Lunedì 19 Novembre 2018
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

"Le toghe non facciano politica e la politica rispetti le sentenze"

PDF Stampa
Condividi

Il Dubbio, 13 settembre 2018

 

L'intervento del Capo dello Stato. Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia in occasione del 100° anniversario della nascita del Presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scàlfaro.

Ricordare il Presidente Oscar Luigi Scalfaro nel centenario della nascita significa non solo onorare la memoria di un protagonista della vita pubblica nazionale, ma anche ripercorrere più di mezzo secolo di storia repubblicana. Scalfaro, al Quirinale, si trovò, immediatamente, a gestire una delle transizioni più profonde e, per qualche aspetto, drammatiche del nostro sistema politico, quello delle diverse crisi dei partiti tradizionali, eredi della Resistenza e arte- fici della Costituzione, che fino a quel momento avevano retto, in sostanziale continuità, le sorti del Paese. (...) Scalfaro seppe tenere la barra dritta in un momento in cui il diffuso discredito dei partiti, con la diffidenza e la protesta dell'opinione pubblica, la crisi economica e monetaria, le bombe della protervia della mafia facevano temere il collasso del sistema democratico, trascinando, insieme al mondo politico, le stesse istituzioni della Repubblica.

Con la nascita dei governi Amato e Ciampi, il presidente Scalfaro riuscì a condurre il Paese verso una fase politica nuova (...). A rileggere i suoi interventi precedenti alla sua non prevista elezione a Capo dello Stato, ci si accorge che aveva denunciato, con grande lucidità, la crisi, innanzitutto morale, del sistema politico e aveva espresso, con largo anticipo, allarmi per evitarne il collasso.

Anche il suo predecessore al Quirinale, Francesco Cossiga aveva indicato anzitempo, con acume, faglie che, di lì a breve, avrebbero provocato la rottura del quadro politico. Ma mentre Cossiga spingeva nettamente sulla necessità di un profondo cambio di sistema istituzionale, di un passaggio a una fase ordinamentale nuova della Repubblica, Scalfaro attribuiva la causa del malessere non alla presunta arretratezza della Carta Costituzionale, ma piuttosto ai comportamenti di chi era chiamato a interpretarla. Nel suo magistero presidenziale, il rispetto vicendevole tra i poteri dello Stato rappresentava, insieme, dovere istituzionale e condizione essenziale di buon funzionamento dello Stato. E' buona regola, del resto, che i poteri statali non si atteggino ad ambienti rivali e contrapposti ma collaborino lealmente al servizio dell'interesse generale.

Nel primo discorso di fine anno, il 31 dicembre del 1992, osservava: "Occorre che vi sia intesa, collaborazione, convergenza fra i poteri dello Stato. Questa è la democrazia. Ciascuno dei poteri nella propria responsabilità, nel proprio essenziale compito e ambito costituzionale, ma tutti convergenti al bene comune, che è servire il cittadino".

La sua visione, di equilibrio, distinzione e collaborazione tra politica e magistratura, partiva da lontano. Scalfaro, che apparteneva, con grande orgoglio, all'ordine giudiziario, intervenne durante i lavori della Costituente nella discussione sulla funzione della magistratura, affermando: "La magistratura non può e non deve fermarsi mai nella sua opera di giustizia nei confronti di chicchessia; ma non si deve neppure dare l'impressione che in questa opera vi possa essere la contaminazione di una ragion politica".

Per scongiurare questo pericolo si oppose, in quella sede - insieme, tra gli altri, a Calamandrei e Leone - alla tendenza, espressa da parte comunista, che proponeva giudici eletti dal popolo, e contrastò quella di chi avrebbe voluto sottoporli al diretto controllo del ministero della Giustizia. Scalfaro sostenne che i cittadini sono chiamati a eleggere in Parlamento e negli enti locali i propri rappresentanti politici ma che questo non poteva essere "possibile in tema di giustizia che deve essere una". E aggiungeva: "Non potrà mai esservi giustizia di destra, di centro o di sinistra. Guai a porre a fianco del sostantivo giustizia un qualunque aggettivo. Alla base della democrazia due colonne stanno, entrambe salde: la libertà e la giustizia".

Come hanno disposto i costituenti, nel nostro ordinamento non esistono giudici elettivi. I nostri magistrati traggono legittimazione e autorevolezza dal ruolo che loro affida la Costituzione. Non sono, quindi, chiamati a seguire gli orientamenti elettorali ma devono applicare la legge e le sue regole. Come spesso ebbe a ricordare anche il presidente Scalfaro, queste valgono per tutti, senza aree di privilegio per nessuno, neppure se investito di pubbliche funzioni; neppure per gli esponenti politici. Perché nessun cittadino è al di sopra della legge

 

 

 



06


  06

 

06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it