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Sea Watch. Salvini, Di Maio Conte e Toninelli tutti indagati per concorso in sequestro

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di Adriana Pollice

 

Il Manifesto, 16 aprile 2019

 

La nave della ong tedesca fu costretta ad aspettare dieci giorni al largo di Siracusa prima di avere il permesso di sbarcare i migranti che aveva tratto in salvo. Il premier Giuseppe Conte, i ministri Matteo Salvini, Danilo Toninelli e Luigi Di Maio sono indagati per concorso in sequestro di persona continuato dal tribunale dei Ministri di Catania. Il caso è quello della nave dell'Ong tedesca Sea Watch, costretta a rimanere 10 giorni alla fonda al largo di Siracusa con 47 naufraghi a bordo prima di avere l'autorizzazione allo sbarco, il 31 gennaio, a Catania. Tra i migranti c'erano 15 minorenni che godono di una protezione rafforzata da parte dell'ordinamento italiano e infatti si mossero il procuratore del tribunale dei Minori e il Garante per l'infanzia, intimando che venissero portati a terra.

Si tratta di un secondo caso Diciotti, per cui lo stesso tribunale dei ministri di Catania aveva chiesto il rinvio a giudizio per Salvini, rinvio bloccato dal Senato che ha negato l'autorizzazione a procedere. Allora il leader della Lega invocò la collegialità della decisione, sostenuto dall'intero esecutivo, adesso ne rispondono in quattro, dal premier ai tre ministri.

Il procedimento è iniziato a Roma grazie all'esposto dell'associazione Borderline, che chiedeva di verificare l'eventuale coinvolgimento dei dicasteri Interno e Trasporti nell'omissione in atti d'ufficio. Il pm Sergio Colaiocco ha affidato alla Guardia costiera i primi accertamenti: ritenuto che nei confronti dei naufraghi ci sia stata una limitazione della libertà personale, ha trasmesso gli atti a Siracusa che poi li ha girati a Catania, a cui fa capo in caso di reati che coinvolgono il governo. Contestualmente, il capo della procura catanese, Carmelo Zuccaro, fedele alla sua linea, ha chiesto l'archiviazione degli indagati ai colleghi del tribunale dei ministri, come già aveva fatto nel caso Diciotti.

Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, ieri ha commentato: "Ci solleva osservare che la magistratura si stia rivolgendo ai rappresentanti delle istituzioni che in quei giorni hanno calpestato diritti umani e obblighi di legge, non concedendo l'approdo senza addurre motivazioni giuridiche. Siamo pronti a testimoniare. Il trattenimento a bordo a fini di propaganda non può restare ancora una volta ingiudicato perché protetto dalla politica".

Salvini è partito subito al contrattacco: "Sono nuovamente indagato ma, finché faccio il ministro dell'Interno, i colleghi di governo possono dire quello che vogliono, i porti italiani rimangono chiusi. Possono aprire altri 18 procedimenti penali, non cambio idea". E sui social, perentorio: "Gli italiani ci chiedono porti chiusi. Punto".

Il problema, però, non è assecondare l'umore dei follower ma rispettare il diritto. L'altro vicepremier, Di Maio, in cerca di voti e di una nuova identità, domenica aveva preso le distanze dalla politica dei porti chiusi ("può essere solo occasionale"), nonostante fin qui l'avesse totalmente condivisa. Così Salvini ribatte: "Ai colleghi ministri, che in queste ore hanno qualche dubbio, dico che se qualcuno ha nostalgia degli sbarchi Salvini e la Lega dicono no". E ancora: "Di ordine pubblico, sicurezza e difesa dei confini me ne occupo io e rischio personalmente. Rispetto il lavoro di Di Maio, che si occupa di Sviluppo economico, e spero che lui faccia lo stesso".

Il capo politico dei 5S è in missione a Dubai così replica ma non troppo: "Sono indagato anch'io ma non mi sento Napoleone. Non mi interessano le polemiche, fanno male al paese. Il mio unico scopo è proteggere l'Italia". Per i pentastellati questa nuova inchiesta rischia di terremotare la fragile pace interna, raggiunta in nome delle europee. Il caso Diciotti spaccò il Movimento, con il 40% che si espresse sulla piattaforma a favore del rinvio a giudizio di Salvini. Le regole 5S impongono di non sottrarsi al giudice. Doriana Sarli ieri ha invocato il rispetto delle norme interne: "La procura deve fare il suo lavoro. Il parlamento non può trasformarsi in un tribunale, ma sarei comunque sempre favorevole a procedere". E Gilda Sportiello: "Ci si difende nei processi e non dai processi. Questo per me è un punto non derogabile". Paola Nugnes, ancora a rischio espulsione, non crede che "si verificherà la stessa situazione della Diciotti". Attende di studiare le carte Elena Fattori, anche lei sotto procedimento dei probiviri.

 

 

 

 

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