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Se il "buco nero" di Macerata ingoia politica, toghe e polizia

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di Carlo Fusi

 

Il Dubbio, 13 febbraio 2018

 

Chiunque vinca la lotteria del 4 marzo poi dovrà fare i conti con un tessuto sociale che in tanti sembrano voler fare a gara per strappare. Il tempo della ricucitura sembra avvolto nelle nebbie. Dove sta andando l'Italia ce lo spiegheranno - non appena possibile e sempre che ci riescano - storici e analisti. In ogni caso, la vicenda di Macerata occuperà un bel po' di pagine perché è il buco nero che minaccia di inghiottire nelle sue viscere sia il senso di appartenenza che i valori che fanno da collante ad una qualsiasi comunità.

Il volto della città marchigiana, infatti, rappresenta la perfetta metafora di come un Paese possa perdere la bussola e un pezzo della propria identità. Le sabbie mobili dove annegano, tutte insieme e tutte abbracciate, le istituzioni che reggono uno Stato e ne sono le architravi: la politica, la magistratura, le forze dell'ordine.

Vediamo. In attesa di novità sempre possibili, le ultime notizie in ordine di tempo sono: la rimozione del Questore Vincenzo Vuono ad appena tre mesi dal suo insediamento; la netta scudisciata di Matteo Renzi secondo cui "il Pd è un partito orgogliosamente antifascista". Nel primo caso si tratta di un normale avvicendamento, spiegano al Dipartimento di Pubblica Sicurezza. Normalità che nel secondo caso scolorisce fino a diventare banalità: l'antifascismo non dovrebbe forse risiedere nel Dna di ogni partito di sinistra, a partire dal più grande?

Ma proprio qui scatta la trappola. Infatti in quello che è successo nella città marchigiana - dall'orribile assassinio di Pamela e inumano accanimento sul suo cadavere al gesto tragico e lancinante di chi si sente vindice e spara su persone innocenti, inermi e indifese - di normale non c'è nulla. C'è al contrario il senso di grande straniamento che prende ogni persona di buon senso dinanzi allo slabbramento che giorno dopo giorno contagia chi dovrebbe per ruolo e autorevolezza spargere certezze e invece semina dubbi, perplessità, contraddizioni.

Per intenderci. Su Macerata la politica avrebbe dovuto trovare un sussulto unitario di fronte al corpo straziato di una giovane e sfortunata ragazza e alla follia di chi, a suon di pallottole, mischia e confonde la richiesta di giustizia con i propri fantasmi interni. Nell'incendio di furore che sta bruciando perfino il minimo sindacale di civiltà sull'altare del tornaconto elettorale, la sinistra si divide sull'autoreferenziale tasso di antifascismo confondendo Macerata con Sagunto e ottenendo i medesimi risultati; la destra soffia in maniera avventurista e perfino incosciente sulle pulsioni più primitive dell'opinione pubblica, e i rinnovatori a cinque stelle, alla stregua di spettatori di una partita di tennis, dondolano la testa da un parte all'altra attenti soprattutto a rimanere a bordo campo, senza farsi coinvolgere.

La Procura parte a razzo incriminando un ragazzo nigeriano, poi un altro e poi un altro ancora, in un crescendo che, almeno in parte, risponde al pressing spasmodico di cittadini e media che puntano l'indice e reclamano che nessuno "la faccia franca". Fino a stabilire che l'inchiesta è chiusa e i colpevoli individuati.

Poi però, fortunatamente è il caso di dire, scatta qualcosa. Scatta la consapevolezza che mille e più mille anni di civiltà giuridica sanciti dall'habeas corpus non possono essere gettati alle ortiche come roba vecchia inseguendo il demone della colpevolizzazione a tutti i costi. Che lo Stato di diritto si fonda su regole precise e definite, la principale delle quali è che nessuno può essere accusato e peggio ancora condannato senza prove e senza un regolare processo. Che la giustizia sommaria dei tribunali del popolo e dei demagoghi in servizio permanente effettivo non può essere accettata. Così in ventiquattr'ore la Procura cambia versione: niente di ancora definito, le indagini proseguono, c'è addirittura un nuovo indagato.

Infine la Polizia. Il balletto su cortei da autorizzare e poi vietare, su sindaci che giudicano le manifestazioni inutili e poi le accettano, su ministri che chiedono lumi e non ne ricevono o non li discernono, alla fine determina "il normale avvicendamento". Chissà se sarà anche quello definitivo. Volutamente - di materiale su cui riflettere ce n'è già abbastanza, no? - è stato omesso ogni riferimento alla tragedia dell'immigrazione clandestina, dei guasti sociali che la gestione approssimativa e contraddittoria dei richiedenti asilo produce, della Babele di norme italiane e europee, della strumentalizzazione degli scafisti e delle loro vittime a ridosso del voto.

Il punto è che chiunque vinca la lotteria del 4 marzo poi dovrà fare i conti con un tessuto sociale che in tanti, scriteriatamente, sembrano voler fare a gara per strappare. Il tempo della ricucitura, in un Paese fin troppo lacerato che invece ne avrebbe drammatico bisogno, sembra avvolto nelle nebbie. Purtroppo il sonno della ragione genera mostri. Strano che in tanti sembrino volutamente dimenticarlo.

 

 

 

 

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