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"Ragazzi fuori". Vite tra carcere e comunità

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di Andrea Gualtieri

 

La Repubblica, 30 maggio 2018

 

Ci sono sedicenni con un curriculum criminale di primo piano. E ragazzi che fino al giorno dell'arresto avevano visto il palazzo di giustizia solo passandoci davanti in autobus o motorino. Alcuni l'hanno fatta talmente grossa da dover vivere in carcere un numero di anni che è quasi la metà di quelli trascorsi da quando sono nati. Sanno che, quando usciranno, si saranno giocati la gioventù. E si chiedono da dove ripartiranno.

Se lo chiedono, in realtà, anche le centinaia di educatori che li seguono nei 17 istituti penali minorili e nelle decine di comunità sparse per l'Italia. Tra loro ci sono figure instancabili e appassionate. In carcere - ripetono da Torino a Catanzaro, da Cagliari a Catania - i ragazzi devono restare il meno possibile: alla loro età, anche chi ha sbagliato ha bisogno di altro. Le statistiche riferiscono che in questo senso il modello italiano funziona.

"La giustizia minorile è un sistema del quale dobbiamo essere fieri: riesce realmente a residualizzare il carcere e relegarlo a numeri minimi", afferma Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell'associazione Antigone, che da anni monitora la situazione delle carceri e che ai minori ha dedicato un dettagliato rapporto uscito alla fine del 2017. Le cifre aggiornate riferiscono che nelle celle ci sono poco meno di 500 ragazzi: oltre metà di loro sono giovani adulti, cioè detenuti con meno di 25 anni che stanno scontando nelle carceri minorili le pene per reati commessi quando ancora non avevano raggiunto la maggiore età. Decisamente più ampio è invece il numero di coloro che passano per la cosiddetta "messa alla prova", una soluzione che permette ai giudici di imporre ai ragazzi un periodo in comunità al termine del quale valutare il percorso di maturazione ed eventualmente dichiarare estinto il reato, senza lasciarne traccia sul casellario giudiziario. Nel 2016 ne hanno beneficiato oltre 3.700 giovani. Ed è nelle comunità che per loro si svolge la parte più difficile del percorso: prendere coscienza di cosa si è fatto e, soprattutto, muovere i primi passi verso il ritorno alla normalità.

I miei 35 anni nella scuola della prigione - La sua classe la definisce "eccezionale", perché si trova in un luogo "di massima eccezione". Mario Tagliani dal 1983 insegna all'istituto penale minorile di Torino. "Quelli che mi trovo davanti - dice - sono giovani che nelle scuole all'esterno vengono sospesi, espulsi. A volte persino promossi pur di levarseli davanti. E quando arrivano in carcere, l'idea di entrare in aula equivale per loro a una tortura aggiuntiva". La sfida di farli sedere ai banchi, l'ingegno per interessarli ad un argomento, lo sforzo di accompagnarli ad un risultato. "Se li metti davanti a un foglio bianco, te lo strappano perché è come trovarsi davanti a se stessi. E il computer è una salvezza, perché lì le correzioni non si vedono: avere davanti un testo pasticciato li fa sentire frustrati, stampando uno scritto pulito si accorgono invece che anche loro possono fare qualcosa di dignitoso". Perché il problema, spiega Tagliani, è proprio la motivazione: "Mi chiedono: a cosa serve studiare se tanto sono un disgraziato? E lì si deve far capire che studiare è l'unica speranza per scoprire cosa li può tenere lontani dal carcere".

Le esperienze

"Evadere" in barca a vela e in aereo - "Io mai avrei immaginato che in carcere mi avrebbero fatto prendere per la prima volta un aereo per portarmi dal Papa", racconta il ragazzo recluso nell'istituto minorile di Catania. Sono gli spiragli di luce nei giorni cupi delle carceri minorili. A Palermo, ad esempio, i detenuti dell'istituto penale minorile hanno collaborato al restauro di una delle imbarcazioni simbolo della città e ora periodicamente partecipano a corsi di vela: "In mare imparano a collaborare e a rispettare le regole", spiegano i volontari dell'associazione che cura il progetto e che, come la barca, si chiama "Liscabianca". Un'esperienza simile è stata promossa anche per i ragazzi che scontano la loro pena nella comunità Jonathan di Napoli: a bordo dell'imbarcazione "Scugnizza" si sono allenati e poi cimentati nella Regata dei Tre golfi. E la loro voglia di prendere il largo li ha spinti a conquistare il secondo posto.

Le faide

Fuga dalla paranza - La comunità Jonathan di Napoli è un luogo emblematico per capire il fenomeno della paranza dei bambini. "Esiste la recidiva, noi andiamo oltre: la maggioranza dei minori che sono passati da qui li abbiamo visti poi sui giornali perché vittime o carnefici dei fatti di sangue della città", dice Vincenzo Morgera, uno dei fondatori della struttura che dal 1992 ha ospitato oltre 800 ragazzi. Nell'elenco di chi ha scontato una condanna nelle stanze di Jonathan c'è anche Emanuele Sibillo, ES17: il baby boss protagonista della webserie prodotta da Repubblica. "Quando escono da qui - spiega Morgera - molti tornano alle loro logiche d'appartenenza. E anche se da noi avevano avuto un rapporto di convivenza normale, non hanno remore poi a uccidersi fra loro".

