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Roma: il carcere è un'astronave, un laboratorio radio a Regina Coeli

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di Marzia Coronati

 

napolimonitor.it, 4 dicembre 2018

 

A Roma esiste un vecchio adagio, che recita così: "A via della Lungara ce so' tre gradini, chi nun salisce queli, nun è romano né trasteverino". Ma il tempo è passato, e oggi non è più così. "Intanto bisogna di' che i tre scalini, quelli che te fanno diventa' romano, nun ce stanno più. Una volta che entri, gli scalini da fa' so' molti di più".

P. è uno degli studenti del corso di radiofonia a cui ho partecipato nella primavera 2018 all'interno di Regina Coeli, Roma. Due formatori radiofonici, io e Andrea, alcuni operatori sociali della cooperativa Pid, un numero variabile di partecipanti: una squadra affiatata che per cinque mesi, una volta a settimana, si è incontrata nei locali della biblioteca del carcere trasteverino.

P. ha uno sguardo da bambino, un corpo adolescenziale, una voce roca a rasoio. Ha già trent'anni, undici trascorsi tra le mura di un carcere. In galera si è sposato, ha preso il diploma di terza media, ha avuto notizie dei due figli che crescevano. E sempre in galera sta affrontando un divorzio. P. non è più in attesa di giudizio, già lo sa che ha di fronte altri quattro anni, ma si trova ancora nella casa circondariale di Trastevere, formalmente preposta per accogliere solo i detenuti non ancora giudicati prima del trasferimento a Rebibbia, l'altro carcere romano, o in altre galere dello stato destinate ai "definitivi".

Il suo caso non è raro, assistiamo infatti a un nuovo sovraffollamento delle carceri e a Regina Coeli, oltre ai giudicati, ci sono persone sane che vengono detenute nel reparto dedicato ai malati, mentre aumentano le sistemazioni nelle temute "terze brande", il terzo piano dei letti a castello nel quale non si respira, non si riesce a riposare e spesso si cade rovinosamente. Secondo i dati dell'ultimo rapporto dell'associazione Antigone, pubblicato ad aprile 2018, dal 2015 i detenuti nelle carceri italiane hanno ripreso ad aumentare di circa seicento unità ogni tre mesi e oggi il tasso di sovraffollamento, che tiene conto della capienza ufficiale, è del centoquindici per cento. Ma il dato più significativo è che circa la metà dei cinquantotto mila detenuti in tutto il suolo nazionale, dopo qualche mese di libertà, rientrano dentro. È la storia di P.

Quando gli chiedo di parlare del carcere P. fa spallucce. "Ma che palle 'na radio che parla de carcere, ma chi l'ascolta! Parliamo de calcio o de qualcos'altro". Nei giorni successivi prende le misure, pondera quel che può dire e non dire, forse inizia a sentirsi a suo agio, almeno un poco. "Non è che non ne voglio parla', ma se nun ce sei stato, se nun lo vivi, non puoi capi'".

P. è cresciuto a via Bravetta, nel famigerato Residence Roma: più di seicento famiglie stipate in cinque palazzine fatiscenti, di proprietà del noto costruttore Mezzaroma. In accordo con il Comune, nel ghetto all'inizio vivevano solo le famiglie in attesa di un alloggio popolare, "accomodate" in questo orrido albergo senza stelle. Guardiola all'ingresso, interfono per parlare con gli interni, cambio della biancheria settimanale: servizi appaltati a cooperative "amiche" e pagati dal Comune, mentre l'assegnazione delle case si allontanava ogni giorno di più.

Negli anni, la manutenzione delle palazzine è svanita nel nulla, accanto alle famiglie si sono insediati nuovi inquilini, casi di disagio di ogni risma, spacciatori, richiedenti asilo, latitanti, senzatetto. Quando hanno sgomberato il Residence Roma, nel 2006, ero lì per documentare le operazioni. Passai diversi giorni tra gli edifici ridotti a scheletri, maleodoranti, senza corrente, con perdite d'acqua ovunque. Tornai a casa con la scabbia, mentre i più fortunati venivano trasferiti, dopo decenni di attesa, in appartamenti di edilizia popolare in quartieri fuori dal raccordo anulare. Per tutti gli altri era rimasta la strada.

P. quell'anno già non c'era, mi ha detto. Ha vissuto nel residence fino a pochi mesi prima. Faccio mentalmente qualche calcolo, forse era già dentro da poche settimane. Aveva diciotto anni, un figlio nato pochi mesi prima da una fidanzata quattordicenne. P. è uno dei pochi ragazzi cresciuti nel Residence Roma che ce l'avrebbe potuta fare, forse, se non fosse accaduto quel maledetto incidente. Un talento innato per il pallone; si allenava tutti i giorni, anche quando, da adolescente, avrebbe voluto mollare, farsi di cocaina con gli amici a ogni ora, andarsene in giro a far casino. Ma il mister lo riacciuffava sempre. "Me veniva a prende, me portava agli allenamenti, la sera dopo le trasferte andavo a cena da lui, mangiavo seduto insieme a suo figlio. È stato il padre che non c'ho mai avuto". Poi il miracolo, la chiamata dal Chievo, la possibilità di giocare in serie A. P. si prepara a partire, ma pochi giorni prima cade con il motorino, si rompe femore e bacino. E tutto va a rotoli in poche settimane. Un "impiccio" di troppo. Finisce dentro, con una condanna di sette anni. "Ma forse nun ero fatto pè quella vita. Manco il capitano della mia squadra, ho voluto fare. Quando il mister mi ha dato la fascetta, gliel'ho ridata indietro".

