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Si può dire "no" alla mafia. La lezione ai detenuti di una giovane donna

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Il Mattino di Padova, 4 giugno 2012

 

"L'eredità di mio padre, ucciso perché non pagava il pizzo". Quando una vittima, una donna che ha subito un reato gravissimo come l'assassinio del padre, entra in carcere a confrontarsi con persone, che si sono macchiate di reati analoghi, si compie davvero un miracolo, un momento forte in cui l'odio in qualche modo retrocede e lascia campo libero all'umanità.

È successo di recente nella Casa di reclusione di Padova, dove ha preso la parola, di fronte a tanti detenuti, ma anche a tanti "cittadini liberi", Deborah Cartisano, figlia di Lollò Cartisano, un fotografo, sequestrato nel luglio 1993 dalla 'ndrangheta per non essersi piegato a pagare il pizzo, i cui resti furono trovati dieci anni dopo, nel luglio del 2003, in Aspromonte. Vale davvero la pena riportare le sue parole, una straordinaria lezione di equilibrio che toglie forza a chi pensa che al male si può rispondere esclusivamente con il male, e magari anche con la vendetta.

 

Mio padre mi ha insegnato che possiamo non piegarci

 

Mio padre si rifiutò di pagare il pizzo, in anni in cui era veramente difficile opporsi alla 'ndrangheta o alla mafia, non c'era tutta l'informazione che c'è oggi, le istituzioni erano un po' più lontane da noi cittadini. I commercianti venivano lasciati a districarsi in situazioni difficili completamente da soli. Mio padre prese allora questa decisione coraggiosa e mi raccontò tutto. Io avevo poco più di dodici anni, lui mi spiegò perché arrivavano quelle strane telefonate nel cuore della notte, perché ci avevano incendiato una macchina, e mi disse: "Io non voglio pagare e non lo farò". Andò alla polizia, denunciò, e i due estorsori vennero arrestati, erano due ragazzini uno aveva quindici anni e l'altro da poco ne aveva compiuto diciotto, quindi questo era il loro inizio carriera.

Per me questo è stato l'esempio più importante della mia vita, è stata la strada che mio padre ha tracciato davanti a me dicendomi: "Possiamo dire di no alla mafia, possiamo non piegarci". In quegli anni era difficile, il mio paese, con soltanto 9.000 abitanti, ha subito diciotto sequestri di persona, questi sequestri sono avvenuti nel quasi totale silenzio da parte di tutti.

Quando mio padre venne rapito qualche anno dopo per me non ci fu quasi esitazione nell'occuparmi del suo sequestro in maniera completamente nuova per quello che era il mio paese. Scesi in piazza insieme ad altri ragazzi, formammo un comitato, per la prima volta il mio paese diceva al resto dell'Italia che noi non eravamo dei sequestratori ma eravamo bensì dei sequestrati, perché nel mio paese, Bovalino, abbiamo subito in silenzio per tanti anni, e noi questo silenzio lo abbiamo voluto rompere, io l'ho fatto perché avevo visto mio padre fare la stessa cosa. Sono stati dieci anni terribili perché dopo aver pagato il riscatto mio padre non è tornato a casa, e allora li è iniziato il periodo più duro della nostra vita, perché è difficile raccontare che cosa si possa provare quando non sai se devi piangere tuo padre da vivo o da morto.

Quando muore una persona serve la "rielaborazione del lutto", chi resta deve riuscire ad andare avanti, e a noi questo è stato negato per 10 anni ed è stato la cosa più difficile da affrontare. Io però ho capito a un certo punto che non dovevo cedere a quel dolore, ma dovevo cercare di trasformare la mia vita, fare in modo che l'insegnamento di mio padre, la vitalità che aveva mio padre, che mi ha sempre sostenuto in questi anni, mi facesse andare avanti.

Allora ho aperto casa nostra, che era la casa che lui aveva acquistato con tanti sacrifici, a dei gruppi che venivano a fare i loro campi estivi, gruppi per minori a rischio, ho scritto lettere, ho deciso anche di entrare nell'Associazione Libera di cui faccio parte dal 1995. Facendo in modo che questo dramma entrato nella nostra vita non fosse soltanto poi della famiglia Cartisano, ma venisse condiviso il più possibile, in modo che chi era intorno a me non dimenticasse quello che ci era successo.

