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Separare le carriere nella magistratura. Sarà la volta buona?

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di Riccardo Mazzoni

 

Il Tempo, 9 aprile 2019

 

Il Parlamento ci riprova: in Commissione Affari costituzionali della Camera iniziano le audizioni sulla separazione delle carriere dei magistrati, una proposta di legge di iniziativa popolare promossa dalle Camere penali e incardinata in quota Forza Italia.

Non è detto che sia la volta buona, perché il ministro della Giustizia Bonafede è ferocemente contrario alla riforma, in perfetta sintonia con l'Anm, ma per la prima volta c'è un'adesione trasversale di deputati appartenenti a tutti i gruppi parlamentari, oltre 40, con la presenza a sorpresa anche di qualche Cinque Stelle.

La separazione delle carriere è un vecchio cavallo di battaglia del centrodestra, e fece capolino anche nella bicamerale D'Alema, ma si è sempre arenata anche se - basta scorrere un manuale di diritto comparato - l'eccezione in questo campo è l'Italia. Il relatore, Paolo Sisto, ha tenuto a specificare che l'obiettivo non è quello di mettere i pm sotto il controllo del potere politico, ma di garantire ope legis l'indipendenza del giudice dal pm, parlando di una "divisione funzionale" tra chi accusa e chi giudica e di una "battaglia di matrice costituzionale per dare la certezza ai cittadini che chi giudica non strizza l'occhio a chi accusa".

Del resto, il modello del giusto processo previsto dall'articolo 11 della Costituzione non può realizzarsi senza un giudice terzo. Dunque, a fronte di una giustizia che non funziona, è indispensabile mettere in condizione il nostro sistema giudiziario di diventare più equilibrato ed efficiente. In questa prospettiva, la separazione delle carriere rappresenta lo strumento fondamentale per assicurare l'effettiva parità processuale tra accusa e difesa, i cui diritti sono stati troppo spesso compromessi da un esercizio anomalo del potere accusatorio.

Troppe volte i pm, trasformando l'obbligatorietà dell'azione penale in una sconfinata discrezionalità, sono riusciti a imporre il principio della presunzione di colpevolezza dei soggetti indagati, dando vita a inchieste che, formulato il giudizio di primo grado, sono poi cadute in appello o in Cassazione.

Ma dopo che gli imputati erano già stati condannati sui media in via preventiva. Il mito della magistratura infallibile alimentato dalla narrazione strabica degli anni di Tangentopoli ha perso molto appeal, anche se resta uno zoccolo duro e organizzato di paladini della giustizia utilizzata come palestra giacobina. L'esperienza dell'ultimo quarto di secolo ha ampiamente dimostrato che una riforma è ineludibile.

Ma ogni volta che si parla di separazione delle carriere viene sempre rispolverato lo spauracchio della P2, un mero pretesto per non affrontare una questione cruciale. Anche perché uno dei primi fautori della separazione delle carriere fu il giudice Falcone che scrisse testualmente: "La faticosa consapevolezza che la regolamentazione della carriera dei magistrati del pubblico ministero non può più essere identica a quella dei magistrati giudicanti, diverse essendo le funzioni e, quindi, le attitudini, l'habitus mentale, le capacità professionali richieste: investigatore il pm, arbitro della controversia il giudice".

Tema da affrontare senza paure, scrisse Falcone, "accantonando la spauracchio della dipendenza del pm dall'esecutivo e della discrezionalità dell'azione penale, puntualmente sbandierati quando si parla di differenziazione delle carriere". Una grande lezione di civiltà giuridica che non andrebbe dimenticata soprattutto ora che i seguaci della dottrina Davigo sono al governo.

 

 

 

 

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