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Rimini: trans tenta il suicidio per protesta "detenuta in un buco e isolata da tutti"

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Corriere di Romagna, 10 dicembre 2017


La disperazione rispetto alle condizioni in cui era costretta a scontare la sua pena nel carcere di Rimini, relegata nella sezione "Vega" destinata ai transessuali: questa la ragione che ha spinto una trans 32enne peruviana e tentare il suicidio giovedì ai Casetti. Ha ingerito una quantità eccessiva di farmaci che aveva scientemente accumulato nei giorni precedenti.

Ad accorgersi della situazione la vicina di cella che ha subito dato l'allarme. La 32enne è stata trasportata d'urgenza in ospedale a Rimini dove ora si trova ricoverata in rianimazione, non prima di aver spiegato le ragioni del gesto: la segregazione forzata, l'isolamento, le condizioni di freddo e umidità in cui, al reparto, i detenuti sono costretti, separati dagli altri per evidenti misure di sicurezza.

Una transessuale peruviana di trentadue anni, stufa delle condizioni di isolamento che è costretta a vivere all'interno del carcere, ha tentato il suicidio in segno di protesta. Adesso è ricoverata in terapia intensiva nel reparto di Rianimazione dell'ospedale "Infermi" di Rimini.

L'episodio è accaduto nel tardo pomeriggio di giovedì scorso. A notare qualcosa che non andava è stata la dirimpettaia di cella, un'altra transessuale. Sono le uniche due detenute della sezione "Vega", relegate in una vera e propria gattabuia, proprio perché c'è l'esigenza di tenerle separate dal resto dei detenuti maschi.

Una situazione che porta a una segregazione interna, tanto che le due detenute non hanno la possibilità di condividere né gli spazi né le attività con gli altri, più volte segnalate all'amministrazione penitenziaria. La peruviana ha espresso più volte il proprio disagio di fronte a un isolamento imposto suo malgrado e privo di alcun fondamento giuridico in uno spazio ridotto con un lucernario che fa da finestra e in condizioni di freddo e umidità che non hanno riscontro nelle altre sezioni della casa circondariale riminese.

La sezione "Vega" è da tempo nel mirino del garante dei detenuti e la chiusura è data per imminente. A sopperire alle carenze strutturali sono spesso gli agenti della polizia penitenziaria che anche l'altro giorno hanno dato prova di grande affidamento e professionalità. Il poliziotto intervenuto, infatti, non si è basato sulle risposte della peruviana, ancora piuttosto coerenti, ma l'ha subito accompagnata in infermeria. La trans è collassata davanti al medico ed è stata trasportata d'urgenza in ospedale. Un ritardo sarebbe stato fatale. "Non ce la faccio più a vivere il carcere in condizioni di isolamento, di difficoltà dovute a carenze evidenti: chiedo solo di poter scontare la mia pena in condizioni dignitose".

È difesa dall'avvocato Enrico Graziosi che, avuta notizia dell'accaduto, è accorso in ospedale per sincerarsi di persona dello stato di salute della sua assistita. "Non è ancora fuori pericolo", conferma il legale. "Spero si riprenda presto perché le prospettive, a dispetto di una situazione giudiziaria difficile (ha un cumulo di pene per vecchie rapine, estorsione ed evasione fino al 2020 ndr) sono buone: ha chiesto di essere espulsa e potrà uscire già a primavera per tornarsene da persona libera nel proprio Paese". Il suo gesto richiama ancora una volta l'attenzione sulla sesta sezione, "Vega", destinata ai detenuti transessuali e ridotta a un ripostiglio: una vergogna alla quale qualcuno dovrà porre rimedio.

 

 

 

 

 

 

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