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Roma: storie di cibo, dialogo e riscatto sociale

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di Michela Canzio

 

La Stampa, 2 dicembre 2018

 

A Roma, l'associazione di giornalismo ambientale Greenaccord Onlus organizza il 4 dicembre una giornata di studio per approfondire il ruolo del cibo come strumento di pace e confronto interculturale. I loro nomi sono tutto un programma e non possono non strappare un sorriso, per l'ironia tutta romana che li ha prodotti: Fa Er Bravo, Er Fine Pena, Drago 'n Cella, Gnente Grane, Buona condotta, Regina Birrae. Sono solo alcune delle decine di birre artigianali figlie di un esperimento che sta coinvolgendo alcuni detenuti del carcere di Rebibbia a Roma.

Per loro, il lavoro esterno è stata un'opportunità di riscatto. Per la collettività, la storia del Birrificio "Vale la pena" dimostra le possibilità connesse con l'uso sociale di cibo, alimentazione e agricoltura. "Esperienze come la nostra dimostrano i vantaggi del reinserimento dei detenuti. Il tasso di recidive viaggiano al 70% fra i detenuti che scontano la pena in carcere e crollano ad appena il 2% tra chi viene inserito in circuiti produttivi" spiega Paolo Strano, presidente della Onlus Semi di libertà, che lui ha avviato con altri operatori del Centro Clinico della Casa Circondariale Regina Coeli di Roma e che ha poi dato vita al progetto Vale la pena, premiato dalla Commissione europea come esempio di innovazione sociale.

"Ogni detenuto, in condizioni che hanno portato la Corte di Strasburgo a comminare parecchie sanzioni all'Italia, ci costa circa 3.700 € al mese. Strapparli al circolo delle recidive, vuol dire risparmiare molti soldi. Senza contare i costi sociali che conseguono dai reati che non verranno commessi".

Ma quello del birrificio romano è solo uno dei tanti casi virtuosi che hanno come protagonista il cibo. Alcuni di queste storie saranno al centro di una giornata di studio organizzata a Roma all'Aula Magna Augustinianum il 4 dicembre prossimo dall'associazione di giornalismo ambientale Greenaccord Onlus in collaborazione con la Regione Lazio e l'Arsial (Agenzia Regionale per lo Sviluppo dell'Agricoltura nel Lazio). Non solo birre ma anche agricoltura biologica al servizio dei ragazzi disabili e pinse romane realizzate dalla comunità bengalese.

"Crediamo importante, soprattutto in questo momento storico, trovare strumenti per costruire condivisione, dialogo e confronto tra i popoli.

Il cibo è uno di questi strumenti perché è un potente filo conduttore comune a tutte le latitudini" spiega Alfonso Cauteruccio, presidente di Greenaccord Onlus. "Poche cose infatti sono tanto universali e trasversali alle diverse culture da poter essere trasformato in elemento di pace, di congiunzione e di inclusione". Ma il valore del cibo, nella società consumistica e votata al profitto, è troppo spesso svilito, derubricandolo all'ennesima forma di profitto che danneggia la salute, le popolazioni locali e l'ambiente.

Occorre un cambio di passo per riconsegnare a questo elemento fondamentale per la vita collettiva i suoi valori positivi. Come riuscirci? "Le cose da fare non mancano: rivoluzionare gli stili di consumo, ripensare le tecniche di produzione e ricostruire le filiere agricole facendo riscoprire loro i saperi tradizionali, in modo da ridurre l'impatto ambientale e sociale dell'agricoltura e riaffermare la centralità dei piccoli produttori".

 

 

 



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