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Responsabilità civile dei magistrati, riforma non retroattiva

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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 11 gennaio 2017

 

Corte di cassazione - Sentenza 258/2017. Non sono retroattivi i nuovi termini di decadenza per chi intende chiamare i giudici a rispondere del loro operato. La legge n. 18 del 2015, che ha modificato la legge Vassalli sulla responsabilità civile dei magistrati, la n. 117 del 1988, è vero che dà più tempo all'interessato per proporre l'azione, tre anni al posto dei due precedenti, di risarcimento, ma l'estensione non può essere applicata a domande depositata prima del 19 marzo del 2015, data di entrata in vigore della riforma.
A chiarirlo è la Cassazione con la sentenza n. 258depositata ieri con la quale è stato anche sottolineato come i vecchi termini, ma la considerazione vale anche per i nuovi, non violano il principio di equivalenza di natura comunitaria e neppure confliggono con la più ampia prescrizione di 5 anni per esercizio di un'ordinaria azione di risarcimento del danno.
La Corte ha così respinto il ricorso presentato da un uomo contro il decreto della Corte d'appello di Roma che aveva giudicato avanzata tardivamente la richiesta di risarcimento danni presentata nei confronti dello Stato. A venire contestata era l'interpretazione data dalla stessa Cassazione, come giudice dell'ultimo grado di giudizio, nel 2009, in base alla quale era stata respinta la domanda di conversione a tempo indeterminato di un contratto di formazione e lavoro con Atac (l'azienda di autotrasporto romana).
Nella sentenza si fa innanzitutto una precisazione sulla forma del rito che deve essere applicata quando si vuole fare valere la responsabilità dei magistrati. L'unico rito applicabile è quello delineato dalla legge Vassalli per tutte le azioni avviate prima della riforma. Non ci sono spazi residui per l'applicazione del rito ordinario di cognizione per la responsabilità fondate sulla norma generale dell'articolo 2043 del Codice civile sull'ordinario risarcimento per fatto illecito. Non esistono neppure profili di contrasto con il diritto dell'Unione europea per la scelta di assoggettamento a un rito processuale speciale, visto che la normativa comunitaria non mette alcun paletto sulle forme processuali. A patto che siano rispettati i principi di effettività ed equivalenza.
Princìpi poi, prosegue la sentenza, che non sono trasgrediti dall'introduzione del termine biennale della legge Vassalli. E a maggior ragione da quello triennale della riforma del 2015. Nel ricorso si sosteneva che termini assai brevi di decadenza, come quelli previsti, sono in contrasto con la disciplina comunitaria perché renderebbero assai difficile l'esercizio del diritto.
Non è così, in realtà, sostiene la Cassazione, perché il termine biennale o triennale si colloca dopo che sono già stati intrapresi tutti i mezzi ordinari di impugnazione e, pertanto, "assicura un periodo di tempo più che ragionevole e sufficiente per valutare la sussistenza dei presupposti della responsabilità nel caso concreto e per approntare adeguatamente l'azione e la difesa in giudizio". A volere tacere poi di altre ipotesi assai brevi di decadenza, come quella dell'azione di risarcimento per la violazione di interessi legittimi.
Quanto al principio di equivalenza, nessun profilo critico, visto che il limite si applica ai risarcimenti per danni provocati da (asserite) violazioni al diritto interno e a quello comunitario. Il termine di prescrizione di 5 anni non è poi determinante nel fare bocciare termini più brevi sia per la differenza dell'istituto della prescrizione da quello della decadenza sia perché ipotesi di prescrizione "breve" sono previsti dall'ordinamento.

 

 

 

 

 

 

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