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Siamo europei e restiamo umani

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di Marco Damilano

 

L'Espresso, 29 gennaio 2019

 

Ci siamo dimenticati che la democrazia non è una meta raggiunta una volta per tutte. Ma è un processo continuo, un cammino lento e faticoso. Siamo europei. E restiamo umani. Sono due i manifesti politici e gli appelli lanciati all'attenzione della pubblica opinione negli ultimi giorni. Il primo è quello firmato da Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico con i governi Renzi e Gentiloni, ha raccolto in poche ore oltre 120 mila adesioni, propone la creazione di una lista delle "forze civiche e europeiste" al prossimo voto per il Parlamento europeo del 26 maggio. Il secondo non è un documento di carattere elettorale, è il titolo di un appello comune delle Chiese cristiane italiane (non solo la Chiesa cattolica, ma anche i protestanti, la federazione delle chiese evangeliche e i valdesi) perché "si continui a vivere uno spirito di umanità e di solidarietà nei confronti dei migranti".

Quella di Calenda e degli altri firmatari è un'iniziativa politica con un immediato sbocco pratico: l'individuazione di candidature per le liste da costruire nelle prossime settimane ("servono qualificati rappresentanti del mondo del lavoro, della produzione, delle professioni, del volontariato, della cultura e della scienza"), la campagna elettorale, un simbolo che sia "una bandiera" dietro cui schierare, e non "nascondere", i vecchi simboli e le identità. Il secondo appello si presenta come un testo a carattere religioso ed ecumenico, ma fin dall'inizio affronta il tema "divisivo" dell'immigrazione con osservazioni di metodo e di merito: vie sicure e legali di accesso verso l'Europa, ampliamento dei cosiddetti corridoi umanitari, con la richiesta di un corridoio umanitario europeo, potenziamento delle attività di soccorso nel Mediterraneo, dei mezzi militari, della Guardia costiera e delle Ong. Non è un manifesto di partito, dunque, ma ha un fortissimo impatto politico.

Li ho stampati sul mio tavolo, i due documenti, quello di Calenda e quello firmato da Cei, evangelici, valdesi e Comunità di Sant'Egidio, lo stesso cartello che da quasi tre anni cura i voli con cui profughi e richiedenti asilo arrivano in Italia a bordo di un regolare volo di linea e non a bordo di scafi putridi e mortali, stritolati tra gli scafisti e la blindatura delle invisibili linee di confine che sono state tracciate dalle politiche dei governi europei e del governo italiano. Intreccio paragrafi, sottolineo parole (investire e proteggere, capitale sociale, leadership scientifica europea, si legge nel manifesto Calenda), mentre arrivano notizie sempre più allarmanti dal fronte dell'accoglienza.

Lo sgombero dei migranti ospitati nel centro di Castelnuovo di Porto, il ministro Matteo Salvini che torna ad associare le Ong e gli scafisti, il dubbio, il sospetto, il discredito da cui l'Italia che assiste, aiuta, accoglie è costretta a difendersi.

"Aiutare chi ha bisogno non è un gesto buonista, di ingenuo altruismo o, peggio ancora, di convenienza", si giustificano quasi i rappresentanti delle organizzazioni cristiane. Hanno ragione a doversi difendere: Ong è diventata nel linguaggio della politica una sigla impronunciabile, come se i volontari umanitari fossero la 'ndrangheta (parola che infatti viene pronunciata sempre di meno), l'accoglienza è sinonimo di affarismo, i migranti sono divisi tra buoni (pochi, da accogliere) e cattivi (quasi tutti, da respingere).

Da molti mesi l'Italia vive in mezzo a una crociata ideologica: prima l'attacco alle navi di soccorso, accusate in blocco di essere taxi del mare in combutta con i trafficanti di esseri umani, messe in mezzo da inchieste giudiziarie approdate a nulla, poi il decreto sicurezza di Salvini, con la messa in crisi del sistema di gestione dei Comuni e la criminalizzazione del richiedente asilo, ora l'attacco si sposta, com'era prevedibile, verso i centri di accoglienza.

