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Ragazzi "cattivi" o ragazzi in difficoltà?

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Il Mattino di Padova, 2 novembre 2015

 

Quando succedono gravi fatti di cronaca che hanno per protagonisti adolescenti, bisogna cercare di comprendere il senso e le motivazioni della trasgressività dei giovani, per trovare risposte adeguate e impedire che degeneri in delinquenza, quella che poi apre le porte del carcere minorile, e alla fine anche del carcere per adulti.

La testimonianza che segue è di un detenuto che tanti anni fa ha sperimentato il carcere minorile, che per lui è stato proprio l'anticamera di quello per adulti. Pubblichiamo poi un contributo di uno psicoterapeuta, che si occupa da anni di minori autori di reato, e che fa capire esattamente questo: che il carcere NON è la soluzione, la vera sfida è progettare con questi ragazzi una vita nuova.

 

Se non fossi stato in carcere da minorenne, forse non sarei diventato un criminale

 

Spesso i giovani che entrano in carcere da minorenni sono ragazzi difficili, credo che non siano però cattivi, ma lo diventano dopo, stando in galera. Nella stragrande maggioranza dei casi i detenuti minorenni provengono da nuclei famigliari complicati. Molti hanno solo sfiorato l'amore di un padre o di una madre, pochi hanno conosciuto l'amore di una famiglia. Hanno solo conosciuto la parte più cinica della società, prima la cattiveria innocente dei bambini, poi quella dispettosa dei ragazzi e alla fine quella malvagia del carcere. Credo che molti giovani detenuti diventeranno da adulti dei delinquenti perché in carcere si sentono soli e indifesi. E si convincono che nel mondo nessuno gli voglia bene.

La prima volta che entrai in carcere, tanto tempo fa, avevo sedici anni e l'impatto fu tremendo. Fu anche la prima volta che un gruppo di guardie mi massacrò di botte. A dire la verità un po', ma solo un pochino, me lo meritavo. Avevo tirato un piatto di patate in faccia al brigadiere. Non lo dovevo fare. Ma era stato più forte di me. Non riuscivo a stare zitto se mi offendevano mia madre. E il brigadiere mi aveva chiamato figlio di puttana perché avevo fame e mi ero lamentato che le patate erano poche e crude. Mi ricordo che mi entrarono in cella e mi riempirono di calci e pugni, ma soffrii più per le parolacce che mi dicevano che per le botte. Non dissi però nulla. E non mi lamentai come facevano gli altri ragazzi quando venivano picchiati. Non gli diedi questa soddisfazione. Loro s'incazzarono e mi picchiarono più forte. Ricordo che mi rannicchiai in un angolo e mi coprii la testa con le braccia. Quando andarono via piansi come un ragazzino perché in fondo, anche se avevo commesso una rapina in un ufficio postale con una pistola giocattolo, ero solo un ragazzo. Avevo dolore dappertutto, ma quello che mi faceva più male era l'umiliazione e l'impotenza. Mi ricordo che giurai a me stesso che da grande mi sarei vendicato contro la società e il carcere. E credo di esserci riuscito perché quando uscii dal carcere da maggiorenne avevo appreso la cultura e la mentalità per diventare un criminale.

Pensavo che certe cose nelle carceri minorile non accadessero più, ma un giovane detenuto pugliese mi ha raccontato che le cose non sono cambiate così radicalmente dai miei tempi. Adesso nelle carceri minorili le punizione non sono più fisiche come in passato, sono molto più sottili. E spesso più che sul corpo ti picchiano sul cuore e sull'anima. Sono convinto che le carceri minorili rischiano di essere delle vere fabbriche di delinquenza per creare i detenuti che riempiranno le carceri da adulti. Non credo che ci sia la possibilità di migliorarle o riformarle, si può solo abolirle perché chiudere un ragazzo in una cella è un crimine ancora più brutto di quello che lui ha commesso. Penso spesso che forse, se non fossi stato in carcere da minorenne, non sarei diventato il criminale che sono diventato dopo. Non ne sono però sicuro. Forse lo sarei diventato lo stesso, ma una cosa è certa, i giovani sono più influenzabili degli adulti. E durante la mia carcerazione da minorenne è cresciuto il mio odio verso lo Stato e tutte le istituzione che lo rappresentano.

 

Carmelo Musumeci

 

Intervenire con minori che hanno commesso reati senza usare il carcere è una vera sfida

 

Lavoro da più di vent'anni, come psicologo e psicoterapeuta, con i Servizi della giustizia minorile della Lombardia. Nella maggior parte dei casi, l'intervento penale minorile si svolge al di fuori del carcere, con minori in misure esterne o inseriti in comunità. Nel sistema penale minorile il carcere è davvero residuale. Intervenire con persone che hanno commesso reati senza usare il carcere è una vera sfida.

