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"Tutte le bugie sulle Ong". Il testamento del cooperante morto

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di Angela Azzaro

 

Il Dubbio, 12 marzo 2019

 

Ho conosciuto Paolo Dieci poco prima che prendesse quel maledetto volo, prima che la sua vita finisse nella sua Africa a cui aveva dedicato tanta passione. Eravamo entrambi relatori a un incontro contro la criminalizzazione delle Ong. È raro trovare una persona così gentile e così preparata. Oggi tutti lo raccontano con queste parole. Una grande perdita per le Ong e per l'Italia. Nel suo ultimo discorso, un testamento su cooperazione e accoglienza.

Si è scusato con me, davvero dispiaciuto, perché non poteva restare fino alla fine: "Devo andare, se no perdo l'aereo. Ma sentiamoci presto, anche per il tuo giornale". Dopo meno di 24 ore ho saputo che quello sarebbe stato il suo ultimo volo, a bordo del Boeing caduto ad Addis Abeba. Mi ha stretto la mano ed è scappato dopo un intervento che oggi suona come un testamento, il testamento di un uomo gentile.

Ho conosciuto Paolo Dieci sabato scorso, entrambi relatori a un dibattito sulle Ong organizzato dal comitato di azione civile Vero 8 di Roma. Lui doveva spiegare cosa siano, smontare tutte le menzogne dette e ridette da giornali, tv e procure. Doveva e lo ha fatto raccontando la verità, una verità che in tanti hanno provato a mettere in discussione e che dalle sue parole risultava chiara, senza ombre. Ci siamo seduti e ancora prima di trovarci d'accordo contro la criminalizzazione delle Organizzazioni non governative, ci siamo ritrovati complici nel divorare le caramelle che i nostri ospiti, uno dei comitati nati alla Leopolda renziana, ci avevano messo a disposizione.

Paolo Dieci era presidente della Ong Cisp (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli) e della Rete Link 2007, un'associazione di coordinamento di varie Organizzazioni non governative. In Etiopia era di casa, ci aveva vissuto e ci andava spesso. "Aiutiamoli a casa loro è un'espressione che non mi piace, ma noi lo facciamo davvero", ha detto spiegando quale fosse il suo lavoro, un lavoro che amava e che faceva da tanti anni. Quando ha preso la parola, si è capito subito che non sarebbe stato un intervento qualsiasi. "Proverò - è stato il suo esordio - a mette in discussione cinque false convinzioni sulle Ong".

Cinque falsi miti, cinque luoghi comuni che ancora oggi avvelenano il dibattito pubblico. "Sono in questo settore da molti anni, ne ho 58, e ho assistito all'evolversi del dibattito. Come Organizzazioni non governative abbiamo una prima difficoltà costituita dal fatto di definirci per ciò che non siamo. Per questo abbiamo salutato con soddisfazione la nuova legge del governo Renzi che ci chiama Ocs: Organizzazioni della società civile. Mai, prima di ora, il dibattito era stato così condizionato dalla non conoscenza. Criticateci pure, ma basandovi sui fatti".

Il primo falso mito: "Si dice che le Ong fanno quello che vogliono. Non è vero: non fanno quello che vogliono. Rispettiamo le leggi nazionali e facciamo riferimento ad un'agenda internazionale, nessun progetto può essere approvato fuori dagli obiettivi stabiliti. I nostri progetti sono costruiti in collaborazione con le istituzioni e i governi dei Paesi in cui vengono realizzati. Non solo è necessaria la loro approvazione, ma vengono costruiti insieme".

Il secondo falso mito: "Nessuno controlla le Ong. Altra menzogna. Siamo tenuti a presentare un bilancio che dettaglia tutte le spese fatte e che nelle note integrative specifica come e perché sono stati spesi i soldi. Se non tutti i finanziamenti ottenuti vengono usati, si accantonano per altri progetti. In quanto Ong non produciamo utili, che per essere precisi - e non si tratta di un sofismo - si chiamano avanzi di gestione. Nessuno si arricchisce".

Il terzo falso mito: "Le Ong fanno politica. Se per politica si intende sostenere un partito piuttosto che un altro, non facciamo politica. Se invece si intende il fatto di rispettare gli accordi internazionali, allora sì facciamo politica. Io voto centrosinistra, non lo nascondo. Ma questo non ha niente a che fare con il mio impegno per il Cisp. Nessuno è tenuto a pensarla come me. Siamo invece tutti tenuti a rispettare un codice valoriale ed etico. È stato un errore non sottoscrivere il Global compact, anche perché ora è più difficile quel controllo dei flussi che a parole si dice di voler fare. In Libia non sono rispettati i diritti umani, chi lo dice offende la sofferenza di quelle povere persone".

Il quarto falso mito. "Si pensa che le Ong succhino i soldi dei contribuenti. Ma nel 2018 solo l'1,8 per cento dei finanziamenti della mia associazione arrivano dal governo italiano, tutto il resto arriva dalle istituzioni internazionali. Sono soldi che noi portiamo nel nostro Paese offrendo un'opportunità di lavoro anche a tantissimi giovani".

Il quinto falso mito: "Le Ong favoriscono l'immigrazione. Non è vero. Noi facciamo di tutto per aiutare a sviluppare progetti. Non amo l'espressione "aiutiamoli a casa loro", ma è quello che facciamo. Ma li aiutiamo anche una volta che arrivano in Italia, come sta accadendo a Castelnuovo di Porto dopo la chiusura del Cara. Una cosa bella che è accaduta in questi mesi è stata che tutte le Ong si sono strette attorno a quelle che fanno salvataggio in mare. Abbiamo rivendicato la loro azione, diventata necessaria dopo aver smantellato l'operazione Mare nostrum. La lotta agli scafisti non si fa facendo morire le persone in mare".

Paolo, i migranti, li aiutava a rifarsi una vita, ad avere una casa, un futuro. Anche in Africa. "Non voglio dire che tutto ciò che riguarda le Ong sia perfetto, anche noi abbiamo i nostri limiti e molte cose possono essere migliorate, ma niente a che vedere con la rappresentazione di questi mesi, una criminalizzazione che si è risolta in un nulla di fatto".

Era il momento perfetto per passare la palla a me, le inchieste archiviate, l'ossessione di giornali e tv per le accuse e l'indifferenza quando quelle accuse sono finite nel nulla, il rapporto tra procure, politica e giornali. Lui sorrideva e annuiva. I suoi colleghi in queste ore lo ricordano come una persona unica, uno che si ispirava a Mandela, che amava il suo lavoro e che era sempre disponibile.

Nel vederlo andare via sabato mattina, ho pensato che era troppo gentile, troppo preparato e interessante per essere vero. Avevo deciso di intervistarlo per il nostro giornale. Uno così devono sentirlo tutti, devono poterlo conoscere tutti.

Preciso ma non arrogante, con ideali saldi, ma non ideologico. Quel giorno poteva restare con la sua famiglia prima di prendere quel maledetto aereo. Poteva godersi ancora un po' di riposo, e invece è venuto a raccontarci l'impegno delle Ong. Non ad un grande convegno, ma ad una piccola e preziosa iniziativa di chi come lui non si arrende alla barbarie. Ma per qualcuno Paolo rappresentava l'élite.

 

 

 

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