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Reggio Calabria: una "rivoluzionaria" delle carceri pronta a sbarcare a Roma

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di Grazia Candido

 

strill.it, 2 dicembre 2018

 

È una donna molto forte, sicura di sé, con obiettivi ben precisi da portare a termine e, in ogni cosa che fa, mette testa e cuore perché per lei l'importante è "fare e farlo bene senza se e senza ma". Maria Carmela Longo, direttrice della Casa Circondariale di Reggio Calabria e di Arghillà, indossa quotidianamente una corazza ma in realtà, è una donna sensibile e attenta che non si fa scalfire dai pregiudizi e ha dimostrato che "il carcere non ha solo la funzione di infliggere una pena ma anche riabilitativa".

 

Facciamo un bilancio di questi anni di lavoro come direttore delle carceri di Reggio Calabria: cosa è cambiato e com'è adesso la situazione?

"Ci vorrebbero giornate intere per sintetizzare questi ultimi 15 anni però, posso dire che quando sono arrivata a Reggio Calabria c'era solo l'istituto penitenziario di San Pietro, un istituto che ha quasi 100 anni e versava in pessime condizioni strutturali determinando una pessima qualità di vita delle persone detenute. Da 15 anni a questa parte, l'obiettivo che mi sono imposta riuscendoci, è stato di ristrutturare l'istituto penitenziario dotando tutte le camere di pernottamento di servizi igienici e doccia in cella. Una vera conquista visto che quasi tutti gli istituti penitenziari in Italia, hanno le docce in comune. Quindi, più che direttore del carcere sono stata un architetto, un ingegnere, un progettista, un arredatore. È pur vero che queste operazioni hanno comportato un notevole innalzamento della qualità della vita delle persone ristrette ma hanno determinato anche una notevole mole di lavoro del personale di Polizia penitenziaria con incombenze di non diretta competenza. Ad oggi, tutto l'istituto è ristrutturato ed è a norma di regolamento. A questo, si è aggiunto l'altro grande obiettivo di aprire il carcere di Arghillà, l'ennesima opera incompiuta di questa terra, i cui lavori erano iniziati 30 anni fa e poi fermati e la struttura abbandonata e saccheggiata più volte era diventata una cattedrale che necessitava di urgenti interventi".

 

E poi Arghillà fu aperto in breve tempo...

"Cinque anni fa, abbiamo vissuto un periodo di sovraffollamento della popolazione carceraria, San Pietro ospitava oltre 400 detenuti e la capienza tollerabile era di circa 260 posti. Si può intuire il livello di insostenibilità della qualità della vita e la necessità di aprire urgentemente Arghillà. Nel giro di 2 anni, siamo riusciti a portare avanti i lavori necessari per l'attivazione e quando l'immobile è stato consegnato all'amministrazione penitenziaria, abbiamo sistemato la struttura con un lavoro immane e pesantissimo per tutti, sia dei detenuti che, organizzati in squadre, giornalmente, salivano ad Arghillà per montare gli infissi, gli arredi, pulire e tanto altro sia per il contingente di personale della Polizia penitenziaria che andava per mettere in essere tutte le iniziative per il funzionamento dell'istituto. In 4 mesi, abbiamo aperto l'istituto con detenuti già ospitati non a pieno regime ma i 2/3 dell'istituto era stato già occupato dai detenuti provenienti da tutta la Regione".

 

È particolarmente apprezzata per il suo impegno e meticoloso lavoro nelle carceri e la cosa che colpisce per chi entra sia nella casa penitenziaria di Arghillà che in quella di San Pietro, è l'organizzazione, la pulizia e le numerose attività lavorative e ricreative che possono fare i detenuti...

"Ho coinvolto i detenuti nei miei obiettivi e quelli dell'amministrazione penitenziaria perché con il coinvolgimento e il consenso nella progettualità, si hanno maggiori possibilità di raggiungere i risultati. Questo vale anche per il coinvolgimento del personale di Polizia penitenziaria perché qualunque iniziativa prima si deve condividere e poi si fa. Quella dell'ordine e della pulizia è una mia fissazione perché credo che siano una delle condizioni primarie nella vita di qualunque individuo quindi, non vedo perché per i detenuti e per i familiari che vengono al colloquio, non ci debbano essere queste due condizioni. In fondo, il carcere è un insieme di persone diverse tra loro, che non si sono scelte ma che, comunque, in maniera forzata sono costrette a vivere coattivamente. Questo però, non è detto che precluda che le condizioni di vita non debbano essere pari a quelle della vita fuori".

 

Lei ha fatto una vera "rivoluzione" nel senso che è riuscita a creare un rapporto del carcere con la città. Qualche giorno fa, infatti, si è concluso un torneo di basket nel quale insieme ad alcune squadre di Reggio, ha partecipato anche una squadra composta da detenuti del carcere di Arghillà vincendo il torneo. Lo sport è un buon mezzo per riabilitarsi, per riscattarsi...

