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"Troppi detenuti per reati minori". Intervista a Luigi Pagano

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di Mario Consani

 

Il Giorno, 10 febbraio 2019

 

La possibilità ci sarebbe. Anche senza la riforma carceraria che non si è voluta, anche senza provvedimenti di clemenza che non si faranno, anche così il sovraffollamento si potrebbe arginare nell'unico modo possibile: con le misure alternative al carcere. E lo dice Luigi Pagano, storico direttore di San Vittore e oggi provveditore alle carceri di tutto il nord ovest.

"Analizzo i dati. In Lombardia (ma il discorso a livello nazionale è analogo) su 8.500 detenuti, quelli con pena definitiva sono quasi 6 mila e di questi oltre la metà, più di 3 mila, scontano pene fino ai tre anni. In pratica tutti costoro, e mi sono fermato ai soli tre anni di fine pena, potrebbero ottenere misure alternative alla detenzione in base alle norme vigenti".

 

Discorso che vale, almeno in parte, anche per chi è in custodia cautelare...

"Certo i numeri sono forse minori, ma in cella troviamo persone che potrebbero attendere il processo in libertà e anche non rientrare in carcere a pena definitiva. Penso ai detenuti tossicodipendenti ai quali la legge consente, in ogni stato e grado del giudizio, di seguire percorsi trattamentali anche all'esterno del carcere".

 

Invece restano o tornano ad affollare le celle...

"È arduo poter credere che per tutti questi detenuti esistano sempre quelle esigenze cautelari di eccezionale rilevanza o, per i condannati, condizioni di pericolosità tanto elevate da giustificare il protrarsi dello stato detentivo come unica misura adeguata di controllo".

 

E quindi?

"La verità è che la loro possibilità di accedere ai circuiti alternativi rimane mera teoria poiché in buona parte non possiedono quelle referenze sociali, lavoro, casa, ritenuti dalla legge indispensabili. Non è che i giudici siano cattivi, ma se non hai casa, se non c'è chi paga una retta in comunità, come posso concederti i domiciliari? Restano in carcere non tanto per una dichiarazione di pericolosità quanto perché nella società non hanno una collocazione".

 

Il sovraffollamento è una conseguenza.

"Sì, con i suoi effetti più negativi e perversi sulle persone, imputati o condannati che siano, e sullo stesso personale: la difficoltà di trovare idonea collocazione nelle celle, l'esposizione al rischio di malattie, via via sino ai trasferimenti in istituti con posti disponibili ma lontani chilometri dal proprio nucleo familiare".

 

Come se ne esce?

"In primo luogo ripensando seriamente all'idea di un carcere perno centrale del sistema penale. Nel frattempo però con un coinvolgimento più convinto della società esterna, enti locali, terzo settore e la stessa magistratura perché si affronti in un tavolo comune la questione delle persone che potrebbero non rimanere in carcere se avessero una alternativa"

 

Come convincerli?

"Citando i dati e spiegando che un investimento del genere è economicamente conveniente e produce sicurezza. Ogni detenuto costa alla collettività circa 140 euro al giorno, ma le stime di recidiva post-detenzione dicono che l'80% rientra in carcere, mentre per le misure alternative la cifra dell'80% è quella dei risultati positivi. Il sistema attuale presenta, al netto di ogni sentimentalismo, evidenti profili di inefficacia, candidamente ammessi da tutti ma con rassegnazione, quasi come se il carcere, questo carcere, fosse una punizione divina e non già una nostra creazione e la prova di un nostro fallimento".

 

 

 

 

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