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"Per scontare una pena non c'è solo il carcere"

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di Giorgio Saracino

 

Left, 19 gennaio 2018

 

La direttrice della Casa circondariale femminile di Rebibbia, Ida Del Grosso: "È necessario aumentare le opportunità di misure alternative per reinserire i detenuti nella società. In Italia si è convinti che la detenzione sia l'unica e la sola possibilità".

Quello di Rebibbia è il carcere femminile più grande d'Italia. Di donne detenute generalmente si parla poco perché sono soltanto il 4,6 per cento della popolazione generale. La Casa circondariale femminile di Rebibbia è composta sia da detenute del circuito di media sicurezza, sia da quello di alta sicurezza - attualmente sono sedici. Il 50 per cento è costituito da donne italiane, per il resto sono straniere. Tra queste, la maggioranza sono donne rom e donne dell'est. Poi, subito dopo, ci sono le detenute che provengono dal Centro Africa e quelle che vengono dal Sud America. Di come vivono e delle prospettive future Left ne ha parlato con la direttrice Ida Del Grosso.

 

C'è correlazione tra il Paese di origine e il reato?

In generale c'è una certa correlazione tra reato e nazionalità: le donne rom sono quasi sempre arrestate per furto e sono molto recidive. La fascia delle donne africane spesso è in carcere per sfruttamento della prostituzione: sono donne che si sono prostituite a loro volta, vittime della tratta con storie personali molto dolorose. La maggioranza delle donne del Sud America e del Centro America viene invece arrestata per reati connessi alla droga, sono corrieri che credono di poter cambiare le condizioni di vita dei familiari, utilizzando lo strumento dell'illegalità. E poi c'è un altro 50 per cento di donne italiane: anche qui molti dei reati sono legati al traffico di droga, ma ci sono anche reati contro la persona, come l'omicidio. A tutte bisogna offrire delle risorse nuove per impedire che si esca peggiori di come si è entrati, tramite il lavoro ad esempio.

 

In media quante detenute riescono a lavorare?

All'interno lavorano un centinaio di donne su 330. In cucina, per preparare il pasto per tutte le detenute e anche in lavanderia, dove sono occupate una ventina di donne. Alcune fanno le pulizie nei locali e nelle parti comuni di tutte le sezioni detentive. Abbiamo anche un'azienda agricola con due ettari di terra dove sono impegnate un'altra ventina di detenute. E ancora: un negozietto all'interno e uno all'esterno dove vendono prodotti realizzati in carcere. E poi abbiamo due detenute semilibere e dodici lavoranti all'esterno. Il lavoro è ovviamente ciò a cui loro più ambiscono. Per un senso di dignità - perché il lavoro dà dignità anche dentro al carcere - e poi perché così possono guadagnare qualcosa da mandare alle proprie famiglie.

 

E per quanto riguarda le altre attività?

Innanzitutto le stanze detentive sono aperte dalle 8 alle 20 da più di vent'anni, quindi molto prima che lo sancisse la Corte europea. Le detenute possono decidere di aderire alle attività che noi offriamo: la scuola, primaria (per donne straniere) e secondaria (liceo artistico, istituto tecnico industriale e istituto agrario); l'attività teatrale che va avanti da molti anni. Questa attività, in particolare, permette loro di togliersi la maschera del detenuto per mettersene una nuova. Poi c'è la biblioteca: abbiamo 8mila volumi del circuito del comune di Roma. Abbiamo anche da tanti anni un corso di yoga. E ricordo che ci sono i ministri di culto cattolico, ortodosso e buddista.

 

L'incontro tra diverse culture genera attriti o sviluppa una crescita culturale?

Di attriti ce ne sono. È un luogo difficile, la convivenza è difficile. In stanza si cerca di mettere persone della stessa cultura ed etnia. Però negli spazi comuni si incontrano donne italiane con donne straniere. In più, abbiamo anche detenute - spesso straniere - con problematiche psichiatriche gravi che sono fonti di disagio per tutte le altre. In molti casi ci sono però anche donne che a posteriori ammettono: "Non avrei mai immaginato di avere solidarietà da loro". Quindi, si riescono a creare anche degli esempi belli di convivenza.

 

Come viene affrontata la maternità in carcere?

Noi abbiamo la sezione nido che ospita attualmente 14 mamme e 14 bambini da 0 a 3 anni. Quasi tutte sono donne rom, perché le italiane spesso riescono a gestirsi diversamente - con misure alternative che sono nate nel tempo a tutela delle madri con bambini che permettono di uscire e scontare la pena fuori se non c'è il rischio di recidiva e se non c'è il rischio che si commetta un altro reato. In questo senso è nata una casa famiglia protetta all'Eur (la Casa di Leda) che funziona bene e presto sarà aperto subito fuori dal carcere un Icam (Istituto a custodia attenuata per madri con bambini). Il senso è quello di ridurre l'aspetto del sistema di sicurezza rispetto a quello del "trattamento", considerato che si tratta di mamme con bambini. Cerchiamo di attenuare il più possibile il disagio che un bambino da 0 a 3 anni può provare stando in un carcere. I nostri spazi hanno una realtà più da nido che da sezione detentiva perché le celle sono grandi, colorate, hanno letti e lettini, con alle pareti disegni delle favole; e poi ci sono una ludoteca, una cucina per bambini, un giardino enorme in cui possono stare e giocare. In più, i nostri bimbi possono frequentare gli asili nido del municipio. Ovviamente, poi, le misure alternative ci sono e possono essere applicate.

 

Cosa si può fare per applicare di più le misure alternative?

Quelli che pensano che il carcere debba essere chiuso e basta, perché la pena deve essere pena, non capiscono che si rischia di peggiorare le persone e quindi di aumentare il rischio di recidiva. Si possono prevedere più misure alternative. Anche se la gente pensa che il carcere sia l'unica pena, la nostra Costituzione dice: "Le pene devono rispondere, le pene possono...".

Le pene non sono solo il carcere, ma anche gli arresti domiciliari, l'affidamento in prova se hai un lavoro, ad esempio. Il carcere deve continuare a rimanere l'extrema ratio. Anche se, in alcuni casi, è utile: quando, per esempio, gli operatori riescono a costruire un rapporto vero con le singole persone. Aumentare le misure alternative, il lavoro intramurario e non, aumentare la conoscenza del sistema carcerario all'esterno, darebbe più possibilità di reinserimento ai detenuti. Questa rete va costruita anche con la società, non può fare tutto il carcere.

Dovrebbe essere un carcere a misura d'uomo e di donna, che consideri veramente le persone per quello che possono dare. Nessuna persona è assolutamente negativa. Il carcere può diventare un luogo di opportunità, se si lavora per questo. Ora è in atto una riforma dell'ordinamento penitenziario: abbiamo molte speranze. Penso che ci sia necessità di aumentare le opportunità di misure alternative perché in Italia si è un po' convinti che il carcere sia l'unica e la sola strada. Invece no. Bisogna dare altre possibilità.

 

 

 



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