzo Strik Lievers, anche nella strategia referendaria di Pannella - cioè nell'uso di uno strumento di democrazia diretta come forma di contropotere alla stagnazione partitocratica - c'è molta farina del sacco di Mellini.

"La Democrazia cristiana ha voluto la legge di attuazione dell'istituto referendario per battere il divorzio? E noi, allora, faremo i referendum laici!". All'insegna della laicità e della battaglia anticlericale va in fondo intesa anche la sua lotta per la giustizia, come difesa della democrazia dal condizionamento ideologico di un potere, che non veste più gli abiti talari dei preti dell'Italia democristiana, ma le toghe dei magistrati autoproclamatisi salvatori della Patria e guardiani della probità della Repubblica.

 
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