Per noi era impossibile dimenticare, ma per il resto delle persone era molto comodo. Questo silenzio che spesso le vittime scelgono di avere fa comodo tantissimo alla 'ndrangheta, e io non avendolo voluto rispettare mi sono ritrovata un po' catapultata a vivere il mio dramma pubblicamente, e non è facile, però era per me un dovere perché non volevo assolutamente che su mio padre calasse il silenzio.

 

Nel cuore di un carceriere è nata la sete di perdono

 

In questi dieci lunghi anni io non ho mai smesso di scrivere delle lettere sui giornali, lettere aperte indirizzate ai sequestratori in cui facevo appello alla loro umanità e chiedevo sempre verità e giustizia per mio padre, penso che quelle lettere non sono state scritte invano perché, dieci anni dopo il suo sequestro, noi abbiamo ricevuto una lettera anonima di uno dei suoi sequestratori, quello che era stato il suo carceriere, una lettera veramente unica, incredibile, perché la 'ndrangheta raramente chiede perdono e si scusa, questa persona ci ha chiesto perdono per quello che aveva fatto, dicendoci che l'omicidio di mio padre era stato una disgrazia, ed è stata poi una cosa confermata dal medico legale, in quanto era morto per un colpo ricevuto alla testa che poteva essere appunto non intenzionale.

Allora lui ci chiede perdono, ci dice che la sua coscienza gli rimorde, che quando veniva giù a Bovalino passava davanti al nostro negozio e non riusciva a guardarci in faccia, quindi noi probabilmente l'avevamo anche visto a nostra insaputa, e ci indica il posto in cui mio padre è stato seppellito, che è nell'Aspromonte, è un monte antico che era il posto preferito di mio padre. Appena sei mesi prima che venisse rapito, lui aveva portato degli amici del Nord Italia a vedere che cosa era l'Aspromonte, che non era soltanto il covo dei sequestri ma che era anche altro, una Calabria che non era soltanto la 'ndrangheta.

 

Questa lettera è la cosa più bella che abbiamo mai ricevuto

 

Questa lettera è la cosa più difficile, ma anche più bella che noi abbiamo mai avuto, non ce l'aspettavamo assolutamente, noi sapevamo che tanti altri sequestrati non erano più tornati a casa e di queste persone non si era più saputo nulla. Invece noi abbiamo potuto dare a mio padre una degna sepoltura e ogni anno dal 2003 facciamo una marcia in cui vogliamo portare una testimonianza di speranza. Perché speranza? Perché questa storia mi ha insegnato che le persone possono cambiare e che lo fanno, nel cuore durissimo di un carceriere di 'ndrangheta è nata la sete di perdono, e noi a questo ci siamo voluti aprire, perché abbiamo apprezzato il gesto che lui ha fatto di pentimento, di volermi restituire mio padre.

Qualche anno dopo mi è arrivata una richiesta, da parte del Centro di Servizio per il Volontariato di Reggio e del carcere, di incontrare un gruppo di detenuti. Per me questa è stata una delle prove più grandi, più difficili della mia vita, però io avevo sempre pensato, desiderato che le persone che avevano ucciso mio padre al momento dell'uscita dal carcere non fossero le stesse, che avessero la possibilità di trasformare quello che era successo in un vero pentimento e in un cambiamento della loro vita. Allora ho accettato di andare a raccontare la storia di mio padre con questa speranza e poi con la voglia di trovarmi davanti qualcuno dei suoi sequestratori.

Questi incontri sono stati importantissimi per me, perché noi famigliari purtroppo a volte incontriamo l'altra parte soltanto nelle aule dei tribunali, e sono incontri a cui arriviamo impreparati, in cui arriviamo incattiviti da tutte e due le parti. Io penso che questo non sia giusto. Penso che le persone, attraverso quella che è stata la mia storia, possono un po' iniziare a capire se sono pronte a cambiare, io questa possibilità la voglio dare come è stata data a quella persona che incredibilmente ha maturato questa sete di perdono, che forse non sarebbe arrivata se non avesse letto quelle lettere che io ho scritto. Certo si pensa sempre al lato repressivo della lotta alla mafia, e io invece sostengo completamente il contrario, cioè il lato repressivo è importante, ma c'è tanto da fare nelle scuole, c'è tanto da fare con i ragazzi affinché abbiano altri messaggi.

 

 

 

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