È quasi paradossale che il sistema penale minorile abbia voluto giocare questa sfida, introducendo più di vent'anni fa un nuovo codice di procedura penale e una misura, la messa alla prova, che esemplifica una logica di intervento non basato sulla punizione. La messa alla prova è una misura in base alla quale è offerta al minore la possibilità di un accordo con il Tribunale, per realizzare un programma di sviluppo e di riparazione. Il programma normalmente consiste nell'impegno scolastico o lavorativo, un'attività di tempo libero strutturata e una attività di riparazione sociale, oltre ad una disponibilità all'incontro con gli operatori dei Servizi.

La cosa più interessante, rispetto ad altri Paesi in cui ci sono provvedimenti analoghi, è che non si tratta di una misura alternativa alla detenzione. La messa alla prova è alternativa al processo, che viene sospeso.

Lo Stato, quindi, interviene senza punire. Se ci pensiamo, è sconvolgente che questo orientamento provenga dal sistema penale. Immaginate che cosa potrebbe succedere se in famiglia o a scuola si dovesse decidere di rinunciare a punire i bambini o gli allievi. Sospendere le punizioni e fare un patto per regolare il loro comportamento. Che questo avvenga nel sistema penale, nelle situazioni più gravi e non di fronte a trasgressioni lievi di regole educative, è una sfida davvero importante.

Qual è la logica su cui si basa questo intervento?

Le persone che commettono reati, dal punto di vista psicologico, tendono ad avere alcune caratteristiche. Sono persone senza freni, perché non riescono a limitare la loro impulsività, agiscono e non sono in grado di fermarsi. Persone che non hanno paura delle conseguenze delle loro azioni, sono spavalde, sono temerarie. E infine sono persone che spesso non hanno pietà, non sentono il dolore dell'altro.

Di fronte a queste caratteristiche, che cosa può fare il sistema penale? Ci sono tre livelli di intervento. Il primo tipo di risposta è una reazione: se una persona non si sa limitare, la rinchiuderemo, se non ha senso di colpa la colpevolizzeremo, e se non ha paura, la minacceremo, usando la pena come deterrente. Queste reazioni sono logiche: se chi commette reato ha queste caratteristiche, è naturale reagire così. Il problema è che la letteratura scientifica internazionale indica che questa modalità di reazione, se è giustificata socialmente, non è efficace, perché invece di ridurre il rischio di recidiva, lo aumenta. Non produce cambiamento. (...)

Una seconda logica di intervento non è punitiva, ma rieducativa o riabilitativa. Se una persona non è in grado di controllarsi, di provare pietà per l'altro, di capire le conseguenze delle sue azioni, di aver paura, di essere consapevole dei rischi che corre o che fa correre agli altri, il sistema penale dovrebbe cercare di fare in modo che questa persona impari a controllarsi, a capire il senso del dolore dell'altro, la conseguenza delle sue azioni. (...) Noi abbiamo cercato di sviluppare una terza logica di intervento, basata sull'idea che alla base di un comportamento come un reato ci sia un bisogno realizzato in modo improprio. Se un ragazzo commette un furto, impulsivamente, io posso fare in modo che capisca la necessità di controllare la sua impulsività, che non si può avere tutto subito, che è sbagliato appropriarsi di cose altrui. In un'altra prospettiva posso cercare di capire qual è il bisogno alla base del furto. Per bisogno non intendo una necessità economica, ma un bisogno psicologico, come un bisogno di identità. Oggi gli adolescenti spesso rubano un cellulare, un oggetto che ha un valore di status al di là del suo valore economico. Avere un cellulare di un certo tipo significa essere qualcuno, avere una reputazione, un valore sociale. Il bisogno alla base di quel furto è un bisogno di identità sociale.

A questo punto è possibile distinguere due livelli di obiettivi d'intervento: il controllo dell'impulsività e la risposta al bisogno di valore sociale. La messa alla prova può andare in queste due direzioni, ma l'intervento più efficace è quello che riesce a cogliere il bisogno che è alla base del comportamento trasgressivo e antisociale, e a dargli una risposta. Il bisogno di valore sociale è legittimo, mentre il modo di ottenerlo è sbagliato, non per un giudizio morale, ma perché è inefficace. Per riconoscere questo bisogno e rispondervi è possibile, allora, mettere l'imputato alla prova. L'obiettivo della messa alla prova non sarà imparare a controllarsi, a rendersi conto dell'errore, a colpevolizzarsi, ma un'acquisizione di valore e di riconoscimento sociale. È una logica progettuale, orientata da un patto e da un progetto di sviluppo personale.

La notizia positiva è che questo sistema funziona. Abbiamo circa l'80% di messe alla prova che si concludono positivamente. Le ricerche dicono che il livello di recidiva per i ragazzi che hanno avuto la messa alla prova è più basso sia di chi ha avuto una condanna, sia di chi è stato perdonato.

 

Alfio Maggiolini, psicoterapeuta, docente di Psicologia del ciclo di vita a Milano Bicocca

 

 

 

 

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