P. è un lago di diffidenza e rassegnazione, ma ha una voce potente, da speaker di professione. Lo incitiamo a parlare al microfono, a raccontarsi, a provare a insegnarci qualcosa. "Non so fa' niente". Nel tempo scopro che nei pochi mesi di libertà tra la prima e la seconda carcerazione ha trovato un lavoro, ha insegnato a suo figlio a giocare di sinistro, ha ripreso a giocare, ha avuto un'altra bambina dalla stessa fidanzata. Poi di nuovo i soliti giri, i soliti affari, ed è finito un'altra volta dentro. Tra le mura della cella decide che non accadrà mai più, si mette a studiare, ottiene la licenza media. "Ma tanto quello che impari qui dentro nun serve a un cazzo, quando sei fuori".

Perché non serve? Ne parliamo in cerchio, seduti sulle sedie di plastica della sala biblioteca di Regina Coeli. C. è il primo a parlare: "Nun serve perché fuori c'è il pregiudizio, sanno che sei stato dentro e non ti vogliono". C. ha venti anni, è dentro per la prima volta. "Pensi cosi perché ancora nun sei uscito - ribatte P. -, ma nun è così, te lo giuro. Io quando ero fuori ho trovato lavoro su internet. È stato facile. Me so' messo a lavora' in un ristorante. Ma dopo un mese de mazzo tanto me so' portato a casa ottocento euro. Secondo te so' meglio quelli o è meglio guadagna' tremila euro in un giorno, co' poca fatica?".

C. lo ascolta, ma lo sguardo è appannato, probabilmente per quegli psicofarmaci per dormire. Anche lui era abituato alla bella vita. Tanto denaro, procurato in poche ore. "La mia casa era come il negozio di un bangla, pieno de roba da beve e da magna'. Le pulizie me le facevano certe amiche, le pagavo con l'erba o con il fumo". Cubano di origine e romano nel cuore, C. vive a Tor Bella Monaca ormai da molti anni. Vuole sapere dove viviamo noi. Al Pigneto, risponde il mio collega. "Che schifo er Pigneto - mi dice a un orecchio -, è pieno di zozzoni". Gli chiedo di spiegarsi meglio. "Quelli strafatti coi cani, buttati per terra. Noi a Tor Bella a quelli così glie menamo".

I primi giorni di laboratorio C. è entusiasta. Ride, canta, si esibisce al microfono. Dopo due mesi il suo umore cambia, non vuole più partecipare, perde il sorriso. "Qualche settimana fa è morto mio nonno, cioè, il padre del mio patrigno. Ce so' cresciuto, con lui, ero il suo nipote preferito, perché ero quello che andava meglio a scuola. Mo' è morto. E io non so' riuscito a versa' neanche una lacrima. Manco una. Quando so' entrato dentro, i primi giorni, pensavo sempre a quello che stava fuori, alla mia ragazza, ai miei amici. Poi ho iniziato a sta' male. Ho chiesto consiglio a chi ha più esperienza di me. "Lascia perdere quello che è fuori, non ci pensare, cancellalo", mi hanno detto. Così ho iniziato a tagliare, una cosa alla volta. Prima la mia ragazza: ho troncato la storia. All'inizio ci so' stato male, ma poi mi so' sentito più leggero. Piano piano, ho staccato con tutto il mondo di fuori. Ora? Me sento un sassolino. Un sassolino".

Contenzione mentale - Anche l'umore di MJ è altalenante. Di religione rastafariana, alto, snello, sempre ordinato, un sorriso meraviglioso elargito con prudenza. Il primo giorno di corso racconta che nel suo paese, in Mali, la mattina appena ci si sveglia si possono scambiare solo parole di gioia e serenità. "Non si raccontano sogni brutti, non si parla di problemi, non ci si lamenta. Non si può, non è un buon segno, porta male". Un giorno MJ è molto silenzioso, non interviene, rimane seduto con la grossa testa rasta ciondolante e lo sguardo perso nel nulla. Facciamo una prova di diretta radio, si parla di salute dietro le sbarre. MJ d'un tratto si anima, con una mano prende il microfono, con l'altra cerca qualcosa in tasca. Tira fuori una pasticca dentro un cartoccio di cellofan. "Mi hanno riempito di questa roba, qui dentro! Ma io non la voglio più. Mi fa schifo! La tengo con me e la scambio con il tabacco. Non ne posso più di queste finte cure! Non ci fanno star bene!".

Io non ne so niente. Percepisco la depressione dal ciabattare nei corridoi, dalle pupille ferme, dall'incuria di certi detenuti, ma non so chi fornisce le medicine, quali e quante si possono elargire, non so come si ottiene una terapia e chi se ne occupa. Faccio tesoro di quanto mi hanno insegnato i ragazzi del corso: solo chi sta dentro può capire. Così mi rivolgo a Vincenzo Saulino. Psicologo, presidente del Forum nazionale del diritto alla salute delle persone ristrette, Saulino presta servizio nel Sert (Servizio per le tossicodipendenze) all'interno del carcere di Rebibbia: otto ore al giorno dei suoi ultimi quarant'anni trascorse tra le mura di una galera. Per darmi un'idea della funzione contenitiva della psichiatria in carcere, mirata principalmente a ridurre la conflittualità del detenuto, Saulino mi mette di fronte a un solo dato: "I manicomi sono stati chiusi nel 1978, gli Opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari, solo nel 2015. A Rebibbia campeggia ancora una scritta sopra una sezione: "Minorati mentali".

 

 

 



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