La missione della comunità, spiegano, "è provare a destrutturare la visione bipolare che porta a ridurre il mondo in un insieme di amici o nemici". E con qualcuno si riesce anche a risvegliare il desiderio di fuggire dalla paranza per cercare un futuro diverso. "Si tratta di offrire un'opportunità ma se fuori c'è il deserto è difficile", spiega Silvia Ricciardi, la responsabile della comunità. Una collaborazione con la Indesit-Whirlpool ha permesso ad alcuni ragazzi di avere un rapporto stabile di lavoro. "Pensavo che la mia vita sarebbe andata a finire male, mi sono aggrappato a questa possibilità perché sentivo che era lamia unica speranza", racconta uno di loro.

Il giudice che strappa i giovani alla 'ndrangheta - Lo hanno definito un "ladro di bambini", accusato di organizzare "deportazioni di minorenni", di ledere i "diritti costituzionali" delle famiglie. Ma Roberto Di Bella è convinto della sua posizione: la 'ndrangheta, dice, si eredita. E le famiglie mafiose operano un indottrinamento dei ragazzi: "Li educano a logiche di vendetta, impongono loro stili di vita, sanciscono persino patti criminali sulla base di fidanzamenti decisi a tavolino", spiega il giudice messinese che da decenni guida il tribunale dei minori di Reggio Calabria. È per questo che lui insiste con un programma basato sulla revoca della responsabilità genitoriale per i boss.

"I ragazzi vengono affidati a educatori o famiglie di volontari e sperimentano che esiste una vita diversa, lontana dai lacci della 'ndrangheta". Sono quelli che, in assonanza con i pool antimafia, lui definisce "pool educativi antimafia". Per strutturare questa rete, insieme all'associazione Libera, il tribunale reggino ha promosso un protocollo d'intesa chiamato "Liberi di scegliere" che coinvolge i ministeri della Giustizia e dell'Interno.

"Quello dei minori di 'ndrangheta è un fenomeno sottovalutato, non si può fare una lotta alla criminalità organizzata se non si spezzano queste perverse catene familiari", afferma Di Bella. E racconta che ormai molte madri si rivolgono al tribunale, chiedendo di mettere in salvo i loro figli e, in alcuni casi, anche se stesse. E dal carcere, persino qualche capocosca ha scritto per ringraziare il giudice: "Ci ha detto che al figlio abbiamo offerto un'occasione che lui non aveva mai avuto".

Le ricette per il futuro - Il futuro che sognano i ragazzi nelle prigioni minorili contiene tre elementi costanti: trovare un lavoro, sposarsi, avere figli. Tre passaggi che i giovani detenuti raccontano con il tono di chi non crede a quello che dice. Soprattutto quando si parla del primo elemento. Nell'istituto penale minorile di Palermo hanno sperimentato "Cotti in fragranza", un laboratorio esterno al carcere, nel quale i ragazzi fanno esperienza durante la detenzione e possono continuare a lavorare anche dopo la fine della pena, per garantirsi un primo stipendio e reinserirsi nella società. Sfornano biscotti, ai quali hanno dato nomi evocativi per i ragazzi di strada siciliana. A Torino, invece, su iniziativa della cooperativa sociale Spes all'interno del carcere si produce cioccolato. E anche questa è un'esperienza che permette ai giovani detenuti di avviare un percorso lavorativo per il futuro.

Il cancello aperto di Borgo Amigò - Viaggio nella comunità di Roma dove i minori sono "messi alla prova" dal giudice dopo aver commesso un reato. Padre Gaetano Greco, da 36 anni cappellano del carcere di Casal del Marmo e fondatore di Borgo Amigò, afferma: "I ragazzi non devono andare in carcere, i danni che produce la detenzione a quest'età non sono poi rimediabili". E sull'importanza dei genitori nel recupero dei ragazzi spiega: "Sminuire i loro errori è lo sbaglio più grave. Il problema nasce quando si crede che i propri figli siano immuni dai reati"

Tra i minori detenuti che vivono del loro lavoro - "Il carcere è assistenzialismo, qui i ragazzi devono vivere con quello che guadagnano: solo così imparano ad essere autonomi e dare il giusto peso alle cose". Don Ettore Cannavera spiega così il paradigma che regola la vita alla "Collina" di Cagliari. In questa comunità, i minorenni del circuito penale entrano solo se possono guadagnarsi uno stipendio. E con quei soldi alimentano una cassa comune che serve a pagare le bollette e il cibo. Uno degli ospiti racconta: "Avevo una normale vita di paese, poi a 17 anni ho commesso un errore che mi ha portato in carcere. Ma lì non si può fare vera rieducazione, perché il reinserimento avviene solo vivendo nella società". E aggiunge: "Questa comunità è una realtà aperta, qui ho preso un diploma, la patente, mi sono fidanzato e ho trovato lavoro".

 

 

 



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