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Se il populismo penale condiziona il legislatore

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di Enrico Buemi*

 

Il Dubbio, 23 marzo 2017

 

Quando si parla di populismo penale, non si dovrebbe dimenticare l'impatto di certe campagne mediatiche sul legislatore. Chi non ricorda i "calendari" che alcune testate giornalistiche e televisive aggiornavano ogni mattina sulla mancata approvazione della legge Grasso? Ebbene, questo era già avvenuto nel 2010 con la legge Severino: la riprova di quanto questa tattica sia perniciosa, per l'approfondimento che dovrebbe sempre caratterizzare le modifiche ai codici, è offerta proprio dalla vicenda della norma sul traffico di influenze.
Correva l'anno 2010 e sul Fatto quotidiano Marco Travaglio così spiegava la legge anticorruzione che si sarebbe dovuta approvare: "il reato di millantato credito (attualmente punito dall'articolo 346 del Codice penale) sparisce e viene sostituito dal nuovo reato previsto dalla Convenzione europea anticorruzione: il "Traffico di influenze illecite". Quello che i giudici di Firenze, indagando sullo scandalo della Protezione civile, hanno ribattezzato sistema gelatinoso".
Nel corso dell'esame in sede referente alla Camera, nel 2012, fu segnalata l'eccessiva genericità della definizione del nuovo reato, che lascia troppo spazio alla libera interpretazione del giudice: in assenza, nel nostro ordinamento, di una disciplina che fissi il confine tra attività lecita ed "influenza illecita", finisce con l'avere troppi margini di indeterminatezza e rischia di compromettere seriamente l'attività quotidianamente svolta, in maniera efficace, da tanti professionisti. In realtà, già il rapporto esplicativo dell'articolo 12 della convenzione penale del 1999, redatto dallo stesso Consiglio d'Europa che avanzava la proposta di trattato, premetteva che "acknowledged forms of lobbying do not fall under this notion". Ma, nell'approvare la legge Severino, si preferì rinviare la risoluzione del problema per cui, in Italia, il lobbying cade sotto un cono d'ombra: la proposta di regolamentazione, avanzata dai socialisti nella legislatura in essere, è ancora arenata in prima commissione e l'ipotesi di un testo del governo, affacciata addirittura da Enrico Letta, s'è arenata nelle secche dei presunti ostacoli che porrebbe l'autodichia parlamentare ad una disciplina legislativa della materia. Le recenti decisioni della Camera sulla "regolamentazione delle lobbies" sono un mero palliativo, perché riducono a questione di accessi ai palazzi la disciplina di un'attività che è praticamente ignorata dall'ordinamento giuridico generale.
Privata di un pilastro come la fuoriuscita delle lobbies dall'opacità, il testo dell'articolo 346- bis - firmato dalla ministra Severino - soddisfaceva almeno l'altro requisito dettato da Travaglio? Neppure, visto che il millantato credito restava. Il nostro migliore penalista vivente, Tullio Padovani, ha anche dimostrato come il traffico di influenze illecite è un reato con "consistenza criminosa inafferrabile", perché - per non sfociare nel reato di corruzione - il denaro fornito al mediatore per corrompere il funzionario pubblico non deve essere effettivamente consegnato o promesso a quest'ultimo.
L'unico vantaggio, che il professore vedeva nella assoluta indeterminatezza della fattispecie, era la sua modesta entità (prevede una pena da 1 a 3 anni). Ebbene, quando il calendario di Travaglio ha ripreso a correre, per il disegno di legge n. 19 proposto in questa legislatura a firma Grasso, il testo non solo non abrogava il millantato credito, ma voleva elevare il massimo edittale a cinque anni. In Commissione giustizia del Senato ci opponemmo in tanti a questa proposta: il senatore Susta contropropose addirittura che fosse dichiarata non illecita "l'attività di mediazione e rappresentanza esercitata in forma professionale, nell'ambito di un rapporto di lavoro autonomo o dipendente, presso istituzioni politiche e amministrazioni pubbliche e finalizzata a perseguire obiettivi leciti per conto di portatori di interessi particolari, che si avvalgono di detta attività esclusivamente al fine di partecipare, attraverso la produzione di documenti di analisi e proposta, al processo di elaborazione delle decisioni pubbliche". Alla fine, il 12 marzo 2015, a stragrande maggioranza la proposta di elevare la pena fu respinta.
La possibilità di precisare l'area del corrispettivo, erogato a chi si interpone ("in cambio della erogazione di danaro o di altra utilità" ), risolverebbe il problema del lobbying? C'è chi lo crede e, in questo senso, si è voluto leggere anche il reato di traffico di influenze illecite. Eppure, in occasione della presentazione del libro di Giampiero Buonomo "Lo scudo di cartone", l' 8 giugno 2015, l'attuale avvocato generale della Corte di cassazione Nello Rossi ha ammonito che "le fattispecie incriminatrici della corruzione non contemplano solamente l'elargizione di danaro ma prevedono anche che si possa essere corrotti con la promessa o con la dazione di "altre utilità". Ci rendiamo conto di che cosa questo significa del mondo della politica? Il mondo dalla politica è (...) il luogo naturale delle ' altre utilità'", a partire dalle variegate forme di sostegno elettorale nel momento del voto.
In effetti, il citato rapporto esplicativo della convenzione penale del 1999, all'articolo 4, precisava che "obviously, the financial support granted to political parties in accordance with national law falls outside the scope of this provision". Qui il problema è di dignità della politica, di trasparenza delle sue fonti di finanziamento e di genuinità del sostegno elettorale: un problema anzitutto di comportamenti sociali, ai quali porre rimedio con una disciplina della vita interna dei partiti politici ai sensi dell'articolo 49 della Costituzione. Se questo non avviene, la moralità costituzionale degli attori politici non si costruisce né con le previsioni incriminatrici indeterminate, né con le campagne mediatiche che ignorano il merito o smentiscono sé stesse.

 

*Capogruppo "Per le autonomie-Psi-Maie" nella Commissione giustizia del Senato e componente della Commissione Antimafia.

 

 

 



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