Ne parla Fabrizio Gatti a pagina 8. Si ribatte che anche l'accoglienza assoluta, di tutti i migranti indiscriminatamente, sia a sua volta un'ideologia, ma in questo momento non produce nessun effetto, nessun risultato concreto. Mentre l'altra sì: quella che il manifesto Calenda definisce, con una buona dose di ottimismo, "il rischio di un'involuzione democratica nel cuore dell'Occidente".

Il rischio esiste. Anzi, per certi versi, è stato superato dai fatti, pienamente realizzato. Democrazia ed Europa ci sono sembrati trent'anni fa sinonimi, all'epoca della caduta del muro di Berlino. Carlo Greppi, storico e scrittore classe 1982, ha raccontato nel suo ultimo libro ("L'età dei muri", Feltrinelli) l'emozione di quel crollo, simboleggiato da un frammento di cemento armato che il papà riportò a casa in quei giorni dalla capitale tedesca, e poi il risorgere ovunque di muri e di divisioni.

Avevamo dimenticato quanto sia stata breve, in realtà, la stagione della democrazia e del benessere, della ricerca e della laicità, dei diritti e dell'apertura, in un continente che nel Novecento era stato scenario di eccidi mostruosi e di perdita della ragione e del sentimento dell'umanità. Abbiamo perso memoria, dunque, della semplice constatazione che la democrazia non è una meta raggiunta una volta per tutte, ma è un processo storico, lento e faticoso.

Non è il raggiungimento della terra promessa, ma è un cammino nel deserto, in cui sono possibili ripensamenti, ricadute, marce indietro, tradimenti. Senza il riconoscimento che la sconfitta e la caduta fanno parte della storia, così come della vita dei singoli individui, si creano organismi astratti, destinati a essere spazzati via.

Così, direi, del manifesto di Calenda la cosa che mi piace di più è la frase finale, quando si afferma che "la Storia è tornata in Europa" e che la democrazia e l'Europa non sono conquiste definitive, ma un campo di battaglia quotidiana. E che le prossime settimane diranno se la costruzione della lista, del progetto in vista delle elezioni europee, sarà coerente con questa premessa.

Nel ritorno della storia c'è anche l'esistenza delle identità, come scrive a pag. 38 il direttore del Mulino Mario Ricciardi, intervenendo sul dibattito aperto la scorsa settimana sull'Espresso da Antonio Funiciello: destra e sinistra, ma anche la cultura popolare, cattolico-democratica, laico-liberale che non possono essere sciolte in un tutto indistinto. C'è la nuova generazione che chiede radicalità, fuori dai miti della rottamazione, del vaffa-day, dell'uno vale uno, ma anche dei tecnici al governo, del mantra "non ci sono soluzione di destra o di sinistra ma solo soluzioni", formule magiche che ci hanno accompagnato per anni, occupandosi del "chi" faceva le cose (i giovani, i cittadini, i professori), più che del come e del perché. Con il risultato di lasciare sguarnite l'Europa e la democrazia rispetto all'attacco di chi, invece, non valuta simili sottigliezze e vuole imporre la sua visione semplificata, la sua ruspa che tutto spiana.

In vista della costruzione del listone europeo vanno evitati due rischi speculari, l'eccesso di entusiasmi e di adesioni formali (tutti i candidati alla segreteria del Pd si sono affrettati a dirsi d'accordo) che indebolirebbe il progetto e, al contrario, la chiusura verso le voci e i volti che esprimono una visione fuori e oltre il vecchio mainstream progressista anni Novanta, di cui c'è ancora traccia nel manifesto di Calenda. Una visione liberal e il pluralismo delle culture, la costruzione della nuova Europa e il radicalismo delle soluzioni. Siamo europei e restiamo umani.

 

 

 

 

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