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Se in nome della lotta al Terrore si torna a legittimare la tortura

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di Adriano Prosperi

 

Left, 17 ottobre 2015

 

Nel nome della guerra e di uno stato di eccezione si teorizza la "ticking bombe" come mezzo indispensabile. Torturare e poi misurare dagli esiti se è stato utile farlo: questa in sintesi la proposta consequenzialista.

La tortura, vietata dalla Dichiarazione dei diritti umani del 1948, è stata oggetto di una precisa definizione nella "convenzione contro la tortura" approvata dalla Assemblea generale dell'Orni il 10 dicembre 1984. Vi si individua come tortura "qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitte ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali... qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito". Dunque, un reato del potere; anche nella nostra Costituzione (art. 13, quarto comma).

E tuttavia a oggi l'ordinamento italiano non ha una legge che punisca questo crimine. Il che ha reso impossibile perseguire i responsabili delle torture inflitte da "agenti della funzione pubblica" a Genova in occasione del G8. Si pensi alla sconvolgente ricostruzione che ne ha fatto il giudice Roberto Settembre in Gridavano e piangevano (Einaudi). È per questo che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia.

Eppure il nostro Parlamento non sembra avere fretta di colmare la lacuna. Allo stato attuale quelle che sono ancora due Camere hanno consumato molto tempo nel rimpallarsi il progetto di legge presentato dal senatore Manconi. Nei balletti tra Camera e Senato il testo è stato riscritto e svuotato di contenuto. Il reato qui non è più quello compiuto da un "agente della funzione pubblica" ma un fatto privato, qualunque tipo di violenza esercitata da "chiunque" su "persona a lui affidata". Inoltre le violenze o minacce sono diventate nell'attuale formulazione "gravi", "più di una": e devono essere anche "reiterate".

Per soprammercato si dovrà provare che l'autore abbia agito "con crudeltà". Dunque Jean Améry, torturato dalle SS, non potrebbe chiedere giustizia perché nelle pagine dedicate al racconto della sua tortura in Intellettuale a Auschwitz si legge che fu l'atteggiamento freddo e distaccato dei suoi torturatori a rendere più atroce la loro azione. Di fatto, non si vede perché quando qualcuno fornito di autorità tortura una persona dovrebbe aggiungervi anche un sentimento personale (a meno che non sia una personalità disturbata da sadismo). Ancora: il progetto di legge richiede che per provare l'esistenza

di un reato di tortura si debba dimostrare che esso ha prodotto un "verificabile trauma psichico". Come si fa a verificare un trauma psichico? Sappiamo solo - da Améry e dall'esperienza degli psicologi che lavorano per organizzazioni umanitarie - quanto sia difficile far ritrovare al torturato un rapporto normale non solo con gli altri ma addirittura con se stesso. Lo ha confermato la psicologa Muriel Montagut, collaboratrice di Médecins sans frontières, raccontando le sue osservazioni in un recente seminario pisano presso la Scuola Normale che ha visto come relatori Alberto di Martino, Mauro Palma e molti altri. D'altra parte con la tortura abbiamo anche a che fare con l'avanzare di una legittimazione che sta via via cancellando il

patrimonio di convinzioni elaborate da secoli. Viviamo tempi di una guerra mondiale frammentata secondo una definizione ormai proverbiale. Ma c'è un protagonista che emerge come il nemico assoluto: il Terrore.

In nome della guerra a questo nemico si sta retrocedendo velocemente dalla comune coscienza dei diritti inviolabili e si ripropone il ricorso alla tortura come indispensabile per far fronte alla minaccia. Marina Lalatta Costerbosa, dell'università di Bologna, ha analizzato gli argomenti con cui sta avanzando una legittimazione del ricorso alla tortura fondato sulla condizione dello stato di eccezione imposto dalla lotta al terrorismo e teorizzato con l'argomento della "ticking bombe". Torturare e poi misurare dagli esiti se è stato utile farlo: questa in sintesi la proposta "consequenzialista".

Ma il bello è che in Italia la resistenza all'introduzione di una norma specifica si basa sulla ragione opposta: il nostro felice Paese non avrebbe alcun bisogno di questa norma semplicemente perché da noi la tortura non c'è. Questo l'incredibile argomento con cui, in un Parlamento di nominati, forze politiche diverse messe sotto pressione dai sindacati di polizia, stanno cercando di svuotare di ogni contenuto la legge su una questione che resta molto grave.

 

 

 



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