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Se il Csm introduce il divieto di scoop per i giornalisti

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di Liana Milella

 

La Repubblica, 20 giugno 2018

 

L'idea era buona. Come la racconta Giovanni Legnini, il vice presidente del Csm: "Si dice sempre che i magistrati devono stare zitti. Non devono parlare delle loro inchieste. Invece devono farlo. Ma devono farlo bene. Rispettando le regole". E qui la faccenda si complica. Perché oggi il Csm, in una dozzina di pagine, detta per la prima volta le linee guida per "una corretta comunicazione istituzionale".

Ma in quella circolare, che Repubblica anticipa, ci sono troppi "no" sulla cronaca giudiziaria, materia caldissima in questo, come in altri momenti della storia italiana. No agli scoop, azzerando il sano principio della leale concorrenza tra testate. No alle anticipazioni, negando a chi trova una notizia la possibilità di pubblicarla subito, anche se la persona coinvolta non saprà dal magistrato, ma dalla stampa, di essere finito in un guaio.

No alla pubblicazione di notizie che possono violare, anche in parte, il segreto delle indagini. No a scriverle consegnando già all'opinione pubblica un possibile colpevole. A leggerle dalla parte di chi per anni ha lavorato nei palazzi di giustizia, a contatto con pm, polizia giudiziaria, giudici, si ha l'impressione che le "linee guida" del Csm, una volta attuate, più che un aiuto possano diventare un bel problema. E forse un problema potrebbe esserci pure tra le toghe. Perché la coreografia delle notizie porta alla forte concentrazione nelle mani del capo della procura che diventa il deus ex machina della macchina informativa.

Già lo è adesso, ma le "linee guida" rafforzano di molto il suo potere. Sarà il "responsabile per la comunicazione". L'unico che può parlare, imponendo la linea e controllando pure la polizia giudiziaria. Azzerata l'autonomia dei pm che dovranno informarlo sui casi "di particolare gravità, delicatezza, rilevanza". Sarà lui solo a decidere flusso e modalità informative. Ma non basta. Il futuro meccanismo sembra togliere, più che aggiungere informazione rispetto al sistema attuale. Ecco il concetto di comunicazione "reattiva", così viene definita, "per correggere informazioni errate, false, distorte".

E ancora la comunicazione "obiettiva", cioè "presentare un'accusa in modo imparziale, equilibrato, misurato". Ma questo saranno i giornalisti a deciderlo. E ancora: l'approccio "garantista" imposto all'informazione giudiziaria - criteri di "oggettività e trasparenza" recita la circolare - rischia di risolversi in regole che solo chi scrive, e non certo chi dà le notizie, ha diritto di darsi.

 

 

 

 

 

 

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