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Reddito di cittadinanza: carcere fino a sei anni per chi mente

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di Giuseppe Buffone

 

Il Sole 24 Ore, 11 febbraio 2019

 

Il raffronto con le altre disposizioni. Nella "Gazzetta Ufficiale" del 28 gennaio 2019 n. 23, è stato pubblicato il decreto legge 28 gennaio 2019 n. 4, entrato in vigore il 29 gennaio scorso; la decretazione d'urgenza introduce disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni. La struttura e il trattamento sanzionatorio - La struttura dell'articolato segue una sequenza logica. La prima parte è dedicata al beneficio (il reddito di cittadinanza: Rdc), i beneficiari e gli strumenti per conseguire l'emolumento; la seconda parte si occupa delle sanzioni; l'ultima parte tocca le misure incentivanti e il monitoraggio.

Il beneficio introdotto con il Dl 4/2019 costituisce una misura di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all'esclusione sociale, utile ad assicurare un livello minimo di sussistenza, incentivando la crescita personale e sociale dell'individuo; ecco perché l'accesso a questo tipo di beneficio, in difetto dei requisiti, si rivela riprovevole perché si rischia di mandare in "corto-circuito" l'intero sistema introdotto e, soprattutto, si sottrae denaro che spetta a persone in condizioni di bravissima emarginazione sociale.

La mancata distinzione delle diverse fattispecie - Per "dissuadere" chiunque da una tal condotta, la decretazione d'urgenza introduce una trama di sanzioni, enucleate nell'articolo 7: vengono inserite anche sanzioni penali, istituendo nuove fattispecie incriminatrici. In particolare, ai sensi dell'articolo 7, comma 1, "salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di ottenere indebitamente il [Rdc], rende o utilizza dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero omette informazioni dovute, è punito con la reclusione da due a sei anni".

Il trattamento sanzionatorio riservato a chi acceda illecitamente al Rdc è, quindi, severo, comportante la reclusione da due a sei anni. La severità discende dal fatto che la norma non punisce il fatto di aver conseguito illecitamente i fondi, ma il solo fatto di aver presentato documenti infedeli al fine di ottenerli. Non si distingue, insomma, tra colui che abbia provato (illecitamente) a ottenere il Rdc e colui che vi sia riuscito, quanto a dire tra due condotte entrambe riprovevoli, ma distinte sul piano del bene giuridico effettivamente leso e della carica di offensività. Inoltre, se si guarda al Rdc, la condotta di rappresentazione infedele, non seguita da concessione del beneficio, è "pericolosa"; quella seguita da conseguimento illecito del bene, è "dannosa". Qualche dubbio potrebbe sorgere, dunque, il merito alla proporzionalità della pena prevista.

L'articolo 7 del Dl 4/2019 alla luce del principio di proporzionalità - Il principio di proporzionalità governa la materia penale e ha radice costituzionale ed eurounitaria. Quanto al primo aspetto, il principio di proporzionalità discende dall'articolo 3 della Costituzione, ove il costituente esige che la pena sia proporzionata al disvalore del fatto illecito commesso, in modo che il sistema sanzionatorio adempia nel contempo alla funzione di difesa sociale e a quella di tutela delle posizioni individuali. E la tutela del principio di proporzionalità, nel campo del diritto penale, conduce a "negare legittimità alle incriminazioni che, anche se presumibilmente idonee a raggiungere finalità statuali di prevenzione, producono, attraverso la pena, danni all'individuo (ai suoi diritti fondamentali) ed alla società sproporzionatamente maggiori dei vantaggi ottenuti (o da ottenere) da quest'ultima con la tutela dei beni e valori offesi dalle predette incriminazioni" (Corte costituzionale, sentenze n. 341 del 1994 e n. 409 del 1989).

Quanto al secondo aspetto, va ricordato l'articolo 49, numero 3), della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea - proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, e che ha ora lo stesso valore giuridico dei trattati, in forza dell'articolo 6, comma 1, del Trattato sull'Unione europea (Tue), come modificato dal Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007, ratificato e reso esecutivo con legge 2 agosto 2008 n. 130, ed entrato in vigore il 1° dicembre 2009 - a tenore del quale "le pene inflitte non devono essere sproporzionate rispetto al reato".

La sproporzione della pena compromette anche il processo rieducativo, violando così pure il parametro costituzionale di cui all'articolo 27 della Costituzione; giova ricordare che "il contrasto con il principio della finalità rieducativa della pena ingenera nel condannato la convinzione di essere vittima di un ingiusto sopruso, sentimento che osta all'inizio di qualunque efficace processo rieducativo, in violazione dell'art. 27 Cost." (Corte costituzionale, sentenza n. 236 del 2016).

La proporzionalità è il frutto di un test che può essere condotto almeno in due modi:

1) attraverso il ricorso al tertium comparationis (in questo caso è possibile dimostrare il difetto di proporzionalità non evidenziando che la pena prevista per il reato A è ingiustificatamente più severa di quella prevista per il reato B);

2) attraverso l'analisi autonoma (in questo caso è possibile dimostrare che la pena prevista per il reato A è sproporzionatamente severa in termini assoluti, in quanto implicante una limitazione dei diritti fondamentali del condannato eccessiva rispetto alle finalità perseguite dalla norma incriminatrice). L'esito di questo test deve far emergere la manifesta sproporzione della cornice edittale, se considerata alla luce del reale disvalore della condotta punita.

Come si può vedere, infatti, dalla tabella allegata abbiamo comparato il trattamento sanzionatorio penale del reddito di cittadinanza con altre disposizioni. Più in particolare, un raffronto può essere fatto tra il reato previsto e punito dall'articolo 316-ter del codice penale ("indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato") e quello introdotto con l'articolo 7, comma 1, del Dl 4/2019. Entrambi puniscono la condotta di chi rappresenti una falsa realtà, mediante documenti falsi o attestanti cose non vere oppure con omissioni antidoverose; entrambi pure hanno riguardo a fondi pubblici. Tuttavia, nel reato ex articolo 316-ter del Cp,la pena fino a 3 anni è prevista in quanto il denaro erariale è stato conseguito (e, quindi, si è consumato un danno effettivo a carico dello Stato); al contrario, come detto, il reato previsto dall'articolo 7 del Dl 4/2019, prescinde dalla sottrazione effettiva dell'emolumento di Stato.

Ai sensi dell'articolo 316-ter del Cp: "salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall'articolo 640-bis, chiunque mediante l'utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l'omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità europee è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni".

Peraltro, ai sensi del comma 2, quando la somma indebitamente percepita è pari o inferiore a euro 3.999,96 si applica soltanto la sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro da euro 5.164 a euro 25.822. Tale sanzione non può comunque superare il triplo del beneficio conseguito.

 

 

 

 

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