"Il carcere non è una realtà a sé ed è giusto che la gente sappia cosa sia un istituto penitenziario, cosa facciamo, quali sono i nostri obiettivi, la funzionalità che ha all'interno di un contesto sociale. È importante che ci sia una rieducazione per chi ha sbagliato e anche che gli si dia un'altra chance in questa vita. Certo, ogni caso va trattato in modo diverso. Ma sono sempre persone e tali li dobbiamo considerare. Lo sport poi, aiuta i progetti di riabilitazione e rieducazione della persona creando aggregazione e imponendo anche, il rispetto delle regole".

 

Il suo non è un lavoro facile, il carcere è una realtà molto "forte" da sopportare quotidianamente. Come fa?

"Faccio. Intanto, credo che le difficoltà fisiologiche e naturali le troviamo in ogni contesto lavorativo. Certo, ci sono contesti come quello penitenziario o quello ospedaliero dove l'impatto con la sofferenza è più concreto, anche ascoltare le storie personali di tutte queste persone è forte, pesante. È chiaro che questa realtà emotivamente ti coinvolge ma la leggo al contrario: se è vero che stare in queste strutture può sembrare angosciante, opprimente, paradossalmente per me, diventa un punto di forza nella misura in cui mi rendo conto di essere una persona fortunata nella vita ed apprezzo quello che ho. Io dò il giusto valore a quello che ho senza crearmi aspettative, penso a chi sta peggio di me e sono felice della mia condizione. Questo, mi consente di raggiungere un equilibrio personale anche nel relazionarmi con gli altri. Il contesto penitenziario non è opprimente, è un contesto di sofferenza come ce ne sono tanti però, è un contesto vivo, fatto di esseri umani ognuno con i propri limiti e i propri pregi. A volte, anche un sorriso con un detenuto o con il personale rende il contesto lavorativo più sereno. Chiunque fa ingresso in un istituto penitenziario fa questa considerazione: non sembra un carcere perché nell'immaginario collettivo si pensa al carcere coma ad un luogo triste, angusto, grigio ma in realtà, il carcere è un luogo fatto di persone. Poi, ogni situazione, ogni storia va trattata a sé".

 

Si dice che presto lascerà Reggio Calabria per la Capitale, è vero?

"Sì è vero e ci spero. Perché dopo tanti anni, quando sai che hai realizzato gli obiettivi che ti eri prefissata, vuoi altri stimoli e non ti accontenti della banalità quotidiana. Stare a Reggio Calabria non è facile e ho il primato di essere il direttore che è stato più a lungo in questa città, il periodo di permanenza dei miei predecessori è di due anni. Non nego che per questa lunga permanenza, ho pagato un prezzo a titolo personale e privato elevatissimo quindi, è inevitabile che io adesso voglia cambiare. Certo, forse andrò in un contesto ancora più difficile e gravoso però avrò nuovi stimoli. Questa decisione mi pesa tantissimo anche perché San Pietro e in particolar modo Arghillà, sono la mia famiglia. Arghillà l'ho creata io, è come se fosse un figlio mio. Però, ci sono momenti in cui bisogna cambiare".

 

Cosa augura a Reggio Calabria e a quei detenuti che una volta usciti da questa esperienza, riprenderanno in mano la loro vita?

"Ho sempre fatto e continuerò a fare affinché le persone una volta uscite dal carcere possano essere in condizioni personali diverse rispetto a quelle in cui erano quando hanno fatto ingresso. Anche il cambiamento su una persona è per me un successo. È vero che la nostra Costituzione parla di rieducazione dei detenuti però, è anche vero che un adulto difficilmente è rieducabile. È difficile farlo con un bambino figuriamoci con un adulto. Reggio Calabria mi ha insegnato una cosa: molte volte, le nostre scelte non sono libere e dipendono da noi stessi ma dipendono anche dalle condizioni esterne e molte di queste sono negative come la mancanza di lavoro regolare. Quando ci fu l'indulto nel 2006, tanti detenuti non volevano uscire perché qui lavoravano e percepivano uno stipendio regolare, fuori non avrebbero avuto la stessa possibilità. Hanno dichiarato di voler rimanere in carcere perché altrimenti sarebbero tornati a bussare alle porte sbagliate, a non veder crescere i loro figli in luoghi adeguati.

Questa è una grande e grave realtà. Altri detenuti invece, hanno scelto di andare via, al Nord, e portare a seguito la famiglia perché è chiaro che ogni genitore vuole un futuro sereno per i propri figli. Da noi queste condizioni non ci sono. Io come direttore incentivo chi vuole andare via, sostengo questa scelta radicale perché in una terra come la nostra, l'assenza di lavoro è una nota dolente. Sicuramente, serve un cambiamento di mentalità e se non si ripristina a fondo la legalità in questi territori, siamo sempre al punto di partenza".

 

 

 



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