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Repubblica Centrafricana: Amnesty International "livelli sbalorditivi d'impunità nel paese"

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Nova, 14 gennaio 2017


Nella Repubblica Centrafricana vige "un'impunità su scala sbalorditiva": persone sospettate di aver commesso omicidi o stupri durante la guerra civile sono riusciti ad evadere la giustizia e in alcuni casi convivono con le loro stesse vittime.
È quanto denunciato in un rapporto dall'organizzazione non governativa Amnesty International, secondo cui occorre mettere in piedi un sistema giuridico credibile, compito che sin qui né il governo di Bangui né le truppe di pace delle Nazioni Unite sono riusciti a portare avanti. Centrale per la stabilità del paese, secondo il rapporto, l'istituzione di un tribunale penale speciale, in uno sforzo che continua a richiedere l'impegno anche della comunità internazionale.
Il peso della guerra civile divampata alla fine del 2012, ma latente da diversi anni, continua a schiacciare il paese. "Migliaia di vittime di abusi contro i diritti umani nella Repubblica Centrafricana attendono che si faccia giustizia, mentre persone che hanno commesso reati orribili come assassini e stupri sono ancora in libertà", spiega Ilaria Allegrozzi, ricercatrice di Amnesty International per l'Africa centrale. Il "livello di impunità è sbalorditivo e sta minando gli sforzi per la ricostruzione del paese e la creazione di una pace sostenibile" dopo il cessate il fuoco siglato nel luglio del 2014 ma ripetutamente messo in crisi da attacchi tra le due principali fazioni in lotta: il gruppo ribelle ex Seleka, a maggioranza musulmana e i militanti cristiani anti-Balaka. L'unica soluzione per porre fine a questa "impunità" nel lungo periodo, suggerisce il rapporto, è una "riforma integrale del sistema nazionale di giustizia".
Occorre ricostruire - anche fisicamente - i tribunali e le carceri, ma anche reclutare e addestrare le forze di sicurezza. L'Ong ricorda infatti che la macchina della giustizia, "già fragile prima dell'inizio del conflitto", è ulteriormente peggiorata negli ultimi anni. Con ampie zone del paese in fiamme, i presidi di giustizia - i tribunali come le prigioni - sono stati abbandonati dal personale in fuga all'estero, e grandi masse di documenti sono andate distrutte. Fuori dalla capitale Bangui sono poche le aule di giustizia in funzione e solo otto delle 35 carceri del paese sono operative. Costretti in condizioni logistiche estremamente precarie e a rischio sanitario molti carcerati sono evasi, anche approfittando degli scarsi sistemi di vigilanza.
Come risultato, vittime e carnefici si trovano a condividere spazi di vita civile. "Usano gli stessi taxi, fanno acquisti negli stessi negozi e vivono negli stessi quartieri", dice un testimone citato nel rapporto di Amnesty. "Nessuno è stato arrestato né processato e questo clima di insicurezza contribuisce a trasmettere sicurezza". Tra settembre del 2014 e ottobre del 2016 le forze di pace dell'Onu hanno aiutato le autorità locali ad arrestare 384 persone incriminate di reati collegati al conflitto. Ma solo poche di queste, sottolinea Amnesty, erano perseguite per i reati più efferati, quelli che hanno lasciato le maggiori ferite al tessuto sociale del paese. Senza contare che 130 di loro, a settembre del 2015, sono riusciti ad evadere. L'organizzazione ricorda inoltre che a novembre del 2014 aveva segnalato 21 casi di persone fortemente indiziate di aver commesso crimini di diritto internazionale. Solo due di questi sono stati arrestati e per gli altri 19 non è stata neanche aperta una indagine considerata efficace.
Senza i freni necessari, la violenza torna nel paese sta tornando protagonista. Dal settembre scorso gli scontri sono aumentati in frequenza e densità, portando a decine di morti civili - solo 37 nell'attacco di ottobre nel territorio di Kaga-Bandoro - e spingendo circa 20 mila persone ad abbandonare le loro case. Oltre a dover ricostruire l'attività quotidiana della giustizia - la prevenzione con forze di sicurezza adeguate al compito, l'effettività della pena con misure restrittive efficaci, occorre per Amnesty dare un forte impulso alla creazione del Tribunale penale speciale. Si tratta di un organo previsto da una legge del 2015 sul quale Bangui concentra buona parte delle richieste di aiuto alla comunità internazionale. Una corte "ibrida" composta da giudici e personalità nazionali e internazionali incaricata di giudicare persone sospettate di aver compiuto reati qualificabili di diritto internazionale.
La struttura ha acceso i motori, ma per farla davvero partire è necessario fare al più presto il pieno. Il tribunale "è fondamentale per fare in modo che le vittime di alcuni dei reati più gravi commessi durante il conflitto abbiano la possibilità di vedere che la Repubblica centrafricana è in grado di fare giustizia", ha sottolineato Allegrozzi. A novembre del 2016 il governo del presidente Faustine Touadera ha portato a Bruxelles un piano di riconciliazione nazionale e consolidamento della pace per ottenere dalla conferenza dei donatori le risorse utili a fare ripartire il paese. Nonostante siano stati impegnati già cinque dei sette milioni di dollari utili a garantire i primi 14 mesi di vita del Tribunale, occorre intensificare gli sforzi. Non servono solo i fondi per l'attività regolare dei prossimi cinque anni, segnala Amnesty: i donatori - tra cui anche l'Unione europea e l'Italia - devono contribuire designando personale qualificato tanto per i processi in corso quanto per quelli che si devono istruire.
Ed è anche necessario "sviluppare un programma solido di protezione dei testimoni per garantire che la loro partecipazione ai processi" si svolge in condizione di sicurezza, ha spiegato Allegrozzi. Al tempo stesso si chiedono le garanzie di un equo processo e di una giusta difesa anche per gli imputati: "È ora di mettere fine al clima di paura che regna nella Repubblica centrafricana". Un clima di insicurezza che contribuisce a scrivere una cronaca sempre dolorosa. La scorsa settimana due attacchi contro la missione integrata multinazionale per la stabilizzazione della Repubblica Centrafricana delle Nazioni Unite (Minusca), nel nord-ovest e nella parte orientale del paese, sono costati la vita a due caschi blu di nazionalità marocchina.

 

 

 

 

 

 

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